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Educazione alla morte di Gregor Ziemer

Pubblicato a New York nel 1941, il libro di Ziemer sull’educazione nazista arrivò in traduzione italiana (edita a Londra nel 1944) con le truppe alleate; edizione ripubblicata nel 2006 dall’editore siciliano Città Aperta con una introduzione di Bruno Maida. Esaurita da tempo anche quest’ultima, recentemente è stato ripubblicato dall’editore Castelvecchi (Roma, 2016).

Nel 2006 ne avevo pubblicato una recensione sul n. 2 di Nuova Resistenza Unita che riporto di seguito.

Educazione alla morte. Come si crea un nazista

Il direttore della Scuola Americana di Berlino, Gregor Ziemer, interviene per impedire il linciaggio di un suo allievo di sei anni da parte di giovani hitleriani di una scuola vicina. Siamo nell’inverno del 1939-40, a pochi mesi dall’invasione della Polonia.

“Quell’episodio … m’indusse a prendere una decisione lungamente differita”. Vivendo a Berlino dal 1928 dove, oltre a dirigere la scuola da lui fondata, scrive corrispondenze per testate inglesi e statunitensi, vuole capire dal di dentro “cosa avvenisse nelle scuole e negli altri centri d’educazione nazista”. Con uno stratagemma ottiene dallo stesso ministro dell’istruzione, Bernhard Rust, l’autorizzazione scritta a visitare le istituzioni scolastiche e parascolastiche. Ne nasce un accurato reportage dal titolo Education for Death. The Making of the Nazi, pubblicato nel febbraio del ’41 a New York e seguito da numerose ripubblicazioni, compresa una condensata del Reader’s Digest, anche in altre lingue. Passo dopo passo Ziemer ricostruisce l’itinerario formativo del giovane tedesco volto al suo destino militare e, in capitoli alternati, quello della giovane quale futura prolifica madre di figli per il Führer.

In Italia il testo arrivò nel ’44 con l’esercito alleato, in una traduzione riproposta oggi dalle edