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Ermanno, la Colonia Motta, la guerra

La scorsa notte Ermanno Olmi ci ha lasciati. Non vorrei aggiungermi ai tanti e certamente più esaustivi ricordi del suo percorso umano e cinematografico (es. qui e qui). Mi vorrei però soffermare su alcune vicende ed aspetti un po’ meno noti a cui già in passato avevo accennato.

In Quarantatré … gli avevamo dedicato una delle “stazioni” della laica via crucis dei partigiani fatti sfilare e poi fucilati a Fondotoce ai bordi del canale dove oggi si erge il memoriale. Ospite della Colonia Motta della Edison in qualità di giovane sfollato, con i suoi coetanei aveva visto sfilare il corteo.

Tornavamo da scuola. Era un pomeriggio grigio di nebbie autunnali. A metà percorso della salita che portava in colonia, uno di noi disse voltandosi indietro: «Guardate!». E anche noi ci girammo a guardare. Lungo la strada che fiancheggiava il lago, stava sfilando una lunga colonna di gente: qualcuno portava anche dei cartelli appesi a un’asta, ma erano troppo distanti per leggere cosa c’era scritto. «Ma cos’è, una processione?» si chiese uno di noi. Vedemmo anche dei soldati tedeschi con i fucili puntati e allora capimmo ch’era una storia di guerra.

«Sembrano prigionieri.»

«Ma non sono dei soldati. Ci sono anche delle donne!»

In refettorio, mentre finivamo la cena, la notizia passò di bocca in bocca: i tedeschi avevano fucilato più di quaranta persone che avevano preso in un paese di montagna dov’erano stati uccisi dei loro camerati. «I tedeschi?» ci domandavamo sorpresi. Ci pareva impossibile che qualcuno come il graduato che giocava a pallone con noi potesse fucilare della gente qualsiasi.

«Ma non sono stati i nostri tedeschi! Degli altri» disse qualcuno.

E un altro: «I nostri sembrano buoni».[i]

 

Racconterà questo ricordo giovanile nel suo unico romanzo, Ragazzo della Bovisa, frutto di un periodo di malattia (dal 1983 al 1987) che lo costrinse a rinunciare ad un progetto filmico sulla Milano dei tempi della guerra, raccontata con occhi infantili, frutto della rielaborazione dei propri ricordi personali. Ne sortì invece questo racconto autobiografico pubblicato da Camunia nel 1986 e ripubblicato più volte da Mondadori a partire dal 2004.

[fig. 2 e 3. Copertine Mondadori]

Lo avevo brevemente recensito su Nuova resistenza Unita[ii] con allegata una breve scheda informativa sulla Colonia Motta; riporto entrambi di seguito:

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Un film…da leggere di Ermanno Olmi

Dalla Bovisa al lago  

La formazione e la crescita di un ragazzo negli anni della guerra: il progetto di un film anticipato dal documentario Milano ’83 ma mai girato per la grave malattia che colpì il regista tra l’83 e il 1987. Ne sortì invece un romanzo, l’unico scritto da Olmi (Ragazzo della Bovisa), edito nel 1986 ed ora riedito da Mondatori.

Un romanzo autobiografico di formazione che dell’origine filmica mantiene il ritmo, la precisa caratterizzazione dei luoghi e il ruotare agile dei personaggi intorno all’io narrante di un ragazzino tra il 1940 e il ’45.

I luoghi. La Bovisa, quartiere industriale e operaio, la casa di ringhiera e soprattutto la strada (“La strada mi ha insegnato a vivere …” dirà il regista in una intervista); Treviglio, la casa della nonna, un cascinale: spiraglio sul mondo contadino; la Colonia Ettore Motta della Edison sul Lago Maggiore, prima per una vacanza estiva nell’estate del ’43, e poi, a partire dal dicembre successivo, con i ragazzi sfollati dalla Milano sottoposta ai bombardamenti. Luogo di formazione diventa qui soprattutto il gruppo dei pari: dal più grandicello Tiberio che millanta grandi esperienze sentimentali, che adocchia (forse con successo) la vigilatrice della squadra “R” e che molti vogliono imitare, al più impacciato di tutti, il ritardatario Bertinotti, vittima privilegiata degli scherzi dei compagni e dei richiami delle “signorine”, alle coetanee con cui si intrecciano sguardi e talvolta messaggi.

Sullo sfondo, dapprima lontana, la guerra con i bagliori dei bombardamenti su Milano, con il lago notturno irrealisticamente immerso nel buio dell’oscuramento. Guerra che man mano si fa più vicina: soldati tedeschi che installano una stazione radio nel parco della Colonia, colpi d’arma da fuoco che risuonano dall’alto del Monte Rosso, la tragica visione sul lungolago della colonna dei “Quarantatré” e la notizia, la sera stessa, della loro fucilazione a Fondotoce. “– I tedeschi? – ci domandavamo sorpresi. Ci pareva impossibile che qualcuno come il graduato che giocava a pallone con noi potesse fucilare della gente qualsiasi.”

Il ritorno alla Bovisa corrisponde agli ultimi mesi di guerra. La colonna sonora trapassa dall’Internazionale dei giorni della Liberazione alla musica ballabile che riempie le strade dalle radio e dalle orchestrine improvvisate. “Si ballò per tutta l’estate” e un giovane ormai cresciuto poteva scegliere ed invitare, senza più timore, le ragazze alla danza.

Colonia Ettore Motta

Complesso di edifici disposti sulle pendici del Monte Rosso tra Suna e Fondotoce all’interno di un parco che sale sino a 150 m. dal livello del lago e si estende per 126.000 mq. Il grosso degli edifici (una decina con i corpi minori) è stato realizzato, per iniziativa di Giacinto Motta, fra il 1924 e il ‘29; erano destinati ad ospitare nel periodo estivo sino a 600 figli di dipendenti della Edison di Milano e, nella struttura più in vista a forma di poppa di nave affacciata sul golfo Borromeo, anche adulti convalescenti. Le scelte architettoniche sono tra l’eclettismo e il razionalismo e, in alcune, a molti sembra di riconoscere l’impronta di Piero Portaluppi, l’architetto che tra il 1913 e il 1925 realizzò gran parte delle centrali idroelettriche del bacino del Toce e che presiederà la Facoltà di Architettura di Milano dal 1938 al 1963. L’intero complesso della Colonia dagli inizi degli anni ’70 è in stato di abbandono.

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 Colonia Motta nel dopoguerra

Purtroppo oggi la Colonia continua nel suo stato di desolazione, visitata di straforo da curiosi, graffitari e da fotografi e videomaker amanti di bellezze abbandonate e inquietanti (cfr. qui e qui); avevo avuto l’occasione di visitarla quando, dopo l’acquisto da parte di Marcello Gabana, era stato avviato un progetto di ristrutturazione e con la Commissione urbanistica del Comune di Verbania avevamo preso  visione della imponente struttura. Purtroppo l’incidente che ha portato alla morte il proprietario, ha fatto sì che quel progetto e ogni altra ipotesi di recupero di questo complesso architettonico di pregio, collocato in una posizione paesaggistica invidiabile, siano allo stato attuale compromessi[iii].

Su internet non è difficile reperire foto che illustrano eloquentemente lo stato delle cose: una struttura esterna tutto sommato ancora riconoscibile, mentre gli interni sono completamente devastati.

  

   

       

 

Se non molto noto è il romanzo di Olmi sulla sua giovinezza, ancor meno lo sono i due documentari[iv] che nel 1953 e nel 1958 Ermanno ha realizzato per la Edison sulle sue Colonie estive. Il primo narra la vicenda dei 200 giovani calabresi sfollati in seguito all’alluvione del 1951 e ospitati alla Colonia Motta di Suna (visionabile qui). È il primo documentario che Olmi realizza per la Edison, da cui sortirà una lunga collaborazione che si concluderà con il suo ultimo lungometraggio (Torneranno i prati). Il secondo è dedicato alle attività per i bambini nelle colonie di Cesenatico, Marina di Massa e Suna. Anche questo è reperibile su internet (Edison Channel) e possiamo vedere la Colonia Motta (a partire da 15’ 30’’) in piena attività sul finire degli anni ’50.

Visionabile qui

 

In calce alla Graphic Novel, nei “titoli di coda”, richiamando l’episodio del corteo dei quarantatré visto dall’alto, abbiamo scritto:

Il ragazzino. Ermanno Olmi, regista del mondo degli umili, racconterà “di quel lungo corteo” nel 1986, nel suo unico romanzo incentrato sugli anni della sua infanzia: Ragazzo della Bovisa. L’avversità alla guerra ritornerà nel suo ultimo film: Torneranno i prati (2014).

Avversione alla guerra che trova appunto espressione nella sua ultimaopera, di fatto il suo testamento, e che già in Il mestiere delle armi aveva trovato una denuncia, rigorosa sul piano storico (la figura di Giovanni delle Bande Nere) e attuale nel messaggio (l’impatto della tecnologia – allora i cannoni – che amplifica e disumanizza ulteriormente la tragicità della guerra).

Ho rivisto recentemente Torneranno i prati in versione DVD; grazie agli extra e, in particolare, agli Appunti dal set, ci si può rendere conto di come Olmi curasse con precisione e spirito “artigianale” ogni minimo dettaglio (dal colore del legno, alla lunghezza precisa dei camminamenti delle trincee, alle previsioni metereologiche …) e nello stesso tempo come fosse sua volontà rendere consapevole ogni componente della troupe del significato preciso che il film, nel suo complesso e in ogni singola scena, avrebbe dovuto assumere.  Riprendo da qui alcune delle sue parole, a viva voce e, quale conclusivo omaggio, alcune immagini che lo ritraggono nel suo ultimo lavoro di regista.

«Non c’è un perché ho deciso di fare questo film … perché attendo dal pubblico la risposta. I perché importanti non riusciamo mai a risolverli da soli, abbiamo bisogno di incontrare, magari anche accidentalmente qualcosa che, non dico ci dia una risposta completa, ma che ci qualifica a porci tanti altri perché. …

Il perché che più immediatamente mi ha lusingato è stato il volto di mio padre; quando eravamo bambini, i miei fratelli ed io, e tornava alla sua terribile esperienza come soldato nei “bersaglieri arditi” – erano quelli che andavano nelle missioni impossibili – e raccontandoci alcuni particolari della loro sofferenza tentava di farci capire come la guerra è un momento in cui … un qualcosa facesse nascere una sorta di impazzimento nei popoli e, come è capitato nella guerra ’15 – ’18, per i potenti. …

Tutto il film si basa su tre capitoli fondamentali.

Uno è l’abdicazione alle regole militari, ossia siamo nel momento … il film finisce e c’è Caporetto. Quindi la situazione è disastrosa … contano più dei gradi le relazioni umane.

La seconda fase è quella dell’apprendimento: vale a dire “lì le cose sono chiare” perché sono tragiche … e quindi è la fase dell’apprendimento.

E poi c’è l’ultima fase che è quella dell’allucinazione, vale a dire, questa cosa che già dall’inizio non è realistica ma è evocativa … questa allucinazione è … lo stato permanente nella memoria umana.

I fatti che noi raccontiamo sono realmente accaduti, ma li raccontiamo non in modo realistico … è chiaro? …

Il suggerimento che veniva fatto ai giovani era mostrare fra tutti i sentimenti il più nobile di tutti. Non è facile. I ragazzi ci avevano creduto. Migliaia e migliaia di uomini inutilmente sacrificati da questa arroganza dei potentati che allora erano nelle alte aristocrazie del mondo.

Credo che se dovessimo esaminare nella storia dell’umanità, i grandi accadimenti tragici dei conflitti hanno come presupposto sempre lo stesso motivo: il potere per pochi, la ricchezza per pochi. Spero che questo film mostri proprio questo, al di là del dolore. Non dico una indicazione, ma un indizio per uscire da questa trappola vergognosa del tradimento nei riguardi dei più deboli.»

 

 

   

   

 

 

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[i] Questo il passaggio completo, sintetizzato nella Graphic Novel.

[ii] N. 1 gen. – feb. 2005, p. 6.

[iii] Una sintetica ricostruzione della vicenda è reperibile sul notiziario online VCO24.

[iv] Olmi Ermanno, Piccoli calabresi sul Lago Maggiorenuovi ospiti nella colonia di Suna (1953). Italia, Edison, Bn, 9’;  Olmi Ermanno, Giochi in colonia [Film sulle attività sociali] (1958) Italia; Sezione Cinema della Edisonvolta, Colore, 25’ 12”.

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Da oltre cinque lustri si è concluso il “Secolo breve” e ce ne stiamo pian piano accorgendo

Mi ero occupato del volume di Eric J. Hobsbawm dodici anni fa in occasione della pubblicazione della Guida alla Galleria della memoria, agile libretto destinato ad accompagnare i visitatori nella visita interna della Casa della Resistenza. In particolare, consultando l’opera dello storico britannico, mi ero soffermato sul tema della violenza, sul secolo delle due guerre mondiali, il secolo più violento della storia dell’umanità, tema che ben introduceva alla prima sala della Galleria della memoria (la Sala del ’900); introdotto dalla voce del sopravvissuto Carlo Suzzi vi scorre infatti un filmato concepito come un fluire continuo delle immagini dei peggiori crimini contro l’umanità perpetrati nel ‘900 assemblati in ordine cronologico. Meno attenzione avevo rivolto alla scansione temporale del “secolo breve” (1914 – 1991) limitandomi ad accettare il fatto che la scansione per “secoli” è puramente convenzionale e che pertanto ogni storico può proporre periodizzazioni più pregnanti dal suo punto di vista.

Un anno e mezzo fa, nel preparare un intervento sulla Peer&Media Education[1] mi sono reso conto di come quella periodizzazione coincidesse ad una fase ben precisa, ed egualmente delimitabile, della storia dei media, avvero all’epoca dei mass media (elettronici) che – come vedremo più avanti – inizia a ridosso della prima guerra mondiale e si esaurisce quando parallelamente si frantuma l’impero sovietico. Una coincidenza che mi ha fatto ripensare a quanto fosse pregnante la periodizzazione di Hobsbawm e mi ha portato nei mesi scorsi a rileggere con attenzione le quasi settecento pagine di quel testo. Scoprendo che non solo ci dice molto sul secolo passato ma ci permette di capire molto dell’epoca in cui viviamo oggi, delle sue nuove caratteristiche e dinamiche, nonché delle sostanziali differenze con l’epoca passata. Stimolandoci a cercare di capire ed ipotizzare dove sia possibile e magari auspicabile dirigersi.

Eric John Ernest Hobsbawm (1917 – 2012)

Hobsbawm ha scritto moltissimo e le sue opere non solo trattano argomenti ed epoche diverse ma hanno anche approcci tra loro molto diversificati (opere storiografiche nel senso più tradizionale, autobiografiche, sociologiche, politiche, cultuali …). Utilizzando una immagine di Enzo Traverso[2] egli passa dal “microscopio” delle prime opere sui movimenti sociali, sulle sue forme primitive di rivolta (I ribelli, 1966), su quelle “irregolari” che permangono nel mondo industriale (I banditi, 1969), sull’anarchismo e su momenti specifici del movimento operaio inglese o sulla Storia sociale del jazz (1982) per poi passare al “telescopio” della sua poderosa tetralogia sull’epoca moderna (L’Età della Rivoluzione. 1789-1848, Il Trionfo della Borghesia 1848-1875, L’Età degli imperi. 1875-1914, Il secolo breve 1914-1991).

L’influenza dell’approccio sociale degli Annales è evidente, ma con una specificità (un marxismo, non dogmatico ma mai rinnegato) e uno spessore teorico, categoriale che si evidenzia ad esempio ne L’invenzione della tradizione (1983) e nei contributi alla rivista Past & Present.

Con riferimento alla tetralogia e in particolare al Secolo breve – la sua opera più conosciuta – si può rimarcare uno stile del tutto personale che lo allontana dai francesi delle Annales. Si sottolinea in genere la letterarietà della sua scrittura ma a me sembra che il suo tratto distintivo non solo abbandoni ogni modalità di costruzione cronologica, ma che si sviluppi per tematiche con un’ottica – più di medio che di lungo periodo – non tanto rivolta “in avanti”, ma all’indietro. Mi spiego: non c’è uno sviluppo prevedibile e leggibile del percorso storico che “progredisce” per fasi o per “modi di produzione” come nella “canonica” marxista, ma una sua (parziale) leggibilità a partire dall’oggi e dall’occhio dell’autore, dalla sua collocazione storico temporale ed anche teorica. Uno sguardo a ritroso che permette di cogliere le relazioni fra eventi anche lontani nel tempo e/o nello spazio. In sostanza a me sembra che, pur avendo assimilato la lezione degli Annales e il rifiuto della storia evenemenziale (successione cronologica di eventi su cui si fonda il “breve periodo”), più che abbracciare il medio o lungo periodo Hobsbawm sostituisca alla storia degli eventi una “storia delle relazioni” e delle categorizzazioni (definite non a priori ma a posteriori).

La suddivisione cronologica che impronta la tetralogia è in buona parte incentrata sulla storia europea; aspetti questi (suddivisione ed eurocentrismo) che hanno sollevato critiche da parte di parecchi studiosi con proposte di periodizzazione e di ottica alternative. Sia Stefano Azzarà[3] che Enzo Traverso ricordano in particolare Il Lungo XX secolo di Giovanni Arrighi, opera che fa “da controcanto” a quella di Hobsbawm. Lascio la parola a Traverso:

“Nel 1994, Giovanni Arrighi pubblicava The Long Twentieth Century, un lavoro che, ispirandosi a un tempo a Marx e a Braudel, propone una nuova periodizzazione della storia del capitalismo.[4] Egli individua quattro secoli “lunghi” nell’arco di seicento anni e corrispondenti a differenti “cicli sistemici di accumulazione”, ancorché suscettibili di sovrapporsi gli uni agli altri: un secolo genovese (1340-1630), un secolo olandese (1560-1780), un secolo britannico (1740-1930) e, infine, un secolo americano (1870-1990). Delineatosi all’indomani della guerra civile, quest’ultimo conosce la sua ascesa con l’industrializzazione del Nuovo Mondo e perde fiato intorno agli anni Novanta del secolo scorso, quando il fordismo viene sostituito da un’economia globalizzata e finanziarizzata. Secondo Arrighi, siamo entrati oggi in un XXI secolo “cinese”, vale a dire in un nuovo ciclo sistemico di accumulazione, il cui centro di gravità si colloca tendenzialmente in estremo Oriente.”[5]

Hobsbawm ha ammesso senza problemi l’approccio prevalentemente eurocentrico del suo libro; non era nella sua ottica e nel suo stile quello di rinnegare o anche solo di “mettere tra parentesi” il suo essere un europeo, britannico e marxista che ha attraversato tutto il secolo scorso. E per quanto riguarda la periodizzazione da lui utilizzata ha anche riconosciuto come questa non sia incompatibile con altre suddivisioni storiche.[6]

Il secolo breve (ovvero della Società di massa)

La lettura della sua opera allora può avvenire con lo stesso criterio: con gli occhi dell’oggi per cogliere le relazioni fra noi e il Secolo breve da lui descritto come l’Età degli estremi[7].

Provo, in prima battuta, ad estremizzarne una sintesi: essendo appunto due “gli estremi” il “secolo breve” è coinciso con un mondo bipolare sia nella fase più radicale di conflitto (la Seconda Guerra mondiale) con lo scontro fra i sostenitori del progresso e la reazione nazifascista (gli eredi dell’illuminismo e i suoi avversari) sia, dopo la conclusione della guerra, con lo scontro fra capitalismo e comunismo (la Guerra fredda). Scontro bipolare che non solo contrapponeva Stati, ma anche settori della popolazione all’interno degli stessi stati (conflitto ideologico e politico) con coinvolgimento attivo delle masse. E pertanto il Secolo breve è stato il secolo della Società di massa e, come sottolineerò, anche quello del pieno sviluppo dei mass media.

Alla prima fase del secolo, definita come la “Età della catastrofe” corrispondente alle due guerre mondiali, succede la “Età dell’oro” che coincide con il periodo della Guerra fredda e del pieno sviluppo capitalistico della società dei consumi. Il cambiamento è globale; con la fine degli imperi coloniali capitalismo e mercato si diffondono anche nel terzo mondo con una trasformazione complessiva delle società. Per la prima volta nella storia i contadini non rappresentano più la maggioranza della popolazione mondiale e la società arcaica con la sua struttura familiare e i suoi valori viene rapidamente travolta. L’equilibrio est-ovest stimola sul piano dell’innovazione entrambi gli antagonisti e, unitamente alla presenza di forti movimenti operai, porta allo sviluppo del Welfare State e più in generale ad una capacità di “autoriforma” dell’economia capitalistica.

Nei paesi dell’Europa orientale il “socialismo reale”, dopo una prima fase di sviluppo, vide a partire dagli anni ’70 un rallentamento dell’economia che successivi tentativi di riforma non riuscirono a fermare. Di qui un lento declino (una crisi strisciante) dell’URSS che nemmeno la “cura da cavallo” di Gorbaciov riuscì a fermare; anzi, la tutto sommato statica società sovietica non era preparata ad un cambiamento così radicale e sopravvenne la “frana” dell’URSS e dei suoi paesi satelliti.

Fu la vittoria del capitalismo e della democrazia liberale? Solo in parte perché la frana si ripercosse sugli equilibri globali e il capitalismo (che non coincide necessariamente con la democrazia liberale come la storia ha più volte dimostrato) perse la sua capacità di autoriforma. Gli stati diventarono sempre meno in grado di controllare una economia globalizzata, l’età della “frana” aperse la strada all’attuale “età della frantumazione” (tutto si frantuma: dalle famiglie agli stati) e all’età dell’equilibro bipolare subentrò quella degli squilibri e dell’incertezza.

Incertezza che ci portiamo come eredità in questo nuovo millennio dove tutto è cambiato (e velocemente tutto cambia) senza che si riesca ad intravvedere un futuro chiaro e nemmeno a ipotizzarne uno possibile ed auspicabile. Dirà Hobsbawm in una delle sue ultime opere[8] dedicata alle trasformazioni culturali del ‘900:

“Questo è un libro su quello che è accaduto all’arte e alla cultura della società borghese dopo che quella società se n’è andata con la generazione post 1914, per non tornare mai più. E in particolare su un aspetto dell’enorme cambiamento globale che l’umanità ha vissuto a partire dal Medioevo, terminato all’improvviso negli anni Cinquanta del Novecento per l’80 per cento del pianeta – negli anni Sessanta per tutti gli altri – quando le regole e le convenzioni che avevano governato le relazioni umane si erano logorate visibilmente. Di conseguenza, è anche un libro su un’epoca della storia che ha perso l’orientamento e che, nei primi anni del nuovo millennio, guarda avanti, con più ansiosa perplessità di quanto io ricordi nella mia lunga vita, senza una guida e una bussola, a un futuro inconoscibile.”

I mass media e il loro tramonto

Non è mia intenzione riproporre qui una storia, seppur sintetica, dei media – storia peraltro in gran parte notoria –, ma focalizzare lo stretto nesso fra la società di massa che ha caratterizzato il “Secolo breve” con i moderni mezzi di comunicazione di massa e come il tramonto del Secolo breve corrisponda in modo direi cronometrico anche al tramonto dei mass media. Tentando, se non di capire il senso e le tendenze del mondo storico e mediatico contemporaneo, almeno di farci alcuni interrogativi sull’oggi senza più utilizzare categorie ormai obsolete.

Gli antecedenti diretti dei mass media furono il telegrafo e il cinema.

Intorno alla metà dell’Ottocento si verificò nel mondo della comunicazione una nuova, profonda rivoluzione; si passò, lentamente ma inesorabilmente, dalla cultura tipografica alla cultura dei media elettrici e, successivamente, elettronici. Sino allora le notizie si erano mosse alla velocità del messaggero, cioè alla velocità delle gambe dell’uomo o del cavallo, della corrente dei fiumi o della locomotiva dei primi treni. … Questo stato di cose cambiò radicalmente per la scoperta di un artista americano, Samuel Morse, del telegrafo elettrico. In particolare, nel 1844, grazie a 30.000 dollari forniti dal Congresso, egli inaugurò un collegamento telegrafico tra Washington e Baltimora. … Fu soltanto «con l’avvento del telegrafo – nota McLuhan[9]– che i messaggi poterono viaggiare più in fretta del messaggero … Con il telegrafo l’informazione si è staccata da materie solide come la pietra e il papiro …» (Massimo Boldini, Storia della comunicazione, Newton, Roma 1995, p. 73)

Il 28 dicembre del 1895 i fratelli Lumière, in una sala del Gran Café di Parigi, proiettano per la prima volta ad un pubblico pagante (trentatré spettatori al prezzo di un franco) dieci brevi filmati; il primo di questi (L’uscita dalle officine Lumière) pertanto viene solitamente indicato come l’inizio della storia del Cinema. Se da un punto di vista tecnico si tratta di una evoluzione della fotografia (più fotografie in rapida successione) dal punto di vista mediale il salto è significativo: da una singola immagine a un flusso lineare finito (con un inizio e una fine) proiettato da un “emittente” a un gruppo di utenti che “ricevono” in contemporanea la sequenza filmica.

Non è la nascita dei mass media vera e propria, ma ci siamo vicini. L’evento che, secondo Ruggero Eugeni, segna questa nascita è normalmente ricordato per tutt’altro motivo: il naufragio del Titanic nella notte 14 fra il 14 e il 15 aprile del 1912.

“Nel 1912 l’affondamento del Titanic avviene per così dire in diretta: il transatlantico monta, tra le altre novità tecnologiche, il recente telegrafo senza fili della “Marconi Wireless Telegraph Company of America”; le segnalazioni inviate permettono dl salvare i 700 superstiti, ma anche di vivere a distanza la tragedia momento per momento. Non sappiamo con sicurezza se l’operatore della Marconi in servizio quella notte fosse David Sarnoff – come egli stesso afferma; sappiamo però che Sarnoff di lì a poco avrebbe maturato una idea rivoluzionaria: sfruttare la tecnologia dl trasmissione di segnali attraverso le ode hertziane non per comunicare da punto a punto, ma per trasmettere messaggi (soprattutto musica) da un unico punto di emittenza a infiniti punti dl recezione: con il progetto della “radio music box” (1916) nasce la rete broadcasting. Su questo nuovo principio a partire dal 1920 sorgono le prime stazioni radiofoniche, sia private che pubbliche.”[10]

Con il broadcasting si passa così da un flusso lineare finito ad un flusso lineare infinito e da un pubblico di utenti definito ad uno indefinito che riceve “in contemporanea” la trasmissione. David Sarnoff era ben consapevole della portata dell’innovazione e, oltre aver fondato la prima radio, divenne il dirigente dal 1919 al 1970 della RCA (Radio Corporation of America) e nel 1939 darà anche vita al primo network televisivo, la NBC (National Broadcasting Company).

La nascita dei moderni mass media elettronici può allora collocarsi tra 1912 e il 1916, proprio gli anni in cui, con la Prima guerra mondiale, inizia anche, secondo Hobsbawm, il Secolo breve. L’età degli estremi, della mobilitazione delle masse e dei totalitarismi è anche l’età in cui i mass media (radio, cinema, televisione) si originano, si diffondono e permettono di influenzare le masse da parte di chi li produce, trasmette e controlla economicamente e/o politicamente. Lo storico britannico ricorda in particolare il ruolo avuto dalla televisione grazie alla sua enorme diffusione che ne fece il medium più popolare prima negli Stati Uniti (anni ’50), poi in Gran Bretagna (anni ’60) e nei decenni successivi negli altri paesi: ad esempio “Negli anni ’80, circa l’80% della popolazione brasiliana aveva accesso alla televisione.”[11]

Certo vi sono state delle differenze, ad esempio tra i paesi dove l’emittenza era monopolio (o comunque in prevalenza) dell’ente pubblico e dove/quando la prevalenza è stata privata e in concorrenza fra più network. La moltiplicazione dei canali e la preponderanza del privato (unite a telecomando e alla videoregistrazione con possibilità di fruizione in differita) con la conseguente “libertà” di costruirsi un palinsesto personalizzato, non significa che il medium abbia perso la sua capacità di influenza e condizionamento. L’utilizzo da parte dei governi e del potere politico per certi versi è più esplicito nelle sue finalità e ha prevalso nei periodi di conflitto e nei paesi meno democratici; quello privato è naturalmente più in sintonia con le finalità commerciali della società dei consumi con un influsso che ovviamente non avviene soltanto nelle pause pubblicitarie. Senza dimenticare i molteplici esempi – da Reagan a Berlusconi – dove personaggi o detentori dei media si sono trasformati in potenti personaggi politici in un cortocircuito fra condizionamento e potere mediatico, economico e politico.

 

Ma se capacità di persuasione e condizionamento sono veicolati tramite i media “dall’esterno all’interno” degli spettatori, secondo Alain Ehrenberg

Alain Ehrenberg

negli anni ’80 vi è un momento di rottura, a suo modo rivoluzionario (e che avrà poi larga diffusione nel periodo dei new mdia) in cui non è il messaggio pubblico che irrompe nel privato dello spettatore ma, con la frantumazione della barriera fra privacy e pubblico dominio, si attiva il percorso inverso. Questo, secondo il sociologo francese, si è concretizzato per la prima volta una sera degli anni ‘80 allorquando, in una popolare trasmissione televisiva seguita da milioni di spettatori, una certa Vivienne ha tranquillamente ammesso di non aver mai provato l’orgasmo perché il marito era affetto da eiaculazione precoce.[12] È il tema che Serge Tisseron descrive come passaggio dalla intimità alla “estimità” ovvero alla tendenza a rendere pubblici aspetti ed esperienze della propria intimità[13]. Tendenza che permeerà nell’epoca digitale i social network più popolari.

 

E arriviamo, in questa rapida carrellata, a quello che possiamo considerare come il manifesto della frantumazione e superamento dei mass media e della loro epoca. È il 22 gennaio del 1984 quando viene trasmesso per la prima (e unica) volta in televisione 1984, spot della Apple per Macintosh.

 

                                  

> QUI

Il 24 gennaio Apple Computer presenterà Macintosh. E vedrete perché il 1984 non sarà come «1984».”

Lascio il commento a Ruggero Eugeni:

“Il filmato 1984 è oggi un caposaldo della storia della pubblicità audiovisiva: diretto da Ridley Scott (reduce dal film Blade Runner), osteggiato dalla Apple, fortemente voluto da Steve Jobs in persona, è senza dubbio molto più di un commercial: si tratta della visione teoricamente lucidissima di cosa sarebbero stati i media del futuro — ovvero i media di oggi. E della profezia altrettanto lucida che i media, oggi, non ci sarebbero più stati.

Il riferimento alla satira distopica di Orwell è sintomatico. … Dietro il Grande Fratello del commercial Apple si apre, infatti, l’intero panorama dei media Otto-novecenteschi e della loro stretta alleanza con i regimi totalitaristi che hanno contraddistinto il Secolo breve. Media … utilizzati da istituzioni e da Stati come strumenti di propaganda, di massificazione, di depersonalizzazione dell’individuo.”[14]

Il Mac non sarà un semplice PC, un calcolatore, ma un “nuovo media” che decreterà il tramonto dei “vecchi media” e il Grande fratello non potrà più ipnotizzare una massa passiva di sudditi con il suo grido totalizzante “We shall overcome”. Ma perché la profezia si compi saranno necessari due eventi paralleli: il crollo del Muro di Berlino (9 novembre 1989) cui segue nel biennio successivo la disgregazione dell’URSS e la nascita, tra il 1990 e il ’91, del World Wide Web.

Nello stesso anno indicato da Hobsbawm quale fine del Secolo breve, con l’apertura di una nuova fase storica (di transizione?) definita da Todorov come Il nuovo disordine mondiale[15], nasce infatti il Web che ibrida comunicazione telefonica (bidirezionale) e broadcasting. Il PC diventa un nuovo media, anzi un “meta-media” che non collega più centro-emittente e periferia di riceventi, ma infiniti punti fra loro (la rete) e rimette in circolo (ri-mediazione) i singoli media (fotografia, musica, giornale, televisione, cinema …) e li contamina fra loro generando ipertesti interattivi. E se, come sottolineava Walter Benjamin, l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica[16] faceva sì che l’originale perdesse la sua aura, con il digitale la riproduzione (e la sua diffusione tramite il web) di un’opera digitale non dà vita a “una copia” ma a un “gemello” perfettamente identico. In sostanza non solo l’opera d’arte perde definitivamente l’aurea, ma si genera anche la scomparsa dell’originale: tanti originali, nessun originale.

Tramonta la gerarchia emittente/ricevente: ogni punto, ogni soggetto che opera in rete è sia emittente che ricevente; tramonta parallelamente l’autorevolezza (auctoritas) dell’autore in quanto con il web è possibile per chiunque la pubblicazione di testi, video, foto, ipertesti e di conseguenza nasce la figura del produttore/consumatore: il cosiddetto prosumer.

Se con il cinema avevamo un testo lineare e finito, con i mass media un testo lineare infinito (broadcasting) con il web e i social media ci troviamo (non di fronte ma immersi) in un ipertesto multimediale interattivo, reticolare e infinito.

Avevo già sottolineato in un post di cinque anni fa come il mondo digitale non sia affatto “virtuale” ma reale, una espansione del reale, come d’altronde è sempre avvenuto per tutti i prodotti della tecnologia; è doveroso aggiungere come, grazie al wireless e al moltiplicarsi delle strumentazioni di connessione, alla loro portabilità (tablet, smartphone, navigatori …) e indossabilità (Google Glass, smartwatch, sportwatch con GPS, ecc.), oggi risulti sempre più difficile distinguere ciò che è digitale da ciò che non lo è. I new media sono sempre più onnipresenti e sempre connessi: se all’inizio con il PC fisso potevo entrare e uscire dalla rete (online e offline) oggi ne siamo immersi; Ruggero Eugeni definisce questa nuova situazione come Condizione postmediale o amoderna mentre Luciano Floridi la chiama Condizione onlife (né online offline): siamo infatti immersi in quella che lui chiama “Infosfera[17], un mondo in cui analogico e digitale, organismi naturali e prodotti artificiali  interagiscono e fondono senza soluzione di continuità. E se prima il digital divide indicava la frattura fra chi aveva accesso alla tecnologia e a Internet e chi ne era escluso, oggi, secondo Floridi, indica la divisione fra chi è onlife (costantemente connesso) e chi invece no.

 

Alcuni interrogativi[18]

  • La tendenza alla frantumazione degli Stati plurinazionali (e tutti almeno un po’ lo sono) e la conseguente proliferazione di nuovi Stati, è inarrestabile? L’osservazione di Hobsbawm “Il mondo più comodo per i giganti multinazionali è un mondo popolato da staterelli nani o un mondo del tutto privo di stati” (p. 331) è anche una profezia? E tale tendenza va sempre contrastata? O non è “giusto” sostenere ad esempio la necessità di uno Stato Curdo e di altri popoli senza stato?
  • In un mondo dove i conflitti proliferano, le armi sono di sempre più facile accesso e gli organismi internazionali (ONU in primo luogo) privi di effettivo potere, come intervenire per limitare guerra e conflitti? I movimenti pacifisti hanno sinora dimostrato non solo altalenante capacità di mobilitazione ma, anche nei momenti migliori, scarsa incidenza.
  • L’Ottocento e in particolare il Novecento sono stati secoli di laicizzazione e i conflitti a base religiosa sono stati sostituiti da quelli nazionali e ideologici (l’età degli estremi). Oggi la dinamica sembra inversa, con la rinascita di conflitti religiosi e con un processo di de-laicizzazione che sta riportando il mondo (per vari motivi, compreso quello demografico: “in tutto il mondo i gruppi più religiosi hanno il più alto tasso di natalità[19]) a una prevalenza di popolazione credente e osservante nelle diverse religioni. Ha senso e come va impostata una battaglia laica oggi?
  • La “frantumazione” generata dal capitalismo finanziario e dal neoliberismo non ha colpito solo gli Stati, ma anche (e per certi versi soprattutto) le società con il progressivo declino dei “corpi intermedi” e delle strutture della società civile (sindacati, associazioni, ecc.) lasciando gli individui e i gruppi sociali sempre più soli. In più casi questa “disintermediazione” è stata sostenuta anche da forze politiche di origine operaia (il laburismo a trazione blairiana e il partito democratico a guida renziana) nella illusione che favorendo in questo modo lo sviluppo si sarebbe accresciuto il benessere di tutti. Sono invece aumentate le diseguaglianze. Come rigenerare questi “corpi sociali intermedi” e come eventualmente dar vita a nuovi?
  • Un interrogativo che è soprattutto un dubbio: la fase attuale del capitalismo finanziario e la globalizzazione sono fra loro intrinseche e vanno rifiutate (o accettate) entrambe o è possibile contrastare il primo e accettare i vantaggi della seconda?
  • La tendenza alla frantumazione, accompagnata dall’irruzione dei social network, rende deboli le comunità locali e l’identità collettiva. Siamo sempre più di fronte a quella che io chiamo “la società degli io” con la debolezza e fragilità di un qualsiasi “noi”. Non ovunque è così, ma sembra che gli unici “noi” consistenti siano quelli plebiscitari di regimi e stati non (o assai poco) democratici. C’è una terza via fra il fragile individualismo (proprietario?) che ricerca una propria identità nell’estimità narcisisticamente esibita nei social, e l’identificazione totalitaria in un leader energico e potente?
  • È possibile dar vita a comunità nuove, non chiuse e non fragili, in grado di progettare il proprio futuro e dare una base più solida alle identità plurime in cui ognuno di noi è interrelato? Le comunità territoriali sono sottoposte a processi economici e sociali di disarticolazione, quelle online sono instabili e si succedono con una rapidità che le rende aleatorie (oppure si rinchiudono in nicchie irrilevanti). Si possono ipotizzare nuove comunità in grado di integrare territorio e partecipazione online all’interno di visioni progettuali chiare? E i new media possono essere declinati in questa prospettiva?

 

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Il secolo breve[20] (Scheda di lettura)

 

Riporto di seguito, le note ed appunti che ho trascritto durante la lettura, soffermandomi sugli aspetti che più mi paiono pregnanti per leggere e tentare di capire il mondo d’oggi. Non un riassunto né una schematizzazione organica: molti spunti senza alcuna pretesa di ordine o sistematicità unitamente (>> fra parentesi) a qualche osservazione e considerazione personale.

Il secolo: uno sguardo a volo d’uccello (pp. 13-30)

Ironia della storia: è stata l’URSS a salvare il capitalismo spingendolo ad autoriformarsi (>> e dopo la disintegrazione dell’impero sovietico il capitalismo non sarà più capace di riformarsi di propria iniziativa)[21].

Nel corso del secolo breve si delinea un mondo dove la maggioranza umana non è più contadina; un mondo più ricco ma più diseguale.

Con un’economia mondiale integrata l’umanità non è più artefice del suo destino (>> Il controllo sfugge non solo ai singoli ma sempre più anche agli Stati).

Tre le diversità fondamentali fra il mondo del 1914 e quello successivo al 1991:

  1. Non è più un mondo eurocentrico con spostamento del baricentro dall’Atlantico al Pacifico.
  2. Cresce la consapevolezza di vivere in un mondo globale ma che la politica è incapace di governare.
  3. Disintegrazione dei vecchi modelli sociali, ancora fortemente presenti nel 1914, di rapporto di continuità fra le generazioni per dar vita a un individualismo asociale: “una società che consiste nell’assemblaggio di individui egocentrici fra loro separati” (29) (con la perdita autodistruttiva di ogni bene comune).

(>> La società degli “io”: mi vien da pensare che i nuovi movimenti autoritari non saranno costruiti su miti collettivi – patria, tradizione, ecc. – ma su sulla assolutizzazione egoistica degli interessi individuali. Un “me ne frego” totalmente autocentrato).

Il vecchio secolo non è finito bene.” (30)

 

L’età della catastrofe (pp. 31-265)

L’epoca della guerra totale. Nella prima guerra mondiale gli obiettivi delle nazioni belligeranti non erano più “delimitati” a determinate questioni e

Trincea (Grande guerra)

annessioni territoriali: la posta in gioco era il futuro di espansione delle rispettive economie e pertanto “aveva come posta scopi illimitati” (43).

Ancor più della Grande Guerra, la seconda guerra mondiale fu combattuta sino alla resa finale, senza che si pensasse seriamente a soluzioni di compromesso da nessuna delle due parti … Si trattava infatti per entrambi gli schieramenti di una guerra di religione o, per usare una terminologia moderna, di una guerra di ideologie. Per molti paesi coinvolti era anche, palesemente, una guerra per la vita” (58) schiavitù o morte era il destino dei popoli invasi dal Reich. “Perciò la guerra venne condotta senza limiti. La seconda guerra mondiale rappresenta l’allargamento della guerra di massa in guerra totale”. Coinvolgimento di tutta la popolazione, non solo al fronte.

Crescita della brutalità a partire dal 1914 sia in guerra che oltre: ricomparsa della tortura come consuetudine.

L’accrescersi delle brutalità non si dovette tanto allo scatenamento del potenziale di crudeltà e di violenza latente nell’essere umano, che la guerra naturalmente legittima … Una ragione rilevante della crescita della barbarie fu piuttosto l’inedita democratizzazione della guerra. I conflitti generali si trasformarono in ‘guerre di popolo’ sia perché i civili e la vita civile diventarono obiettivi diretti e talvolta principali della strategia militare, sia perché nelle guerre democratiche … gli avversari sono naturalmente demonizzati” (66).

Minor brutalità di era invece nelle guerre aristocratiche o condotte da professionisti.

Un’altra ragione fu la nuova conduzione impersonale della guerra, in base alla quale uccidere e ferire diventavano conseguenze remote del premere un pulsante o del muovere una leva. La tecnologia rendeva invisibili le sue vittime mentre ciò non accadeva quando si sventravano i nemici con la baionetta … Laggiù, al suolo sotto i bombardieri, non c’erano persone che stavano per essere bruciate o maciullate, ma obiettivi. Giovanotti gentili, ai quali non sarebbe certamente piaciuto affondare la baionetta nel ventre di una donna incinta di qualche villaggio, potevano assai più facilmente sganciare tonnellate di esplosivo su Londra o su Berlino o bombe atomiche su Nagasaki e Hiroshima,” (67)

(>> Il rapporto – assai stretto – fra democrazia e guerra andrebbe approfondito a partire dalla democrazia ateniese: ad es. il pugno di ferro contro la ribelle Mitilene e il “democratico” dibattito se punire con la morte tutti gli abitanti – o quanti – della colonia ribellatasi. Non è solo il problema dei limiti da porre alla democrazia o stabilire se essa sia un fine oppure un mezzo[22] ma il richiamo alla consapevolezza di quella che io chiamo “dialettica del rovesciamento” per cui idee, ideologie, istituzioni possono rovesciarsi nel loro esatto contrario, la libertà nella soppressione della libertà, l’eguaglianza nella più radicale diseguaglianza e così via. Un esempio che mi ha particolarmente colpito è il rovesciamento di ruoli che Gesuiti e Francescani hanno avuto (e ancora ne permangono effetti e comportamenti) nel passaggio dall’Europa al Nuovo mondo: a fianco delle popolazioni locali i primi, a sostegno del potere coloniale i secondi. A Quito la Chiesa del Gesù richiama sia all’esterno che all’interno il culto solare degli Inca, mentre la Chiesa di San Francesco campeggia a fianco dei palazzi del potere.

Non è un caso che Adorno e Horkheimer iniziarono la loro Dialettica dell’illuminismo[23] nel 1942, nel pieno della guerra: “…è sempre accaduto al pensiero vittorioso, che, appena esce volontariamente dal suo elemento critico per diventare uno strumento al servizio di una realtà, contribuisce, senza volerlo, a trasformare il positivo che si è eletto in qualcosa di negativo e di esiziale. … Se l’illuminismo non accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, firma la propria condanna”.)

Il modello leninista di partito “paragonabile agli ordini monastici e cavallereschi nel Medioevo cristiano … conferì un’efficacia sproporzionata anche a piccole organizzazioni” (96): modello di partito costituito da élites (avanguardie) particolarmente diffuso nei paesi extraeuropei.

Ruolo della prima guerra mondiale nella nascita della estrema destra fascista e nazista: “impatto su uno strato sociale medio e medio-basso, composto di soldati e di giovani che, dopo il novembre 1918, erano frustrati per aver perso la loro occasione eroica” (153); non solo pertanto come reazione al comunismo.

Populismi latino-americani che fondono il mito del popolo con nazionalismo e fascismo: “devono essere considerati come parte del declino del liberalismo nell’Età della catastrofe”. (165)

Tra le due guerre le democrazie erano fragili e non in grado di produrre governi stabili; “la democrazia parlamentare negli stati che succedettero ai vecchi imperi, come pure in molti paesi mediterranei e nell’America latina, era una pianta debole che cresceva in un terreno sterile. … Per quanti oggi guardano dietro al periodo tra le due guerre, la caduta dei sistemi politici liberali può sembrare come una breve interruzione nella loro conquista secolare del pianeta. Purtroppo mentre si avvicina il nuovo millennio, le incertezze sul futuro della democrazia non appaiono più così remote. Può darsi che il mondo stia infelicemente entrando in un periodo in cui, di nuovo, i vantaggi della democrazia non appariranno così ovvi com’è accaduto fra il 1950 e il 1990.” (171)

(>> Tragica e attendibile previsione: la democrazia dove c’è – e in molti stati, dall’Egitto alla Turchia alla Russia, il modello di elezioni plebiscitarie dà vita a regimi che è difficile definire democratici – è sempre più a rischio per le minacce che provengono sia dall’alto – dalla sempre più evidente insofferenza da parte del capitale finanziario per le ‘pastoie’ della democrazia – che dal basso: i movimenti sovranisti e xenofobi che prepongono paure e “sicurezza” a libertà ed eguaglianza civile.)

Durante la seconda guerra mondiale si realizzò l’alleanza fra USA e URSS. Non più (per il momento) capitalismo VS comunismo (o socialismo), ma progresso vs reazione (gli eredi dell’illuminismo contro i suoi oppositori): guerra internazionale e guerra civile interna (ma anche una sorta di guerra civile internazionale) oltre i nazionalismi.

La guerra civile spagnola fu l’anticipo della guerra mondiale. Facilitò poi l’alleanza antifascista.

La seconda guerra mondiale modificò più o meno tutti gli stati, salvo USA e URSS.

Dopo il 1914 cambiò anche il mondo dell’arte; le avanguardie furono essenzialmente due il dadaismo (ironia e gioco) che sfociò poi nel surrealismo (sogno e inconscio); mentre in ambito architettonico il costruttivismo che influenzò la Bauhaus. Siamo nell’ambito delle avanguardie (e delle élites).

Non fu però lo stimolo dell’avanguardia a conferire importanza alle forme artistiche di massa dell’epoca … Lo sviluppo più interessante in questo settore di media cultura fu la straordinaria esplosione di un genere che aveva già dato qualche segno di vita prima del 1914, ma senza far presagire i successivi trionfi: la storia poliziesca, ora scritta in forma di libro. … Il genere poliziesco è interpretabile come una sorta di curiosa invocazione a un ordine sociale minacciato (dall’omicidio), ma non ancora infranto. … L’ordine è restaurato dalla ragione applicata per risolvere il caso dall’investigatore. … Era un genere profondamente conservatore, ma ancora molto ottimistico …” (232-233)

Già nel 1914 nei paesi occidentali l’esistenza su vasta scala dei mezzi di comunicazione di massa poteva esser data per scontata. Tuttavia la loro crescita fu spettacolare nell’Età della catastrofe” (233): la stampa (che riguarda sostanzialmente un’élite anche se sempre più numerosa), il cinema che con il sonoro contribuì a rendere l’inglese lingua universale, e la radio potente strumento di condizionamento (per es. gli orari di vita) utilizzato sempre più consapevolmente dai governanti. La diffusione dei mass media corrisponde alla crescita dell’egemonia culturale degli USA.

Nel 1937 Hollywood sfornava 567 film, quasi più di dieci film alla settimana. La differenza tra la capacità egemonica del capitalismo e il socialismo burocratizzato sta tutta nel divario fra questa cifra e i 41 film che l’URSS affermava di aver prodotto nel 1938.” (234)

L’Età della catastrofe, con le due guerre mondiali, portò alla fine degli imperi e del colonialismo; la rivoluzione russa ebbe più influsso nei paesi coloniali che in quelli occidentali e agì da potente stimolo alla decolonizzazione.

 

L’età dell’oro (pp. 265-468)

Dal 1945 alla fine dell’Unione Sovietica (1991) “la storia dell’intero periodo è stata saldata in un unico contesto … dal costante confronto delle due superpotenze: la cosiddetta Guerra fredda”. (267) Corsa degli armamenti, guerre locali: quelle pareggiate (Corea) e quelle perse dalle superpotenze (Vietnam, Afganistan).

Dopo un periodo di crisi (Berlino, Congo, Cuba) “il risultato conclusivo di quella fase di minacce reciproche e di sfida vertiginosa fu un sistema internazionale relativamente stabilizzato e un tacito accordo fra le due superpotenze a non terrorizzare se stesse e il mondo, simbolicamente rappresentato dall’installazione della linea telefonica ‘calda’ che dal 1963 collegò direttamente la Casa Bianca e il Cremlino.” (287)

La crisi si riaccese all’inizio degli anni ’80 con la presidenza Reagan e le umiliazioni subite (soprattutto in Iran) con azioni militari (Granada 1983; Libia 1986; Panama 1989.)  

La Guerra fredda finì quando … le superpotenze riconobbero la sinistra assurdità della corsa alle armi nucleari e quando … accettarono di credere nel sincero desiderio dell’altra di porvi fine.” (294) Ruolo fondamentale di Gorbačëv. “Ai fini pratici la Guerra fredda finì con i due vertici di Reykjavík (1986) e di Washington (1987).” (295)

Non la guerra fredda ma la distensione fece crollare l’URSS.

Cambiamenti prodotti guerra fredda:

  1. Oscurate tutte le rivalità e conflitti internazionali precedenti mettendo ovunque al primo posto quello fra comunismo e capitalismo.
  2. Congelamento della situazione internazionale: ad es. Germania divisa per 46 anni. “Gli Stati Uniti non erano disposti a tollerare che in Italia, in Cile o in Guatemala andassero al governo i comunisti i filocomunisti più di quanto l’URSS fosse disposta a rinunciare al proprio diritto di inviare truppe nei paesi fratelli retti da governi dissidenti come l’Ungheria o la Cecoslovacchia.” (299)
  3. La Guerra fredda ha riempito il mondo di armi in modo superiore ad ogni immaginazione. Tutti esportano armi e tutti si armano.

(>> La fine dell’equilibrio fra le due superpotenze ha aperto il mondo a scenari instabili e imprevedibili: cambiano le motivazioni dei conflitti con il ritorno anche di nazionalismi e conflitti religiosi in un mondo “non più congelato” dove i soggetti in grado di modificare gli equilibri regionali e globali si moltiplicano e si succedono rapidamente. L’accesso ormai agevole ai grandi arsenali di armi facilita il proliferare dei conflitti. La priorità del mondo attuale mi pare la lotta alla guerra e alle armi (tutte le armi). Se si intravede una speranza, in un mondo che sembra lasciarne assai poche, è nell’azione “irriducibile” di alcune ONG, nel coraggio di alcuni reporter che non smettono di porci davanti agli orrori dei conflitti e nei giovanissimi statunitensi del March for our lives che in modo assai più deciso e prorompente che in passato sono scesi in piazza contro la lobby delle armi dopo l’ennesima strage, a Parkland in Florida, in una scuola.)

Dall’inizio degli anni ’50 sino a metà degli anni ’70 nel mondo occidentale furono gli Anni d’oro. Sviluppo dell’economia e dei consumi non solo basata sul laissez faire. Tendenza dell’economia a emanciparsi dagli stati nazionali; integrazione economica su scala planetaria e proliferazione di nuovi (piccoli) stati.

Il mondo più comodo per i giganti multinazionali è un mondo popolato da staterelli nani o un mondo del tutto privo di stati”. (331) Inizia un processo di delocalizzazione delle industrie che da allora in avanti sarà inarrestabile.

Non fu solo una rivoluzione economica ma una vera e propria la rivoluzione sociale che investe la seconda metà del secolo. “Quando gli uomini si trovano di fronte a qualcosa di nuovola parola chiave fu post … Il mondo, o i suoi aspetti più rilevanti divenne post-industriale, post-imperiale, post-strutturalista, post-marxista, post-Gutenberg e affini … In tal modo la più grande, veloce e universale trasformazione della storia umana entrò nella coscienza di chi la stava vivendo” (339-340)

Declino della classe contadina sia in occidente che nei paesi “arretrati” grazie allo sviluppo di produttività agricola, biotecnologia e meccanizzazione. Le città si riempiono: il mondo è sempre più un mondo urbanizzato. Aumento delle occupazioni che richiedono istruzione medio alta con esplosione iscritti all’università. Ribellione del ’68; universitari non più piccola élite ma nemmeno sufficienti per “rivoluzionare” la società. Diventano detonatori verso strati più vasti (ceti operai). Qualora agiscano da soli danno vita al terrorismo.

Fino agli anni ’80 la popolazione operaia non subì grandi “terremoti” ma rimase stabile (eccetto USA): almeno un terzo degli occupati, e parzialmente crebbe (specie nei paesi del terzo mondo); subì invece le conseguenze delle nuove tecnologie con crescenti differenziazioni al suo interno. Da qui la parziale trasformazione e il declino della sua coscienza.

Le donne, specie sposate, che lavorano passano dal 14% del 1940 alla metà e anche più del 60% in alcuni casi nel 1980. Più lavoro, accesso crescente all’università; diritto voto, divorzio e aborto, in politica. Nel mondo socialista alta è l’occupazione femminile ma quasi nessuna donna ha cariche politiche.

Alla rivoluzione sociale corrisponde una rivoluzione culturale che fa declinare le concezioni tradizionali.

Le manifestazioni che hanno successo non sono necessariamente quelle che mobilitano il maggior numero di persone, ma quelle che mobilitano il maggior interesse tra i giornalisti. Con appena un po’ di esagerazione si potrebbe dire che cinquanta persone intelligenti, che con una iniziativa di successo ottengono cinque minuti in TV, possono avere un effetto politico paragonabile a quello di mezzo milione di dimostranti.” (Pierre Bourdieu, 1994) (377)

Alla base vi è la crisi del modello di famiglia stabile e patriarcale con separazioni, divorzi, coppie di fatto e famiglie mono-genitoriali.  Non solo in occidente ma in tutto il mondo.

La Gioventù diventa un agente sociale indipendente. Icona dell’eroe che muore prima che termini la giovinezza (es. James Dean) e che pertanto rimane eternamente giovane. Anticipo della pubertà: l’età giovanile vista come fulcro della vita (come nello Sport) anche se il potere (specie politico) era ancora dei vecchi. L’età adula passa dai 21 ai 18 anni.

I genitori non più come modello e depositari di conoscenze. Cultura giovanile sempre più internazionale (ad egemonia USA): fra le due guerre l’egemonia USA è diffusa dal cinema. Poi dalla TV e dalla musica (dischi, cassette).

Il tutto è stato favorito dall’allungamento dell’età degli studi e dal potere d’acquisto dei giovani (e delle giovani). Mercato per i giovani che favorisce la diffusione di una specifica identità giovanile. L’età dell’oro accentuò il divario fra le generazioni. Nel terzo mondo il divario generazionale (per l’alta natalità) divenne ancora più ampio.

La cultura giovanile divenne la matrice di quella più ampia rivoluzione culturale che, modificando i costumi, il modo di trascorrere il tempo libero e la grafica pubblicitaria, creò sempre di più la particolare atmosfera nella quale era immersa la vita di uomini e donne che abitavano nelle città.” (388)

Due le caratteristiche della cultura giovanile dagli anni ’50:

  • cultura demotica” (da demos, popolo) ovvero i giovani del ceto medio alto imitano la cultura ceti bassi (vestiti, musica, linguaggio ecc.). Se prima i ceti bassi copiavano quelli alti ora avviene l’inverso: dal blues, ai blue jeans ecc., all’intercalare con parolacce;
  • cultura antinomiana (avversa alle regole, alle norme); al centro nel 1968 (vietato vietare): esaltazione della soggettività (“il personale è politico”, amore&rivoluzione”). Il sesso come attività dove più immediatamente si infrangono le regole”. Poi alcol e droghe (prima leggere poi eroina e cocaina). Omosessualità (da render pubblica) che emerse negli anni ’70. Autonomia illimitata del desiderio individuale. Analogia con la società dei consumi: centralità del soddisfacimento dei desideri.

“La rivoluzione culturale degli anni ’60 e ’70 può dunque essere intesa come il trionfo dell’individuo  sulla società, o piuttosto come la rottura dei fili che nel passato avevano avvinto gli uomini al tessuto sociale. … da ciò anche il senso di incomprensione tra coloro che avvertivano questa perdita e coloro che erano troppo giovani per aver conosciuto qualcos’altro che non fosse una società anomica.” (393-394)

Diffusione del neoliberismo e dell’individualismo di matrice statunitense (ma non solo). Margaret Thatcher: “La società non esiste; esistono solo gli individui”. (396)

L’individualismo ha colpito, soprattutto in occidente, le comunità cattoliche (es. Québec, Irlanda, Italia): crollo dei numero dei figli, calo della partecipazione alla messa ecc. (laicizzazione). Famiglie sempre più nucleari. Crollo delle vocazioni al sacerdozio.

Il ruolo della famiglia era centrale per sorreggere l’economia agricola e la prima economia industriale. Anche per garantire il rispetto dei contratti; solo successivamente questo ruolo sarà assunto dalla Stato: in sua assenza era garantito dai legami di sangue e di comunità (es. gruppi religiosi).

Lo stato assistenziale sopperisce al dissolversi dei legami familiari e comunitari di aiuto. “Il ruolo della famiglia e della parentela diminuisce con il crescere dell’importanza delle istituzioni statali” (399). Ricomparsa della “sottoclasse” (gli emarginati non in grado di guadagnarsi da vivere. Es. neri negli USA, immigrati, ecc.); poveri senza legami di aiuto. Nei periodi di crisi la parcellizzazione sociale (assenza di reti di aiuto) mostra i suoi limiti. L’ideologia individualistica capitalistica ha remato contro se stessa.

 

La decolonizzazione e la rivoluzione trasformarono vistosamente la mappa politica del pianeta. In Asia il numero degli stati indipendenti, riconosciuti a livello internazionale, si quintuplicò. In Africa, dove nel 1939 c’era un solo stato indipendente, dopo la decolonizzazione ce ne furono una cinquantina. Persino nelle Americhe, dove la decolonizzazione dell’inizio dell’Ottocento si era lasciata alle spalle in America latina circa venti repubbliche, un’altra dozzina se ne aggiunsero dopo la decolonizzazione novecentesca. Il fatto importante riguardo a questi nuovi stati non era però il loro numero, quanto l’enorme peso e la crescente pressione demografica che essi collettivamente esercitavano.” (405)

Diffusione del capitalismo ma con assetti politici diversi dalle democrazie occidentali: ruolo importante dei militari e delle autorità (e organizzazioni) religiose. Aumento delle differenze fra Nord e sud. Dagli anni ’70 si sviluppa il processo di globalizzazione dell’economia. Corruzione delle élite locali e reazioni fondamentaliste, antimoderniste. Migrazioni massicce dalle campagne alle città. Rivoluzione verde nelle campagne: coltivazione di varietà di cereali selezionate e sviluppo di coltivazioni destinate all’esportazione. Migrazioni e rimesse degli emigrati che trasformano le economia e le tradizioni di quei paesi. Nell’Area asiatica dell’URSS e nel Caucaso vi era però un terzo mondo tradizionale che fu conservato perché “la rivoluzione comunista fu una macchina che funzionò in senso conservatore” (432). Le masse giovani inurbate entrarono in conflitto con le vecchie élite occidentalizzate e laicizzate; in quelli asiatici e in quelli islamici con il conflitto si espresse “tra i vecchi leader laici e la nuova democrazia di massa islamica”. In altre aree con movimenti di lavoratori non socialisti (es. PT brasiliano) sostenuti dal clero cattolico. Estrema varietà di esiti e indirizzi in tutto il “terzo mondo”: unico fattore comune l’instabilità.

Il socialismo reale (436-468). Dopo la prima guerra mondiale l’unico impero sopravvissuto fu quello russo, non più sotto gli zar, ma sotto i bolscevichi. Area dei paesi socialisti, separata politicamente ed economicamente come sul piano della conoscenza e dell’informazione. L’ostracismo occidentale favorì la separazione e anche il riparo dalla crisi di Wall Street. Solo negli anni ‘70 e ‘80 l’universo economico del “campo socialista” incominciò ad integrarsi col mondo occidentale. Ma questo fu l’inizio della sua fine. L’isolamento era considerato una necessaria difesa prima dell’esportazione della rivoluzione a livello mondiale. Per prima cosa era necessario superare l’arretratezza: modello di pianificazione per paesi arretrati (come per le ex colonie) con sviluppo accelerato. La base venne posta durante la guerra civile (economia di guerra).

Due tendenza a confronto: gradualismo (Bucharin) vs accelerazione. NEP optò per una crescita economica equilibrata. Con Stalin invece prevalse l’industrializzazione forzata (Economia pianificata: piani quinquennali) e lo sfruttamento dei contadini con la collettivizzazione. Industrializzazione rapida e mantenimento della popolazione di poco al di sopra della sussistenza. Il tutto portò ad una rottura con la tradizione democratica del socialismo europeo: centralizzazione non solo economica ma anche politica (centralismo “democratico”). Sotto Stalin prevalse l’autocrazia con la fine della divisione dei poteri. Culto del capo (Mausoleo di Lenin): Lenin non pensava (come poi invece Stalin) alla teoria come una sorta di religione di stato (il “marxismo-leninismo”). Stalin “trasformò i sistemi politici comunisti in monarchie non ereditarie” (456).

Nel XVII congresso PCUS (1934) vi era la presenza di una opposizione a Stalin. Nel XVIII (1939) solo 37 delegati dei 1827 del ’34 erano ancora presenti mentre gli altri tutti epurati: la repressione di Stalin fu soprattutto contro il suo stesso partito. Sembrerebbe aver prevalso la paranoia rispetto al machiavellismo, al fine che giustifica ogni mezzo; c’era la volontà di eliminare ogni contrappeso e ogni altro possibile potere. Rinascita delle barbarie nel XX secolo rappresentata dal gulag. Però il sistema sovietico non era “totalitario”, non imponeva un pensiero unico a tutta la popolazione (a parte il partito e l’apparato statale) ma alla classe dominante (partito-stato): questo spiega il gran peso che assunse la cultura dissidente negli anni ’60-70.

Ungheria 1956

Gli altri stati comunisti si uniformarono al modello sovietico: partito unico e centralismo economico; in Germania est, Romania, Polonia e Ungheria fu imposto dalle truppe sovietiche; altrove da spinte e forze locali. Anche nei primi quattro paesi inizialmente ci fu appoggio popolare.

In Cina autonomia dall’URSS e appoggio formale (rottura poi con Chruščëv). Nel 1948 rottura con Tito ma il modello sostanzialmente non differiva. La crisi del blocco comunista si ebbe dal 1956 col XX congresso. Leadership riformiste in Polonia; rivoluzione in Ungheria con Nagy: no al partito Unico, no al patto Varsavia e neutralità; questo non fu accettabile per l’URSS e nel novembre scattò l’invasione e repressione sovietica. Non ci furono ripercussioni da parte occidentale: prevalse il principio di non ingerenza reciproca fra campo comunista e occidente (con l’eccezione di Cuba).

Nel 1968 emerge il movimento operaio polacco: un percorso classico di sindacalismo ma in funzione “antisocialista”.

(>> Un altro esempio di dialettica del rovesciamento: gli operai contro coloro che si autoproclamavano quali rappresentanti del potere proletario e del movimento operaio. Ne ho un ricordo netto anche visivamente: le immagini rimbalzate in occidente degli operai polacchi del tutto simili nei comportamenti di lotta, e sin modo di vestire, a quelli italiani mentre la “controparte” rappresentata dai sindacati ufficiali che si comportava (e vestiva) come i nostri rappresentanti del patronato.)

In Cecoslovacchia l’opposizione fu soprattutto interna al partito e in particolare slovacca (Dubcek): gli obiettivi erano la decentralizzazione economica congiunta ad una liberalizzazione culturale. Riflesso del ’68 anche all’est: primavera di Praga. Accoglienza calorosa a Praga di Tito e Ceausescu alla ricerca di una “terza via” comunista; anche in questo caso l’URSS effettuò l’intervento militare e in questo modo, per altri 20 anni, impose la compattezza del blocco comunista con la minaccia delle armi. Da sottolineare come fino agli anni ’50 l’economia di questi paesi crebbe, poi rallentò e l’occidente la superò nettamente (cosa ad es. visibilissima nel confronto fra lo sviluppo delle due Germanie).

 

La frana (pp. 469-675)

(>> Questa, a mio parere, è la sezione più interessante, o meglio la più attuale, per la grande capacità di Hobsbawm di descrivere e anticipare processi che ancora caratterizzano il mondo odierno. Seguo pertanto la scansione del testo con maggiore corrispondenza e lasciando più spazio alle citazioni dell’autore.)

 

I decenni di crisi (cap. XIV)

[1] La crisi globale iniziò dopo il 1973, ma venne riconosciuta solo dopo il crollo dell’URSS; in quei 20 anni si parlò di recessioni, per non richiamare la grande catastrofe del ’29. Crisi per certi versi inspiegabile date le innovazioni (es. rapidità delle informazioni e flessibilità nelle produzioni in modo da rispondere alla mutazioni della domanda). Crescita più lenta e crisi in Africa, Asia occidentale e America latina. Nell’Est Europa calo del prodotto

Coefficiente Gini

lordo. Diverso il caso della Cina che nello stesso periodo cresce rapidamente. In Europa la crescita economica si accompagna con l’aumento della disoccupazione nonostante la stagnazione della popolazione. Aumento della povertà anche nei paesi più ricchi. Aumento delle diseguaglianze registrabile con il Coefficiente Gini. Fine dell’aumento quasi automatico delle retribuzioni. La spesa assistenziale moderò gli effetti della crisi, ma la sua crescita incise negativamente sull’economia. Il fattore più dirompente era l’incontrollabilità del sistema.

Nessuno sa come affrontare le variazioni capricciose dell’economia mondiale né possiede gli strumenti per controllarle. Lo strumento più importante usato nell’età dell’oro, cioè la politica direttiva dello stato, coordinata a livello nazionale o internazionale, non funziona più. I decenni di crisi hanno segnato la perdita del potere economico da parte dello stato nazionale.” (477)

Non lo si capì subito e si riproposero vecchie ricette. All’opposto i liberisti erano all’offensiva (premi Nobel a liberisti, es. Milton Friedman nel 1976). Colpo di Stato in Cile nel 1973 e applicazione nel paese del totale laissez faire a dimostrazione che il libero mercato che non implica affatto la democrazia politica. Novità come la stagflazione (stagnazione economica e inflazione).

Confronto fra opposte concezioni. Keynesiani: alti salari, pieno impego e stato assistenziale alimentano espansione: bisogna stimolare la domanda. Neoliberisti: solo l’incremento dei profitti è il vero motore della crescita economica (in economia capitalistica): la mano nascosta del libero mercato che alla fine produrrà il benessere per tutti.

Scontro più ideale che “fattuale”. Divaricazione fra le richieste dei capitalisti e quelle dei lavoratori (mentre nell’età dell’oro l’aumento dei profitti e quello dei redditi potevano procedere parallelamente).

Il modello Svedese (piena occupazione, espansione pubblico impiego, assistenza con scarsa crescita redditi e tasse alte) senza crescita entrò in crisi dalla metà anni ’80. Ciò che incise maggiormente fu però la mondializzazione dell’economia (salvo negli USA per la sua grandezza) che metteva le singole economie alla mercé del mercato mondiale. Politiche di austerità nel tentativo di ridurre la spesa pubblica. (480)

Il Neoliberismo sferrò la sua critica all’economia mista: il privato è bello mentre lo stato è il problema. Ormai la spesa pubblica era il 25% negli USA e almeno il 40% in Europa. E non bastava introdurre criteri imprenditoriali nel pubblico (finzione ideologica). Anche la Thatcher aumentò le tasse.  E Reagan aumentò la spesa pubblica (spese militari) pur adottando ufficialmente il monetarismo (criterio della parità di bilancio). E si venne a scoprire che in quegli anni l’economia maggiormente in crescita era quella cinese e i manager … si misero a studiare Confucio.

I nuovi processi alla base del instabilità: la sostituzione progressiva dell’abilità dell’uomo con quella delle macchine con la conseguente crescita disoccupazione. La eliminazione di manodopera a un ritmo elevato si produsse anche nei settori industriali in espansione (es. dipendenti della telefonia in calo nonostante l’aumento esponenziale delle telefonate). Non fu solo il trasferimento delle produzioni all’estero nei paesi a basso costo di mano d’opera a produrre disoccupazione. Ovunque l’automazione costava meno della forza lavoro. “Più alta è la tecnologia, più dispendiosa diventa la componente umana del processo produttivo in confronto a quella meccanica. … la produzione eliminava manodopera più di quanto l’economia di mercato generasse nuovi posti di lavoro” (484).

Privatizzazioni da un lato e indebolimento dei sindacati dall’altro. L’economia mondiale si stava espandendo “ma si era rotto quell’automatismo per cui l’espansione produceva occupazione per uomini e donne che si affacciavano al mercato del lavoro senza una qualifica professionale” (484). Se la rivoluzione agricola aveva fornito ex contadini (senza qualifica) alla nascente industria, l’automazione a chi cedeva la massa di ex operai? il settore informatico richiede alta qualifica.

Nei paesi capitalisti ricchi la manodopera in esubero poteva ripiegare sull’assistenza pubblica, anche se i lavoratori permanentemente assistiti diventarono oggetto del rancore e del disprezzo di coloro che sapevano di guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro. Nei paesi poveri i disoccupati entrarono nella oscura ma vasta area dell’economia ‘sommersa’ o ‘parallela’, nella quale uomini, donne e bambini vivevano non si sa bene come, grazie a lavorucci, servizi di vario tipo, espedienti, compravendite e furti.” (485) L’economia sommersa si diffuse progressivamente anche nei paesi più ricchi.

[2] Dall’espulsione degli operai si passò a quella dei ceti impiegatizi: anche qui per effetto dell’automazione.  Crescente insicurezza e “crescita dell’odio” e del rancore sociale. La critica ai partiti al governo non andò più a favore dei partiti di opposizione. Divaricazione nell’elettorato dei partiti socialdemocratici: chi mantiene i salari, chi li vede deprezzati dalla concorrenza internazionale e chi cadeva nella “sottoclasse”, vittime disprezzate da tutti. Crescita dei partiti xenofobi e razzisti, autonomisti/secessionisti su base etnica (e non solo). Crisi delle politiche universalistiche (liberali o socialdemocratiche), ostilità crescente verso gli immigrati. Crollo dei partiti tradizionali.

[3] Crisi parallela dei paesi socialisti e fine della “interdipendenza della guerra fredda” che garantiva l’equilibrio interno delle due parti “che stabilizzava sia le superpotenze sia il mondo che da loro dipendeva e, quando crollò, gettò nel disordine tutti gli equilibri. Il disordine non fu soltanto di natura politica, ma anche economica.” (489) Non solo i singoli paesi entrarono, non attrezzati, ciascuno per suo conto nel mercato globale, ma anche l’occidente non era pronto ad integrarli (es. la Germania e la Finlandia). I riformatori dell’est pensavano di imitare e proporre un modello di socialdemocrazia ma il crollo dell’est coincideva con la crisi dell’ovest e quel modello era obsoleto per cui i paesi ex-socialisti abbracciarono il neoliberismo più sfrenato (che era anch’esso irrealizzabile). Le società dell’est erano rimaste più conservatrici e meno moderne (per minore ricchezza o per più rigido controllo?). “Il paradosso del comunismo una volta giunto al potere è stato quello di essere conservatore”. (493)

[4] I paesi del Terzo mondo dal 1970 sprofondarono tutti nel debito e con tasso imposto delle banche al 9,6% ad un certo punto non riuscivano più a pagare nemmeno gli interessi. Il risultato fu l’allargamento del divario fra paesi ricchi e paesi poveri. Gli investimenti divennero sempre più selettivi (specie in area asiatica).

[5] L’economia transnazionale (e il sistema complessivo delle comunicazioni) hanno favorito l’indebolimento degli stati e il neoliberismo ha fatto assorbire dal mercato buona parte dei servizi di welfare. Paradossalmente si registrarono parallelamente fermenti separatisti che spezzarono gli stati in entità più piccole e pertanto ancora più deboli. Il modello degli stati (micro) “nazionali” tese a prevalere di contro agli stati plurinazionali. I motivi erano soprattutto economici: le aree più ricche tendevano a separarsi per non sobbarcarsi più il “peso” di quelle meno ricche. Micro comunità identitarie che di fatto indeboliscono l’identità collettiva.

La politica dell’identità e il nazionalismo di fine secolo non sono perciò programmi, e ancor meno sono programmi efficaci per affrontare i problemi della fine del ventesimo secolo, ma sono piuttosto reazioni emotive a questi problemi.” (502)

Ma chi può affrontare questi problemi? gli stati nazionali sempre meno. Debolezza dell’ONU e degli altri organismi internazionali (nonostante il loro proliferare). Potere crescente degli organismi finanziari (Fondo monetario internazionale, Banca mondiale) che hanno imposto politiche liberiste e monetariste senza curarsi delle conseguenze nei singoli stati.

 

Terzo mondo e rivoluzione (cap. XV)

Crisi del modello marxista e del suo influsso, in particolare dopo il ’56; instabilità di tutto il terzo mondo. Problema del debito: molti stati non riuscivano più a pagare nemmeno gli interessi. Ascesa con Khomeini dell’islamismo… Declino delle élites rivoluzionarie (in genere marxiste) e manifestazioni di massa (ruolo crescente delle masse: Cina, paesi arabi …) contro il potere ma con scarso esito e comunque difficoltà a creare nuovi assetti stabili; tendenza crescente alla urbanizzazione.

Il mondo che entra nel terzo millennio non è un mondo di stati o di società stabili.

 Anche se è quasi certo che il mondo, o almeno gran parte di esso, sarà scosso da mutamenti violenti, la natura di questi mutamenti resta oscura. Alla fine del Secolo breve il mondo si trova in uno stato di crollo sociale piuttosto che di crisi rivoluzionaria ….” “Oggi …uno scontento verso lo status quo focalizzato in senso rivoluzionario è meno comune di quanto lo siano il rifiuto generico della condizione presente, l’assenza di partecipazione alla vita politica o la sfiducia verso le organizzazioni politiche, o semplicemente un processo di disintegrazione al quale le politiche statali interne e internazionali si adattano al meglio delle loro possibilità.

Il mondo attuale è anche pieno di violenza, più che nel passato, e, cosa altrettanto importante, è pieno di armi. … la facilità con la quale oggi è possibile entrare in possesso di armi ed esplosivi altamente distruttivi è tale che il consueto monopolio dello stato sugli armamenti nelle società sviluppate non può più essere dato per certo.

Il mondo del terzo millennio quasi certamente continuerà a essere un mondo di politica violenta e di violenti mutamenti politici. La sola cosa incerta è la direzione in cui ci porteranno”. (535-536)

La fine del socialismo (cap. XVI)

  1. Il comunismo cinese “non poteva essere considerato semplicemente come una sottospecie del comunismo sovietico” (538); precedente ricchezza culturale di uno stato unitario e omogeneo e sua autosufficienza. Il confronto con il Kuomintang e la lunga marcia portarono alla ribalta l’utopismo collettivista di Mao (che conosceva più Stalin e Lenin che Marx). Il cemento del suo partito non era tanto l’ideologia ma l’organizzazione. Fasi alterne e talora contradditorie delle sue politiche. Rottura con l’URSS nel ’56, la collettivizzazione dell’agricoltura (1955-57), il grande balzo dell’industria (’58), carestia del 59-61 e i dieci anni di Rivoluzione culturale fino alla morte di Mao (1976). Nonostante tutti gli errori e le forzature, la Cina, che rimase essenzialmente paese agricolo (la popolazione rurale fino agli anni 80 non scese sotto l’80%), aveva un tenore di vita superiore alla gran parte dei paesi del terzo mondo. Con la morte di Mao si cambiò rotta (arresto della Banda dei quattro) e si impose il nuovo corso pragmatico di Deng Xiaoping.
  2. Qualcosa non funziona nei socialismi reali; in URSS l’economia rallenta dal 1970, si esporta energia e si importano macchinari, sintomo di una carenza di innovazione. Anche gli indicatori sociali non migliorano (es. il tasso mortalità). Il termine “nomenklatura” si diffuse dall’Urss all’occidente: espressione di un cambiamento di visuale (ora negativa) sull’apparato. Maggiore influenza e ripercussioni delle crisi di mercato occidentali. Periodi di stagnazione (periodo di Brežnev) in URSS e di debolezza degli altri paesi del blocco sovietico: l’Ungheria e la Polonia sempre più indebitate con l’Occidente.
  3. Michail Gorbaciov divenne segretario nel 1985. La sua volontà riformatrice era indubbia e venne riconosciuta anche dall’occidente. “Se ci fu un uomo che da solo pose fine a quarant’anni di Guerra fredda mondiale quello fu Gorbaciov.” (557)
  4. Perestrojka (ristrutturazione dell’economia e del sistema politico) e glasnost (libertà di informazione) furono le sue parole d’ordine ma tra loro vi era un conflitto insanabile: presupponevano una “riforma dal basso” a cui il paese non era preparato per la sua lunga tradizione centralista impressa prima dallo zarismo e poi da Stalin.
  5. Il 1989 sembra richiamare a distanza di due secoli l’89 francese. Gli ultimi anni del sistema sovietico e dei paesi satelliti furono invece una catastrofe al rallentatore.
  6. Due osservazioni. Il comunismo (marxismo leninismo) come ideologia si diffuse rapidamente, ma ancor più rapidamente scomparve dal pensare collettivo. Perché non era una “religione” di massa e non vi era stata “conversione”: era più che altro la “fede dei quadri”, il loro presupposto identitario, che un fatto di massa.

Con il crollo dell’URSS l’esperimento del ‘socialismo reale’ è terminato” (577)

Comunque “Il fallimento del socialismo sovietico non intacca la possibilità di altri tipi di socialismo”. (578) L’isolamento della Rivoluzione russa impedì che si aprisse un’altra strada (socialismo di mercato).

Morte dell’avanguardia. L’arte dopo il 1950 (cap. XVII)

  1. L’arte non va considerata in modo separato dal resto della società. Sempre più sfumato se non del tutto scomparso il confine tra ciò che è arte e ciò che non lo è.

La tecnologia rivoluzionò le arti nel modo più ovvio rendendole onnipresenti”: radio, radioline a transistor, grammofono, giradischi, audiocassette (anni ’70). E mutò l’impatto della politica: De Gaulle contro il golpe militare nel 1961 (messaggio alla radio) oppure l’Ayatollah Khomeini che poté propagare i suoi discorsi rivoluzionari tramite audiocassette.

Con la televisione si diffondono immagini in movimento in “diretta”; rapidità della sua diffusione: ad. es. negli anni ’80 circa l’80% dei brasiliani aveva ormai accesso alla TV. Sostituì la radio e il cinema quale forma di intrattenimento più diffusa; negli Usa dagli anni ’50; in Gran Bretagna dagli anni ’60. Il passaggio successivo fu realizzato dal videoregistratore. “Con la diffusione dei personal computer il piccolo schermo sembra esser diventato il più importante collegamento visivo dell’individuo con il mondo esterno”. (582) Onnipresenza dell’arte e sua diversa percezione da parte del “pubblico”.

Rottura della linearità del tempo. “È impossibile … per chi vive in questa realtà audiovisiva riappropriarsi della semplice linearità della sequenza percettiva dei tempi passati. Oggi, in pochi secondi, ci si sposta lungo tutta la gamma dei canali televisivi disponibili, mutando in maniera rapidissima i contesti percettivi”. (582)

Questo ha inciso soprattutto sull’arte popolare e meno su quella colta (specie quella più tradizionale).

  1. Spostamento geografico dell’arte dall’Europa occidentale agli Stati Uniti e poi a tutto il mondo (Asia, America latina, Africa). In URSS gran peso ha avuto la poesia e, in generale, la creatività dei paesi dell’Europa orientale ha fatto dell’arte uno strumento di opposizione.

Aumento crescente, con lo sviluppo economico dei paesi occidentali, delle spese pubbliche per l’arte e fiorire del mercato dell’arte con il suo rapporto ambiguo fra arte e denaro. Declino dei generi tradizionali in tutti i settori dell’arte.

Declino della lettura: per i bambini il gusto della lettura non è più spontaneo. “Le parole che dominano la società dei consumi in Occidente non sono più le parole della Bibbia e tanto meno quelle di scrittori laici, ma i marchi dei beni di consumo” (595); la Pop Art ha espresso “coil massimo possibile di accuratezza e impassibilità” le immagini diventate icone della società dei consumi.

Crisi del modernismo delle avanguardie che concepivano l’arte come progresso e nascita del “postmodernismo”: con il suo atteggiamento scettico nei confronti della modernità e del progresso. Mutamento del modo di percepire l’opera d’arte: non più momenti di “adorazione” nei musei, nelle pinacoteche, nei teatri e nelle sale da concerto che costituivano le chiese laiche della civiltà borghese: Walter Benjamin ha chiarito come l’epoca della “riproducibilità tecnica” ha mutato il nostro modo di percepire l’arte (perdita dell’aura).

La novità rispetto a questa percezione tradizionale è rappresentata dal fatto che la tecnologia ha immerso nell’arte la vita quotidiana, privata e pubblica. Mai come nel nostro secolo è stato così difficile evitare l’esperienza estetica”. (603)

La commercializzazione ha fatto sì che non ci sia più distinzione (o si faccia finta che non ci sia più) “tra ciò che è serio e ciò che è insulso, tra il buono e il cattivo, tra ciò che è professionale e ciò che è dilettantesco … in base all’assunto che la sola misura di merito sono le cifre delle vendite o che queste distinzioni sono elitarie…”. (604) Tutto questo porta a chiedersi: c’è un futuro per l’arte?

Stregoni e apprendisti stregoni: le scienze naturali (cap. XVIII)

Potere della scienza e sua autonomia. “La verità è che la scienza … è troppo grande, troppo potente, troppo indispensabile per la società in generale e per i finanziatori in particolare perché possa essere lasciata a se stessa. Il paradosso della sua situazione è che, in ultima analisi, l’enorme centrale di energia costituita dalla tecnologia del ventesimo secolo, e l’economia che essa alimenta, dipende sempre più da una comunità di persone relativamente piccola, per le quali le conseguenze titaniche delle loro attività sono secondarie e spesso insignificanti.” (643) Solo con l’autonomia la scienza è produttiva; ai governi non interessa la verità ultima, ma quella strumentale.

Verso il terzo millennio (cap. XIX)

  1. Siamo all’inizio di una nuova era, caratterizzata da una grande insicurezza, da una crisi permanente e dall’assenza di ogni tipo di status quo” … [M. Stürmer, 1993)

Il secolo breve è terminato lasciando aperti problemi per i quali nessuno ha o neppure dice di avere le soluzioni. Mentre i cittadini di questa fine di secolo cercano nella nebbia globale che li avvolge la strada per avanzare nel terzo millennio, tutto ciò che sanno con certezza è che un’epoca della storia è finita. La loro conoscenza non va oltre.

Per la prima volta in due secoli, il mondo manca del tutto di ogni sistema o struttura internazionale. È indicativo di questa mancanza proprio il fatto che, dopo il 1989, sono comparse decine di nuovi stati territoriali, senza che vi sia un qualche meccanismo indipendente per la fissazione dei loro confini e senza neppure che sia stata accettata la mediazione imparziale di terzi. (645-646)

Dopo le due guerre mondiali il mondo veniva ridisegnato dalle grandi potenze.

Dove sono, insomma, le potenze internazionali, vecchie o nuove, alla fine del millennio?”

(Usa, Russia, Comunità Europea ecc. non sono più tali). Il pericolo di una terza guerra mondiale sembra scomparso ma le guerre proliferano.  “Questa novità consiste nella democratizzazione o privatizzazione dei mezzi di distruzione, che hanno cambiato dovunque nel mondo la probabilità che avvengano episodi di violenza rovinosa. È ormai possibile per gruppi abbastanza piccoli, che si oppongono all’ordine esistente per ragioni politiche o per altri motivi, portare dovunque lo sconquasso …” (647)

Costi crescenti per “la sicurezza” che in realtà è sempre più problematico assicurare.

Il divario crescente fra i paesi ricchi e quelli poveri ha prodotto un rancore reciproco: fondamentalismo da un lato e xenofobia contro gli stranieri immigrati dall’altro. “Tuttavia, politicamente e militarmente, ognuna delle due parti è al di là della capacità dell’altra di imporre il proprio potere” (649).

Il primo mondo, nonostante la superiorità economica e militare può magari vincere una guerra ma non è poi in grado di garantirsi il controllo di quei territori. È finito il periodo del colonialismo dove le popolazioni si lasciavano governare.

In breve il secolo è finito in un disordine mondiale di natura poco chiara e senza che ci sia un meccanismo ovvio per porvi fine o per tenerlo sotto controllo” (650)

  1. La ragione di questa impotenza non sta solo nella profondità e complessità della crisi mondiale, ma anche nel fallimento apparente di tutti i programmi, vecchi e nuovi, per gestire o migliorare la condizione del genere umano”.

Il fallimento del comunismo sovietico ha trascinato nel discredito i socialisti e in genere il marxismo. Le cure liberiste si sono rivelate altrettanto fallimentari. Scarsa presa delle teorie economiche sulla realtà. “I Decenni di crisi hanno rivelato che le istituzioni avevano perso il controllo sugli effetti delle azioni umane collettive.” (652)

Declino in occidente delle religioni tradizionali, non compensato, se non in piccola parte, dalle nuove sette militanti e dai nuovi culti (appariscenti ma costituiti da piccole percentuali). I fondamentalismi dei paesi terzi sono il sintomo di un rifiuto “arcaico” del mondo occidentale (per certi versi una sorta di lotta di classe) ma “non offrono alcuna guida per la risoluzione di quei problemi. I movimenti fondamentalisti sono sintomi di quella malattia di cui pretendono di essere la cura”. (654)

Lo stesso vale per le politiche identitarie dei nuovi (micro) nazionalismi.

Il principio dell’autodeterminazione dei popoli in un mondo dove tutto è interrelato non ha più senso (o produce guerre a non finire e dispute sui confini, sulle enclave ecc.). Nuove forze politiche possono rovesciare quelle vecchie ma non hanno maggiori probabilità di offrire soluzioni. Sono impermeabili alle teorie economiche del liberalismo e del libero mercato e magari opteranno per qualche nazionalizzazione ma … “anche se sono pronti a fare qualunque cosa, come chiunque altro non sanno che cosa si debba fare.” (655)

(>> Non credo serva sottolineare l’attualità oggi – aprile 2018 – di queste parole. Le forze politiche “nuove” parlano “a vuoto” di cambiamento senza precisare di che tipo di cambiamento si tratti e pertanto sanno dire cosa non vogliono e pochissimo quello che vorrebbero con una disponibilità alle più svariate alleanze che non è sintomo di “centralità” ma di vaghezza. E le forze tradizionali sono paralizzate dalla incapacità di capire quello che sta succedendo.)

  1. Dove stiamo andando? Neppure l’autore, dichiara Hobsbawm, lo sa. “Tuttavia alcune tendenze di lungo periodo sono così chiare che ci consentono di abbozzare un elenco dei problemi mondiali più importanti e di definire almeno alcune delle condizioni richieste per la loro soluzione” (656)

Demografia: previsione di una stabilizzazione sui 10 miliardi intorno al 2030 con squilibri ulteriori tra le regioni e conseguenti nuove migrazioni; gli stati tenteranno di rispondere o con sistemi di apartheid o con forme di migrazioni temporanee.

Ecologia: purtroppo i cambiamenti climatici sono lenti e non esplosivi per cui si tende a rimandarli. Servono invece risposte globali, anche se quelle dei paesi più sviluppati, come gli USA, risulteranno maggiormente decisive. Hanno ragione i sostenitori di politiche ecologiche basate sul concetto (opportunamente impreciso, in quanta va adattato alle diverse situazioni) di sostenibilità.

  1. Economia: continuerà (oscillando) lo sviluppo, specie nel terzo mondo ma con diseguaglianze crescenti.

Un’economia mondiale che si sviluppa attraverso la produzione di diseguaglianze crescenti, quasi inevitabilmente genererà grossi problemi” (659)

Tre gli aspetti che creano allarme:

  • la tecnologia continua ad espellere dalla produzione di beni e servizi il lavoro umano, senza procurare nello stesso settore abbastanza lavoro per gli espulsi dal circuito produttivo e senza neppure garantire un tasso di crescita economica sufficiente ad assorbirli in altri settori. Pochissimi osservatori si attendono seriamente un ritorno sia pure temporaneo alla piena occupazione dell’Età dell’oro in Occidente”. (659-660)
  • Globalizzazione e spostamento della produzione industriale dove i salari sono più bassi: ne derivano delocalizzazione o/e calo dei livelli salariali per la concorrenza salariale mondiale.
  • Storicamente si rispondeva con il protezionismo anche se oggi la dimensione mondiale e l’ideologia liberista pura sembrano rendere difficile tale direzione. “L’economia mondiale è un motore sempre più potente e incontrollato”. La crescita dell’età dell’oro si basava su redditi alti dei consumatori (salariati): oggi questi redditi sono a rischio. La crescita del terziario in generale ha rallentato questi processi, ma oggi questi fattori stabilizzanti sono minati.

Nel corso dell’Ottocento il libero commercio aveva prodotto recessione (depressione) e il protezionismo (nei paesi occidentali) sviluppo. Il capitalismo oramai non riesce più a riformare se stesso: oggi non ha più una spinta esterna come furono comunismo e nazismo e nemmeno interna (movimento operaio). Il compito principale del nuovo millennio è “di considerare … i difetti intrinseci del capitalismo” (663).

  1. Gli analisti statunitensi pensavano che il crollo dell’URSS ratificasse il trionfo sia del capitalismo che della democrazia liberale. La realtà ha ampiamente dimostrato il legame non necessario fra capitalismo e democrazia e la possibilità di modi molto diversi di interpretare la democrazia (spesso formale o ridotta). Si apre un periodo di instabilità di tutti gli stati con esiti incerti:

La politica non è un ambito di previsioni futurologiche incoraggianti” (664)

Alcuni tratti “che si stagliano con forza nel paesaggio politico mondiale”:

  • Indebolimento dello Stato nazionale: erosione dall’alto (mercato, organismi sovranazionali) e dal basso (spinte autonomiste e indipendentiste, stati più piccoli, privatizzazioni di servizi che erano esclusivi dello stato come le Poste).
  • Eppure lo Stato è indispensabile per contrastare le tendenze all’ineguaglianza.

La distribuzione sociale e non la crescita dominerà la politica del nuovo millennio. È essenziale che non vi sia alcuna ripartizione delle risorse attraverso il mercato o, almeno, che vi sia una spietata restrizione del ruolo redistributivo del mercato se si vuol fronteggiare l’incombente crisi ecologica. In un modo o nell’altro il destino dell’umanità del nuovo millennio dipenderà dalla restaurazione dell’autorità pubblica”. (666-667)

  1. Quale natura e raggio d’azione potranno avere le autorità decisionali (nazionali e sovranazionali)? Come, ad esempio, si svilupperà l’Unione Europea? nasceranno altre strutture regionali simili (magari nell’ex URSS ecc.)? Gli organismi finanziari hanno oggi grande potere ma operano per rafforzare il libero mercato e pertanto aggravano tutti i problemi indicati.

E come la “democrazia” può invece risolvere i problemi? Siamo di fronte ad una crisi della democrazia: vi sono decisioni da prendere che non sempre (spesso) sono condivise dall’opinione pubblica (influenzata dai mass media). Ad esempio la necessità di aumentare le tasse. E molte decisioni sono su questioni su cui la maggior parte della popolazione non ha alcuna competenza; tanto più che sempre più spesso i tecnici non concordano fra loro.

Crisi nella identificazione collettiva in governi che perseguono in modo condiviso l’interesse comune. Anarchismo individualistico da una parte (USA) e corruzione delle classi dirigenti (Terzo mondo ma non solo; ad es. in Italia). Crisi della capacità di decisione delle democrazie mentre è sempre più forte il potere degli organismi come le banche centrali e quello degli stati autoritari. Il modello (non auspicabile) potrebbe essere quello della democrazia plebiscitaria; in sostanza una situazione non incoraggiante per il futuro della democrazia parlamentare liberale.

7. Conclusione. Impossibile fare previsioni. Siamo di fronte ad una crisi più lunga di quelle avutesi alla fine delle due guerre mondiali.

Il mondo rischia sia l’esplosione che l’implosione. Il mondo deve cambiare. Non sappiamo dove stiamo andando” (674)

Comunque una cosa è chiara. Se l’umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato o il presente. Se cerchiamo di costruire il terzo millennio su questa base, falliremo. E il prezzo del fallimento, vale a dire l’alternativa a una società mutata, è il buio.” (675)

 

Note

[1] Corso di Alta formazione – Livello avanzato Peer&Media Education (Cremit, Contorno Viola, ASL VCO): lezione “Dalla Peer Education alla Peer&Media Education” tenuta a Verbania, Villa Giulia il 28 ottobre 2016.

[2] Enzo Traverso, Il secolo di Hobsbawm (tratto da http://alencontre.org/ e tradotto dal francese da Titti Pierini).

[3] Il secolo di Eric Hobsbawm (MicroMega).

[4] G. Arrighi, The Long Twentieth Century. Money, Power and the Origins of Our Times [1994], Verso, Londra 2010.

[5] Da Il secolo di Hobsbawm (cfr. nota 3). Altre due presentazioni dell’opera di Arrighi, reperibili online, sono quelle di Pierfranco Pellizzetti (in MicroMega) e di Benedetto Vecchi (ne il manifesto).

[6] Eric Hobsbawm, “Conclusioni”, in Silvio Pons (a cura di), L’età degli estremi. Discutendo con Hobsbawm del Secolo breve, Carocci, Roma. 1998, p. 33.

[7] Il titolo originale è infatti Age of extremes. The short Twentieth century 1914-1991.

[8] La Fine della Cultura. Saggio su un secolo in crisi d’identità, Rizzoli, Milano 2013, p. 7.

[9] Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Garzanti, Milano 1967, p. 95.

[10] Ruggero Eugeni, La condizione postmediale. Media, linguaggi e narrazioni, La Scuola, Brescia 2015, p. 20.

[11] Il secolo breve, BUR, Milano 2000, p 581.

[12] Cfr. Zygmunt Bauman, Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 29.

[13] Serge Tisseron, L’intimité surexposé, Hachette, Paris 2002.

[14] La condizione etc. cit., p. 8.

[15] Tzvetan Todorov, Il nuovo disordine mondiale. Riflessioni di un cittadino europeo, Garzanti, Milano 2003.

[16] Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Arte e società di massa, Einaudi, Torino 1966.

[17] Luciano Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Cortina, Milano 2017. Per un commento articolato cfr. Dal mondo all’infosfera: così è cambiato il nostro habitat di Remo Bassetti.

[18] Senza pretesa di ordine né tantomeno di completezza. Magari su alcuni di questi interrogativi riuscirò a ritornare in qualche prossimo post.

[19] Jonathan Sacks, Non nel nome di Dio. Confrontarsi con la violenza religiosa, Giuntina, Firenze 2017, p. 30.

[20] Faccio riferimento all’edizione SB Saggi /BUR del novembre 2000.

[21] Afferma Rossana Rossanda, intervistata da Tommaso di Francesco su il manifesto del 5 aprile 2018: “Credo che bisognerebbe riflettere sul fatto che più che aggredire un comunismo che in Europa occidentale non c’è mai stato, quel che è stato aggredito dopo la caduta del muro di Berlino è stata una certa interpretazione keynesiana che ha caratterizzato le costituzioni europee post-belliche.”

[22] Cfr. Gustavo Zagrebelsky, Il “Crucifige!” e la democrazia, Einaudi, Torino 2007.

[23] Einaudi, Torino 1966 (2^ ed. Riveduta). La citazione alle pp. 4-5.

Tre parole*

Resistenza.

Le parole sono pietre (Carlo Levi)

Parola esplicita e profonda.

Mentre in altre lingue, ad esempio l’inglese (resistance), il primo significato è quello fisico (di un corpo, di un circuito elettrico …), nella lingua italiana, già in numerosi scritti dal duecento in poi, prevale il suo significato politico ed etico civile.

Guido Cavalcanti: “I cittadini di Firenze …cercarono che i sottoposti fussero accatastati …, a questo facevano grandissima resistenza. Opposizione ad un’autorità, ad un suo provvedimento, contrasto a ciò che viene percepito come oppressivo e lesivo di un diritto; contrasto che ha implicito in sé il suo carattere di legittimità (giuridica o comunque etica).

Francesco Guicciardini “… essendo una città un corpo gagliardo e di grande resistenza, bisogna bene che la violenza sia estraordinaria e impetuosissima a atterrarla”.

Diversamente da parole come lotta, ribellione, guerra e simili, in cui prevale il momento dell’azione (sociale, politica, militare), resistenza prima ancora di un’azione energica di difesa e di contrasto indica un atteggiamento fermo e risoluto e una attitudine, una “saldezza”, una forza in primo luogo morale, di fronte ad aggressione e violenza.

Un significato morale e civile che precede quello militare, dunque.

L’origine è dal tardo latino resistentia, derivata dal verbo re-sistere: star fermo, fermare, contrapporsi, star saldo contro qualcosa o qualcuno, ed anche rialzarsi, rimettersi in piedi, risorgere.

C’è una affinità di origine con un altro composto di sistere (fermarsi): ex-sitere (sorgere, nascere, esistere) per cui sembra legittima una connessione con esistenza: ribadire, riaffermare la propria esistenza, la propria individualità e diversità nei confronti di un regime totalitario e totalizzante.

Un esempio per tutti: Cleonice in prima fila tra i 43 di Fondotoce; una donna a cui la vita ha concesso ben poco; dalla violenza nelle mura familiari a quella subita nelle case dell’aristocrazia romana; dal dolore per la malattia e morte del suo compagno milanese, all’arresto e alle percosse nei sotterranei di Villa Caramora. Travolta a forza, forse umiliata, ma visibilmente non piegata, fino all’ultimo tesa a riaffermare la sua identità e a sollecitare orgoglio e coraggio nei compagni.

 

Shoah

 Non permettete alle parole di oltrepassare il pensiero (Anton Čechov)

Shoah (anche Shoa’ o Sho’ah) termine di origine biblica che significa “desolazione, distruzione, catastrofe, annientamento”. Venne utilizzato dalla comunità ebraica di Palestina nel 1938, riferendosi al pogrom della “Notte dei Cristalli” (9-10 novembre) che segnò l’avvio della fase più violenta della persecuzione antiebraica. Da allora definisce il genocidio della popolazione ebraica d’Europa, perpetrato dal nazismo durante la Seconda guerra mondiale.

Viene preferito al sinonimo Olocausto in quanto quest’ultimo (dal greco holòkauston, da hòlos, tutto, e kaustòs , bruciato) nella tradizione ebraica indica il Sacrificio alla divinità di un animale e, per estensione, sacrificare la propria vita per un ideale religioso o civile; un significato che assimilerebbe lo sterminio del popolo ebraico ad un sacrificio offerto a (e voluto da) Dio. Inoltre Olocausto viene utilizzato anche in riferimento agli altri gruppi etnici, religiosi e sociali oggetto di sterminio sistematico da parte del nazismo: Rom (che hanno un termine analogo a Shoah: Porajmos “divoramento”), Slavi, Testimoni di Geova, omosessuali, disabili fisici e psichici ecc. Per estensione viene infine riferito anche ad altri stermini (olocausto armeno, nucleare …).

Primo Levi ne I sommersi e i salvati ricorda che le SS ammonivano cinicamente i prigionieri in questo modo: “In qualunque modo questa guerra finisca, …abbiamo vinto noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà …la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti.”

Parlare della Shoah è parlare dell’indicibile. Si è anche detto che non si può educare contro Auschwitz, in quanto segna una frattura non cancellabile della nostra storia, ma solo dopo Auschwitz. La pedagogista Clotilde Pontecorvo1 afferma che insegnare la Shoah significa immergersi in un duplice dilemma. Quello appunto fra la non riducibilità alle normali categorie di spiegazione (fra spiegazione e giustificazione il passo è breve) e la necessità di una compiuta ricostruzione storiografica. Il dilemma, inoltre, fra unicità e comparazione. La Shoah è comparabile? Su questa strada possono trovare il varco revisionismi e negazionismi. “E d’altra parte noi non vogliamo porre questo evento al di fuori della storia perché significherebbe rendere possibile la sua riproduzione. È quindi un rischio vederlo come un evento unico, così come è un rischio vederlo come uno dei tanti stermini. … C’è un conflitto, o se vogliamo un dilemma. E il dilemma è per definizione qualcosa che non si risolve, con cui ci si confronta continuamente e che ci deve guidare nell’analizzare, nel capire, nel fare capire.”

________________

1 “Il mio nome” in Una Città n. 46, dicembre 1995.

 

 

Scelta

Ci sono porte al mare che si aprono con parole (Rafael Alberti)

Parola cruciale. Il significato è chiaro: dal verbo tardo latino ex-eligere, ‘eleggere fra’, e pertanto l’elezione fra più candidati, lo scegliere fra più possibilità, ed anche l’oggetto di tale scelta.

Il nodo è semmai teorico ed etico. Affermare la propria possibilità di scelta significa affermare la propria libertà. Al di là di ogni ipotizzato condizionamento e determinazione (teologica, biologica, sociale o psicologica). Ed affermare la libertà comporta, altrettanto radicalmente, il dichiarare la responsabilità delle scelte effettuate.

L’uso quotidiano della parola non aiuta: ci sono “scelte” non realmente tali, ma banali preferenze.

La “Scelta” comporta individuare ciò che è meglio, ciò che è giusto; una valutazione di cui ci assumiamo il “peso”. Non è un aut aut (un o … o …), una decisione di fronte ad un bivio di possibilità equivalenti, ma, nell’espressione del danese Kierkegaard, un Enten-Eller: “questo, od invece quello”. Dove “questo” è la vita come è, la mera esistenza trascinata dalle circostanze. Mentre “quello” è altro, una deviazione, un salto, il prendere un’altra strada. La vera Scelta si pone allora fra il scegliere e il non scegliere. Scegliere individualmente e, talora, collettivamente.

Racconta Bruna Giardini del fratello Ermanno: “L’8 settembre tutti scappavano e lui si è rintanato in casa … tutti gli altri amici anche loro che erano a militare … si sono ritrovati a casa mia. Sono stati otto dieci giorni perché quelli della polizia pressavano perché dovevano presentarsi perché erano disertori. E loro, tutti, molti erano, han deciso: – Noi non andiamo, andiamo in montagna.”

Dove la “montagna” nell’uso corrente di quegli anni è contemporaneamente un luogo, un simbolo e una scelta di libertà. E la parola più usata all’inizio non è “partigiani”, ma “ribelli”.

Nei titoli dei memoriali della Resistenza e dell’Internamento, la parola “Scelta” ricorre, non a caso, con frequenza: “… accettare di continuare una guerra …o ribellarsi1.

Angelo Del Boca, nel suo bellissimo testo di recente ripubblicato2, in sedici narrazioni passa in rassegna altrettante scelte (e non scelte) dell’uno e dell’altro campo. Per rendere esplicita l’impossibilità di una equiparazione fra i due campi, ed anche per sottolineare il diverso spessore che una giusta scelta può assumere. E tanto più si trattava di spessore significativo, quanto più corrispondeva ad un uso proporzionato e consapevole della pur necessaria violenza. E tanto più ha lasciato segni duraturi.

Risponde Guido ai suoi ex-commilitoni “…ci sono vari modi di scegliere: si può scegliere per un giorno e si può scegliere per la vita. Io non sono tipo da scegliere per un giorno …3.

________________

1.F. Sciomachen e altri, La scelta 1943-1945, Alberti, Verbania 2001, p. 11.

2 A. Del Boca, La scelta, Neri Pozza, Vicenza 2006.

3 Ivi, p. 236.

 

 

————————–

* Pubblicate in una rubrica titolata “In una parola” rispettivamente sui numeri 6/2006, 1/2007 e 2/2007 di Nuova Resistenza Unita.

Graphic? Sì, ma non Novel!

Making Quarantatré… by Ruggero Zearo & Gianmaria Ottolini

 

Arizzano – Calambrone, 10 giugno 2014

– Ciao Gianmaria, sono Rudi, ti ricordi di me?

– Si, certo … è un po’ che non ci sentiamo.

– Ho una proposta da fare a te e alla Casa della Resistenza. Possiamo vederci?

– Adesso sono al mare col nipotino, torno per la celebrazione del 20 giugno. Possiamo vederci subito dopo.

– Mi chiami tu?

– Si, ciao.

Fondotoce, Casa della Resistenza, 24 giugno (con la partecipazione di Ester e Chiara)

… … …

– Si, insomma, una storia illustrata, sui 43. Mi ricordo uno spettacolo che parlava della Tomassetti

– Era della Caffari, l’abbiamo presentato qui[i]

– … e che c’era una bambina che aveva visto passare il corteo.

– Sì, era l’Irene Magistrini … l’aveva raccontato su Nuova resistenza Unita. Ti faccio avere l’articolo.

– Ho cominciato a fare alcuni schizzi di Villa Caramora. Quando li ho finiti te li mando …

– Quando si passa lì davanti … c’è sempre un po’ d’angoscia.

– Ecco, si partirebbe da lì.

– C’è la testimonianza del Giudice Liguori. Bisogna pensare a come sviluppare la storia … dando centralità alle immagini.

– Ho pensato a un qualcosa come quello di Andrea Ventura … Una mattina mi son svegliato[ii]

– Ne abbiamo qui una copia, nella biblioteca ragazzi …

– Sì l’ho presente, insieme a Franzinelli … sono più racconti molto condensati.

– Io provo ad andare avanti … poi ci sentiamo.

– Va bene.

 Scambio di mail [iii]

25/06/2014 16:32 Una storia illustrata

Ciao Gianmaria,
perdona se continuo a coinvolgerti. Dopo esserci visti ho iniziato a disegnare la bambina che ho in mente per la storia illustrata e così anche una SS e Cleonice Tomassetti. Mi piacerebbe leggere il testo teatrale di cui mi parlavi, pensi sia recuperabile? Ti allego le prime immagini, mi piacerebbe sapere cosa ne pensi. Grazie, ciao Rudi

 

    

On 25/06/14 17.57, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:

Ciao Rudi
Eccolo. Tra l’altro stamane ho recuperato altre due foto dei caduti di Fondotoce.
Sono sulle lapidi del cimitero di Pallanza (corridoio verso forno crematorio, lato destro)

Ottime le immagini. Mi convince un po’ meno il militare.
Ci sentiamo. Gianmaria

26/06/2014 17:18 Re: Una storia illustrata

Ho letto il testo che mi hai inviato, è proprio quello che ascoltai, recitato, tempo fa e di cui avevo solo un vago ricordo. Oggi sono stato a Villa Caramora a fare qualche foto. Grazie ancora, complimenti per il vostro lavoro alla Casa della Resistenza. Ciao, Rudi

….

12/07/2014 11:29 Villa Caramora

Ciao Gianmaria, ti allego, se hai voglia di guardarle, alcune nuove immagini della bambina e dettagli di Villa Caramora. Sono ancora solo prove. Grazie, ciao Rudi

12/07/2014 23:11 Re: Villa Caramora

Grazie Rudi
molto belli ed efficaci, in particolare i dettagli della villa. I dettagli mi paiono carichi di sinistra ambiguità: una bellezza architettonica a suo modo minacciosa.
Seguo con molto interesse il procedere del tuo lavoro. A presto. Gianmaria

05/10/2014 19:53 Storia illustrata

Ciao Gianmaria, passata l’estate mi rifaccio vivo. Ti allego alcune nuove immagini, sto sperimentando da autodidatta alcune tecniche. Ho avvicinato le immagini ad alcuni brani tratti dal monologo di Silvia Caffari che mi piace moltissimo. Ho associato poi ad ogni brano una parola. Fammi sapere cosa ne pensi.
L’idea era di far raccontare la storia ai testimoni, al sopravvissuto, ai martiri, ai carnefici (non sono sicuro) attraverso parole e immagini. Una storia per frammenti che non seguisse un ordine temporale. Alla fine, la cronaca dei fatti accompagnata da illustrazioni in b/n (tipo Villa Caramora).

Mi piacerebbe inoltre poter fare il ritratto dei 43, quelli di cui è possibile.
Grazie per la pazienza.
Rudi

07/10/2014 11:19 Re: Storia illustrata

Ciao Ruggero
ieri e l’altro ieri (anche oggi se è per questo) ero impegnato alla correzione di un libro che con Contorno Viola stiamo pubblicando. Per questo ho aspettato di avere la mente un po’ sgombra per guardare con attenzione il tuo bel lavoro.
Mi piace molto. Sia per lo stile delle illustrazioni che per l’abbinamento dei testi.
Naturalmente bisognerebbe avvisare Maria Silvia (e chiederle l’autorizzazione).
Per le foto dei 43 puoi venire alla Casa. Oltre quelle pubblicate sul penultimo numero di Resistenza Unita e sulla mostra esposta, io ne ho recuperate altre. Fammi sapere quando pensi di venire che ci mettiamo d’accordo.
Tra l’altro noi stiamo organizzando una mostra su Kurt Caesar, illustratore de il Vittorioso, tedesco e clandestinamente partigiano
http://it.wikipedia.org/wiki/Kurt_Caesar
Abbiamo incontrato Antonio Giuda, uno dei più grandi collezionisti italiani di fumetti, che sarebbe disponibile a mettere a disposizione gratuitamente la sua raccolta del Vittorioso per l’esposizione.
Come vedi ci stiamo muovendo sulla pluralità dei linguaggi della memoria e il tuo lavoro è decisamente in sintonia con il nostro.
A presto
Gianmaria

 07/10/2014 16:12 Re: Storia illustrata

Ciao Gianmaria,
Io potrei nel pomeriggio perché la mattina sono impegnato. Giovedì o venerdì? Fammi sapere, grazie
Rudi

07/10/14 17:06 Re: Storia illustrata

Ciao Ruggero
Siccome giovedì e venerdì di questa settimana non c’è Ester, la responsabile del centro di documentazione fotografica, possiamo fare martedì o mercoledì della prossima settimana?

Gianmaria

08/10/14 14:40 Re: Storia illustrata

A me andrebbe molto meglio mercoledì. L’ora decidila tu, a me andrà bene.
Colgo l’occasione per inviarti il primo ritratto, Angelo Bizzozzero, fatto ieri sera,
ciao Rudi

 

 

 

 

 

On 09/10/14 11.59, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:

Possiamo fare alle 14.30.
Dopo io devo vedermi con altri per l’openday della biblioteca ma nel frattempo puoi lavorare con Ester.
Gianmaria

Fondotoce, Casa della Resistenza, 15 ottobre 2014 (con la partecipazione di Ester)

– … il ritratto è veramente notevole … sembra dal vivo …

– Purtroppo le foto che abbiamo non sono di buona qualità … vecchie foto tessera perlopiù

– … ci metterò un po’ a farli tutti. E per gli ignoti come facciamo?

– Si può ritrarre il muro. Le lapidi degli ignoti sono proprio dietro la croce, assieme ai nomi noti dei 42 martiri.

– Dopo andiamo a fare un foto.

– È la prima parte che non mi convince

– Cambiano i punti di vista

– Si, ma non è chiaro, e neanche la successione. È utile andare a confrontare tutta la documentazione. E i diversi testimoni. C’era anche Ermanno Olmi … alla Colonia Motta

– Io ne frattempo mi dedico ai ritratti, è un lavoro lungo … nei ritagli di tempo

Scambio di mail

29/10/2014 18:22 Traccia libro illustrato

Ciao Gianmaria,
ti giro la sequenza delle illustrazioni abbinate a frammenti di testo e a parole chiave. Non ho inserito l’aneddoto di Ermanno Olmi bambino in colonia che vede sfilare il corteo. In due frammenti si fa riferimento all’orario, sicuramente è sbagliato perché si parte da Villa Caramora alle 17 e si arriva a Fondotoce alle 16.
Attendo tue preziose valutazioni.
Grazie
Rudi

On 29/10/14 23.12, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:

Ciao Rudi
lasciami qualche giorno perché sono immerso in due lavori urgenti.
Ci sentiamo la settimana prossima
Gianmaria

30/10/2014 16:08 Re: Traccia libro illustrato

Nessuna fretta, ciao rudi

Undici mesi dopo

30/09/2015 15:55 Quarantatre_Traccia

Ciao Gianmaria, ti invio in allegato la nuova traccia del libro.
A presto
Rudi

02/10/2015 23.51 Testo Irene Magistrini

Ciao, ti allego intanto il testo della Magistrini. Era a Pallanza (viale delle Magnolie) e non a Suna. Ci sentiamo

Gianmaria

23/10/2015 20:42 43

Prova impaginato – Dettaglio

 

Ciao Gianmaria, scusa il ritardo con cui mi faccio vivo. Ti invio una prova di impaginazione del libro, è solo una parte. Ti allego anche il timone con traccia dei testi e relative immagini.
La prima pagina è bianca così è possibile visualizzare la doppia pagina distesa. Mi piacerebbe intitolarlo 43 scritto in cifra, magari a pennello oppure Quarantatré scritto in lettere, fammi sapere cosa ne pensi, io naturalmente sono pieno di dubbi.
Appena ho altro materiale te lo giro.
A presto
grazie
Rudi

 

on 02/11/15 02.28, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:

A: Rudi <r.zearo@libero.it> <mailto:r.zearo@libero.it>
CC: Ester Bucchi <ester.bucchi@gmail.com> <mailto:ester.bucchi@gmail.com>

Ciao Rudi
letto riletto e preso in mano tutta la documentazione
Il risultato è che ho molti dubbi. Provo ad elencarli.

  • Il titolo: meglio in cifre. In lettere può esser confuso con il nome di battaglia di Suzzi.
  • Il problema centrale mi sembra quello della successione delle sequenze. Visto che cambiano i punti di vista (le voci narranti) penso che sia necessario seguire maggiormente un ordine cronologico: es. (i punti sono anche altri) il n.10 (fotografo) che anticipa i bambini alla Colonia Motta. Oppure seguire un ordine per “personaggi”. Adesso i due criteri sono misti
  • Qui viene però il problema più difficile. Se la vicenda nel suo complesso è chiara, l’esatta sequenza cronologica e gli orari non sono concordanti nelle varie fonti. Ad es. i prigionieri provenienti da Malesco (tra cui Suzzi) sono stati portati nelle cantine di Villa Caramora o fatti sostare davanti? Liguori e Suzzi danno versioni diverse.
  • Di Suzzi vi sono almeno 4 versioni e gli orari cambiano da una all’altra.
  • Allo stato attuale mi sembra vi sia una sproporzione tra “il racconto” e la parte con i volti dei 43.

Provo a fare alcune proposte:

  • Pensare al volume come diviso in tre parti
  1. Il racconto a più voci
  2. i volti
  3. la vicenda

 

  1. O si segue rigorosamente la cronistoria o, come mi sembra più efficace si mettono in successione i racconti dei diversi testimoni (Giudice, Ellis, Suzzi ecc.) naturalmente con una successione il più possibile aderente alla cronistoria. In ogni caso penso che questa parte debba essere ampliata con alcuni episodi/testimonianze: ad es L’altro sopravvissuto (perché non fucilato: ), La signora che esce dalla Chiesa di S. Leonardo, Danini e Velati a Fondotoce , il salvataggio di Suzzi, Don Bozzini e le bare. La festa nazista a Villa Caramora (vista da Liguori)
  2.  qui siamo ok
  3. Parte storica: una cronistoria il più rigorosa possibile, e con cenni al contesto e relativa bibliografia. Penso che anche in questa parte debba avere, anche se in misura minore, delle immagini sia per congruenza stilistica sia perché altrimenti non la legge nessuno.Come procedere:Io sto tentando di mettere giù una cronistoria con una tabella così strutturata:
 Ora  Durata Dove Cosa/Azione  Fonte  note

Quando è pronta possiamo vederci e ripensare alla prima sezione mettendo giù una sorta di storyboard della prima parte.
Mi rendo conto di complicarti (e complicarmi) la vita ma è la prima volta che mi trovo a collaborare ad graphic novel e si va un po’ a prova ed errore.
Ci sentiamo
Gianmaria

02/11/2015 18:57 Re: 43

Ciao Gianmaria, grazie ancora. Anch’io sto procedendo per tentativi. Apprezzo molto il tuo approccio scientifico. Faccio un’ipotesi alternativa alla tua:
Provo a immaginare il libro non diviso in 3 parti ma come corpo unico. I testi originali scritti da te sono accompagnati da illustrazioni disegnate dal sottoscritto. Si tratta ora solo di trovare lo stile. La cronistoria, la didascalia asciutta (vedi libro Franzinelli-Ventura) in terza persona mi sembra molto efficace, meno complicata della narrazione in prima persona come avevamo inizialmente ipotizzato. Eviterei a questo punto la parte 3 (la vicenda, già inclusa nel testo) soprattutto eviterei di citare le fonti. I nomi, Frank Ellis, Cleonice Tomassetti, Avvocato Emilio Liguori, i vari testimoni (solo se aggiungono qualcosa al racconto) Irene Magistrini ecc. vengono a questo punto citati nel testo.
Andrei a descrivere solamente il giorno 20 giugno 1944. Il racconto potrebbe essere diviso per tappe o luoghi fisici: Cantina di Villa Caramora, Lungolago di Intra, Lungolago di Suna, Fondotoce. Concluderei il racconto sulle mani di Moscardelli che tengono la fotografia.
Per il momento è tutto.
A presto
Rudi

On 02/11/15 19.17, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:

Ciao Rudi
Ci penso; una contestualizzazione sia pur breve (rastrellamento Val Grande) dovrebbe esserci. Potrebbe essere a questo punto una introduzione essenziale. Nel frattempo cerco su Monte Marona del maggio ’45. Chiovini parla di una intervista a Suzzi.
Naturalmente la bibliografia in fondo.
Ci sentiamo
Ciao
Gianmaria

18/11/2015 17:47 Attentati Parigi

ciao Gianmaria, pensando agli attentati di Parigi ho sviluppato questa idea grafica che, se ti servirà, potrai utilizzare a supporto di qualche articolo o altro. A presto
Rudi

France.jpg

On 25/11/15 22.15, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:

Ciao Rudi,

scusa se ti rispondo solo ora ma la tua mail era andata a finire in una sottocartella della posta e l’ho vista solo ora.
Giro l’idea grafica originale (e inquietante) alla Casa della resistenza. Grazie mille.
Per quanto riguarda il lavoro su “43” lo riprenderò in mano non appena finito il convegno di Sabato a Baveno che mi sta impegnando a tempo pieno.
Ci sentiamo
Gianmaria

Fondotoce, Casa della Resistenza, mercoledì 9 marzo 2016 (con la partecipazione di Ester, Chiara, Roberto)

– Ecco, questi sono i ritratti dei quarantatré

– C’è anche Suzzi?

– Sì, certo!

– Sono commuoventi…ti guardano e ti interrogano …

– La “cronaca” del 20 giugno, da Villa Caramora la mattina (arresto del giudice Liguori) alla sera (la festa in onore del colonnello SS), deve confluire in modo naturale nella sezione dei ritratti

– Dobbiamo valorizzare le immagini … testi essenziali

– Una sorta di via crucis laica, ogni episodio un luogo, un evento e dei personaggi precisi

– Riepilogando: Una introduzione sintetica; la cronistoria/via crucis del 20 giugno; i ritratti dei 43

– Mettiamo anche i “Titoli di coda”!

– ???

– Come nei film che danno informazioni post-trama, su cosa hanno poi fatto o cosa è successo ai personaggi e alle località.

– Sì … ma non possiamo chiamarli “titoli di coda”!

– La logica è quella … come chiamarli ci penseremo poi …

– Dobbiamo rivedere tutta la traccia.

– Ci lavoro, appena pronta te la faccio avere.

Scambio di mail

14/03/2016 00:59 Traccia 43

Ciao Rudi
ti allego la bozza della traccia sulla base di quanto ci siam detti martedì scorso.
E’ assolutamente provvisoria.
Quello che in primo luogo conta è la scansione (Titoli/argomenti). I testi sono per ora solo riempiti con scalette o testi precedenti e, per i nuovi con “ritagli” dai testi consultati.
Le immagini ovviamente devi deciderle tu.
Passami tutte le osservazioni e, laddove hai idee sulle immagini per ogni sezione, dimmi il soggetto o i soggetti di modo che per il testo io vedo di svilupparlo in congruenza.
Le tue aggiunte e correzioni sulla traccia, falle in rosso di modo che io le veda subito.
Ci sentiamo
Gianmaria

Allegato:   43 – Traccia 2016

12/04/2016 19:36 43

Ciao Gianmaria, ti invio in allegato un aggiornamento del lavoro. Ho inserito la copertina, mi piaceva l’idea della finestra chiusa… (sotto il titolo potremmo prevedere un sottotitolo) e ho proseguito con nuovi disegni seguendo il tuo menabò. Alcuni sembrano disegni da scuola media, se ci sarà tempo (e voglia) li rifarò.
Fammi sapere come sta andando, a presto
Rudi

 

 

 

On 15/04/16 02.31, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:

Ciao Rudi,
ti mando l’introduzione che ho provato a metter giù. Dimmi cosa te ne pare.
Per i testi che accompagnano le immagini, vedendo anche quelli di Ventura/Franzinelli, punterei al massimo di sintesi.
Provo ad andare avanti di qualche capitolo tra domani e domenica, poi la settimana prossima è bene che ci vediamo un attimo per coordinare al meglio testo e grafica.
Le persiane chiuse di copertina mi paiono efficaci. Su un eventuale sottotitolo non so.
Ci sentiamo.
Gianmaria

 

16/04/2016 17:06 Re: 43

Ciao Gianmaria, l’introduzione è perfetta.
Settimana prossima a  me andrebbe bene lunedì o giovedì nel primo pomeriggio.
Fammi sapere,
Rudi

…   …   …

18/04/2016 19:37 43_Aggiornamenti

ciao Gianmaria, ti passo l’aggiornamento, ho inserito l’introduzione e i ritratti.
Ok per giovedì pomeriggio.
Buona serata
Rudi

On 19/04/16 02.06, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:

Ciao Rudi, stavo giusto per mandarti i testi in una loro prima versione.
Te li allego. Però ho fatto riferimento alle pagine della versione precedente.
Come puoi vedere nella prima parte avrei modificato l’ordine di alcune immagini
e di conseguenza l’ordine delle pagine.
Prova a guardarli e giovedì ci confrontiamo.
Giovedì va bene alle 14,15? Qui da me?
Ci sentiamo
Buona … notte
Gianmaria
…   …   …

19/04/2016 22:00 Re: 43_Aggiornamenti

Ti mando la versione aggiornata del testo con le pagine calibrate sull’ultima versione.
Piccole correzioni per il testo “Moscardelli”
A giovedì
Ciao
Gianmaria

Allegato Testo_43.doc

…   …   …

Pag. 42 – 43

Lungo lago a Intra, di fronte all’imbarcadero, c’è un piccolo studio fotografico.

Il proprietario, Moscardelli, vede entrare due soldati tedeschi, altri stazionano all’ingresso.

Deve sviluppare del materiale riservato.

Sono le foto scattate al corteo dei condannati a Parco Cavallotti e durante il primo tratto del mesto tragitto.

Il fotografo esegue l’ordine e, di nascosto, ne trattiene copia.

 …   …   …

22/04/2016 22:00 immagini

Ciao
mi son venute in mente alcuni aggiornamenti.
Per i “titoli di coda” cosa ne pensi di un titolo a piena pagina

      … in seguito

L’immagine del lago (finta/temuta fucilazione) mettere ai due lati appena accennati due parziali profili di schiena.
Ultima di copertina Non solo persiane aperte ma anche finestra con accennate persone e bandiera italiana (allora aveva lo stemma sabaudo) appesa (in sostanza la liberazione il 24 aprile a Intra)
Ci sentiamo
Gianmaria
 …   …   …

Impaginato – Dettaglio

23/04/2016 19:23 quarantatre

Ciao Gianmaria, ho provato a impaginare il testo modificato. Fammi sapere se ti convince o è meglio ritornare alla tua versione.
A presto
Rudi

 

 

 

 

 

23/04/2016 21:56 Re: quarantatre

Si,
mi convince abbastanza, anche se i testi vanno rivisti e “asciugati”. Il titolo in copertina va bene in script, ma mi pare a caratteri un po’ “ingombranti”.
In questi giorni sto lavorando ad altro.
Da giovedì della prossima settimana ci rimetto mano. Asciugo i testi e incomincio la parte finale.
Buona serata
Gianmaria

02/05/2016 15:14 43_aggiornamento

Ho aggiunto qualche disegno
ciao, a presto, Rudi

 

02/05/2016 21:58 Re: 43_aggiornamento

Benissimo.

Sto finendo un altro lavoro, poi in settimana rimetto mano ai testi.

PS. Se il Camion arriva da Cannobio e si ferma al Cavallotti, forse bisogna invertire il senso di marcia.

Ci sentiamo

Gianmaria

 

06/05/2016 01:56 43

Ciao Rudi
ti allego l’ultima tua versione di “quarantatré” con modifica e correzione dei testi (con evidenziazione e nota).
Ho corretto anche l’età dei caduti che in più casi era stata aumentata di un anno perché non si è tenuto conto del giorno di nascita.
Anche un nome era sbagliato (era così anche sulla banca dati e ho avvisato).
Domani inizio le note  della sezione “in seguito”.
Son indeciso se seguire l’ordine del testo  (Val Grande, Villa Caramora, Giudice Liguori ecc.) oppure farlo inverso (partendo da Carlo Suzzi). O se fare prima i luoghi e poi le persone.
Gianmaria

1 allegato: 43 corr go.pdf

…   …   …

06/05/2016 23:27 … in seguito

Ciao Rudi
ho provato ad individuare le voci dell’ultima sezione. Sono una dozzina e mi pare che il percorso “a ritroso” sia quello più logico.
Prova a guardare la scaletta allegata (Ci sono gli argomenti e la loro successione) e vedi se manca qualcosa e se la successione così per te va bene.
Naturalmente titoli e testi sono tutti da rivedere. Il contenuto di una voce dipende anche da ciò che si è scritto prima.
Fammi sapere
Gianmaria

…   …   …

17/05/2016 01:26 in seguito

Ciao Rudi
ti allego il testo completo dell’ultima parte.
Ho rivisto anche alcuni passaggi delle voci che abbiamo visto oggi.
Domani metterò a punto la bibliografia.

Ci sentiamo
Gianmaria

 

17/05/2016 14:39 Re: in seguito

Ciao Gianmaria. Ora lo impagino. Ho fatto leggere la bozza a un paio di amici e alla mia compagna e il testo è piaciuto molto. Leggendolo è emerso un refuso: pag 5 – terza riga (contatto) già corretto nel layout. Un’osservazione: Nella parte finale la voce – una donna (Letizia Pellero) manca per dimenticanza o perché non vale la pena aggiungere altro?

Per il momento è tutto, grazie

ciao Rudi

…   …   …

18/05/2016 23:35 Re: in seguito

Ri- ciao Rudi

i refusi e le correzioni non finiscono mai

Ce n’era uno nel “..in seguito” su Cleonice: intestazione a suo nome (e non: intestazione e suo nome)

A questo punto ti riallego tutto il file

Ciao

Gianmaria

 

20/05/2016 15:59 quarantatre

ciao Gianmaria, ho terminato il libro, mancano i ringraziamenti e le brevi bio. Non ho inserito le immagini per ogni voce IN SEGUITO ma solo una della croce e del muro a inizio capitolo. Fammi sapere se ti sembra possa funzionare. A me piace.
A presto
Rudi

20/05/2016 23:41 Re: quarantatre

Ciao Rudi

Sì, va bene così. Sia il camion (non era vero che non li sapevi disegnare!) che la parte finale: è pulita e simmetrica alla prima e l’immagine del Monumento e Croce efficace. Ottimo lavoro.

L’unica cosa che non mi convince molto è l’ultima di copertina con solo in testo.

O si mette anche l’immagine corrispondente (i piedi nudi) o (io preferirei) l’immagine della foto che emerge dalla camera oscura. E’ “realistica” e simbolica ad un tempo: i quarantatré che riemergono non solo dalla camera oscura ma anche dalla memoria.

“Testi consultati” andrebbe staccato un po’ di più dal primo testo.

Per le brevi bio aspettiamo di aver trovato l’editore. In genere loro hanno degli standard.

I ringraziamenti naturalmente li scriveremo dopo aver fatto vedere/leggere ai “ringraziandi” il libro. Penserei ad un incipit più o meno così:

Ruggero e Gianmaria ringraziano in particolare

…..

Per resto come procediamo?

  • Verificatori (almeno sei: basta il PDF o è meglio anche qualche bozza tipo quella che mi hai dato l’altro giorno?)
  • Se vi sono osservazioni significative eventuali correzioni.
  • Patrocini? Solo la Casa della resistenza o anche altro? Magari il Parco Val Grande?
  • Editore
  • Pubblicizzazione (magari anche un Trailer su YouTube)
  • Presentazioni
  • ecc.

Ci vediamo in settimana a fare il punto?

Ciao

Gianmaria

 

21/05/2016 21:51 Re: quarantatre

guarda se così è meglio, io in quarta di copertina ho inserito quella frase ma potrebbe anche essere un’altra, magari pensata ad hoc.
ciao
Rudi

…   …   …

04/06/2016 23:26 43

Ciao Rudi
ho ricevuto un po’ di feedback sul nostro libro. Riusciamo a fare il punto ad es. martedì primo pomeriggio?
Se non ti va bene anticiperei a lunedì, sempre primo pomeriggio.
Fammi sapere
Gianmaria

…   …   …

08/06/2016 03:40 Scheda 43

Ciao Rudi
ti allego la possibile scheda di presentazione del libro.
Vedi se per te va bene. Non so se è il caso di dire anche qualcosa sui destinatari (il target).
Penso sia eventualmente meglio parlarne nella mail di accompagnamento.
Gianmaria

 

08/06/2016 15:04 Re: Scheda 43

Ciao Gianmaria, per me va bene. Leggendo la scheda mi è venuto in mente che potrebbe risultare interessante descrivere brevemente il metodo narrativo: l’episodio, tassello dopo tassello, viene alla luce attraverso diversi sguardi: quello di un giudice prigioniero, di una bambina, di una donna, di un ragazzino, di uno studente universitario, di un sopravvissuto (senza citare i nomi).grazieciaoRudi

…   …   …

09/06/2016 18:17 43_Scheda

Ciao Gianmaria, ho impaginato la scheda, controlla se va bene e se è tutto ok. Grazie
a presto
rudi

…   …   …

10/06/2016 11:02 Re: 43_… in seguito

Ciao Rudi

ecco la parte finale rivista e uniformata nei tempi verbali e con altre piccole correzioni.

Sostituisce la precedente.

Direi che con questo, per ora fino ad aver trovato l’editore, basta correzioni!

Appena l’hai pronta ci sentiamo.
Gianmaria

…   …   …

20/06/2016 08:19 Proposta editoriale  A info@beccogiallo.it

Edizioni BECCOGIALLO,
Spett. Direzione editoriale

Buongiorno.
Abbiamo avuto l’opportunità di conoscere le vostre edizioni in occasione del Convegno “Sandro Pertini. Il Presidente partigiano” tenuto presso la Casa della Resistenza di Verbania Fondotoce il 26 aprile 2015. Nell’ambito di quella iniziativa gli autori Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini avevano presentato la loro opera “a fumetti” Pertini fra le nuvole.

Con la presente desideriamo proporvi una graphic novel sull’eccidio di Fondotoce del 20 giugno 1944 e verificare il vostro eventuale interesse alla pubblicazione. L’opera, di cui al momento alleghiamo una sintetica Scheda di presentazione, è stata pensata sia per un pubblico nazionale, quale quello che segue le vostre edizioni, che in modo più specifico come approfondimento e ricordo per i visitatori della Casa della Resistenza e dell’area monumentale di Fondotoce. Ogni anno infatti la Casa della Resistenza accoglie circa 7-8mila tra studenti accompagnati dai loro insegnanti e gruppi organizzati dalle ANPI, in particolare dal Piemonte e dalla Lombardia.
Naturalmente disponibili ad ogni chiarimento e approfondimento, restiamo in attesa di un vostro gentile riscontro.
Cogliamo l’occasione per i più cordiali saluti unitamente ai nostri sentiti auguri per il vostro lavoro editoriale.

Ruggero Zearo
Gianmaria Ottolini

1 allegato: 43_Scheda.pdf

…   …   …

14/07/2016 00:48 Editori

Ciao Rudi
il settore editoriale che ci interessa ha una “mortalità elevata”. Anche The Box Edizioni ha chiuso. Terre di Mezzo e EGA (gruppo Abele) con i quali avremmo dei contatti non mi sembrano avere linee di graphic novel. Comunque contattiamoli.
Allega la bozza precedente a cui ho aggiunto Settegiorni editore e Coconino Press (assorbito da Fandango libri, che pare abbia sotto di sé anche Becco giallo).
Ciao
Gianmaria

 

Seguono una decina di mail analoghe ad altri editori del settore fumetti & graphic novel. Nel frattempo passa l’estate e arriva l’autunno.

 

08/11/2016 16:13 Quarantatre

Ciao Gianmaria, di seguito ti invio l’elenco delle case editrici alle quali ho inviato la presentazione del libro “43” con data e “risposte”.
…   …   …

28/06/2016 Edizioni BECCOGIALLO – c.a Federoco Zaghis (1/07/2016 Ha riposto che il loro programma editoriale è pieno per i prossimi due anni)

…   …   …

Pensi sia il caso di inviare nuovamente la presentazione o di individuare altre Case Editrici, magari meno prestigiose? Se vuoi ci sentiamo per parlarne.
Grazie
Rudi

 

08/11/2016 16:52 Re: Quarantatre

Credo dobbiamo sondare anche qualche editore più locale meno legato al genere.

Ci sentiamo

Gianmaria

…   …   …

Intra presso “Il Cappellaio Matto” – martedì 21 marzo ore 18 circa (con Pieranna ed Emilia)

– Non ero mai stato qui.

– È un posto simpatico …

– Cosa prendete?

– Caffè schiumato.

– Anch’io.

– Un marocchino.

– Non mi sgridate se prendo una birra a quest’ora?

– Questo è la bozza.

– Rudi ha portato anche le tavole originali … i disegni e i ritratti

… …

– Il testo è molto essenziale …

– È voluto, centrali sono immagini. L’abbiamo “asciugato” il più possibile.

– Ma la copertina???

– Le persiane chiuse di Intra mentre passa il corteo.

– Non è molto leggibile

– Certo, si può aggiungere un sottotitolo in copertina

… …

– Lo guardiamo con calma e vi facciamo sapere …

 

 Scambio di mail

22/03/2017 11:40 43

Ciao Rudi
per il sottotitolo avrei pensato (in corsivo sotto la finestra)

… a Fondotoce, il 20 giugno 1944

Non solo “Fondotoce” perché le persiane sono quelle di Intra; ” … a” (magari anche senza i tre punti) può essere inteso come “stato di luogo” ma anche come “destinazione” (quarantatré … destinati a Fondotoce)

Che te ne pare?

Gianmaria

P.S. La data in fondo a pag. 83 dovrebbe naturalmente diventare “giugno 2017”

 

Il 02/04/2017 08:47, amministrazione@tarara.it ha scritto:

Ciao Gianmaria, ciao Ruggero

In linea di massima siamo d’accordo ad editare il libretto.

Io rientro il 12 e quindi possiamo trovarci per il cronoprogramma.

Ho chiesto ad Alberganti il preventivo per 300 e 500 copie.

Dal 13 possiamo fissare un appuntamento per definire le altre cose, aspetti economici, promozione ecc.

Io leggo le mail e posso rispondervi. Invio questa mail a Emilia. Comunque scrivendo a questo indirizzo o a redazione@tarara.it arriva a entrambe

A presto.

Pieranna Margaroli

… …

17/04/2017 22:37 quarantatré

Ciao
allego le ultime integrazioni correzioni.
Per i risvolti avrei pensato oltre alla sintetica presentazione degli autori, una sintetica presentazione/sinossi del libro. In quale dei due risvolti vedete voi.
Ci sentiamo
Gianmaria

 quarantatré

Sottotitolo:   … a Fondotoce, 20 giugno 1944

 Risvolti:

Nel giugno 1944 la Val Grande e il territorio adiacente tra la Val d’Ossola, la Val Vigezzo e il Lago Maggiore vennero investiti dal più massiccio e duraturo rastrellamento antipartigiano di tutto il nordovest. Oltre 300 i caduti sia in combattimento che in più episodi di fucilazioni collettive. L’evento più drammatico fu quello di Fondotoce dove 43 partigiani, dopo esser stati fatti sfilare lungo i paesi lacustri (Intra, Pallanza, Suna), furono fucilati a tre a tre ai bordi del canale che unisce il Lago di Mergozzo con il Lago Maggiore.

Gli autori

Ruggero Zearo.

… …

 Gianmaria Ottolini.

… …

Ringraziamenti (nella pagina del colophon)

Gli autori e l’editore ringraziano l’équipe della Casa della Resistenza per la preziosa collaborazione.

 … …

On 04/05/17 08.46, “Pieranna Margaroli” <pieranna.margaroli@margaroli.it> wrote:

Ciao Ruggero, Ciao Gianmaria
Qui sotto il codice EAN/ISBN del volume quarantatre
978-88-97795-34-6
Ciao
Pieranna Margaroli

… …

19/05/2017 21:03 Re: QUARANTATRE’

Ciao Piaranna, Emilia e Rudi

sulla base delle informazioni scambiate stasera con Pieranna e con Rudi propongo di vederci venerdì 26 (prima o dopo cena per me è lo stesso, dite voi). E’ un po’ in là ma nel frattempo possiamo aggiornarci via mail dl procedere dei lavori: esecutivo, prove di stampa ecc. Come vi ho già accennato proporrei di inaugurare e presentare la mostra di Rudi alla Casa della resistenza sabato sera (17 giugno) intorno alle 21.30 al pubblico che aspetta l’arrivo della fiaccolata. Per poi presentare il libro la mattina dopo al termine della celebrazione. Continuo a pensare che non sarebbe male riuscire a presentarlo anche il pomeriggio (o la sera) del 20 giugno in occorrenza dell’anniversario dell’eccidio: sfumata l’ipotesi Spalavera, penserei al Kantiere. Che ne dite?

Buona serata

Gianmaria

… …

19/05/2017 21:03 Re: QUARANTATRE’

Buongiorno, invio in allegato PDF in bassa della copertina e degli interni. Sotto i 3 MB non sono riuscito a farlo stare.
Ruggero

Copertina con risvolti

 

Cavandone presso il Circolo SOMS – venerdì 9 giugno ore 22 circa (cena Scienze Umane del Cobianchi con Patrizia, Cristina, Gemma, Rino, Giudo, Barbara, Marina, Rita, Maria Pia, Marisa, Michele e tanti altri)

– Ho messo sui tavoli l’invito alla mostra alla Casa della Resistenza dei disegni di Zearo realizzati per la nostra graphic novel sull’eccidio di Fondotoce.

– Una storia a fumetti?

– Non proprio

– Novel in inglese significa romanzo, non novella.

– Ma è in parte di fantasia?

– No, la ricostruzione dei fatti è rigorosa.

– I “fumetti” in gran parte non hanno più le “nuvolette” da cui han preso il nome.

– La distinzione oggi fra fumetti e graphic novel è che i fumetti sono “seriali”, incentrati su personaggi che in genere danno il nome alla serie (Topolino, Dylan Dog ecc.). I graphic novel, come i romanzi, sono opere uniche.

– Ma la vostra graphic allora non è una “novel”!

– Beh, certo … ma si usa così.

– Bisognerebbe definirla “Graphic History” allora!

Mail

On 13/06/17 14.14, “Pieranna Margaroli” <pieranna.margaroli@margaroli.it>wrote:Ho sentito la Pressgrafica. Mi consegnerebbero giovedì. Io li chiamerò lostesso giorno per poterlo ritirare io entro la giornata. Vi aggiorno.A sabato e domenicaciaoPieranna Margaroli

—— . —— . ——

 

Dal 10 giugno 2014 siamo arrivati al 17 e 18 giugno 2017: finalmente in porto con la presentazione della mostra dei disegni di Ruggero (con anteprima del libro) e la presentazione ufficiale il giorno dopo alla Casa della Resistenza.

Di seguito un po’ di immagini dei due eventi e della successiva presentazione al Monte Verità di Ascona.

 

Mostra dei disegni alla Casa della Resistenza

… …

Work in progress

Rudi e Pieranna

con Arialdo, Gemma e Ester

Presentazione alla Casa della Resistenza

Chiara

Presentazione a Monte Verità

con Yvonne Pesenti Salazar

——————- ——————- ——————-

[i] Cleonice di Maria Silvia Caffari. Spettacolo presentato alla Casa della Resistenza il 12 novembre 2011 con M.Silvia Caffari e Mario Cottura e musiche: Paolo Margaria, fisarmonica. Testo ispirato a: Nino Chiovini, Classe IIIaB: Cleonice Tomassetti, vita e morte, Tararà, Verbania 2010.

[ii] Andrea Ventura – Mimmo Franzinelli, Una mattina mi son svegliato. Cinque storie dell’8 settembre 1943, UTET, Novara 2013.

[iii] Le mail che ci siamo scambiati durante la realizzazione di Quarantatré sono oltre duecento; quella che segue è ovviamente una selezione.

 

 

 

 

 

 

 

Educazione alla morte di Gregor Ziemer

Pubblicato a New York nel 1941, il libro di Ziemer sull’educazione nazista arrivò in traduzione italiana (edita a Londra nel 1944) con le truppe alleate; edizione ripubblicata nel 2006 dall’editore siciliano Città Aperta con una introduzione di Bruno Maida. Esaurita da tempo anche quest’ultima, recentemente è stato ripubblicato dall’editore Castelvecchi (Roma, 2016).

Nel 2006 ne avevo pubblicato una recensione sul n. 2 di Nuova Resistenza Unita che riporto di seguito.

Educazione alla morte. Come si crea un nazista

Il direttore della Scuola Americana di Berlino, Gregor Ziemer, interviene per impedire il linciaggio di un suo allievo di sei anni da parte di giovani hitleriani di una scuola vicina. Siamo nell’inverno del 1939-40, a pochi mesi dall’invasione della Polonia.

“Quell’episodio … m’indusse a prendere una decisione lungamente differita”. Vivendo a Berlino dal 1928 dove, oltre a dirigere la scuola da lui fondata, scrive corrispondenze per testate inglesi e statunitensi, vuole capire dal di dentro “cosa avvenisse nelle scuole e negli altri centri d’educazione nazista”. Con uno stratagemma ottiene dallo stesso ministro dell’istruzione, Bernhard Rust, l’autorizzazione scritta a visitare le istituzioni scolastiche e parascolastiche. Ne nasce un accurato reportage dal titolo Education for Death. The Making of the Nazi, pubblicato nel febbraio del ’41 a New York e seguito da numerose ripubblicazioni, compresa una condensata del Reader’s Digest, anche in altre lingue. Passo dopo passo Ziemer ricostruisce l’itinerario formativo del giovane tedesco volto al suo destino militare e, in capitoli alternati, quello della giovane quale futura prolifica madre di figli per il Führer.

In Italia il testo arrivò nel ’44 con l’esercito alleato, in una traduzione riproposta oggi dalle edizioni Città Aperta, con una bella introduzione di Bruno Maida.

Ad un primo livello di lettura possiamo considerarlo come un esempio significativo di una propaganda di guerra, da parte alleata, efficace e nello stesso tempo seria e ben documentata. Non a caso il testo costituì la base per la sceneggiatura di due produzioni filmiche con chiaro intento di supporto allo sforzo bellico statunitense.

La prima, Hitlers’s Children, dell’emergente regista Edward Dmytry, uscì all’inizio del ’43 e costituì, in modo inaspettato, uno dei maggiori successi di pubblico dei due anni centrali della guerra statunitense. Sul contesto tracciato da Ziemer, il regista inserisce la storia sentimentale e drammatica di due giovani, Karl e Anna; nazista convinto lui, americana e democratica ma con origini tedesche lei, condividono l’amore per la musica e la grande letteratura germanica. Arrestata e destinata alla sterilizzazione forzata non potrà esser salvata da Karl, che, aperti gli occhi sull’orrore del regime, morirà mentre ne compie una denuncia pubblica. La vicenda, vista oggi, può apparire forzata, ma era portatrice, per il pubblico americano di un chiaro messaggio: siamo in guerra non contro il popolo tedesco ma contro un regime che nega le sue stesse origini e la sua cultura.

 

Il secondo, Education for Death [i], è un corto d’animazione (10’) prodotto dalla Disney nello stesso anno. È un caso abbastanza particolare di un utilizzo serio del cartoon, che rimane fedele, sia pur nella sua brevità, al testo originario. Dopo la trasfigurazione ironica della fiaba della Bella addormentata (una grassa Valchiria, la principessa Germania, svegliata e sollevata a forza su un destriero dal principe Hitler) le immagini diventano scure e si narra in quattro sequenze di come il piccolo Hans da bambino delicato e sensibile diverrà “un bravo nazista” che marcia, saluta, brucia i libri e che pensa, vede e dice solo quello che vuole il partito. La terza sequenza ci mostra infatti il piccolo Hans che “si ravvede” dopo esser stato punito dal maestro per essersi commosso per la sorte di un coniglio catturato dalla volpe.

Sequenza che riprende quasi alla lettera un passo di Ziemer dove un vecchio maestro, tramite una poesia (una mosca che cattura un piccolo insetto, divorata a sua volta da un ragno, a sua volta da un passero, da una volpe, da un lupo ecc.) ne insegna la morale: “Questa lotta è … naturale. Senza di essa la vita non potrebbe continuare. Ecco perché il Führer vuol vedere i suoi ragazzi forti, così che possano essere loro gli aggressori e i vincitori e non le vittime”.

 

Il libro di Ziemer permette inoltre un secondo livello di lettura che potrebbe esser effettuato in parallelo con un’analoga testimonianza di Erika Mann.

Questa con La scuola dei barbari. L’educazione della gioventù nel Terzo Reich (La Giuntina, Firenze, 1997), con la sensibilità di una intellettuale tedesca attenta al tema delle differenze (razziali, religiose, culturali, sessuali ecc.) ci mostra, a partire dalla scuola, la progressiva invasione totalitaria del nazismo su ogni aspetto e momento della vita svuotando il privato (la famiglia, il tempo libero ecc.), andando alla radice stessa dei rapporti (es. il figlio dei testimoni di Geova sottratto ai genitori perché non ne assimili le concezioni pacifiste) e distorcendo la base stessa della comunicazione stravolgendo il significato e la connotazione delle parole (ad es. il significato positivo assegnato alla parola “barbaro”). Una descrizione “sincronica” da parte di una connazionale in esilio, dal 1935, per scelta volontaria.

Ziemer, ci offre invece la testimonianza di un educatore democratico americano, uno “straniero” rimasto in Germania fino alla vigilia dell’ingresso degli USA in guerra. Il curricolo educativo nazista, ripercorso diacronicamente, nei suoi principi teorici e nella sua pratica realizzazione, viene mostrato in tutta la sua drammatica efficienza e brutalità. Dalla rigorosa selezione prenatale (le sterilizzazioni forzate per motivi razziali, politici, fisici e psichici) al continuo controllo fin dai primi mesi di vita di una effettiva educazione, da parte delle madri, al culto di Hitler e della razza nella direzione di una uniformità assoluta di un intero popolo. La rigida separazione educativa dei due sessi: le ragazze destinate alla procreazione, anche al di fuori del matrimonio, di giovani ariani; i ragazzi ad un duro addestramento militare che progressivamente svuota e sostituisce ogni contenuto culturale e scientifico. Il paganesimo con il culto del capo che diventa il nuovo Redentore; l’assuefazione alla violenza e all’idea di morte. Il meticoloso inquadramento di ogni fase della vita in organizzazioni pre e para militari con i loro riti iniziatici e il loro progressivo prevalere sulla stessa istituzione scolastica. L’odio e il risentimento contro tutti gli stranieri (quello verso gli americani naturalmente viene particolarmente sottolineato). E non ultimo lo stupore e i dubbi di un educatore di come una scuola, senza più libri di testo ma governata gerarchicamente con rigide direttive e controlli, svuotata di ogni contenuto culturale e scientifico che non sia direttamente finalizzato alle tecnologie utili per la guerra, possa costituire il pericolo più serio per una società dove la scuola è “una scuola democratica per la vita” se quest’ultima non saprà ritrovare in se stessa uno “spirito democratico ringiovanito”.

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

[i] Il corto dalla Disney (in lingua originale) è visionabile qui e con parziale sottotitolatura in italiano qui.

A Zurigo un intervento su “Fascismo ieri e oggi”

Zurigo, la capitale economica della Confederazione elvetica, ospita la comunità italiana più numerosa della Svizzera dopo quella del Canton Ticino. Una comunità, costituitasi nel tempo grazie all’immigrazione operaia, che ha sempre tenute vive, oltre ai rapporti con l’originaria madre patria, le sue combattive tradizioni proletarie. Non a caso qui è stato fondato, già nel 1899, il quotidiano socialista “L’avvenire dei lavoratori”, testata ancora oggi presente in una edizione on line, un osservatorio della politica italiana e d’oltralpe che si distingue per intelligenza e spirito critico e che è possibile ricevere via mail con una semplice richiesta (qui). Ancor oggi è attivo il Ristorante Cooperativo Italiano (Coopi) fondato nel 1905, centro culturale e politico da cui sono passati numerosi esponenti storici del socialismo e dell’antifascismo.

     

Ogni anno a Zurigo il 25 aprile si celebra la Festa della Liberazione, probabilmente la più sentita e partecipata al di fuori dei confini nazionali.

L’intensa vita associativa della comunità italo-zurighese fa riferimento al Comites di Zurigo e sino ai primi mesi di quest’anno aveva come luogo di aggregazione la Casa d’Italia dove aveva anche sede un polo scolastico di lingua italiana; in maniera improvvisa la struttura è stata chiusa per una ristrutturazione prevista per i prossimi tre anni su iniziativa del nostro ministero degli esteri e del consolato italiano nella prospettiva di una sua diversa funzione futura quale vetrina turistica ed economica dell’arte e della produzione italiana. Le scuole italiane ospitate hanno dovuto trovare un’altra sede e le numerose associazioni ospitate non possono più usufruire dei locali e dei servizi della struttura e non pare che, a ristrutturazione completata, lo potranno in futuro. L’operazione ha trovato l’adesione convinta del parlamentare del PD Gianni Farina, eletto nella circoscrizione estera. Non sono però mancate critiche e accuse di scarsa trasparenza per i tempi improvvisi e le prospettive non chiare dell’insieme dell’operazione.

Tra le Associazioni italo-zurighesi attive si distingue il Comitato XXV Aprile, anima dell’antifascismo zurighese e principale organizzatrice della annuale Festa della Liberazione; nonostante sia ora privo di sede il Comitato continua la sua attività e gli incontri di approfondimento e discussione.

Questa associazione ha invitato Giorgio Danini e il sottoscritto, quali esponenti del Consiglio di Amministrazione della Casa della Resistenza di Fondotoce, il 29 settembre scorso a parlare del fascismo con attenzione ai suoi sviluppi dopo la Liberazione e nel mondo attuale.

Sulla base della scaletta e di una selezione di brani preparati per l’occasione, ricostruisco di seguito il mio intervento sviluppandone anche alcuni punti che, per ragioni di tempo, avevo appena accennato.

 

 

 

Fascismo ieri e oggi

 

Presentazione

Un certo numero di voi conosce la Casa della Resistenza per averla visitata due anni fa ed è a seguito di quell’incontro che ci troviamo qui oggi. Vittorio Beltrami, nostro precedente presidente e a suo tempo promotore, quale Presidente della Giunta Piemontese, della legge regionale istitutiva, amava definirla “la più grande Casa della Resistenza dell’Europa”. La Casa e il “Parco della Memoria della Pace” con il lungo muro che ricorda i nomi dei 1300 caduti partigiani nelle province di Novara e del Verbano Cusio Ossola, trova la sua ragione fondativa in eventi storici di eccezionale rilievo: in particolare la prima strage di ebrei avvenuta in Italia coinvolgente almeno nove località prospicenti il Lago Maggiore, il grande rastrellamento della Val Grande, la più massiccia e cruenta operazione antipartigiana di tutto il nord-ovest italiano, l’esperienza della cosiddetta “Repubblica dell’Ossola” che ha saputo anticipare ordinamenti e ispirazioni dell’Italia repubblicana fondata sulla Costituzione, e infine il ruolo attivo che le formazioni del territorio hanno avuto, dopo la sua liberazione il 24 aprile, nella liberazione successiva delle province lombarde limitrofe e di Milano.

La Casa della Resistenza di Verbania e la vostra associazione qui a Zurigo: oltre al legame comune dell’antifascismo che ci unisce e dell’occasione che ha dato vita a questo incontro, voglio ricordare altri due significativi punti di condivisione. Il Comitato XXV Aprile aderisce alla FIAP, la Federazione delle Associazioni Partigiane Italiane che aveva a Milano una sua importante biblioteca; per iniziativa di Aldo Aniasi, il partigiano socialista “Iso”, comandante delle formazioni garibaldine dell’Ossola, tale fondo librario e documentale, vista l’indisponibilità dei locali che prima l’ospitavano, è stato devoluto nel 2000 alla nostra associazione che ha dato vita alla Biblioteca Aldo Aniasi che attualmente detiene circa 17mila opere sulla storia della Resistenza italiana ed Europea e più in generale sulla storia del ‘900.

Vorrei infine ricordare che Viva Babeuf!, il romanzo partigiano di Gino Vermicelli sulla resistenza dell’Ossola, una delle più belle opere narrative sulla resistenza italiana, è stato tradotto e pubblicato in tedesco nel 1990 proprio qui a Zurigo dall’editore Rotpunktverlag, con il titolo Die unsichtbaren Dörfer.

E veniamo all’argomento di questa sera.

 

Il fascismo come metodo

Partirei, in accordo con Giorgio Danini, con un breve testo che la scrittrice e polemista sarda Michela Murgia ha postato su facebook poco più di un mese fa e che ha avuto una notevole diffusione online: Piccolo discorso sul fascismo che noi siamo dove tra l’altro afferma:

“A te che hai vent’anni e mi chiedi cos’è il fascismo, vorrei non doverti rispondere. Vorrei che nel 2017 la risposta a questa domanda la sapessimo già tutti … È quindi colpa mia se me lo chiedi.

Colpa del fatto che non ti ho detto che il fascismo non è il contrario del comunismo, ma della democrazia. Dovevo dirtelo prima che il fascismo non è un’ideologia, ma un metodo che può applicarsi a qualunque ideologia, nessuna esclusa, e cambiarne dall’interno la natura. … Dire che il fascismo è un’opinione politica è come dire che la mafia è un’opinione politica; invece, proprio come la mafia, il fascismo non è di destra né di sinistra: il suo obiettivo è la sostituzione stessa dello stato democratico ed è la ragione per cui ogni stato democratico dovrebbe combatterli entrambi – mafia e fascismo – senza alcun cedimento. Tu sei vittima dell’equivoco che identifica il fascismo con una destra ed è un equivoco facile, perché il fascismo è la modalità che meglio si adatta alla visione di mondo di molta della destra che agisce in Italia oggi. …

Può esserti utile sapere come riconosco io il fascismo quando lo incontro: ogni volta che in nome della meta non si può discutere la direzione, in nome della direzione non si può discutere la forza e in nome della forza non si può discutere la volontà, lì c’è un fascismo in azione. In democrazia il cosa ottieni non vale mai più del come lo hai ottenuto e il perché di una scelta non deve mai farti dimenticare del per chi la stai compiendo. Se i rapporti si invertono qualunque soggetto collettivo diventa un fascismo, persino il partito di sinistra, il gruppo parrocchiale e il circolo della bocciofila. “

Il fascismo oggi (nel 2017) come metodo antidemocratico. In questa attualizzazione c’è un aspetto importante: il fascismo come rifiuto delle regole e della democrazia, l’esaltazione della forza e pertanto della violenza: ogni mezzo è lecito pur di raggiungere la meta prefissata. La critica della “mediocrità democratica”; l’esaltazione dell’azione, dell’eroismo, l’icona del “guerriero” contro quella del “mercante”. Questi temi erano già presenti in Georges Sorel e nel Sindacalismo rivoluzionario e saranno ripresi da autori “radicali” non solo fascisti. Critica della democrazia che in Mussolini si esprimeva nella formula dispregiativa della “democrazia dei numeri”:

Lo Stato non è un numero, come somma di individui formanti la maggioranza di un popolo. E perciò il Fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero, abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come deve essere, qualitativamente e non quantitativamente.” (Dottrina del fascismo).

La Murgia sottolinea pertanto un aspetto importante che spiega implicitamente anche perché contro il fascismo (e il nazismo) c’è stata storicamente (e anche oggi bisogna perseguire) una unità democratica (dalla sinistra alla destra). Non convince invece laddove afferma che il fascismo di oggi (e vale anche per quello di ieri?) non è né di destra né di sinistra. In sostanza una messa tra parentesi della dimensione storica che rischia, al di là delle intenzioni dell’autrice, di banalizzare il fascismo (il gruppo parrocchiale e la bocciofila?) mettendone tra parentesi i contenuti e le finalità

Non dimenticando fra l’altro che uno fra i motivi ricorrenti delle nuove destre radicali (neofasciste e neonaziste) è proprio quello del superamento della dicotomia fra destra e sinistra.

 

Sinistra e destra

Conviene allora riprendere il significato di destra e di sinistra non tanto quale collocazione lineare – spaziale delle forze politiche, ma nei contenuti caratterizzanti e nei valori di riferimento che i due concetti esprimono. Mi richiamo in particolare alla posizione di Norberto Bobbio che considera insuperabile la dicotomia e prioritaria rispetto al metodo.

Nella contrapposizione fra estremismo e moderatismo viene in questione soprattutto il metodo, nell’antitesi fra destra e sinistra vengono in questione soprattutto i valori. Il contrasto rispetto ai valori è più forte che quello rispetto al metodo”. (Norberto Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli 1994, p. 33)

L’antitesi nel linguaggio politico entrò in uso ai tempi della Rivoluzione francese: durante la Costituente i favorevoli al diritto di veto incondizionato del Re sedevano a destra, i contrari a sinistra. Nella “topografia politica” questa dicotomia venne a sostituire quella precedente di “alto e basso” dove destra subentrò all’alto (il potere tradizionale) e sinistra al basso (i molti senza potere).  Molti studiosi ritengono che questo modo di rappresentare la dislocazione delle forze politiche non sia casuale ma fondata su tradizioni e archetipi profondi (es. quello religioso: “sedere alla destra del padre”; l’uso di “destro” “dritta”, “droit”, “right” per indicare la giusta diritta direzione, ma anche ordine, chiarezza).  All’opposto “sinistra” connota disordine, confusione, minaccia.

Anche ricerche sociologiche svolte in più paesi indicano come la divisione sia percepita come fondamentale[1] nonostante la molteplicità voci che affermano “sia superata dai tempi”. Possiamo rappresentare questa dicotomia in una tabella di confronto fra i rispettivi valori e contenuti caratteristici[2]:

 

Carattere fondante Sinistra: Eguaglianza Destra: Gerarchia
 

Altre caratteristiche

Classi disagiate Classi agiate
Libero pensiero Religiosità
Discontinuità Continuità
Emancipazione Difesa della tradizione
Cosmopolitismo Nazionalismo
Pacifismo Militarismo
Logos (razionalità) Mito e richiami irrazionali
Pensatori di riferimento Rousseau: eguaglianza originaria dello Stato di natura che società e proprietà hanno corrotto Nietzsche: diseguaglianza originaria che società e cristianesimo stravolgono con eguaglianza fittizia

 

Va inoltre sottolineato come la dicotomia libertà/autoritarismo (come già ricordava Bobbio) non coincida con la dicotomia sinistra/destra: vi sono infatti destre democratiche come sinistre autoritarie e, naturalmente, viceversa.

Va allo stesso modo ricordato come vi siano ulteriori dimensioni della politica[3] che non coincidono con la polarità sinistra/destra e che la attraversano:

  • individualità contrapposta a comunità[4]: vi è un individualismo di destra spesso coniugato al neoliberismo e uno radicale di sinistra promotore dei diritti delle differenze, così come il concetto di comunità può caratterizzarsi come chiusura identitaria basata su “sangue e suolo” come su uno spazio di condivisa ed egualitaria ricerca del bene comune;
  • le attività economiche umane contrapposte alla difesa dell’ambiente: vi è infatti un ambientalismo di destra come di sinistra e sull’altro lato la difesa, spesso ad oltranza, del “progresso economico” può incontrare fautori su entrambi i lati dello schieramento politico.
  • centralismo dello Stato contrapposto all’autonomismo dei territori: antitesi che ha attraversato anche la Resistenza dove a fianco del centralismo prevalente della Liberazione Nazionale si è anche affiancato l’autonomismo federalistico elaborato dalla Carta di Chivasso; per venire ai nostri tempi dove un movimento autonomistico (e inizialmente anche separatista) come la Lega Nord sia chiaramente di destra[5], mentre dall’altro lato l’autonomismo e separatismo repubblicano catalano abbia una prevalenza di sinistra cui si contrappongono, oltre alla destra istituzionale di Mariano Rajoy, i movimenti esplicitamente nazionalisti e fascisti come gli eredi del falangismo franchista al cui fianco si sono schierati analoghi movimenti italiani.

 

Il fascismo come contenuto

La tesi che maggiormente mi convince è quella, d’altronde largamente condivisa, che definisce il fascismo (sia vecchio che nuovo) come un movimento politico antidemocratico di destra, con alcune differenze fra quello storico e quello/i odierno/i legate al mutamento di contesto storico culturale.

Il fascismo delle origini (il fascismo come movimento secondo la terminologia di De Felice) aveva caratterizzazioni che non erano tutte “di destra”; questo non solo per le origini socialiste di Mussolini e per la confluenza dei soreliani ma anche per motivi di “proselitismo” (ad es. i fasci che richiamano, oltre al littorio romano, una importante tradizione di lotta popolare presente in Sicilia ma con risonanze nazionali) e per il fatto di porsi come rottura rivoluzionaria contro l’assetto liberale per istituire appunto un “nuovo ordine”. Anche il nazismo che si autodefiniva appunto “nazional-socialismo” e poneva la svastica della simbologia solare precristiana sulla bandiera rossa ha percorso una analoga traiettoria. Ma il fascismo (e così il nazismo) assunto al potere si caratterizza senz’altro come regime autoritario di destra (conservatorismo, tradizionalismo, nazionalismo, militarismo ecc.).

Non penso di soffermarmi sulla questione che penso sia largamente notoria. Ricordo solo alcuni temi, miti e caratterizzazioni che in buona parte ritroveremo nel fascismo successivo. Il rifiuto della analisi sociale (le classi) e la concezione “organicistica” e corporativa (Carta del Lavoro[6] del 1927); centralità dello Stato (Tutto nello Stato, niente fuori dello Stato, nulla contro lo Stato affermava Mussolini); esaltazione della violenza e della “bella morte” con relativa iconografia (teschi, camicia nera, pugnali…); il partito concepito come milizia e la Casa del fascio come luogo sacro dove celebrare i riti e i martiri fascisti; subordinazione e netta differenziazione di ruolo della donna; il popolo e la nazione come omogeneità sottoposta al “capo”; mito della romanità, della “razza italiana” e della sua missione (imperiale) nel mondo e pertanto razzismo contro i “popoli inferiori”; il rifiuto delle diversità (religiose, sessuali, linguistiche ecc.) e l’individuazione di nemici interni (non solo politici) quali capri espiatori da perseguitare: la legislazione razziale del 1938 non fu pertanto un fulmine a ciel sereno emanata solo per compiacere l’alleato nazista[7] ma esito da tempo preparato; infine, quale sorta di principio trasversale a quanto sopra sottolineato, la netta priorità dell’azione sul pensiero.

Molti di questi caratteri verranno amplificati durante il periodo di Salò (il fascismo repubblicano) dentro un richiamo al “fascismo sociale” delle origini, il rilancio dei sindacati fascisti e della concezione corporativa e il ruolo distinto e prioritario del partito (unico) fascista rispetto allo Stato[8], con i 18 punti della Carta di Verona del 14.11.1943).

Ne richiamo alcuni[9]:

5. – L’organizzazione a cui compete l’educazione del popolo ai problemi politici è unica. Nel Partito, ordine di combattenti e di credenti, deve realizzarsi un organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell’Idea Rivoluzionaria. La sua tessera non è richiesta per alcun impiego o incarico.
6. – La religione della Repubblica è la cattolica apostolica romana. Ogni altro culto che non contrasti alle leggi è rispettato.
7. – Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica. …

16. – Il lavoratore è iscritto d’autorità nel Sindacato di categoria senza che ciò impedisca di trasferirsi in altro Sindacato, quando ne abbia i requisiti. I Sindacati convergono in un’unica Confederazione che comprende tutti i lavoratori, i tecnici, i professionisti, con esclusione dei proprietari che non siano dirigenti o tecnici. Essa si denomina Confederazione generale del lavoro, della tecnica e delle arti. …

 

Cosa è cambiato nel dopoguerra

Analizzando il fascismo post bellico dobbiamo considerare due percorsi paralleli: quello dei partiti che hanno continuato in modo ufficiale e pubblico la sua eredità a partire dal Movimento Sociale con le formazioni politiche successive e dall’altra la galassia dei movimenti fascisti e neofascisti in gran parte esterni a quelle formazioni.

Il Movimento Sociale Italiano nasce e si caratterizzerà come un partito con due anime: quella del nord costituita in gran parte dai reduci della Repubblica di Salò a impronta radicale e che fornisce parte consistente dell’apparato di partito ma che non ha una base elettorale significativa e quella del centro sud più moderata e tendenzialmente filomonarchica in grado di portare un più significativo contributo elettorale. Questa dialettica tra nord e sud del partito, fra repubblicani e monarchici, fra radicali e moderati, in sostanza fra manganello e doppiopetto, si rifletterà nell’alternanza delle segreterie che rappresenterà significativamente questa doppia natura. Dopo la scelta iniziale quale segretario del poco esposto Giacinto Trevisonno (1946-47) avremo da una parte Giorgio Almirante (1947-50) e dall’altra De Marsanich (1950-54) e Arturo Michelini (1954-69) per poi ritornare ad Almirante (1969-87). Alternanza che si riproporrà fra Gianfranco Fini (1987-1990) e Pino Rauti (1990-91) per ritornare a Fini che nel 1995 porterà allo scioglimento il partito con la nascita di Alleanza Nazionale, nuova formazione che si presenta come un partito di destra conservatrice ma che nel suo simbolo mantiene la fiamma tricolore missina, esplicito riferimento alla tradizione fascista e mussoliniana. L’alleanza con Berlusconi porterà poi allo scioglimento anche di Alleanza Nazionale e al suo assorbimento nel Popolo della Libertà nel 2009.  Nel 1995 gli irriducibili missini che si rifiutarono di entrare in Alleanza Nazionale diedero vita, sotto la guida di Pino Rauti, al Movimento Sociale Fiamma Tricolore il cui percorso entrerà a pieno titolo nella galassia neofascista cui prima accennavo.

A fianco e all’esterno del Movimento sociale si era infatti sviluppata, subito dopo il crollo della RSI, una costellazione di gruppi, movimenti e formazioni fasciste e neofasciste, in parte in contatto e in parte in conflitto con il partito, in parte anche clandestine, di cui non è certo facile ricostruire la storia e la cronaca, cronaca non di rado criminale[10] e legata alla strategia della tensione e all’eversione. Mi sembra più utile conoscerne (e riconoscerne) i principali filoni e orientamenti[11].

Centrale per tutta questa area è fare conti con il fascismo e con la sua rovinosa caduta: le valutazioni si possono riassumere in tre diverse prese di posizione e di conseguenza individuare tre principali filoni che attraversano questa galassia di destra radicale.

  • Il fascismo come rivoluzione mancata: quello del ventennio non ha saputo far fede alle sue origini rivoluzionarie entrando in compromesso con monarchia, chiesa e alta finanza; quello repubblicano della RSI, in particolare con la Carta di Verona, ha ridato linfa al fascismo autentico ma ha preso corpo quando ormai la situazione politica e militare era compromessa. Da lì si deve riprendere un nuovo fascismo adeguato ai tempi. Possiamo individuare quali rappresentanti attuali di questo filone i “fascisti del terzo millennio” di CasaPound.
  • Il fascismo come Terza via: sua novità al di là delle antitesi progresso-reazione e capitalismo-collettivismo marxista; promotore di una rivoluzione spirituale contro ogni forma di materialismo sia esso liberale o comunista e che potrà realizzarsi nelle Stato corporativo[12]. L’errore fu quello di concentrarsi contro il collettivismo marxista alleandosi con interessi economici conservatori: equivoco durato sino al 25 luglio del’43. Saranno proprio le principali “potenze materialiste” fra loro alleate, Stati Uniti e Unione Sovietica, a decretare la sconfitta del 1945. Lungo questo filone troviamo i neofascisti di Terza Posizione e, attualmente, di Forza Nuova.
  • Il Fascismo come reazione tradizionalista in radicale opposizione al mondo moderno. Si tratta di un orientamento per certi versi più neonazista che neofascista e che trova in Julius Evola il suo principale teorizzatore. Tra i movimenti che più esplicitamente vi si sono ispirati troviamo Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale e loro propaggini in genere riconoscibili sia per il richiamo a “ordini di guerrieri eletti” (La Falange, la Legione, l’Avanguardia…) che a simbologie pagane, runiche (Ôþalan) e nordiche o presunte tali (l’Ascia bipenne).

Il barone di origini siciliane Giulio Cesare Andrea (Julius) Evola (1898-1974) dai molteplici interessi (artista dadaista, cultore di studi filosofici ed esoterici …), non aderì formalmente al partito fascista ma vi collaborò attivamente, in particolare nei corsi di mistica fascista e con numerosi saggi che in qualche modo si collocavano in una posizione di critica da destra del fascismo con una esaltazione della tradizione contro la modernità, dello Stato contro la Società, del mito contro la ragione, della romanità contro il cattolicesimo, dell’Impero contro la nazione (figlia del 1789 e del patriottismo), della trascendenza contro l’immanenza (economica, edonistica), di un razzismo spirituale più che biologico (nazista), dell’élite razziale contro la massa del popolo. L’Impero ghibellino e la Prussia sono indicati come i riferimenti statuali principali, ripresi dal Reich nazista la cui forza risiede nella contiguità-continuità con i miti germanici mentre il cattolicesimo in Italia ci ha allontanato dai miti greci e romani. Lo Stato non deve cercare consenso ma imporre il suo potere in modo “maschio” contro il popolo che è “femmina” (plebe, massa) e che segue le sue “brame” tentando di sovvertire l’ordine. La debolezza di Mussolini è consistita nella ricerca di approvazione del popolo; più efficace il nazismo con il concetto di popolo wolk-razza intesa come totalità organica anche se in Hitler non mancarono aspetti populistici. Bisogna portare sino alle sue estreme conseguenze la critica del moderno principio di eguaglianza negando qualsiasi concessione di partecipazione del popolo. Lo stesso concetto di “partito” va contrastato in quanto frutto della modernità ristabilendo la gerarchia grazie ad un élite guerriera come fu a suo tempo, l’Ordine Teutonico e, con il nazismo, le SS.

Queste posizioni di radicalismo e irrazionalismo estremi di Evola (compresi i suoi studi sulle religioni precristiane e sull’esoterismo) hanno influenzato (e tutt’ora influenzano) gran parte del neofascismo e neonazismo attuali (non solo italiani[13]) anche al di là del filone sopra indicato che più direttamente ed esplicitamente vi si ispira.

 

Cenni alla situazione attuale

Un quadro complessivo della situazione attuale delle tendenze e movimenti neofascisti e neonazisti richiederebbe ben altro spazio di approfondimento. Dopo la fine del “Secolo breve” con il crollo dell’URSS e del bipolarismo con la contemporanea fine, almeno nell’area occidentale, della società di massa e del ruolo centralistico preminente dei mass media, sostituito dalla orizzontalità dei new media, viviamo in un mondo in cui le forze centrifughe prevalgono su quelle centripete: “tutto si frantuma” dalle famiglie agli stati. Come aveva ben intuito Hobsbawm:

Il mondo più comodo per i giganti multinazionali è un mondo popolato da staterelli nani o un mondo del tutto privo di stati” (Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve, RCS, Milano 1997, p. 331).

In questa “società degli individui”, che ha sostituito la società di massa, il predominio del capitale finanziario genera e amplifica le diseguaglianze producendo insicurezze diffuse in ceti medi prima economicamente “al riparo” dalla povertà su cui diventa agevole far leva orientando risentimento e protesta non contro l’origine del male ma verso nuovi “capri espiatori”. E l’orizzontalità e l’accessibilità di Internet con l’illusione di uno spazio libero dove tutto è permesso fa sì che gruppi e siti esplicitamente neonazisti e neofascisti trovino larga diffusione e purtroppo scarsa “Resistenza”.

Senza entrare nel merito della galassia attuale (in presenza e online) delle organizzazioni di destra radicale, posso in conclusione cercare di indicare alcuni segni distintivi che, pur richiamandosi ai tre filoni sopra ricordati, caratterizzano l’attualità.

  • La diffusione e l’utilizzo di un vasto universo di miti e tradizioni esoteriche ed irrazionali sia storicamente reinterpretate che di origine puramente letteraria (es. Tolkien) per rinnovare la concezione evoliana e neonazista di un ordine di eletti in lotta contro il male assoluto che non è più principalmente rappresentato dal comunismo ma dai “contaminatori” della purezza dei costumi e delle tradizioni siano essi interni (laicisti, abortisti, omosessuali ecc.) che esterni, provenienti da culture non europee.
  • Il “sovranismo” che riattualizza il nazionalismo storico non tanto individuando il “nemico” in altri Stati ma soprattutto da un lato nelle Istituzioni sovranazionali (ONU, Comunità Europea …) e dall’altro nei “nuovi invasori” ovvero nei migranti. “Padroni a casa nostra” è lo slogan largamente diffuso e la “casa” minacciata da difendere, a seconda delle occasioni, può essere sia lo Stato nazionale che la specifica Regione o la singola località[14].
  • L’utilizzo di un razzismo non più su base biologica ma culturale e differenzialista[15] in cui non si ritiene più irriducibile e incompatibile la differenza “razziale” ma quella culturale e soprattutto religiosa. Il che fa sì che il razzista odierno possa, in parziale “buona fede”, affermare “Io non sono razzista” facendo implicito riferimento al razzismo storico a base biologica e nello stesso tempo giustificare atteggiamenti e comportamenti discriminatori. È stato in particolare, già negli anni ’90, lo studioso francese Pierre-André Taguieff a mettere per primo in evidenza la contemporanea trasformazione del razzismo. In questo quadro va anche inserita una analoga metamorfosi in atto, quella dall’antisemitismo all’anti islamismo. Certo l’antisemitismo è ancora diffuso in molti gruppi neonazisti, specie in quelli dell’est Europa dove l’impatto effettivo dei fenomeni migratori da paesi a prevalenza islamica è sostanzialmente irrilevante, e il suo germe ha contaminato (e ancora contamina) il mondo moderno (basti osservare slogan e comportamenti di certe tifoserie calcistiche) ma la progressiva crescita nell’estrema destra odierna di una islamofobia rispetto all’antisemitismo è del tutto evidente. Ha in particolare esplicitato questa metamorfosi lo studioso ebraico, di origini piemontesi ma operante anch’esso in Francia, Enzo Traverso nel suo recente testo La fine della modernità ebraica (Feltrinelli, Milano 2013).

Per suffragare e approfondire quest’ultima tematica delle metamorfosi del nuovo razzismo, tema che mi sembra fondamentale per capire e contrastare gli attuali neofascismi e neonazismi riporto in coda brani dei due autori citati.

 

Due brani sulla metamorfosi del razzismo

 

  Pierre-André Taguieff, Il nuovo razzismo

Il nuovo razzismo ideologico si è progressivamente riformulato come un culturalismo e un differenzialismo, entrambi radicali, aggirando così l’argomentazione antirazzista basata sul rifiuto del biologismo e dell’inegualitarismo, pensati come i due caratteri fondamentali del razzismo dottrinale, a cui si credeva ingenuamente di poter opporre il relativismo culturale e il diritto alla differenza. Il principio della recente metamorfosi ideologica del razzismo consiste proprio nel fatto che l’argomento dell’ineguaglianza biologica tra le razze è state sostituito con quello dell’assolutizzazione della differenza fra le culture.

Di conseguenza … l’antirazzismo classico, imperniato di culturalismo e di differenzialismo, non può più funzionare da dispositivo critico efficace, dal momento che le sue tesi e argomentazioni tendono a confondersi con quelle del neonazismo, differenzialista e culturale. Di qui la presa di coscienza della necessità di ripensare l’antirazzismo e di abbandonare la funzione rituale e il significato strettamente commemorativo di quest’ultimo. L’antirazzismo non può limitarsi all’indignazione morale retrospettiva e all’anatema commemorativo se non per autosqualificarsi collaborando alla propria scomparsa per mancanza di “razzisti” corrispondenti ad un identikit desueto.  

Né i Gobineau né gli Hitler possono oggi essere trovati lì dove Ii si cerca, e i nuovi razzisti non assomigliano più a queste figure del passato.”

[Il razzismo. Pregiudizi, teorie, comportamenti, Cortina, Milano 1999, p. 49-50]

 

Enzo Traverso, Metamorfosi: dall’antisemitismo all’islamofobia

Il declino Della tradizione fascista lascia spazio a un’estrema destra di tipo novo, la cui ideologia riconosce i mutamenti del ventunesimo secolo. Il culto dello stato forte si attenua e lascia spazio alia critica dello stato sociale, alla rivolta fiscale e all’individualismo. Il rifiuto della democrazia – o la sua interpretazione in senso plebiscitario e autoritario – non sempre si accompagna al nazionalismo classico, che in alcuni casi è anzi sostituito da forme di etnocentrismo suscettibili di mettere in discussione il paradigma dello stato-nazione, come dimostrato dalla Lega Nord italiana o dall’estrema destra fiamminga. Altrove il nazionalismo prende la forma di una difesa dell’Occidente minacciato dalla globalizzazione e dallo scontro di civiltà.

Il singolare cocktail il xenofobia, individualismo, difesa dei diritti delle donne e omosessualità realizzato da Pim Fortuyn nel 2002 in Olanda è stato la chiave di un durevole successo elettorale. Tratti analoghi caratterizzano altri movimenti politici dell’Europa del Nord, come il Vlaams Belang in Belgio, il Partito popolare danese o l’estrema destra svedese.

L’islamofobia

L’elemento federatore di questa nuova estrema destra risiede nel razzismo, espresso attraverso un violento rifiuto degli immigrati. Ai nostri giorni, i migranti sono gli eredi delle “classi pericolose” ottocentesche, dipinte dalle scienze sociali dell’epoca come ricettacolo di tutte le patologie sociali, dall’alcolismo alla criminalità alla prostituzione, bacillo di epidemie come il colera. Questi stereotipi – spesso condensati nella raffigurazione di uno straniero dalle caratteristiche fisiche e psichiche molto marcate – derivano da un immaginario orientalista e coloniale che ha sempre aiutato identità incerte e fragili a definirsi negativamente rispetto a nemici e “invasori”, a fondarsi sulla paura dell’“altro”. Nell’Europa contemporanea, il migrante ha essenzialmente i tratti del musulmano e il nuovo razzismo non è più antisemita ma anti-islamico. La memoria della Shoah – una percezione storica dell’antisemitismo attraverso il prisma del genocidio – tende ad offuscare queste evidenti analogie.

Il ritratto dell’arabo musulmano dipinto dalla xenofobia contemporanea non differisce di molto da quello dell’ebreo dipinto dall’antisemitismo di inizio Novecento. Le barbe, i filatteri e i caffetani deli ebrei emigrati dall’Europa orientale un secolo fa corrispondono alle barbe e ai veli musulmani di oggi. In entrambi i casi, le pratiche religiose e culturali, l’abbigliamento e le abitudini alimentari di una minoranza sono usati per costruire lo stereotipo negativo di un corpo estraneo e inassimilabile alla comunità nazionale. Ebraismo e islam fungono così da metafore negative dell’alterità: un secolo fa l’ebreo era sistematicamente rappresentato dall’iconografia popolare con il naso adunco e le orecchie a sventola, oggi l’islam è identificato con il burqa, benché il 99,99 per cento delle donne musulmane che vivono in Europa non indossi il velo integrale. Sul piano politico, infine, lo spettro del terrorismo islamico sostituisce quello del giudeo-bolscevismo.

[La fine della modernità ebraica, Feltrinelli, Milano 2013, p. 114-116]

 

 


 

[1] J.A. Laponce, Left and Right. The Topography of Political Perception, University of Toronto, 1981.

[2] Ho ripreso e rielaborato da “L’opposizione destra-sinistra. Riflessioni analitiche” di Anna Elisabetta Galeotti in Franco Ferraresi (a cura), La destra radicale, Feltrinelli, Milano 1984, pp. 253-275.

[3] Ho sviluppato questa tematica in un post del 2013: Nuove dimensioni per la politica?

[4] Cfr. due mie precedenti contributi: Il bisogno di comunità e L’orizzonte della comunità ai tempi di Internet.

[5] Basti ricordare la figura di Mario Borghezio, proveniente dall’estrema destra neonazista e sostenitore a livello europeo dell’entrismo fascista e nazista “nei movimenti territoriali” come la Lega Nord (cfr. qui).

[6] Il testo completo della Carta del lavoro è reperibile online qui.

[7] Su questo aspetto, in aperta contestazione della descrizione di De Felice sul rapporto Mussolini / ebrei, fondamentale è l’opera di Michele Sarfatti: Mussolini contro gli ebrei, Zamorani, Torino 2017 (nuova edizione). Una attenta recensione è reperibile sul sito de il manifesto a cura Giorgio Fabre.

[8] Questa concezione del partito come ordine degli eletti (i soli che devono averne la tessera) distinto dallo Stato, per certi versi più nazista che mussoliniana (che era invece decisamente statalista) si incarnava in particolare nella figura di Alessandro Pavolini e, sul piano teorico, in quella di Julius Evola (cfr. sotto), punti di riferimento per alcune delle correnti più radicali del successivo neofascismo. Cfr. “I due fascismi di Salò” in Giuseppe Parlato, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 315-322.

[9] I 18 punti della Carta di Verona sono consultabili per esteso online qui.

[10] Per quanto riguarda il nostro territorio del Verbano Cusio Ossola si può ricordare la vicenda di Giovanni Ceniti, già responsabile di Casa Pound del VCO, condannato per l’omicidio del broker Silvio Fanella.

[11] Faccio riferimento in particolare ai saggi contenuti nel testo già citato curato di Franco Ferraresi: cfr. nota 2.

[12] Fra i teorici di questa posizione Enzo Erra: cfr. “Il fascismo tra reazione e progresso” in AA.VV., Sei risposte a Renzo De Felice”, Volpe, Roma 1976, pp. 55-101.

[13] Oltre alla diffusione tra le estreme destre europee, si può citare Steve Bannon, consigliere di Trump, e i suprematisti bianchi statunitensi (cfr. qui).

[14] Spesso in modo improprio viene utilizzata la dizione “populismo” per riferirsi a queste posizioni e spesso anche verso qualsiasi posizione di destra o di sinistra che non sia “moderata”. Sul significato di questo termine ormai largamente utilizzato a proposito e sproposito penso di tornare in un prossimo post.

[15] Di questo ho parlato in maniera diffusa in un mio precedente post: I migranti e le nostre comunità.  

La nostra Resistenza: cinque (ri)letture

Nei giorni scorsi, in seguito alla scomparsa di Gianni Maierna ho cercato quanto avevo scritto recensendo il libro sulla sua esperienza di giovane partigiano gappista. L’ho trovato in una cartella insieme ad altre quattro brevi recensioni di testi sulla resistenza nel Verbano e nell’Ossola in occasione della loro pubblicazione o di una loro riedizione. Recensioni pubblicate su Nuova Resistenza Unita, salvo una (Un salto nel buio di Mario Bonfantini) destinata anch’essa alla pubblicazione ma, per motivi che non ricordo, rimasta nel cassetto (o meglio nel PC). Le ripropongo qui, in successione cronologica, quale suggerimento di possibile (ri)lettura.

 

Nino Chiovini, I giorni della semina, Tararà, Verbania 2005

 I giorni della semina: la nuova edizione

Vi sono libri resi grandi dall’importanza dell’evento di cui trattano; e, viceversa, eventi che assurgono a grandezza grazie alla qualità di una loro narrazione. Quando le due possibilità coincidono, ne nasce un’opera fondamentale. Tale è I giorni della semina, che le nostre edizioni ripropongono nel progetto di riedizione di tutta l’opera di Chiovini.” Così inizia la nota editoriale che presenta la nuova edizione di quello che è ancor oggi il testo fondamentale per la conoscenza degli eventi del giugno del ’44 e della Resistenza nel Verbano. Testo che, come è anche emerso nell’importante Convegno su Chiovini tenutosi a Verbania il febbraio dello scorso anno (2004), rappresenta il passaggio non agevole e non lineare, nella sua lunga esperienza di scrittura, dal protagonista e testimone al ricercatore. L’uscita della quinta edizione (un evento del tutto raro per un testo locale e di storia) ci consente di ricostruirne il percorso di elaborazione ed editoriale.

La base di partenza è senz’altro costituita dalla collaborazione editoriale tra il ‘45 e il ’47 al settimanale Monte Marona con numerosi articoli e con il diario partigiano. Il tempo, quasi vent’anni, e alcune contingenze (l’invito di Paolo Pescetti a partecipare ad un concorso per uno scritto sulla Resistenza indetto nel 1964 dal “Calendario del Popolo” ed una convalescenza post-operatoria) danno vita a “Verbano, giugno ‘44” pubblicato nel 1966 a cura del Comitato Permanente Verbanese della Resistenza e del Comune di Verbania. Non più diario diretto (all’eccidio di Fondotoce nel diario del 1945-46 era dedicata una sola riga), ma ricostruzione storica: cronaca il più possibile oggettiva “di una sconfitta” e lettura politica del “conflitto interno” fra “forze progressive e democratiche … ed attendismo”. L’ambito è quello del rastrellamento di giugno e degli eccidi che l’hanno concluso.

Otto anni dopo, complice la cassa integrazione, il testo originario viene rivisto ed ampliato, in particolare per quanto riguarda il rapporto fra popolazione e

Le precedenti copertine (da NRU)

resistenza e l’assetto delle forze politiche antifasciste e del CLN a Verbania; viene aggiunta una seconda parte (Cronologia della resistenza nel Verbano) che, sia pur in forma sintetica ricostruisce l’intero percorso della Resistenza dalle prime formazioni intorno a Verbania, alla liberazione di Domodossola fino all’insurrezione di aprile; il testo viene infine arricchito ed integrato da un cospicuo apparato di note e precisi riferimenti bibliografici. Con il nuovo titolo I giorni della semina. 1943 – 1945 uscirà per il XXX anniversario dell’eccidio di Fondotoce edito dal Comitato per la Resistenza nel Verbano e con il patrocinio del Comune di Verbania.

Cinque anni dopo, nel 1979, la nuova edizione con l’editore Vangelista di Milano, riveduta da numerose rifiniture ed integrazioni che ne aumentano il rigore ma non ne modificano l’impianto complessivo. L’aspetto più importante dell’edizione del ’79 è dato, oltreché dalla pubblicazione presso un editore a distribuzione nazionale, dall’inizio di una collaborazione editoriale che negli anni successivi si rivelerà particolarmente feconda e che permetterà la pubblicazione delle opere storico-etnografiche su quella che Chiovini definiva la “Civiltà Rurale Montana”: dalle Cronache di terra lepontina dell’87 a A piedi nudi uscito postumo nel 1992. Nel 1995 I giorni della semina viene ristampato in una riedizione postuma identica alla precedente.

L’attuale nuova edizione, presso Tararà, nel testo uguale alle due precedenti, è arricchita dalla prefazione di Oscar Luigi Scalfaro, da una nota editoriale che ripercorre il percorso storico letterario di Nino e da fotografie dell’epoca provenienti dall’archivio dell’autore.

Un breve considerazione finale “di lettura”: I giorni della semina è un testo che, proprio per il suo rigore e l’assenza di altre opere storiche complessive sul Verbano durante la guerra di Liberazione, spesso viene più consultato che letto. Una lettura completa non è certo scorrevole, sia per l’impianto (il giugno ’44, poi il primo anno di guerra, poi Domodossola e gli ultimi mesi di guerra) che per l’evidente presenza di interventi e integrazioni successivi dell’autore che infine dalla probabile difficoltà di una narrazione storica “impersonale” di vicende vissute (e in buona parte già narrate) in prima persona. Eppure la lettura avvince per la ricchezza, per la completezza del quadro d’insieme entro cui avvenne il tragico rastrellamento del giugno ’44, per la capacità di far rivivere la pluralità di dettagli e l’alternarsi di punti di vista, non scontati e non agiografici, la testimonianza diretta del partigiano seguita dalla citazione di un documento ufficiale, la descrizione dei luoghi e dei percorsi delle formazioni amiche e nemiche, la popolazione civile, l’antifascismo in città, le figure indimenticabili di Cleonice Tomassetti e della “madre di Gianni” fucilate a Fondotoce e a Beura, ed infine, a chiudere, l’elenco asciutto ed eloquente, aggiornato di edizione in edizione, di nome, luogo e data di 285 caduti e dispersi.  [NRU, n.3, 2005]

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 Mario Bonfantini, Un salto nel buio, Interlinea, Novara 2005

Curioso d’uomini

La storia è drammatica, il libro no.

La vicenda autobiografica dell’antifascista socialista (in seguito assessore nel Governo dell’Ossola libera e, nel dopoguerra, noto critico letterario) che, prigioniero a Fossoli, riesce a fuggire dal carro piombato che dovrebbe deportarlo in Germania, viene narrata con una prosa semplice e dal sapore antico (lontanissima ad esempio da un Vittorini) cadenzata in due tempi nettamente distinti (scritti anche in periodi diversi) che ben si completano.

Il primo tempo ha un ritmo accelerato, alimentato dall’ansia (quasi un’ossessione) della fuga, un rincorrersi di intuizioni, progetti, piani di evasione che la realtà rapidamente costringe a rivedere. Primo tempo che si conclude appunto con il salto nel buio dal treno in corsa.

Nel secondo tempo il ritmo è quello della poesia, con le sua pause e i suoi rallentati incantamenti. L’incertezza della definitiva messa in salvo non produce una nuova ansia ma una specie di limbo sospeso tra la fuga riuscita e la libertà non ancora raggiunta.

Ciò che accomuna i due tempi sono da un lato l’ottimismo energico dell’autore-personaggio che comunque confida nelle possibilità degli eventi e nel sostegno altrui, e dall’altra (e questo è l’aspetto che più mi ha colpito) l’attenta descrizione (non esteriore ma dell’animo, del sentire, delle motivazioni dell’agire o del non agire) delle persone man mano incontrate. Con la differenza che nel primo tempo nell’affollamento del campo di Fossoli e della baracca prima, e del vagone piombato dopo, prevalgono le caratterizzazioni collettive: i prigionieri azionisti, socialisti, comunisti, gli ebrei, le SS che stipano questi ultimi col calcio dei moschetti “come se caricassero fieno, con una tale assenza d’ira, anzi meccanica indifferenza, che dava, assai più di quanto l’avrebbero fatto feroci imprecazioni o le percosse più furiose, il senso dell’assolutamente disumano, del demoniaco“. E sul treno l’aggregarsi in nuovi gruppi: i “notabili” dell’antifascismo che se ne stanno in disparte, il gruppo attivo (denominato ironicamente “del governo”) che intende prendere in mano la situazione, la maggioranza che lo appoggia e la minoranza “refrattaria”.

Nel secondo tempo invece incontri singoli, una sorta di catena umana che aiuta il fuggitivo, ognuno diversissimo e con diverse motivazioni e sentire. Il giovanissimo pastore Giovannino il cui aiuto è del tutto ovvio e spontaneo, i suoi famigliari ottusi e generosi al tempo stesso, il parroco socialisteggiante di Serravalle, quello ultraconservatore di Prada, i pastori dell’alpe, il possidente già fascista attento a fiutare i nuovi tempi, infine il montanaro sveglio ed intraprendente che, con il suo calesse, lo conduce nell’ultimo giorno di fuga sino alla villa di un conoscente sul lago di Garda.

Il tutto si snoda fra il 21 e il 29 giugno 1944: due giorni di deportazione e sette di fuga verso la libertà.

Sono gli stessi giorni in cui, dalle nostre parti, sta concludendosi il drammatico rastrellamento della Val Grande.

Questa edizione del 2005 contiene una rigorosa appendice di Roberto Cicala che ricostruisce il percorso di scrittura (tra il 1949 e il ’58) ed editoriale di quest’opera (pubblicata da Feltrinelli nell’ottobre 1959) e riporta ampi stralci delle principali recensioni critiche; quella di Montale, uscita sul Corriere della Sera la vigilia di natale del ’59, è riportata per intero quale prefazione.

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 Erminio Ferrari, La Liberazione. Cannobio, agosto-settembre 1944, Tararà, Verbania 2006

La Liberazione di Erminio Ferrari

Questo non è un libro di storia, semmai racconta una storia” dice l’autore. Storia personalmente rivissuta di quel figlio di sua nonna, di cui porta il nome, caduto nella difesa di Cannobio, e storia corale dalle molte voci (partigiani, civili, autorità dell’uno e dell’altro campo, documenti, risonanze giornalistiche al di qua e al di là del confine) della “Liberazione”.

Il 25 aprile 1945, il Cesarino salì in cima al campanile e vi piantò il tricolore”. Così l’incipit. Non di quella Liberazione “racconta” però il libro, ma di quella “minore”, esaltante e dolorosa, di Cannobio nel settembre 1944, degli eventi che ne diedero l’avvio (uno scontro a fuoco con tre morti tedeschi la sera del 26 agosto), della rappresaglia tedesca sulla popolazione, della azione partigiana su Cannobio con l’immediata resa tedesca e l’iniziale difesa fascista, la festa popolare ma anche i silenzi di chi si sentiva più dall’altra parte.

Una sola settimana di libertà, poi una massiccia controffensiva tedesca e fascista, dal lago, rioccupò Cannobio, quasi sguarnita, il 9 settembre, proprio mentre, al di là della Cannobina si stava per liberare Domodossola.

“… una storia. E nel raccontarla ne cerca il senso”. Gli ultimi sette capitoli ci portano alla riflessione d’oggi sul senso, sui valori e sugli errori, sulle successive rimozioni e reticenze, sul rapporto non facile fra Resistenza e popolazione e sul debito che oggi noi tutti abbiamo con combattenti e civili di allora: moralità della resistenza attiva e combattente e moralità della resistenza civile, quotidiana. Citando Todorov, dice l’autore, questi partigiani, al di là dell’efficacia immediata, “contribuiscono, con la loro azione, al formarsi dell’immagine che la collettività avrà di se stessa … essi agiscono dunque per il bene pubblico”. [NRU, n. 3, 2006]

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 Gianni Maierna, 14 giorni di agosto. Verbania 1944, Tararà, Verbania 2009

Uno sguardo scanzonato di adolescente

È sempre difficile commentare gli scritti di persone che si conoscono molto bene. E questo è il caso. Il diario di Gianni, scritto da adulto, ma riferito all’adolescenza, mantiene di quell’età lo spirito, come d’altronde Gianni fa spesso quando racconta la sua lotta di liberazione agli studenti in visita alla Casa della Resistenza.
Nella prefazione Paolo Bologna sottolinea il rigore descrittivo degli eventi, delle persone e dei luoghi in cui “si riconosce … l’esperto meccanico e disegnatore tecnico”. Paola Giacoletti, nella postfazione sottolinea la portata etica, la consapevolezza della superiorità morale rispetto ai fascisti e la diversità di periodo (l’agosto ’44 poco dopo il tragico rastrellamento della Valgrande) rispetto agli scritti dei gappisti Pesce e Secchia incentrati sulla fase finale della resistenza.
Al sottoscritto il racconto ha ricordato molto gli scritti di Guido Petter1 sulla resistenza: l’età dei giochi adolescenziali che si è trasformata senza soluzione di continuità in un gioco adulto, dove si rischia la vita propria, dei compagni e dei familiari. Ma mantenendo, anche nei momenti tragici (il pestaggio del padre a cui è costretto ad assistere), lo sguardo di chi è convinto non solo di essere dalla parte giusta, ma anche di avere maggiori risorse, la furbizia in primo luogo unita alla conoscenza piena dei luoghi e delle persone, da mettere in campo. E pertanto, un po’ di fortuna aiutando, di esser pronto a vincere la rivincita. Questo occhio di adolescente sveglio lo si ritrova pure dispiegato nel rapporto di rispetto ma anche di piena autonomia con gli adulti: il padre innanzitutto, la madre, i parenti adulti, i vicini di casa, il parroco, il responsabile del servizio informazioni, i capi partigiani ecc.
La differenza principale allora fra la narrazione del gappista Maierna e di quelli più noti sopra ricordati sta nella assoluta mancanza di enfasi eroica, nella capacità di vedere nei fascisti che si incontrano quotidianamente nelle caserme prima e per le vie di Intra dopo non solo ferocia, ideologia della morte ed arroganza di alcuni, ma anche miserie e stupidità di molti, nonché fragilità e paure di coloro che sono stati costretti controvoglia all’arruolamento e che percepiscono con ansia crescente l’ostilità silente della più parte della popolazione. Pur fermandosi la narrazione a quei giorni di agosto, l’esito del conflitto già allora appare pertanto scontato. [NRU, n. 4, 2009]

1 Ci chiamavano banditi; Una banda senza nome; Sempione ’45. Il salvataggio della galleria.

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 Cesare Bermani, “Filopanti”. Anarchico, ferroviere, comunista, partigiano, Odradek, Roma 2010

Filopanti, una figura dimenticata che rivive in un “documentario” scritto

Emilio Colombo “Filopanti”, è quello che si può definire “un personaggio” al di fuori degli schemi. Arriva alla Resistenza e, in particolare, ad esser membro della Giunta di Governo dell’Ossola libera, a 58 anni con un passato di militante sindacale e politico sia prima che durante il fascismo. Ferroviere con simpatie anarchiche e sorelliane, dal 1913 diventa figura di rilievo del sindacalismo rivoluzionario dell’USI per poi aderire nel luglio 1921 al neonato Partito Comunista. Sostenitore dell’azione di massa, non disdegna quella individuale come quando, durante gli scioperi del biennio rosso, capostazione a Cuzzago, ferma i treni e con la rivoltella fa scendere i macchinisti crumiri. Dopo l’ascesa del fascismo, cacciato dalle ferrovie ed arrestato per quattro mesi, si adattò ai lavori più diversi mettendo comunque sempre in primo piano la sua integrità rispetto a qualsiasi compromesso. Sostenitore del “libero amore” ebbe tre figli da un’unica donna, Adele, e visse come un trauma irreparabile il di lei abbandono. Episodio quest’ultimo che lo fece diventare anche un po’ misogino, ma non a tal punto da modificare l’affetto privilegiato (e ricambiato) con la figlia Eva. A Villadossola fu tra i promotori dell’insurrezione dell’8 novembre ’43. Nella giunta della “Repubblica” ossolana, quale Commissario per la Polizia e la Giustizia si fece portatore, anche in conflitto con Tibaldi, di una linea di intransigenza verso coloro che avevano sostenuto il fascismo.

In sostanza una personalità complessa, non facile da inquadrare. Dobbiamo a Bermani un ringraziamento per avercelo fatto rivivere con una particolare modalità di ricostruzione dove il lavoro dello storico non consiste nel raccontare o riscrivere, ma in una sorta di “montaggio documentaristico”. La figura di Filopanti emerge dalla sua stessa testimonianza orale inframmezzata e “montata” con testimonianze e documenti di varia natura: interviste, documenti partigiani, articoli giornalistici, relazioni di polizia ecc. Una personalità complessa che è così possibile osservare da variegati punti di vista. Colpisce tra l’altro come Emilio Colombo parli di “Filopanti” in terza persona: quello che probabilmente voleva essere un atteggiamento di umiltà rivoluzionaria lo fa invece risaltare nella sua forte caratteristica di personaggio atipico. [NRU, n. 4, 2010]

Il diario partigiano di Nino Chiovini

Quando sono iniziati i lavori di ampliamento dell’ala ovest della Casa della Resistenza per dar vita alla Biblioteca Aldo Aniasi (poi inaugurata nell’aprile 2007) tra il materiale che abbiamo dovuto spostare mi è capitato tra le mani una collezione quasi completa del giornale partigiano “Monte Marona”. L’occhio è andato quasi subito su Fuori legge???, il diario partigiano di Nino Chiovini pubblicato a puntate sul settimanale tra l’ottobre del 1945 e il luglio dell’anno successivo e firmato con l’acronimo enneci.

A una prima, veloce, lettura mi sono subito reso conto dell’importanza storica e letteraria di quel testo: una narrazione avvincente e una scrittura di notevole qualità. Mi sono chiesto – e ho poi chiesto alla famiglia – come mai non avesse deciso di pubblicarlo in volume; mi hanno detto che “Arca” Calzavara lo aveva invitato a farlo ma che “Peppo” non se la sentì.

Perché? Forse per il taglio più narrativo che “storico”, o per un qualche riserbo personale. Magari anche per l’emergere di una visione parzialmente critica (e autocritica) della attività della formazione della Giovine Italia che verrà esplicitata nello scritto inedito (pubblicato postumo nel 2014) della Piccola storia partigiana della banda di Pian Cavallone.

Letto tutto il diario e recuperato qualche numero che mancava, confortato anche dal parere di Mauro Begozzi e dal nulla osta della famiglia, ho ritenuto utile proporne la ripubblicazione avviandone, con l’aiuto dell’Istituto Storico della Resistenza di Novara, la trascrizione.   

      

È stato così pubblicato nel 2006 sul n. 4 dei Sentieri della Ricerca, la rivista curata da Angelo Del Boca, e per quella occasione ho scritto le note introduttive che riporto di seguito.

Il diario di Chiovini è stato poi ripubblicato in volume nel 2012 da Tararà insieme ad altri suoi scritti sulla resistenza (Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica) con una introduzione aggiornata e ampliata.

Il diario inizialmente era reperibile online sul sito del Centro Studi “Piero Ginocchi” di Crodo, editore della rivista; attualmente è reperibile sul sito escursionistico in ValGrande a questo indirizzo.

 

 

Fuori Legge??? ” di  Nino Chiovini. Note su un diario partigiano

di Gianmaria Ottolini

Monte Marona

I primi contributi di Chiovini compaiono nell’immediato dopoguerra sul settimanale Monte Marona[i]. Questa testata partigiana era stata preceduta da tre numeri del foglio ciclostilato Valgrande Martire comparso, a partire dal 21 aprile del 1945, quale portavoce dell’omonima formazione garibaldina. Dal 5 maggio, per iniziativa di Armando Calzavara (Arca), in qualità di comandante della Divisione Mario Flaim che dal marzo ’45 raggruppava unitariamente tutte le formazioni del Verbano[ii], il n. 4 del settimanale esce a stampa con la nuova testata (quattro pagine fitte in formato ‘quotidiano’) quale organo ufficiale appunto della Divisione Mario Flaim e prosegue in questa veste sino alla fine di giugno.

Finito il periodo ‘insurrezionale’, con la smobilitazione, il giornale interrompe le pubblicazioni per riprenderle il 6 ottobre del ’45 (anno I – n. 15) quale Settimanale dell’A.N.P.I. del Verbano – Cusio – Ossola. Arca ne è sempre l’animatore, oltreché ufficialmente il direttore responsabile; le tematiche locali di tipo sociale e politico si affiancano a quelle partigiane e l’orientamento è abbastanza esplicitamente vicino a quello dei partiti di sinistra.

Questo provoca alcuni malumori di cui si fa portavoce Enzo Plazzotta (Selva)[iii] che, da Genova, manda due lettere ad Arca rivendicando, a nome dello spirito libertario e pluralistico della Cesare Battisti, un giornale meno localistico, più battagliero, meno allineato e più libero, denso di “polemica morale” nonché maggiormente attento alla qualità di scrittura[iv]. Nella seconda lettera, del 15 novembre, Selva, indica quale riferimento, con le dovute differenze di mezzi disponibili, Il Politecnico di Vittorini ed invita Arcaa prendere le redini della dissidenza in seno al giornale” contro le “limitazioni della mentalità di partito e di P.C. in particolare” ponendo un aut aut:

“o Monte Marona giornale di sinistra (e in questo caso io dico arrivato, che può anche facilmente tramutarsi in finito) oppure Monte Marona giornale di giovani liberi … una onesta anarchia giornalistica.”

Questo è il problema e bisogna “decidersi a decidere[v].

Il dilemma è chiaro e il giornale, contrariamente agli auspici di Plazzotta, si orienta più chiaramente verso la prima strada, come viene implicitamente preannunciato nel n. 27 del 29 dicembre annunciando l’integrazione della testata Monte Marona con il titolo “il progresso[vi]; la scelta è evidentemente condivisa da Arca che pur apprezzava le osservazioni e i suggerimenti di Selva sulla qualità del giornale. Così avvenne infatti, dal n 28 del 5 gennaio, con il nuovo titolo sovraimpresso su quello precedente e, a fianco della nuova testata, la dicitura esplicativa:

“Quelli della Marona, i nostri morti, appartengono a quel numero di uomini coscienti di usare la propria vita per il progresso sociale”

Le pubblicazioni terminano con il n. 66 dell’inizio dell’ottobre ‘46: con l’allontanarsi di Calzavara dal territorio del Verbano[vii] evidentemente venne a mancare il centro propulsore dell’iniziativa editoriale.

I primi due contributi di Chiovini, a firma Peppo, compaiono sul n. 7 e sul n. 9 (23 maggio e 7 giugno ’45); sono entrambi[viii] articoli di riflessione politica contro il qualunquismo di chi considera i partiti tutti ugualmente corrotti, ma anche contro i numerosi nuovi iscritti che affollano le rinate formazioni politiche non per scelta morale, ma per carrierismo.

Il successivo articolo, sempre a firma Peppo, compare il 21 giugno ed è dedicato al partigiano Pierino Agrati (Vola)[ix]; vi sono, evidentemente, riportati alcuni spezzoni del diario partigiano[x] datati tra l’agosto 1944 e il 25 febbraio 1945 ed incentrati sulla figura del commilitone caduto a Trarego. Il pezzo si conclude con una amara riflessione su un presente che non rende giustizia al sacrificio dei caduti e che chiama i compagni sopravvissuti a reagire.

 “Oggi sono stato al cimitero di S. Maurizio a ritrovarvi: te, Gino, Cesco, Lanzi, Victor. Sono sicuro che non siete contenti dei vostri compagni vivi poiché questa bella Italia per la quale siete caduti non vive, ma vegeta ed è fatta vegetare.

Tu, Vola, così intransigente, così uomo con i tuoi 25 anni al confronto dei nostri venti, così onesto, così coraggiosamente onesto, dillo ai tuoi compagni di gloria che noi vivi non siamo poi così colpevoli di questo stato di cose. Lo saremo se non reagiremo; aiutaci e illuminaci tu sulla vera strada da seguire.”[xi]

Probabilmente in questo passo conclusivo ritroviamo, anticipate da Chiovini, le motivazioni profonde che hanno spinto Arca e i suoi collaboratori a non accontentarsi di un Monte Marona commemorativo e di denuncia più morale che politica.

Fuori Legge ???

Il 6 ottobre ’45, quando Monte Marona, con il n. 15, riprende vita quale organo dell’ANPI del VCO, inizia anche la pubblicazione di Fuori Legge ??? che dalla terza puntata, sul n. 17, porta il sottotitolo di Diario di un partigiano nel Verbano. Il Diario nella prima puntata compare firmato con l’acronimo emmeci (più che un depistaggio sembrerebbe un refuso) e, dalla seconda, in modo più esplicito, con enneci. La pubblicazione proseguirà regolarmente tutte le settimane, con poche eccezioni perlopiù in connessione a numeri speciali dedicati a particolari ricorrenze (25 febbraio per Trarego, 25 aprile), per 36 puntate fino al n. 54 del 10 luglio del 1946 quando, nonostante la dicitura “continua”, del seguito non si ha più traccia.

L’arco temporale degli eventi narrati va dall’ottobre del ’43, con la costituzione dei primi informali gruppi partigiani nel retroterra collinare di Verbania, al febbraio del ’45 con le ultime azioni della Volante Cucciolo che precedono l’eccidio di Trarego. Non si tratta di una cronaca: l’andamento cronologico è infatti molto irregolare (solo in alcuni passaggi precisato nella data precisa, perlopiù viene indicato il mese) e alcuni salti temporali lasciano il lettore incerto sul succedersi degli eventi. È appunto un “diario” in cui si intrecciano la dimensione narrativa e quella interiore, riflessiva. Di qui un certo riserbo di Chiovini nella pubblicazione di cui, oltre all’acronimo della firma, fanno fede le presentazioni editoriali volute dall’autore, sia in quella originaria (L’autore dice che è necessario, se vogliamo pubblicarlo, premettere qualche parola di scusa), che nella riedizione parziale del 1989 su Resistenza unita:

“Nino Chiovini scrisse queste annotazioni … immediatamente dopo la Liberazione. Come avverte lo stesso autore, a distanza di quasi mezzo secolo il diario va letto come un documento manifestamente frutto di impressioni immediate, condizionate da accesi sentimenti, che risentono dell’atmosfera cruda e magica appena trascorsa.”[xii]

Con ogni probabilità il materiale originario di appunti e annotazioni era più ampio e non è stato interamente utilizzato per la stesura di Fuori Legge??? come fa fede, ad esempio, oltre all’anticipo dei pezzi su Vola, un lungo articolo pubblicato su Resistenza unita nell’ottobre del 1990[xiii]. Nel diario pubblicato si saltava infatti dal 3 settembre con la liberazione di Cannobio al 14 gennaio; della liberazione dell’Ossola e della successiva ritirata non si parlava se non per un breve cenno nel passo successivo dedicato alla “recluta” Lubatti (Cesco). Nell’articolo di cinquantaquattro anni dopo quel periodo, così come è stato vissuto dalla Volante Cucciolo, in occasione della liberazione ossolana ampliatasi in un “plotone esploratori”[xiv], viene raccontato dettagliatamente probabilmente sulla base del materiale del diario allora non utilizzato. Certo lo stile è più distaccato, ma alcune modalità, in particolare quella di centrare il racconto non tanto sulle vicende ma sui luoghi e sui personaggi, richiamano direttamente le modalità del diario. Perché non fu pubblicato allora? Forse perché del personaggio cardine di quelle pagine, il partigiano ucraino Wladimir[xv] aveva perso le tracce e non ne conosceva il destino[xvi], oppure per non esplicitare un giudizio critico[xvii] sulla esperienza ossolana?

Allo stesso modo la vicenda di Trarego, alle cui soglie si interrompe quanto abbiamo del diario, aveva già trovato una sua narrazione nel n. 34 di Monte Marona ad un anno dall’eccidio; lo scritto[xviii] era anonimo ma è evidente la mano di Chiovini, magari coadiuvato dall’altro sopravvissuto, Carlo Castiglioni (Carluccio). E soprattutto troverà una sua compiuta realizzazione nello struggente racconto La volpe, pubblicato postumo, ma la cui prima stesura è di poco successiva alla pubblicazione di Fuori legge???, come afferma nella nota che ne accompagnava il testo.

“Se ben ricordo, scrissi queste pagine … tra il 1948 e il 1950, quando avevo in mente ogni particolare della vicenda descritta. Le correzioni … sono del 19 settembre 1989. Si tratta di correzioni esclusivamente formali, tendenti a perseguire una relativa correttezza del testo, e per esigenze stilistiche.

Al contrario, mi pare giusto che la sostanza – con le sue sequenze, i ritmi, le osservazioni, i monologhi, i dialoghi – sia lasciata intatta, in quanto legata alle spinte emotive, al livello culturale, alla vita di quel tempo lontano.

Oggi non scriverei più quelle pagine. O le scriverei in modo alquanto diverso. Per questa ragione, insieme al desiderio di non partecipare dolorose vicende che mi concernono, finché vivrò mai renderò pubblico questo scritto. … Biganzolo, 20 settembre 1989.”[xix]

Un’ultima osservazione relativa al titolo del diario: una prima disattenta lettura potrebbe farcelo intendere come fuorilegge quale rivendicazione spavalda di una (giusta) rivolta e ribellione; ma le due parole separate e l’enfasi sui tre punti interrogativi[xx] mi sembrano orientare decisamente verso una domanda retorica con evidente risposta negativa: “siamo noi fuori dalla legge (morale e civile) o non piuttosto coloro che, in tempi tremendi di ribaltamento dei valori, hanno cercato di salvaguardarla?” A questo interrogativo il diario vuole dare una risposta.

La narrazione

Non è un romanzo questo, dice l’autore; eppure la freschezza e l’ironia della narrazione, grazie anche alla contiguità degli eventi, ci dà una sorta di ripresa in diretta con un alternarsi di sequenze dal ritmo irregolare, alcune più distaccate, altre con forte centramento soggettivo. I temi che si alternano sono quelli della la lotta per la sopravvivenza stessa della formazione (contro la fame, contro il freddo e la neve del primo inverno, il reperimento di armi che garantissero un minimo di operatività …), il contatto stretto con la natura dei luoghi e il variare delle stagioni (lo spettacolo della neve che tutto sommerge, il piacere del sole invernale, la sintonia, l’amore tra le foglie e i partigiani …), il succedersi degli scontri con il nemico che passano dalle scaramucce iniziali finalizzate al reperimento delle armi alla tragedia del rastrellamento di giugno dopo il quale tutto cambia, le necessità organizzative e di comando dei raggruppamenti.

Direi però che il cadenzarsi della narrazione non è dato tanto dalle vicende militari (che pur ci sono) né dalle fasi politico organizzative abbastanza travagliate delle formazioni, ma dalla successione dei luoghi di insediamento della banda; ad ogni località pare corrispondere una precisa fase di sviluppo dell’esperienza partigiana in una stretta sinbiosi fra il terreno che ospita, le stesse mura che accolgono e la vita interna, le relazioni umane, della formazione dove i tempi del riposo e dell’attesa (quelli stessi in cui Nino ha probabilmente incominciato a raccogliere i suoi appunti per il diario), sono centrali per il costituirsi dello spirito e della fisionomia della formazione; questi i luoghi che soprattutto mi sembrano cadenzare in fasi distinte il percorso narrativo:

  • le Alpi del Locchio, di Vel ed Aurelio, e in successione Steppio, Pechi, Pala che assumono nomi in codice (Pechino, Sciangai, Port Arthur) più per un gioco fantastico ed autoironico che per necessità di sicurezza: è la fase costitutiva di uomini ed armamenti, dove ci si incomincia a conoscere e a padronegggiare il territorio e ad impostare le scelte, individuali e collettive, nonché a saggiare le prime reazioni del nemico ;
  • l’albergo del Pian Cavallone, ospizio dei “soldati di un esercito di senza capi”: la fase eroico libertaria dove la prima generazione di partigiani ha “indurito i muscoli e ritrovato un senso della vita” preparando, tramite coloro che riusciranno a sopravvivere al grande rastrellamento, l’ossatura delle successive e più organizzate formazioni;
  • il primo Tiperary, dapprima una tenda poi un rustico nella zona di Ungiasca, più a ridosso a Verbania, dove il piccolo gruppo aggregato a Chiovini sperimenta le modalità di collegamento fra i diversi distaccamenti e di rapide azioni proprie di una “volante”;
  • i nascondigli che si succedono durante il rastrellamento di giugno (il bosco in cui si passa la notte puntando i piedi su di un albero, la casa della nonna a fianco della statale per Premeno, la portineria di una villa) quando si passa dall’amarezza dall’esser tagliati fuori dai combattimenti, alla progressiva consapevolezza delle dimensioni della tragedia che si sta realizzando e che segnerà una linea netta di demarcazione nella guerra: “In questi giorni impariamo che i nemici sono più delinquenti che imbecilli e tali li tratteremo”;
  • la Rocca, nel luglio ’44, un alpeggio dai prati scoscesi sopra Scareno dove “gli unici luoghi per sdraiarsi senza il timore di rotolare in valle sono i sentieri, e anche quelli sono scarsi ”: luogo e fase di raccolta e di riorganizzazione in cui convergono provenienze ed esperienze le più disparate: sopravvissuti al rastrellamento o provenienti dalla svizzera, militari e civili, italiani e stranieri (russi, ucraini ed anche un sudafricano), delle età e dei ceti più diversi disparati (“uomini e ragazzi, studenti, ladri, lavoratori”);
  • infine la casetta fra le pinete di Sasso Corbè, “il luogo più bello abitato dai partigiani ” – dice Chiovini – dove, nell’inverno del ‘44-’45, la costituita Volante Cucciolo, spostatasi sopra Premeno, si insedia: centro operativo e di riposo di un gruppo, di una squadra, affiatata e coesa di professionisti della guerra di movimento.

Le diverse fasi corrispondono anche a diversi rapporti con la popolazione locale; curiosità e sospetto da parte degli alpigiani che incontrano le prime bande in formazione; solidarietà e condivisione di momenti comuni di allegria con gli abitanti di Miazzina; l’aiuto silenzioso e solidale di alimenti, necessari a sopravvivere durante il rastrellamento, da parte della “buona gente del Verbano”; più difficile, almeno inizialmente, il rapporto con quelli di Premeno dove:

“La gente ci guarda di traverso, sospettosa, paurosa. Ci chiana ‘fascisti rossi’ e teme che mettiamo a soqquadro il paese.

In questi giorni parecchi si sono già ricreduti. Si attendevano di vederci girare per il paese con lo sguardo fiero, l’arma imbracciata senza sicura. Invece si sono accorti che camminiamo come loro e non chiediamo i documenti alla gente.”

In controcanto ai luoghi di insediamento la trama narrativa fa emergere in successione alcuni personaggi intorno a cui si dipanano gli eventi: Marco[xxi] con cui, anche se della formazione “concorrente” della Cesare Battisti, c’è sin dall’inizio un profondo legame di stima e collaborazione e, in più occasioni, di sfottò reciproco; Tucci[xxii] che pur avendo un solo anno in meno “è ancora un bambino” e con cui Peppo stringe un legame profondo, da fratello maggiore, vivendo fianco a fianco molte delle vicissitudini; Guido il Monco[xxiii] operaio comunista che lo sostituirà al comando della Giovane Italia e che Chiovini rispetta ma con cui non riesce ad entrare in sintonia; Arca, il comandante della Battisti, che Chiovini apprezza sia per il modo di concepire la guerra partigiana che per le modalità, per nulla da ufficiale, con cui si rapporta ai suoi partigiani; Bagat[xxiv] già alpino decorato, esperto di armi, dalle decisioni fulminee, autista che “arrostisce” i motori e “che dice di essere salito perché non vuole andare in guerra”; Vola puntiglioso e caparbio, che, sia pur arrivato come recluta addetta ai lavori pesanti, si dimostra come il più maturo fra i partigiani della Volante Cucciolo; Cesco[xxv] che “con il viso infantile, le efelidi sulle guance … e la voce lenta strascicata” ha l’aria spavalda di chi ha già un curricolo partigiano di tutto rispetto e non vuol certo lasciarsi trattare da recluta. E, naturalmente, altri ancora.

 

Il diario

Un diario “frutto di impressioni immediate, condizionate da accesi sentimenti” dirà Chiovini; certo, in alcuni passaggi anche questo[xxvi], ma a me pare che la dimensione diaristica più evidente sia altra, di riflessione e dialogo interiore che emerge quando, tra un momento narrativo e l’altro, magari a ridosso di un combattimento o di un momento scherzoso di svago, la sequenza si interrompe di colpo per lasciar spazio a domande ed a considerazioni più profonde, esistenziali e morali prima ancora che politiche.

In alcuni casi la dimensione è corale laddove Peppo dà voce, magari per interposta persona, ai sentimenti collettivi come quando dalle lacrime di Nord di fronte al rogo dell’Albergo del Pian Cavallone, emerge un “Addio” collettivo di rimpianto non rassegnato, oppure quando le molteplici personalità e le disparate motivazioni dei sopravvissuti al rastrellamento, concentratisi alla Rocca, si fondono in una volontà comune di ricostituzione.

Ma sono soprattutto le domande, le considerazioni personali, talvolta i dubbi quelli che emergono.

Le responsabilità che chi comanda porta nei confronti del suo gruppo di uomini, di come mantenerlo coeso, di come anche un legame di amicizia privilegiato, quello con Tucci, possa incrinare il rapporto di fiducia con gli altri; di come fare in modo che un gruppo solidale e coeso sia anche aperto e franco nello scambiarsi le reciproche opinioni, valutazioni e desideri. Quanto vi deve essere di discussione democratica e di condivisione degli ordini senza che questo degeneri in individualismo. E soprattutto il carico di responsabilità di chi porta altri a rischiare la vita e deve, di volta in volta, individuare il giusto discrimine fra avventatezza ed attendismo.

Chi siamo noi e chi sono loro. Solo la consapevolezza continua della differenza radicale con il nemico può impedire che la logica della guerra ci renda uguali. Loro bruciano le baite e noi siamo aiutati dalla popolazione; loro se la prendono con chi non c’entra, paesani o famigliari; loro fanno scempio dei cadaveri. La loro è una logica di morte, i loro corpi sono diventati un’appendice delle loro armi. La nostra è una logica di vita. Non solo nel combattimento ma nei comportamenti quotidiani, nel modo di camminare fra la gente, nel cantare. Il tema della radicale differenza fra i canti partigiani e quelli fascisti torna più volte; i loro non sono “i nostri canti popolari nostalgici e solenni, non sono le canzonette allegre e melanconiche” ma “canti freddi, duri, scanditi”; loro “cantano perché odiano” e, mentre con il passare dei mesi le canzoni partigiane diventano sempre più canzoni di speranza, le loro si incupiscono, piene di disprezzo, di rancore e di animosità.

Ma la domanda centrale e ricorrente è soprattutto una: come far guerra in odio alla guerra, senza lasciarsi plasmare dalla logica e dalla cultura del combattimento. Perché “la guerra perde soltanto di fronte a chi la odia”. A Chiovini non basta la certezza di essere dalla parte giusta; è consapevole della “sottile linea rossa”[xxvii] che passa tra l’essere nella guerra e l’essere in guerra. Non basta aver scelto di esser dalla parte giusta del fronte ed interrogarsi sulle ragioni profonde della propria scelta; l’interrogativo va riposto quotidianamente sul qui ed ora individuando il limite che questa scelta pone fra azioni legittime e azioni giuste, con momenti anche forti di autocritica quando ci si accorge che lo spirito di battaglia ha preso il sopravvento. Limite che non solo la giusta avversione per i nazifascisti può spingerci a superare (“So che questa non è la parte migliore dei sentimenti di un partigiano”) ma anche la “foga”, un eccesso di “senso sportivo” (“mi accorgo che per molti mesi, sparare era il mio sport preferito”) che può “soffocare la razionalità”.

Oggi, quando in nome della “esportazione della democrazia” e della “lotta al terrorismo” si giustificano massicci bombardamenti a città e qualsiasi “effetto collaterale” sulle popolazioni civili è considerato un legittimo inconveniente, possiamo leggere che, nel cuore della seconda guerra mondiale, la più sanguinosa della storia dell’umanità, un partigiano, Peppo, a ridosso di un combattimento contro il moloch nazifascista, si interroga se non fosse stato più giusto sparare due colpi invece di tre, pur se “costretti a fare la guerra contro quelli che fanno la guerra”.

Il partigiano “Peppo”

Se provassimo a chiedere ad un cittadino o a uno studente di Verbania di citare il nome di un partigiano della zona, senz’altro la maggior parte farebbe il nome di Nino Chiovini[xxviii]. Eppure nulla, che io sappia, è stato mai scritto di specifico su Chiovini partigiano. Anche nel convegno a lui dedicato[xxix] questa dimensione è rimasta assente. Il perché è evidente: Nino nei suoi libri, anche quelli dedicati alla Resistenza, non parla praticamente mai di sé e del diario partigiano si era persa di fatto memoria.

La lettura oggi del suo diario ci permette di aprire un capitolo che andrà senz’altro ripreso ed approfondito.

La scelta di campo, dopo l’8 settembre è chiara e decisa; Peppo è tra i primi a “salire in montagna” nell’area del Verbano. Porta con sé, oltre al deciso antifascismo, precedentemente maturato a Cuggiono[xxx], un carattere deciso e determinato unito ad una passione sportiva per l’escursionismo montano e la roccia: una miscela che, unita alla conoscenza del territorio, ne fa in modo del tutto naturale il comandante della costituenda Giovane Italia. Siamo nella fase eroica e libertaria di “un esercito senza capo, senza Stato Maggiore, senza artiglierie, senza direttive, spesso senza pane, senza armi”. Accetta il ruolo che gli viene democraticamente assegnato tramite elezioni, ma non è certo quella la sua aspirazione. E di buon grado si ritrae quando altri saranno indicati al suo posto.

Si rende conto delle necessità organizzative e militari della Resistenza ma, fedele allo spirito di ribellione, fa fatica ad accettare le modalità d’essere di buona parte dei comandanti delle formazioni. Quelli di provenienza militare che riportano lo spirito di superiorità di “Ufficiali del Regno” nei confronti “delle truppe”, si fanno chiamare “signor tenente” e, anche quando il cibo praticamente manca, ci tengono a dar vita alla “mensa ufficiali”. Quelli di provenienza e fede comunista, che Chiovini rispetta, ma per i quali la principale, se non unica virtù, sembra essere l’indiscussa obbedienza ai propri capi politici.

Se non un libertario, Peppo è e rimane uno spirito indipendente. Vuol capire e discutere le scelte e, se prevale il dissenso, preferisce andarsene per conto suo, con il suo piccolo gruppo[xxxi]. Non rifiuta la gerarchia di comando, ma, ponderatamente, preferisce scegliersi i propri superiori. E quando, alla fine del rastrellamento, la sua formazione della Giovane Italia, fondendosi con il gruppo di Muneghina, prende un orientamento con cui non si sente più in sintonia, preferisce passare alla Cesare Battisti di Arca.

È lui stesso, spontaneamente, un capo ma la sua dimensione è quella della squadra, di un piccolo gruppo preparato e coeso, della “volante” che si muove velocemente su tutto il territorio, all’interno della quale non solo “ci si capisce al volo” ma dove “tutti si vogliono bene. Bene sul serio. E dormono uno accanto all’altro”. Compito del capo è allora anche la massima attenzione alle relazioni interne, a prevenire dissapori e tensioni. Pur di salvaguardare questa sintonia è disposto, sia pur a malincuore, a rinunciare al contributo di un partigiano esperto e valoroso come Bagat che lui stesso aveva cercato ed “arruolato”. Allo stesso modo quando intuisce che un partigiano ha le qualità personali, oltreché professionali, per entrare a far parte del proprio gruppo, si dà subito da fare, magari con carte false, per farlo trasferire. La prima volante, alloggiata in tenda, collegata alla Banda del Pian Cavallone, la Volante Cucciolo dopo il rastrellamento, il Plotone Esploratori durante la Repubblica dell’Ossola, la Volante Martiri di Trarego dopo l’eccidio del 25 febbraio: questa è la modalità di guerra partigiana che Chiovini concepisce e mette in pratica.

Non è solo questione di modalità di comando e di modo di concepire l’esser partigiano. La modalità della volante è innanzitutto una scelta politica. Peppo, ce lo dice esplicitamente, non è comunista, anche perché, afferma “Io non so che vuole il comunismo[xxxii] e le discussioni animate ed approssimative che sente al Pian Cavallone gli ricordano quando “anch’io a 15 anni discutevo di calcio e di squadre di calcio”: una questione di “tifo”. Ma ha ben chiara la linea di discrimine che passa attraverso la Resistenza: ci sono i “conservatori”, quelli che aspettano e vogliono presidiare il loro piccolo territorio, l’attendismo insomma che trova proseliti fra le fila partigiane e che spesso è sostenuto dall’esterno dai “comitati” (“gruppetti di individui, per la quasi totalità industriali, che ‘finanziariamente’ ci aiutavano”), e ci sono i partigiani, come Peppo e i suoi, che pensano che al nazifascismo non si debba dar tregua.

La volante è allora non solo un corpo coeso, ma un gruppo di professionisti dell’azione di movimento che ubbidisce con scrupolo alle missioni che le vengono affidate, e che, in mancanza di ordini, sa trovarsi da sola i propri obbiettivi. E quando in un momento di ozio, poco dopo il Natale 1944, Vola lo rimprovera: “Peppo, mi sembra che non hai più voglia di far niente” immediatamente la volante si rimette all’opera “e ricominciamo le nostre scorribande”. Anche l’accettazione di una forma benevola ed ironica di nonnismo fra reclute (“conigli”) ed anziani che impone corvée e lavori pesanti ai nuovi arrivati, ha una funzione precisa: i tempi di formazione e addestramento all’interno di un gruppo partigiano non possono che esser brevissimi, bisogna quanto prima esser pronti a qualsiasi evenienza. È bene, per le reclute e per la squadra, capire subito se qualcuno non è adatto a quella vita.

Infine, direi, un partigiano “critico”; dal diario non emerge in maniera esplicita, ma tra le righe si capisce che non sono pochi gli aspetti che Peppo, all’interno della Resistenza, non condivide, come possiamo trovare conferma nei suoi scritti successivi.

I condizionamenti dall’esterno delle scelte partigiane che talora si traducono in imposizioni dall’alto di comandanti inidonei o comunque non in sintonia con la “banda” che devono dirigere. L’applicazione meccanica della logica militare alle formazioni partigiane sia a livello organizzativo e relazionale che, e questo è l’aspetto più tragico, nella concezione della guerra partigiana quale “eroica difesa ad oltranza” delle proprie posizioni sul terreno.

Chiovini riconosce in pieno il valore, il rigore morale, lo spirito di sacrificio e l’eroismo del tenente Rolando e di Mario Flaim, come confermerà in più occasioni nei suoi scritti. La loro difesa ad oltranza del terreno fino al Pizzo Marona può essere anche giustificata dalla volontà di “proteggere la ritirata del Valdossola[xxxiii] ma la strategia complessiva durante il rastrellamento non è certo condivisa. Lo si legge fra le righe nel diario e se ne trova conferma in un passo di un’inedita Piccola Storia Partigiana della Banda di Pian Cavallone pubblicata parzialmente nel 1984, ma probabilmente scritta anni prima come revisione e approfondimento della prima parte del diario.

“Le scarse e imprecise notizie sul ‘Valdossola’ sono state portate dai feriti e dai loro accompagnatori in transito per luoghi più adatti, ancora euforici per la tenuta del primo giorno di combattimento. Ma non è soltanto la scarsità e l’imprecisione delle notizie che inducono Rolando a scegliere questa forsennata tattica difensiva, che neppure Superti pretendeva nelle sue indicazioni coordinatrici. Egli si rifà ai canoni della guerra d’Albania, combattuta dall’esercito italiano, fino all’epilogo, in difensiva, sulle montagne dell’Epiro e del Tomori. Naturalmente attribuisce decisiva importanza al terreno, alle possibilità di difesa sulle montagne; di casa, nella fattispecie. E Flaim che gli è accanto non batte ciglio, anzi approva. Fors’anche perché la scelta di Rolando offre quelle possibilità di espiazione e di riscatto dalle colpe altrui, da cui egli sembra attratto”.[xxxiv]

Ed infine, ma non ultima, la sottovalutazione del rapporto con la popolazione locale. Nel diario l’importanza di un rapporto di collaborazione, come abbiamo già sottolineato, è espressa prevalentemente in positivo. Del rapporto problematico, dopo il rastrellamento, della Giovane Italia – unitasi al gruppo del capitano Mario e localmente diretta dal Capitano Galli – con la popolazione di Miazzina, nel diario vi è solo un cenno un po’ forzosamente giustificatorio[xxxv] e in contrasto con quanto, del calore e della condivisione di quegli abitanti, era stato affermato relativamente al periodo precedente. La denuncia del tragico errore di impostazione di una logica di occupazione e vessazione sui residenti, con le sue conseguenze politiche, verrà invece espressa a chiare lettere in una lezione-conferenza del marzo 1983[xxxvi].

Indipendenza di giudizio e spirito critico che Chiovini continuerà ad esprimere quando della Resistenza del Verbano si farà attento e scrupoloso storico; si possono ricordare la rivalutazione di Dionigi Superti[xxxvii] colpito, dopo l’esperienza ossolana, dall’ostracismo e dalla condanna di fatto del CLN e la demitizzazione della figura di Cleonice Tomassetti[xxxviii], l’unica donna tra i fucilati di Fondotoce, che la vulgata partigiana aveva tramandato nello stereotipo di una maestra, moglie di un partigiano, in attesa di un figlio e operante come staffetta partigiana[xxxix]. Chiovini le restituisce la sua identità di popolana dallo spirito ribelle e determinato, non piegata dalle numerose sopraffazioni e sofferenze che la vita le ha dolorosamente consegnato.

Lo scrittore Nino Chiovini

Per chi conosce l’opera di Chiovini la lettura del Diario penso possa costituire, come lo è stato per me, una sorpresa. In genere si distinguono nettamente le opere sulla Resistenza da quelle etno-storiche, non solo per il tema e per la loro successione temporale, ma per una evidente maturazione stilistica dello scrittore che riesce progressivamente ad unire il rigore del ricercatore[xl] ad una crescente capacità narrativa. La lettura del diario, di un testo che pur nella sua incompiutezza, rivela una notevole capacità di scrittura densa di ironia e freschezza narrativa – aggiungendovi magari la rilettura del racconto La Volpe, postumo ma, come abbiamo visto, risalente alla fine degli anni ’40 – mi sembra rimescolare le carte. Penso sia del tutto lecito sostenere che Chiovini avesse già allora la dote dello scrittore, del narratore ed è semmai quella del ricercatore che, con gli anni, viene a maturare sotto la spinta di un preciso impegno etico, civile e politico.

L’impegno non solo a ricostruire con rigore gli eventi della sua terra, quelli a cui aveva partecipato e quelli che avevano segnato le generazioni che lo avevano preceduto, ma soprattutto a saldare un debito personale e collettivo insieme.

In quella terra del Verbano, la terra dei suoi avi, la secolare civiltà della fatica si incontrò con chi, per rifiuto e per scelta, è salito in montagna, spesso sapendo e capendo poco, soprattutto all’inizio, di quel mondo. Si creò allora una crescente convergenza, non priva di contraddizioni, tra i due mondi che Nino analizza con rigore nell’introduzione a Val Grande partigiana e dintorni e che titola significativamente Guerriglia nel mondo dei vinti[xli]. Ed è grazie a quella convergenza che poté arrivare

“il tanto sognato giorno della liberazione. E si tirano le somme: ci si accorge che quei due protagonisti hanno equamente diviso il peso della lotta. La popolazione montana, che ha pagato anche con il sangue, ha sopportato il maggior peso materiale, il peso di grosse distruzioni; i partigiani hanno contribuito in grande misura a riempire di nomi le lapidi che ricordano i caduti della guerra di liberazione.”[xlii]

Questa convergenza di intenti si ruppe nel dopoguerra e chi vinse allora non seppe (o non poté) saldare il debito con le popolazioni montane.

Se guardiamo allo sviluppo cronologico degli scritti di Chiovini[xliii] possiamo distinguere tre fasi:

  • gli scritti dell’immediato dopoguerra, basati sulla diretta esperienza (Diario, commemorazioni, racconto La volpe) caratterizzati da un forte centramento soggettivo e da una tensione emozionale che riesce comunque spesso a distanziarsi grazie ad una efficace espressività narrativa;
  • dopo una pausa quasi ventennale, se non di scrittura certo di pubblicazione, abbiamo gli scritti di ricerca sulla resistenza centrati non più sulla propria esperienza (che viene messa tra parentesi), ma su una rigorosa indagine (documenti e testimonianze) e dalla ricerca di un nuovo stile, non più letterario, ma rigoroso e concreto nello stesso tempo; rigorosa “cronaca di una sconfitta” e, soprattutto, ricostruzione del conflitto, interno alla Resistenza, fra le forze progressive e l’attendismo che a quella sconfitta ha contribuito[xliv];
  • infine la impegnativa ricerca delle ultime sue opere, sulla civiltà rurale montana dove al rigore della documentazione d’archivio e alla ricerca etnografica e linguistica (cultura materiale, terminologie, toponimi, fonti orali, iconografia ecc.) si aggiunge una personale letterarietà storico-narrativa emotivamente partecipe.

Rivedendo l’itinerario complessivo mi sembra allora di poter affermare l’unitarietà stilistica di Chiovini, sia pur all’interno di un percorso in cui le diverse modalità di utilizzo della scrittura vengono sperimentate, messe alla prova, per convergere, nelle ultime opere, in una loro completa e contemporanea utilizzazione.

E, ancor maggiormente, la unitarietà etico-politica di tutta la sua opera: Chiovini si è fatto portavoce di un doppio debito che tutti noi, abitanti vecchi e nuovi di queste terre, abbiamo ereditato:

  • debito verso i caduti della guerra partigiana, la semente di sangue che non abbiamo saputo far fruttificare in questa Italia “che vegeta”;
  • debito verso le popolazioni montane che affiancarono e sostennero le bande e ne mantennero viva memoria.

Scrive nell’introduzione di Mal di Valgrande:

“I contadini di montagna che ebbero rapporti con la Val Grande ne conservano una particolare memoria, da me valutata più profonda rispetto a quella di chi praticò altre aree montane per analoghe necessità. … Quella memoria poggia sugl’indimenticati ricordi delle tragiche vicende vissute nel corso degli ultimi due anni della seconda guerra mondiale, quando quelle persone, pagando un prezzo liberamente accettato, si schierarono, ognuna nella misura in cui le era possibile o le veniva richiesto, dalla parte di chi si stava battendo per la libertà e per la pace. Fu un’esperienza che si trasformò in patrimonio culturale che andò ad accrescere quello che faceva leva sugli ancestrali sentimenti di libertà e di autonomia e che, nel dopoguerra, trovò espressione sulle lapidi e nell’intitolazione di vie e piazze dei loro piccoli centri abitati.”[xlv]

Diversamente da altri cultori di storia locale Chiovini non è un cultore della nostalgia che, idealizzando il passato, ne ignora le sofferenze e pertanto il nostro debito. Il nostro mondo è uscito dalla fatica quotidiana della sopravvivenza. È indubbiamente meglio la pace odierna della guerra. Il mondo rurale montano dell’anteguerra – e ancor più negli anni di guerra – era “un mondo imperfetto e crudele”. La popolazione montana, allo stesso modo dei partigiani, aveva però chiari e “vivi gli obiettivi, gli scopi, il senso della vita, il suo fine”[xlvi].

Noi che viviamo nella pace, nella libertà, in una società che ha superato la lotta per la sussistenza, figli della società della complessità e dell’incertezza, spesso non sappiamo che senso dare al nostro futuro e alle fatiche, perlopiù immateriali, del nostro tempo (la noia, la confusione, la solitudine.)

La riscoperta del duplice debito ci può dare un senso ed una bussola. Questo mi sembra il messaggio unitario dell’intera opera di Nino Chiovini. Superando le delusioni e “valutando serenamente il mondo odierno”.

* * *

Quando Peppo chiese di poter aggregare Wladimir[xlvii] alla propria volante, Arca gli rispose “Non sa due parole di italiano, poi non lo conosci e non sai se vale”. Nonostante le vicissitudini già trascorse, il suo viso diciannovenne era “ridente come un cespo di primule”, pronto a vivere con entusiasmo e un po’ di incoscienza quei mesi dal luglio all’ottobre del ’44, ignaro delle delusioni che il rientro in patria gli avrebbe procurato.

Ogni anno, immancabilmente in occasione dell’8 maggio, Wladimir mi scrive esaltando la remota vittoria sul fascismo: un modo per sopravvivere alle delusioni. Regolarmente gli rispondo offrendogli banali notizie personali. Per pudore, per pigrizia mentale persino, per timore di essere frainteso in particolare.

Non perché sia troppo tardi e impossibile per la nostra generazione saper serenamente valutare il mondo odierno, sapendolo fare in relazione alle esperienze passate – quelle negative (che sono le più) soprattutto –  a cominciare dalla lontana lotta di liberazione, per concludere con i rapporti persona-persona e persone-natura, in cui s’annidano vecchi e nuovi fascismi.

E trarne le logiche conseguenze.[xlviii]

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Note

[i] La denominazione richiama la vetta dove il 17 giugno 1944 si svolse uno dei combattimenti più sanguinosi del rastrellamento della Valgrande e dove caddero numerosi partigiani tra cui i due comandanti Gaetano Garzoli e Mario Flaim. Gli originali del settimanale sono stati consultati presso l’archivio della Casa della Resistenza di Fondotoce e la Biblioteca Civica Ceretti di Verbania.

[ii]si addiviene … alla abrogazione della differenziazione di colore di tutte le formazioni … e alla costituzione della 1a Divisione Ossola ‘Mario Flaim’, al comando di ‘Arca’, con Commissario di guerra Mario (Muneghina).” in G. Biancardi (a cura), Diario storico 1a Divisione Ossola ‘Mario Flaim’, Comune di Verbania, 1995, p. 20.

[iii] Con Giuseppe Perozzi (Marco) è stato, sin dalla sua costituzione, a fianco di Arca nella direzione della Cesare Battisti. Plazzotta nel dopoguerra si affermerà come scultore.

[iv] Lettera dell’8 novembre ’45: “Io non credo che si educhi il popolo verbanese con … pezzi … che si ritrovano facilmente su qualsiasi giornaletto di provincia o di periferia cittadina. … Sarò un sognatore sterile forse, ma, credimi, come sarebbe bello un Monte Marona un po’ più bersaglieresco! … un giornale che scotti in mano, dove ci si butta dentro articoli incandescenti, scritti dopo una chiavata (o durante) o in barca, o anche in redazione, se si riesce a dimenticare che è tale. … Ma fatene magari due di pagine di cronaca, quella che interessa la popolazione locale … Ma le altre due pagine che siano dense … di Voi, del Vostro spirito, della vostra polemica (quella MORALE). Diventate un po’ predicatori e non conferenzieri!”.  E. Plazzotta ‘Selva’, Da Pinerolo al Verbano, Alberti, Verbania 1995, p. 81.

[v] Ivi, p. 85.

[vi]Una novità al prossimo numero!

Al titolo ‘Monte Marona’ sarà aggiunto il titolo ‘Il Progresso’ del Verbano – Cusio – Ossola.

Perché?Un giorno del Giugno 1944, una trentina di partigiani, al comando di Mario Flaim, combatté sul Monte Marona. Combatté per dar modo al grosso della formazione di potersi ritirare. Spararono sino alla fine e nessuno di loro tornò da quel combattimento a raccontare come era andata. Quegli uomini diedero un esempio di sacrificio e di altruismo: di onestà. E ‘Monte Marona’, ora, per noi significa onestà. Quei Caduti, tutti i ‘nostri Caduti’ hanno combattuto e sono morti per la libertà, per la giustizia, per un migliore ordine morale, sociale, economico, e ciò significa combattere e morire per il progresso dell’umanità e per l’onestà del mondo. Progresso e onestà sono senso della vita. Per questo uniamo le due parole: Monte Marona e Progresso”.

[vii] Cfr. G. Biancardi – G. Margarini, Armando Calzavara ‘Arca’, Alberti, Verbania 2001, pp. 10 –13.

[viii] Io di politica non me ne voglio interessare sul n. 7 e … e tu a che partito sei iscritto? sul n. 9.

[ix] Vola sul n. 12 del 21 giugno.

[x] I brani non compaiono nella successiva pubblicazione di Fuori Legge ??? ma ne facevano a tutta evidenza parte. Li ho pertanto inseriti nella trascrizione del diario, differenziandoli graficamente.

[xi] Vola cit.; Gino (Luigi Leschiera) e Cesco (Gastone Lubatti) con Vola sono caduti a Trarego il 25.02.45; Lanzi (Luigi Trelanzi) e Victor (Selepukin) a Colle il 23.07.1944; sono sepolti fianco a fianco nel cimitero di S. Maurizio di Ghiffa.

[xii] “Fuori Legge”. Diario di un partigiano del Verbano (da Monte Marona), in Resistenza unita n. 6, giugno 1989, Novara, inserto “Verbano 1944 – 1989”.

[xiii] Impressioni e ricordi. Da Cannobio a Domodossola in Resistenza Unita n. 10, ottobre 1990, Novara.

[xiv] “A Finero – assurto a centro di retrovia – l’incarico avuto fu quello di costituire un plotone esploratori da impiegare nella zona di Ghiffa e Verbania”. Ibidem

[xv] “Da alcuni mesi Wladimir stava con me. I suoi arti erano coperti di piaghe, effetto di una piodermite contratta in miniera. Ingenuo, scansafatiche, d’incrollabile fede staliniana, temerario, si era assunto il compito non richiesto di mia guardia del corpo”. Ibidem

[xvi] Chiovini ne avrà notizia solo 12 anni dopo: “al suo rientro in patria fu inviato in campo di concentramento, più tardi processato per essersi lasciato catturare dal nemico, inviato in campo di lavoro, infine costretto a farsi altri tra anni di Armata rossa. Non gli era servito neppure il certificato rilasciato da Arca su carta intestata della brigata ch’egli, dopo essere evaso dalla prigionia, aveva combattuto con efficacia nelle nostre file.” Ibibem.

[xvii] Giudizio, che pur se su aspetti limitati, esprimerà nel 1974 in una lettera: Nino Chiovini sulle trattative e sulla liberazione dell’Ossola, Resistenza Unita n. 3, marzo 1974, Novara.

[xviii] 25 Febbraio. Volante ‘Cucciolo’ a Trarego. Abbiamo riprodotto il testo, che ci sembra idealmente completare il diario, come appendice a Fuori Legge ???

[xix] Verbanus n. 18, Verbania 1997, p. 354.

[xx] Dalla quattordicesima puntata (Monte Marona n. 28 del 5 gennaio 1946) i tre punti interrogativi si riducono ad uno solo, forse a seguito di una critica di Selva: “Quei tre ??? che cazzo significano dietro il titolo delle puntate di Peppo? E sono anche brutti tra l’altro. Già, io, il solito esteta fissato!” (Da Pinerolo ecc. cit., p. 82). Mi è sembrato più aderente allo spirito originario mantenere, nella trascrizione e ripubblicazione del diario, i tre, magari brutti, ma certo più espliciti punti interrogativi.

[xxi] Giuseppe Perozzi: cfr. nota 3.

[xxii] Piero Tamburini

[xxiii] Alfredo Labadini; cfr. nota biografica di Chiovini.

[xxiv] Giuseppe Bosco; un suo profilo in E. Trincheri “Marco”, Partigiani raccontano. Liberazione della Valle Cannobina, Cannobio, Cannero e Oggebbio, Verbania 2000, pp. 63-64.

[xxv] Gastone Lubatti; cfr. nota 11.

[xxvi] Ad esempio l’ira di quando viene a sapere che suo padre è stato arrestato e tradotto a S. Vittore “perché due figli di mio padre sono partigiani”. L’altro figlio partigiano è Antonietta (Diciassette) citata nel diario quando, il 20 giugno, nel corso del rastrellamento, accompagna delle reclute.

[xxvii] Il riferimento è al bellissimo film del filosofo regista Terrence Malik (USA, 1998). Se nel romanzo di J. Jones, richiamando un verso di Kipling, la sottile linea rossa era quella “tra la lucidità e la follia”, in Malik assume dimensioni universali, tra la vita e la morte, tra la vitalità della natura e le forze distruttrici, in sostanza fra il bene e il male; tale linea passa dentro ciascuno di noi che, specie in situazioni di guerra, rischiamo di perderne il confine.

[xxviii] Alla sua notorietà, oltre la sua attività di ricercatore e scrittore (cfr. sotto), ha senz’altro contribuito anche il Sentiero Chiovini, il lungo e impegnativo trekking della memoria che, dalla Svizzera a Fondotoce, ripercorre la tragedia della Valgrande e che nel 2006 è giunto alla sua ottava edizione.

[xxix] Nino Chiovini. Il tempo, lo spazio e la memoria, Verbania, 14 febbraio 2004.

[xxx] Cfr. nota biografica.

[xxxi] “marzo 19441. Arriva, inviato da Comitato di Agitazione di Varese, il maggiore Biancardi. Costui è un uomo paurosissimo che non ci faceva concludere nulla di buono e quindi noi vedemmo volentieri quel giorno che se ne andò senza fare ritorno. Era allora comandante ‘Peppo’ (Chiovini Giovanni) che non volendo restare in alto, pensò bene di fuggire di notte con altri due uomini per formare una volante che, alloggiata in tenda, si spostasse velocemente facendo azioni tempestive, restando sempre però agli ordini della banda”. Diario storico cit., p. 146. Cfr. anche nota biografica.

[xxxii] La cosa era del tutto naturale, sia nei piccoli centri che nelle città, per un giovane nato agli inizi degli anni ’20. Cfr. ad esempio i primi capitoli della bella autobiografia di Rossana Rossanda (La ragazza del secolo scorso, Einaudi, Torino 2005).

[xxxiii] I giorni della semina, 5a ed., Verbania 2005, p. 80.

[xxxiv] Mario Flaim: sulle montagne del Verbano un testimone della fede e della libertà in Il Verbano, 9.06.1984. Nei passi precedenti vengono presentati il Tenente Rolando (Gaetano Garzoli), nato nel 1915 ad Arizzano, nell’entroterra di Verbania, e, soprattutto, Mario Flaim, originario di Rovereto, figura di cattolico ispirato e intransigente in cui “alligna un cocente desiderio di espiazione”.

[xxxv] Cfr. l’inizio della puntata n. 28.

[xxxvi]Sono da addebitare a Galli il suo atteggiamento inadeguato e talvolta vessatorio nei riguardi della popolazione di Miazzina e di altri villaggi” e “A meno di un anno dalla liberazione, in occasione delle prime elezioni amministrative … a Miazzina il 34% degli elettori non vota, non ne sente l’esigenza … a Miazzina. Tre mesi più tardi, in occasione … del referendum istituzionale del 1946 … a Miazzina vince la monarchia con il 52%.” in Il Verbano tra fascismo antifascismo e resistenza, Verbania, 1983, pp. 16 e 18-19. Sulla figura di Galli (Mario di Lella), cfr. anche I giorni della semina cit., p. 115.

[xxxvii]Cfr. Val Grande partigiana e dintorni. 4 storie di protagonisti, Verbania 1980, pp. 50 – 73 e Ricordo di Dionigi Superti. Un partigiano vero e saggio in Resistenza Unita n. 3, marzo 1988, Novara.

[xxxviii] Cfr. Classe IIIa B. Cleonice Tomassetti. Vita e morte, Verbania 1981.

[xxxix]Prendiamo atto, a seguito delle testimonianze riportate, che Nice non era un’insegnante, che non attendeva un figlio, che non era una staffetta partigiana. Aveva frequentato soltanto le classi elementari di una scuola di paese; in quel momento non c’era nessun uomo nella sua vita; soltanto a una settimana prima della sua morte risaliva il suo ingresso nella resistenza militante. È bene fare giustizia delle inesattezza a suo tempo dette e scritte su di lei; nella sua vera identità, Nice diventa più comprensibile, persino più apprezzabile”, ivi p. 57. L’immagine stereotipata era stata riportata, in buona fede, in P. Secchia – C. moscatelli, Il monte Rosa è sceso a Milano, Einaudi, Milano 1958, p. 253.

[xl] Su quest’aspetto segnalo l’importante contributo di Antonio Biganzoli (Chiovini – La ricerca) al Convegno citato (cfr. nota 29) che da un lato sottolinea il rigore di un metodo che percorre precise fasi di indagine e di documentazione e dall’altro una modalità di scrittura che ne fa “uno scrittore-saggista di qualità” per il suo “modo di intercalare la narrazione: citazioni da fonti storiche, tabelle di dati demografici o di carattere economico, glossari di termini dialettali, così da fare delle sue opere una ragionata miscela di narrativa e di saggistica ed imporre così al testo il distacco della trattazione storica, ma, contemporaneamente, il ‘pathos’ della partecipazione umana”. Non condivido però la tesi di Biganzoli secondo cui per Chiovini la Resistenza costituirebbe solo “un episodio” della storia complessiva, ben più importante, del territorio.

[xli] Val Grande partigiana ecc., cit., pp. 9 – 29.

[xlii] Ivi, p. 20.

[xliii] Cfr. la Bibliografia provvisoria degli scritti.

[xliv] Cfr. I giorni della semina cit., pp. 19 – 21.

[xlv] Mal di Valgrande, Vangelista, Milano 1991, pp. 8 – 9.

[xlvi] A piedi nudi. Una storia di Vallintrasca, Vangelista, Milano 1988, p. 186.

[xlvii] Cfr. note 15 e 16.

[xlviii] Impressioni e ricordi. Da Cannobio a Domodossola, cit.

 

 

 

 

Le divagazioni letterarie di Rino Romano

Ha avuto il privilegio di leggere “Divagazioni poetico-forestali” [1], l’ultima opera pubblicata dall’amico Rino Romano, prima della sua presentazione pubblica a Villa Giulia in occasione dell’ultima edizione di Editoria e Giardini e riporto qui alcune delle note che mi sono preparato per la sua più recente presentazione alla Fabbrica di Carta di Villadossola.

Il titolo e il sottotitolo (Piccola antologia ragionata di poesia vegetale) sono espliciti in merito al tema (il mondo vegetale) e alla modalità: il genere letterario di una antologia poetica, appunto. Ma il quesito che mi son posto è: che rapporti vi sono, quali fili uniscono, questa ultima pubblicazione con le due precedenti? A prima vista nulla, parrebbe.

 

Il passaggio, edito nel 2011 da Sedizioni, era costituito da 19 “racconti siciliani”, incentrati sulla figura di don Nenè, disposti in una successione non cronologica ma “ad incastro” dando vita ad un insieme di relazioni familiari inserite in un contesto locale ben definito caratterizzato non solo dal tradizionalismo (l’innovazione meccanica nel tessuto agricolo) e non solo e non più di tanto mafioso; contesto richiamato linguisticamente da una parlata regionale significativamente italianizzata dove il richiamo indiretto al dialetto era più che altro presente in alcuni passaggi di discorso diretto.

L’opera successiva (La ruota, Sedizioni, Verbania 2013) si presentava come un romanzo incentrato su di una sorta di saga familiare a ritroso, alla ricerca di un segreto per generazioni celato. Si intuiva di essere ancora in Sicilia ma sia la vicenda che la lingua non presentavano più espliciti riferimenti regionali: vi dominavano conflitti generazionali e sociali, passioni forti e riflessioni sulla vita e sulla morte assolutamente universali.

Proprio la esplicita differenza sia di genere che tematica mi ha incuriosito: ci sarà un filo comune fra le tre opere, temi e assonanze al di là delle differenze tematiche e di genere letterario?

Mi sono preso allora un piacere: quello della rilettura. Piacere che raramente mi concedo, soprattutto a non lunga distanza dalla prima, per ovvi motivi: il tempo a disposizione per tutto quello che si desidererebbe leggere è assolutamente troppo limitato.

Una rilettura non per dar vita ad ulteriori presentazioni; entrambe le opere hanno già avuto illustri recensioni reperibili online: quella di Pier Angelo Garella (Il passaggio) [2] e di Claudio Zanotti (La Ruota). Una rilettura invece per ricostruire, con il senno del poi, anticipazioni non evidenti.

Mi sembra di averne colte almeno tre: la poesia, la natura e l’eros.

Il tema della poesia è richiamato in modo esplicito dall’ultimo dei racconti de Il passaggio [3]. Angelina, la moglie di don Nenè sta facendo ripetere al piccolo figliolo Giuseppe una poetica ninna nanna che il nonno aveva scritto per i nipoti. La sorella maggiore Rosa, ginnasiale, sta ripassando, in vista dell’interrogazione, San Martino di Carducci e le si ravviva un ricordo.

“Cinque anni prima, il nonno materno, il maestro Di Maria, le aveva impartito alcune lezioni private per aiutarla ad affrontare gli esami di ammissione al ginnasio. Avevano, tra le altre, studiato proprio quella poesia e il Nonno gliel’aveva spiegata in un certo modo.

Praticamente le aveva fatto vedere che il terzo verso della prima strofa si può leggere in maniera completamente diverse da come fanno tutti, in tutte le scuole d’Italia.

“Tu immagina…” le aveva detto il vecchio maestro, tutto concentrato “tu immagina un panorama. Chiudi gli occhi e guardalo, come un quadro.” e lei aveva chiuso li occhi “Adesso seguimi: in alto ci sono delle colline e poi una nebbiolina autunnale che sale e lentamente le copre… le cime irte, appuntite, restano visibili;” quindi recitò

La nebbia agl’irti colli piovigginando sale.

Face una breve pause e poi continuò “Ora guarda in basso: sotto… sotto, lì c’è il mare che spumeggia sbattendo sugli scogli, e il rumore… il rumore del vento, il maestrale che urla: uuuhhh… uuuhhh!”.

E qui riprese a recitare:

E sotto…” face un’altra pausa, cambiò tono e aggiunse:

il maestrale urla e biancheggia il mar”.

Rosa aprì gli occhi.

“L’hai visto?” aveva chiesto il nonno “L’hai visto il sopra e il sotto?”

“Sì, sì, li ho visti” aveva risposto lei.

“E l’hai sentito il maestrale che urla?”

“Si, l’ho sentito!” disse ancora, tutta eccitata.

“Bene!” aveva esclamato il maestro “Però la virgola non c’è e allora noi dobbiamo leggere:

e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar.

e non

e sotto…, il maestrale urla e biancheggia il mar.

Hai capito?”.

“Si!” aveva risposto lei “Carducci non ci ha messo la virgola e il senso cambia tutto.”

“Brava! Quindi tu leggila sempre senza la virgola, anche se… anche se in quell’altro modo è pure bella! Vero?” [pp. 188-189]

Il racconto prosegue con la disavventura di Rosa che ripropone a scuola la variante di lettura a suo tempo appresa dal nonno e il conflitto con l’insegnante che non ammette una possibile interpretazione alternativa a quella canonica. Sarà don Nenè, con la complicità del preside, suo amico, a ripianare con arguzia la situazione.

Dice Romano nell’introduzione delle sue divagazioni poetiche:

 “… le poesie dovrebbero essere (o sono?) come le canzoni, le hanno addirittura precedute, e come le canzoni anch’esse dovrebbero vivere (vivono?) nel riascolto, nella rilettura e nella musicalità della recitazione, nonché nella riscoperta di sempre più profondi significati e nel rinnovo di piacevoli emozioni.”

Oralità della poesia incentrata sulla lettura ad alta voce e nell’ascolto. E ogni sua recitazione ne è in qualche modo una interpretazione [4]. Ed oltre al tema della lettura interpretativa ritroveremo naturalmente anche Giosuè Carducci, non quello di San Martino ma di altre poesie note e meno note laddove la sua aspirazione “a restarmene in un lungo e solitario tu per tu con la divina ed eterna e placida natura” risuona più esplicitamente [5].

Nel romanzo direi che la poesia – nel caso specifico il De rerum natura di Lucrezio – costituisca la struttura portante della stessa narrazione. Il poema lucreziano, al di là dell’aspetto scientifico filosofico e didascalico, esprime i sentimenti forti, la passionalità direi, dell’autore tra le due polarità di Eros e Thanatos; il giovane Vittorio sembra rappresentarne una versione moderna che proprio nei versi del poeta romano trova l’ispirazione che innerva la sua tragica vicenda tra l’Alma Venus (Venere, la dea dell’amore) da un lato e il Leto sopitus (l’addormentarsi nella dolce morte del suicida) dall’altro. E saranno proprio i versi del poeta, indicati nella loro numerazione e custoditi in busta chiusa, a costituire la chiave interpretativa dell’intera vicenda.

Si può inoltre sottolineare come la struttura de La ruota sia costruita con una sorta di gioco poetico: ogni capitolo è titolato da una data con frequenti salti cronologici e il collegamento tematico è evidenziato dalla ripetizione più o meno testuale dell’explicit di un capitolo nell’incipit di quello successivo.

“Vittorio… ma tu che cerchi?” (finale del primo capitolo)

“Vittorio… ma che stai cercando? (inizio del successivo)

E così analogamente nei successivi capitoli.

L’eros. Direi che in questo caso più che di analogie mi sembra opportuno parlare di successione e sviluppo. Nei racconti della prima opera direi che l’eros rappresentato è soprattutto maschile, anzi “maschio”. Non a caso una delle parole più ricorrenti nell’interloquire è “minchia!”. Anche se al riferimento esplicito alla sessualità maschile è subentrata la consuetudine di una espressione tipica di meraviglia e stupore, l’espressione esprime comunque un sottofondo culturale dove la sessualità è espressa dalla potenza e virulenza maschile. Non a caso l’espressione non la ritroviamo mai quando a parlare sono le “femmine” dei racconti.

Potenza maschile che diventa centrale – in questo caso per absentiam – nel penultimo racconto (La diagnosi). La confessione rammaricata della zia Nunzia in punto di morte alla nipote Angelina (“Angeli’, io… io me ne vado… io me ne vado come mi sono sposata!) accende l’interesse di don Nenè sulla possibile impotenza sessuale del coniuge di Nunzia, lo zio Carlo. E sottopone il fratello medico a stringente interrogatorio su tutte le forme possibili di impotenza. Quando sopraggiungerà anche il decesso dello zio Carlo, al momento della vestizione del cadavere, don Nenè insisterà per cambiargli anche le mutande trovando conferma ai suoi sospetti.

“Lo sapevo… minchia lo sapevo! Esclamò compiaciuto.

“Criptorchidismo bilaterale e… e micropene!”

Era eccitatissimo. Gli altri due accanto lo guardavano, allibiti due volte: per quello che vedevano sul morto prima, e per il comportamento del cognato poi!

“Ma sei diventato medico?” chiosò Salvatore.

“Lo sapevo! Era impotente, lo zio Carlo era impotente! Impotenza strumentale e congenita!”

“Minchia! Insiste a fare diagnosi!” disse il minore al fratello che aveva parlato prima.

“A me le cose una volta… una volta sola me le devono spiegare!” aggiunse don Nenè, rivolgendosi ai cognati, ormai esaltato per la scoperta. Ma sarebbe meglio chiamarla conferma.  [pp. 182-183]

 

Nel romanzo invece, come già sottolineato da Zanotti, centrali sono le figure femminili (Assunta, la giovane serva amata segretamente da Vittorio; la madre adottiva Carmelina, donna Chiara e suor Adelaide).

Il tema è quello della fertilità e di come questa possa sconvolgere gli equilibri quando questa si realizza al di fuori dei canoni familiari e sociali prestabiliti.

Aveva dodici anni suor Adelaide, e vide quello che a dodici anni nessuno dovrebbe vedere. Vide la sorella sedicenne, la sua adorata sorellina, coricata sul letto, circondata da tre o quattro donne. Qualcuno la carezzava e la confortava:

“È per il tuo bene, per il tuo bene figlia mia. Stai calma… stai calma!” diceva una voce “Presto… presto… fate presto, qua… l’acqua… l’acqua…” diceva un’altra voce; e poi vide nettamente la bacinella con il sangue e tutto il resto, posata per terra, proprio vicino alla porta dietro la quale lei stava nascosta.

Nell’antologia poetica dedicata al mondo vegetale il maschile e il femminile, l’eros come vitalità e come fertilità si fondono. Il mondo arboreo, come è noto, è prevalentemente ermafrodita e questa condizione aveva colpito il mondo antico a partire dal mito stesso di Ermafrodito, il figlio di Ermes ed Afrodite che per la sua bellezza fece innamorare la ninfa Salmace la quale, respinta, ottenne dagli dei di potersi per sempre fondersi con l’amato mentre questo si era immerso nelle acque di un lago. Oppure nel Simposio di Platone dove l’eros primigenio è a rappresentato da Aristofane con l’originaria unione dei due sessi in un solo genere:

“ … mi sembra che gli uomini non si rendano assolutamente conto della potenza dell’Eros. …innanzitutto bisogna che conosciate la natura della specie umana e quali prove essa ha dovuto attraversare. Nei tempi andati, infatti, la nostra natura non era quella che è oggi, ma molto differente. Allora c’erano tra gli uomini tre generi, e non due come adesso, il maschio e la femmina. Ne esisteva un terzo, che aveva entrambi i caratteri degli altri. Il nome si è conservato sino a noi, ma il genere, quello è scomparso. Era l’ermafrodito, un essere che per la forma e il nome aveva caratteristiche sia del maschio che della femmina.” [Simposio, XIV, 189]

Sarà Ovidio a riprendere il mito di Ermafrodito e numerosi altri miti dove eros umano e vegetale si fondono e trasformano. Lascio la parola a Romano:

“Il legame tra specie umana e specie vegetale raggiungerà … la sua massima espressione con le Metamorfosi di Ovidio.

È infatti il grande poeta di Sulmona che con la sfrenata fantasia, immagina la storia del mondo come un susseguirsi di continue trasformazioni, dal caos iniziale in avanti.

Innumerevoli sono le storie nelle quali i protagonisti si trasformano in vegetali e saranno proprio queste metamorfosi a teorizzare la perfetta simbiosi tra uomini e piante.

Nella maggior parte dei casi questi passaggi servono per aiutare lo sfortunato protagonista a sfuggire a una sventura o per evitargli un male peggiore. L’essere vegetale assume così una connotazione di bellezza e di forza tale da dimostrarsi appartenente a una condizione superiore a quella umana.” [p. 27]

Troveremo allora, nell’antologia, Dafne trasformata in alloro, Filemone e Bauci in quercia e tiglio, le Eliadi sorelle di Fetonte in pioppi e le loro lacrime in gocce d’ambra; e soprattutto la “storia maledetta e struggente a un tempo” di Mirra che per espiare l’amore incestuoso sarà trasformata nell’omonima pianta e che, in questa condizione vegetale, darà vita al bellissimo Adone. Il tema della simbiosi fra uomo e mondo vegetale si esplicherà poi, non più in termini mitici ma simbolici, nella poesia moderna; prima fra tutte La pioggia nel pineto di D’Annunzio:

E immersi / noi siamo nello spirto / silvestre, / d’arborea vita viventi; … [pp. 59-64]

 

Una vetrina con le opere di Rino Romano

La natura. Questo tema nei racconti siciliani non è particolarmente presente. L’ambientazione dei racconti è prevalentemente urbana (l’officina, le strade del paese, gli interni, il circolo). Solo in alcuni racconti la natura emerge come paesaggio. Ad esempio nel racconto che dà il titolo al libro (Il passaggio) con il “colpo d’acqua” iniziale da giorni preannunciato dalle nuvole che “minacciose passavano sui tetti del paese per scaricarsi lontano: sui vigneti ormai gonfi di vino della piana del golfo o sulle alture circostanti”; oppure, in seguito, con il brullo luogo dell’appuntamento sulla strada per Montelepre:

… il grande pino … unica macchia verde in un paesaggio giallo e inaridito fatto di erbacce rinsecchite e stoppie di grano che si perdevano in lontananza, per un lungo tratto intorno. Qua e là, nella campagna abbandonata, si alzava qualche ulivo contorto dal tempo e dalla fatica di crescere, o qualche mandorlo rinsecchito con poche foglie e nessun frutto. [pp. 29-30]

Oppure nel racconto Totò e Sasà durante il percorso in auto “verso Grisì e Camporeale” attraverso una campagna, in questo caso, fertile e coltivata.

Era una deliziosa mattina di fine agosto e la luce ancora tenue del cielo si riverberava timidamente tutt’intorno, tra i declivi della campagna ora ingiallita dalle stoppie nei seminativi già mietuti, ora gonfia di vino e di olio nei vigneti e negli uliveti prossimi al raccolto. Di rado si incontrava qualche giardino di limoni o di aranci. Qui era inconfondibile la presenza di un pozzo o una sorgiva, contrassegnati spesso da una palma svettante verso il cielo, residuo della cultura araba. Qua e là, quando si risaliva qualche leggero pendio, appariva il mare, chiuso nel suo golfo, e l’orizzonte si stendeva lungo, limpido e baluginante, da Terrasini, fin laggiù, al faro di San Vito, che ancora si vedeva brillare a intermittenza. [p. 113]

 

Nel romanzo eros e natura si fondono, complice la lettura di Lucrezio (la divina Venere che dona il piacere agli uomini e rende fertile la natura); non più semplice ambiente circostante, paesaggio che scorre al di là del finestrino, ma riflesso esterno di una pulsione e trasformazione interiore.

II giovane rimase incantato dalla forza dei versi.

Alzò gli occhi dal libro e tornò a osservare la campagna dal finestrino.

La natura gli apparve trasformata.

Sotto i sui occhi tutto cominciava a illuminarsi di una nuova luce, come se le parole di Lucrezio avessero acceso e risvegliato il paesaggio. Cercò qualche uccello in volo, scrutò gli alberi contorti dal tempo e piegati dal vento, tornò a cercare pecore e mucche al pascolo, si soffermò ad ammirare il mare che cominciava a colorarsi dell’oro del tramonto, là, lontano, coricato sull’orizzonte, e si sentì prendere da un sentimento strano, mai provato prima, come se dentro gli crescesse una trasformazione… sì… una metamorfosi, e si ricordò che l’aveva incontrata da poco questa parola, in greco.

Per un attimo gli sembrò di uscire da sé stesso e provò una strana sensazione, quasi un brivido, che Io fece sentire come in sintonia con tutto quello che vedeva, come se tutta quella natura attorno a lui, che gli fuggiva via tra le vibrazioni del vagone e il fragore della locomotiva, Io avvolgesse interamente in uno strano abbraccio sensuale. [pp. 80-81]

Nell’antologia poetica la natura silvestre è ovviamente il tema centrale che viene ripercorso cronologicamente dalla successione dei poeti nell’alternarsi di culture e sensibilità diverse. Ora giardino da custodire e coltivare, immagine arcadica di simbiosi fra uomo e natura; una natura umanizzata e divinizzata dove pastori, poeti, ninfe e divinità si incontrano, riflesso e memoria del perduto Eden. Ora luogo oscuro, di tenebra e perdizione sede del diabolico e ritrovo delle streghe. L’immagine classica del locus amoenus e quella medievale del loccus horridus si alternano e troveranno sintesi nel sommo poeta.

È Dante Alighieri che interpreta ambedue i modelli che la tradizione religiosa ha coltivato: da un lato la selva come luogo di perdizione, per cui costruisce la più famosa metafora che sulle foreste sia mai stata elaborata, cantando che. . .

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

ché la diritta via era smarrita.

 Ah quanto a dire qual era è cosa dura

esta selva selvaggia ed aspra e forte

che nel pensier rinnova la paura. (Divina Commedia, Inferno, vv 1-6)

Dall’altro lato c’è “la divina foresta“, salvifica e sacralizzata sull’esempio del Paradiso terrestre, che Dante trova sulla cima del Purgatorio. … …

L’immagine poetica Della “selva antica ” (antica perché frutto della prima creazione) che Dante costruisce, piena di profumi soavi, di canti melodiosi, attraversata altresì da un “rio” ricco di acque limpide, puro nettare divino, è una rappresentazione che fa già parte della tradizione e il poeta fiorentino ne è ben consapevole perché sa che …

Quelli ch’anticamente poetaro

l’età dell’oro e suo stato felice,

forse en Parnaso esto loco sognaro.

 Qui fu innocente l’umana radice:

qui primavera sempre ed ogni frutto;

nettare è questo di che ciascun dice. (Ibidem, vv 139-144)

[pp. 38-39]

La struttura complessiva del libro è anticipata dalla copertina con l’immagine di un albero: dalle radici della preistoria con la nascita del linguaggio presumibilmente onomatopeico e poetico, al corposo tronco dei poeti greci, via via sino ai “dolci frutti” della contemporaneità. Può sconcertare che l’immagine scelta raffiguri non un albero rigoglioso nel pieno della sua chioma e magari dei suoi frutti, ma una pianta brulla tipica di un paesaggio tardo autunnale. La scelta, non casuale, vuol mettere in evidenza l’ultima foglia nel momento stesso in cui si stacca. Dirà infatti Romano nella Conclusione dell’antologia:

Tra le tante suggestioni che si sono venute a formare, quella con cui ci piace concludere il breve percorso intrapreso è la metafora della foglia, questa fondamentale appendice vegetale, fragile e delicata, su cui spesso si è soffermata la fantasia dei poeti. [p. 67]

Fragilità della foglia come immagine della fragile condizione umana ripercorsa nelle poetiche di Omero (Quale delle foglie / tale è la stirpe degli umani), del meno noto Mimnermo (Come le foglie … per un tempo brevissimo godiamo), di Leopardi (… povera foglia frale / dove vai tu?) e naturalmente di Ungaretti.

Per concludere con una sorpresa, dove il curatore diventa autore dell’ultima poesia, titolata appunto Una foglia.

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[1] Evolvo Edizioni, Gravellona 2016.

[2] In rete è reperibile anche la recensione di uno studente siciliano.

[3] Titolato appunto La poesia.

[4] Potrei aggiungere, per le poesie tradotte da altra lingua, che ogni traduzione è anch’essa una interpretazione e una sua lettura … una interpretazione di una interpretazione. In sostanza il cuore della poesia non sta tanto nel testo scritto ma nella voce e/o nel pensiero che la fanno risuonare.

[5] Cfr. Divagazioni … cit., pp. 55 – 58.

I migranti e le nostre comunità

Nel precedente post sul libro–reportage Infiniti passi di Gianluca Grossi mi ero riproposto di riprendere la tematica dei profughi e, più in generale, dei migranti grazie ad alcuni stimoli e riflessioni nate da quella lettura. Che trasformazioni e che reazioni questi flussi di persone inducono nelle nostre comunità? Si parla spesso di un rapporto fra culture, della difficoltà e/o della necessità di un confronto fra la loro e la nostra cultura. Ebbene, questa impostazione mi pare fuorviate e fonte di equivoci come proverò a spiegare.

Il concetto di cultura

Il discorso sarebbe lungo; provo a sintetizzarlo con un diagramma che utilizzavo all’inizio del triennio di Scienze Umane e Sociali per “mappare” le discipline caratterizzanti dell’indirizzo e contrastare l’equivoco ricorrente della confusione fra queste e le discipline umanistiche [1].

Da una parte (quella a sinistra) abbiamo le strutture e gli aspetti collettivi (sociali), dall’altra quelli individuali; le frecce verdi indicano i processi di apprendimento (dalla società all’individuo), quelle arancioni le innovazioni (le trasformazioni prodotte dagli individui nel tessuto sociale, comunicativo e conoscitivo). Nell’anello esterno abbiamo da un lato la struttura sociale ed economica, dall’altro i comportamenti dei singoli soggetti, mentre nell’anello intermedio abbiamo da un lato i codici linguistici e semiotici, dall’altro i messaggi e le comunicazioni (verbali e non) effettive fra i soggetti. Nella parte più interna viene rappresentato il concetto tradizionale di cultura: i saperi depositati (consolidati) che vengono trasmessi ai singoli individui che in tal modo acquisiscono le loro conoscenze facendole proprie e rielaborandole. Ad ogni livello e nel loro complesso i processi di trasmissione e apprendimento da un lato e quelli innovativi dall’altro fanno sì che le culture si trasformino in modo più o meno rapido nelle diverse epoche sia per fattori endogeni (es. le innovazioni tecniche ed economiche) sia per i contatti e scambi con altre culture.

Il concetto di cultura nel senso esteso sopra indicato si contrappone a quello di natura e pertanto con “culturale” si indica ogni comportamento e aspetto umano non innato; tale concezione ha sostituito, nelle scienze sociali, quello tradizionale di cultura nel senso di “sapere” (indicato anche con “cultura alta” e contrapposto a “non-sapere” o “ignoranza”) ed è stato introdotto dall’antropologia. Ora questa disciplina ha avviato i propri studi con l’analisi di società semplici e statiche, perlopiù isolate – le cosiddette società primitive – un po’ perché all’interno di un parametro evoluzionista sono state concepite come “originarie”, sia perché più facili da sottoporre ad uno sguardo “altro” rispetto a società più complesse e dinamiche: una sorta di “esperimento da laboratorio” sul campo.

Ruth Benedict, l’antropologa statunitense che ha contribuito a delineare il concetto di cultura, il rapporto fra cultura e personalità e le differenze fra i diversi “modelli” culturali, così si esprimeva nel 1934:

Ciò che veramente unisce gli uomini è la cultura, il costume, le idee e le norme che hanno in comune. … Non possiamo scoprire attraverso l’introspezione né attraverso lo studio di una qualsiasi società quale comportamento sia “istintivo”, cioè determinato da fattori biologici. Per classificare “istintivo” un certo tipo di comportamento, non basta provare che è automatico. La reazione condizionata [dalla cultura] è tanto automatica quanto quella determinata da fattori organici, e le reazioni condizionate dalla civiltà in cui viviamo costituiscono la massima parte del nostro comportamento automatico. Perciò il materiale più illuminante … è rappresentato dai fatti riguardanti società che abbiano il minimo rapporto storico possibile con la nostra e fra loro. … le culture primitive sono oggi l’unica fonte a cui possiamo attingere: un laboratorio in cui possiamo studiare le varietà delle istituzioni umane. Molte regioni primitive, nel loro relativo isolamento, hanno avuto secoli di tempo per elaborare i temi culturali che han fatti propri. Ci mettono a portata di mano le informazioni necessarie circa le possibili varietà di istituzioni umane, ed esaminarle criticamente è essenziale alla comprensione dei processi culturali. È l’unico laboratorio che abbiamo … per lo studio delle forme sociali” [Modelli di cultura, Feltrinelli, Milano 1960, p. 21-22]

Con il concetto di cultura la Benedict intende contrapporsi alla concezione di eredità razziale (ivi, p. 20): non è la biologia ma la cultura a prevalere nel comportamento umano e l’eredità prevalente non è quella biologica ma quella culturale.

Ora, proprio per il fatto di applicare la nozione di cultura a gruppi statici ed isolati ha permesso di concepire “le culture” come insiemi organici e coerenti (i modelli di cultura) ben distinti l’uno dall’altro e ben delimitati (culturalmente e geograficamente) che predeterminano gran parte del comportamento di ogni specifico gruppo umano. Con questa impostazione le nozioni di cultura ed etnia tendono a sovrapporsi: gli elementi caratterizzanti di un gruppo etnico sono infatti generalmente individuati in: consanguineità, lingua, mitologia e religione, tradizioni, territorio, attività economiche e struttura socio-politica.

È quella che Jean-Loup Amselle definisce “ragione etnologica … che consiste nell’estrarre, filtrare e classificare al fine di individuare dei tipi sia in campo politico … sia in campo economico … sia in ambito religioso … sia infine in campo etnico o culturale. Tale prospettiva teorica … è uno dei fondamenti della dominazione europea sul resto del pianeta” [Logiche meticce. Antropologia dell’identità in Africa e altrove, Bollati Boringhieri, Torino 1999, p. 41-42]. “L’invenzione delle etnie è l’opera congiunta degli amministratori coloniali, degli etnologi di professione e di coloro che uniscono le due qualifiche. Essa prende fin dall’inizio la forma della «politica delle razze» così com’è praticata sia dai francesi che dagli inglesi” [Ivi, p. 56] sulla base del principio divide ut imperas. Alla ragione etnologica Amselle contrappone una “logica meticcia” ovvero un “approccio continuista” dove le culture di continuo si intrecciano e trasformano sulla base di un principio sincretico originario.

 

 Ora è bene ribadire che le “culture” non sono “cose”, realtà effettive e immutabili, ma categorie che tendono a “fissare” una realtà in continuo mutamento. Le persone non appartengono alle culture ma fanno propri elementi di cultura che poi rielaborano, intersecano, mescolano, sintetizzano e spesso innovano. L’isolamento di singole culture, quasi fossero rinserrate in un laboratorio (Benedict), se era una “astrazione metodologica” utile per porre i fondamenti di una teoria della cultura, non è estendibile al di fuori di quelle realtà (le società cosiddette “primitive”) e soprattutto oggi quando da tempo i processi di globalizzazione intersecano tutte le culture. Quello che Amselle chiama “meticciamento culturale” è un principio universale che da sempre opera e che si pone alla base – insieme ai cambiamenti tecnologici e alla creatività individuale e collettiva – di tutti i processi di innovazione.

Il razzismo culturalista

La reificazione (o se vogliamo la “materializzazione”) del concetto antropologico di cultura e la sua diffusione e sostituzione largamente invalsa a quello tradizionale di cultura (il “sapere”, le conoscenze consolidate) unitamente al suo scivolamento semantico che lo ha in gran parte sovrapposto a quello di etnia ha fatto sì che si siano diffuse teorie razziste non più su base biologica ma, appunto, sulla base di un concetto di cultura “materializzato”. Gli individui di una determinata cultura (gli “altri”) avrebbero necessariamente un determinato comportamento ed entrerebbero necessariamente in conflitto con le “realtà” culturali (la “nostra”) che si fondano su comportamenti antitetici.

Il primo a mettere in evidenza questa nuova e “aggiornata” forma di razzismo è stato, per quanto mi risulta, Pierre-André Taguieff

Il nuovo razzismo ideologico si è progressivamente riformulato come un culturalismo e un differenzialismo [2], entrambi radicali, aggirando così l’argomentazione antirazzista basata sul rifiuto del biologismo e dell’inegualitarismo, pensati come i due caratteri fondamentali del razzismo dottrinale, a cui si credeva ingenuamente dl poter opporre il relativismo culturale e il diritto alla differenza. Il principio della recente metamorfosi ideologica del razzismo consiste proprio nel fatto che l’argomento dell’ineguaglianza biologica tra le razze è state sostituito con quello dell’assolutizzazione della differenza fra le culture. Di conseguenza … l’antirazzismo classico, imperniato di culturalismo e di differenzialismo, non può più funzionare da dispositivo critico efficace, dal momento che le sue tesi e argomentazioni tendono a confondersi con quelle del neorazzismo, differenzialista e culturale. … Né i Gobineau né gli Hitler possono oggi essere trovati lì dove Ii si cerca, e i nuovi razzisti non assomigliano più a queste figure del passato.” [Il razzismo. Pregiudizi, teorie, comportamenti, Cortina, Milano 1999, p. 49-50]

Tema ripreso da altri studiosi, ad esempio da Tzvetan Todorov, l’intellettuale bulgaro-francese, da poco scomparso che aveva già affrontato il tema delle teorizzazioni razziste in Noi e gli altri (1989).  Così scrive nel 1996, esemplificando la concezione di Taguieff:

“Fra gli intellettuali nessuno si dichiara (per ora?) razzista. Però si sono fatte strada due forme di ragionamento, che permettono di sostenere alcune tesi razziste. La prima, che è stata analizzata bene da Pierre-André Taguieff, consiste nell’adottare un discorso che modifica la vecchia dottrina in multi punti essenziali, cosicché quelli che la praticano possono dichiarare: «Non son razzista». II discorso del vecchio razzista si fondava sulla differenza delle caratteristiche fisiche degli esseri umani. Quello che ne ha preso il posto oggi non riconosce apertamente altra differenza che quella delle caratteristiche culturali. …  Il vecchio razzista sosteneva la superiorità di alcune razze rispetto ad altre; oggi ci si accontenta di insistere sulla differenza insuperabile che le separa. Insomma fino a ieri si aspirava alla sottomissione delle altre razze (alla loro eliminazione nel caso estremo dl Hitler); oggi si auspica il loro allontanamento da noi, il loro ritorno nei paesi d’origine.” [L’uomo spaesato. I percorsi dell’appartenenza, Donzelli, Roma 1977, p. 90-91]

 

 

Il tema è ripreso ed approfondito in un bel libro di Marco Aime:

“…il razzismo classico, quello biologico, appare oggi improponibile anche da parte degli eredi politici di certe ideologie che hanno caratterizzato il secolo scorso.

Pierre-André Taguieff si pone il problema di dare una definizione del razzismo che appaia sufficientemente solida a reggere le sfide del presente. Si tratta di analizzare quelle forme analoghe di esclusione che non si presentano più come razzismi puri, ma sotto le vesti dei nazionalismi, delle rivendicazioni etniche o degli integralismi religiosi. Spostandosi da un piano biologico a uno simbolico, il novo razzismo ideologico si è riformulato su basi diverse: si è trasformato in un’enfatizzazione radicale delle caratteristiche culturali. In questo modo diventa più facile, per i sostenitori di tali istanze, aggirare le accuse di razzismo e proporsi, al contrario, come paladini difensori delle specificità culturali che vengono così a prendere il posto delle vecchie, presunte, diversità biologiche. … il razzismo classico, biologico, dava vita a categorie basate principalmente sui tratti somatici degli individuai e destinate a creare una gerarchia tra i diversi gruppi umani. Il razzismo culturale elabora categorie analoghe – gerarchiche e finalizzate anch’esse alla distinzione e all’esclusione – ma fondate sui tratti culturali. Entrambi finiscono per diventare spinte alla differenziazione, che pretendono di spiegare se non addirittura di prevedere le attitudini, le disposizioni e gli atteggiamenti delle persone o dei gruppi.” (Eccessi di culture, Einaudi, Torino 2004, p. 91-93).

 

Un confronto fra culture?

Lo scopo di questo post non è tanto quello di denunciare vecchi e nuovi razzismi; su questo è stato scritto molto e basterebbe rimandare agli autori dei testi che ho prima sinteticamente citato. Il tema, suggeritomi dal libro di Gianluca Grossi, è quello del rapporto “nostro” (di noi residenti) con i migranti che vengono a far parte delle nostre collettività; non dal punto di vista dell’emergenza né da quello giuridico, ma appunto da quello culturale, del confronto reciproco e pertanto sociale ed educativo. Mi pare infatti che, spesso proprio da parte di chi si pone in termini di apertura nei confronti delle trasformazioni in atto, vi sia un’ottica che per certi versi riprende inconsapevolmente temi e concezioni propri delle nuove forme di razzismo culturale individuate da Taguieff, e riprese da Todorov e Aime.

Le culture, dicevamo, non sono “oggetti” ma processi in continua trasformazione. A maggior ragione la cultura (direi le culture) dei migranti; possiamo affermare che la cultura migrante, per definizione, è appunto una cultura in trasformazione o, per riprendere Amselle, una “cultura meticcia”. I migranti, ci ha ben raccontato Grossi nel suo libro, hanno compiuto un atto di rottura nei confronti della realtà originaria di appartenenza, un atto di coraggio e sono portatori di una “forza” a suo modo rivoluzionaria, trasformativa, di una volontà di “rimettersi in gioco” dentro un contesto differente. E questo mi pare valere sia per coloro (profughi e “richiedenti asilo”) che abbandonano uno scenario di guerra e di persecuzioni, che per coloro che vogliono lasciarsi alle spalle una realtà di miseria, carestia e spesso sfruttamento insostenibili.

Certo, questa consapevolezza di una frattura con il proprio passato è più spesso esplicita nei soggetti più giovani (come ben raccontava nel libro di Grossi il giovane siriano sul treno per Amburgo) e questa rottura tanto più si consoliderà tanto più il nuovo contesto non diventi fonte di delusioni e frustrazioni.

Non sono dei “disperati” o persone bisognose di compassione: sono persone che con estremo coraggio hanno rimesso in gioco la loro vita e, molte volte, quella della loro intera famiglia; che si interrogano sul loro futuro; che si fanno domande (e che ci fanno domande) sul mondo in cui viviamo; sono persone che hanno ciascuna una propria storia, delle proprie conoscenze e delle proprie competenze intellettuali, sociali e professionali, un proprio orizzonte. Non si sentono “rappresentanti di una determinata cultura” così come ciascuno di noi perlopiù non si considera quale “rappresentante” di una generica cultura italiana, europea od occidentale. Come è noto, siamo tutti culturalmente, e non solo, meticci e la nostra identità è sempre più una identità plurima.

Eppure molti progetti sociali ed educativi che si prefiggono una più agevole integrazione sono sotto il segno dell’intercultura e del multiculturalismo, del “confronto fra culture”: convegni, indicazioni ministeriali e progetti didattici, attività nelle realtà socio-educative extrascolastiche.

Questi progetti (educativi e sociali) molto diffusi di “integrazione” che assumono il carattere di un confronto (e conoscenza reciproca) fra culture diverse sono allora frutto di un equivoco, al di là delle buone intenzioni. Personalmente penso che non servano a molto e che in alcuni casi (o per alcuni soggetti) possano anche essere controproducenti. Ragionare per “culture” può infatti favorire la stereotipizzazione (gli individui sono annullati): nella realtà quotidiana non si incontrano o scontrano “le culture”, ma le persone. Il migrante, e a maggior ragione il figlio di migranti, non fa più parte di una cultura d’origine ma si colloca all’interno di una evoluzione culturale “di transizione” (da straniero a nuovo cittadino). Sono i fondamentalismi che semmai si oppongono a questa evoluzione propagando una “identità culturale” originaria che in genere è più mitica e reinventata (spesso molto modernamente veicolata da internet) che reale.

L’integrazione può più facilmente compiersi se anche dall’altra parte (i cittadini “nativi”) vi è un’analoga evoluzione nella direzione di una identità più articolata e pertanto più aperta. La comprensione ed interazione reciproca (che è in primis fra individui) può nascere dal vissuto di esperienze comuni e condivise.

“Grande esodo della popolazione albanese” e’ il titolo dell’ immagine scattata dal fotografo pugliese Luca Turi l’ 8 agosto 1991, che ritrae lo storico sbarco a Bari di circa 20.000 profughi dalla motonave albanese “Vlora”. LUCA TURI / ANSA

Un bel post di Massimo Cirri dell’ottobre scorso rispondeva a questa domanda: Che fine hanno fatto gli albanesi? Venticinque anni fa si parlava di invasione, gli albanesi rappresentavano l’emergenza del momento, tutti i media ne parlavano quotidianamente. Oggi silenzio. Sono scomparsi? Dove sono finiti? In effetti sono ancora qui, costituiscono la comunità extracomunitaria più numerosa dopo quella proveniente dal Marocco. Eppure chi ne parla più? Sono tra noi, svolgono lavori che altri non svolgono più, magari aprono ristoranti come Altin Prenga, oggi cuoco famoso di cui Cirri ci racconta la storia. E soprattutto vanno e vengono dal loro paese (non più naturalmente su carrette del mare) così come da tempo fanno i nostri migranti nel nord Europa.

È osservazione ricorrente di chi ha figli o nipoti piccoli che frequentano asili, scuole materne od elementari con la presenza di coetanei di origine straniera (cinese, latino-americana, africana …) come per loro questi compagni non siano “altri” o “diversi” e come questa “non percezione” di una diversità produca meraviglia e talora imbarazzo negli adulti. È allora il caso di introdurre una bella attività di “confronto interculturale” di conoscenza delle reciproche (diverse) culture per sottolineare una “differenza” che spesso non è percepita come tale? Non sono meglio invece, oltre alle attività scolastiche che già di fatto lavorano per una prospettiva comune, attività ludico educative, artistiche o sportive extrascolastiche che si differenziano non per “culture” ma per interessi, passioni e propensioni individuali? E qui le differenze che incidono sono semmai quelle economiche (alcune di queste attività hanno costi decisamente elevati) e possono riguardare sia bambini di origine italiana che straniera.

Paure e “mixofobia”

Sempre Taguieff nell’analisi del razzismo contemporaneo distingue tre diverse dimensioni:

  • le attitudini (predisposizioni, opinioni, pregiudizi e stereotipi);
  • i comportamenti (azioni, pratiche, mobilitazioni ecc. sia a livello individuale che collettivo)
  • le costruzioni ideologiche (teorie, miti e dottrine elaborate da specifici autori) [ cit. p. 55].

Ora, se vogliamo mettere in atto una prevenzione sociale e culturale del razzismo e dei conflitti che può generare, la dimensione che maggiormente interessa, quella su cui occorre “lavorare” è soprattutto la prima, quella delle attitudini e delle predisposizioni.

Il razzismo ideologico frutto di costruzioni teoriche viene denominato da Todorov “razzialismo” [Noi e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana, Einaudi, Torino, 1991, p. 107-108] per distinguerlo appunto dal “razzismo comportamento” che non necessariamente è supportato da una ideologia. Quest’ultimo era infatti analizzato in una sua opera precedente, risalente al 1982, dove i comportamenti dei conquistadores nei “confronti dell’altro” erano analizzati nelle loro differenze e nelle loro trasformazioni: “Il rapporto con l’altro non si costituisce in una sola dimensione … occorre distinguere almeno tre assi”. Questi assi sono:

  • giudizio di valore (piano assiologico): l’altro è buono/cattivo, piace/non piace, è pari/inferiore;
  • avvicinamento/allontanamento (piano prasseologico): abbraccio i suoi valori, mi è indifferente, lo sottometto-assimilo ai miei valori;
  • conoscenza (piano gnoseologico): qui più che opposizione (conosco/ignoro) vi è una gradazione infinita fra minore e maggiore conoscenza dell’altro (della sua identità).

Esistono, beninteso, dei rapporti e delle affinità fra questi tre piani, ma non c’è alcuna implicazione rigorosa … Las Casas conosce gli indiani meno di Cortés e li ama di più; ma entrambi si riconoscono in una comune politica di assimilazione. La conoscenza non implica amore, né questo quella; nessuna delle due cose si identifica con l’altra. … La scoperta riguarda più le terre che gli uomini, nei confronti dei quali l’atteggiamento di Colombo può essere descritto in termini completamente negativi: non li ama, non li conosce e non si identifica con essi.” [La conquista dell’America. Il problema dell’«altro», Einaudi, Torino 1992, p. 225-226]

Comportamenti questi decisamente diversi da quelli di un altro conquistador: Alvar Núñez Cabeza de Vaca; naufrago vivrà per alcuni anni con gli indios e ne assimilerà lingua e cultura.

Ma come si riflette ai nostri giorni l’impatto e il rapporto con l’altro; altro che assume sempre più spesso le vesti dello straniero? Viviamo, sottolinea Zygmunt Bauman in uno dei suoi ultimi libri, nel “tempo della paura”.

 

L’incertezza del futuro, la fragilità della posizione sociale e l’insicurezza esistenziale – questi onnipresenti complementi della vita in un mondo di «modernità liquida», notoriamente radicati in luoghi remoti e quindi al di fuori del controllo individuale – tendono a focalizzarsi sugli obiettivi più vicini e a incanalarsi nei timori per l’incolumità personale, quel genere di timori che a sua volta si condensa in spinte segregazioniste/esclusiviste …”.  [Il demone della paura, Laterza – la Repubblica, Bari –Roma 2014, p. 31]

Da tutto questo nasce la mixofobia, la paura a “mescolarsi”, ad avvicinarsi e trovare un “modus vivendi” di civile interazione reciproca con “l’altro”, con la diversità sia “culturale” (lingua, abitudini, religione, abbigliamento ecc.) sia di altro tipo (es. orientamento sessuale, disabilità, malattia ecc.). Ora la mixofobia agisce come paura sul singolo e come separazione sociale e spaziale nella società: lo spazio urbano che tende a differenziarsi in “isole di identici”. Ora questa separazione prodotta dalla mixofobia, accentuando le differenze e la loro visibilità, alimenta a sua volta la mixofobia in una spirale che tende alla frammentazione della società privandola della possibilità di orizzonti comuni. In sostanza è un fattore regressivo che può portare o alla paralisi o al conflitto violento.

Ricordo un episodio di quattro o cinque lustri fa.

Era in visita sul Lago Maggiore un gruppo australiano di studenti delle superiori. Fermatosi a Pallanza andarono a pranzo alla mensa sociale di Villa Olimpia (non ricordo se ospiti o per scelta loro). Mentre stavano pranzando entrarono in gruppo i “ragazzi” del Centro Socio Formativo per l’inserimento lavorativo dei disabili. Fra i ragazzi australiani si manifestò un crescente disagio nel vedere i disabili pranzare in una tavolata di fianco alla loro; alcuni di loro incominciarono a sghignazzare e presto questo comportamento coinvolse l’intero gruppo. La vicenda creò scompiglio e scandalo; i ragazzi australiani e i loro accompagnatori furono giustamente redarguiti. Ora a quei tempi nella società australiana i disabili erano prevalentemente nascosti dalla società, in famiglia e negli istituti; era in forte ritardo il processo di integrazione (con forte persistenza delle “scuole speciali”). L’improvvisa “rottura” di questa separazione, il trovarsi dei giovani australiani fianco a fianco di questo gruppo di disabili aveva provocato, in modo incontrollato, la loro reazione. A riprova di come la separazione, frutto di mixofobia, a sua volta provochi ed alimenti la mixofobia stessa.

Il contatto con il diverso, con l’altro, non sempre e non necessariamente produce mixofobia; in certe persone e in certe situazioni può innestarsi un processo inverso: curiosità, interesse, avvicinamento, desiderio di conoscenza e di scambio sino ad un vero e proprio innamoramento culturale: è quello che, sempre Bauman, definisce come mixofilia.

E concludo con questa sua citazione.

Sembra che la mixofilia, proprio come la mixofobia, sia una tendenza che si muove, si diffonde e trae vigore da se stessa.  È difficile che sia l’una che l’altra possano esaurirsi o perdere vigore nel corso del rinnovamento della città e del riallestimento dello spazio cittadino

La mixofilia e la mixofobia coesistono in ogni città, ma coesistono anche all’interno di ciascuno degli abitanti della città.

È una coesistenza non facile, indubbiamente, piena di frastuono e furore, ma ha una grande importanza per i destinatari finali dell’ambivalenza liquida moderna.

Considerando che gli estranei sono destinati a condurre le loro vite in compagnia gli uni degli altri ancora per molto tempo, a prescindere dalle svolte e dai cambiamenti futuri della storia urbana, l’arte di convivere pacificamente e felicemente con la differenza e di trarre beneficio dalla varietà di stimoli e di opportunità acquista un’importanza di primo piano tra le capacità che un cittadino deve (e farebbe bene a) imparare e mettere a frutto”. [Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido, Laterza, Roma Bari 2007, p. 103]

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[1] Il diagramma era introdotto da una presentazione e da una esercitazione:

  • Le scienze umane e sociali dette anche scienze umane o scienze sociali o, ancora meglio, scienze della cultura, sono apparse come discipline scientifiche e autonome in tempi recenti (in gran parte negli ultimi due secoli). Hanno per oggetto la/le cultura/e, ovvero tutti i comportamenti individuali e collettivi che distinguono fra loro gli uomini e le società umane. Si tratta di comportamenti tramandati ed appresi e pertanto non innati (cultura ← VS → natura).
  • Vanno pertanto distinte e non confuse:
    • né con le scienze naturali che hanno per oggetto l’uomo (es. anatomia umana)
    • né con le discipline umanistiche che hanno per oggetto i prodotti della creatività artistica e letteraria (es. storia della letteratura)
  • Osservate il seguente diagramma e collocate quindi al suo interno le diverse Science umane sociali (Scienze della cultura).

[2] Il differenzialismo è definito da Taguieff come il “far prevalere le appartenenze particolari rispetto all’appartenenza al genere umano; dottrina fondata su un radicale relativismo culturale che postula l’incommensurabilità delle culture e la loro chiusura in se stesse”.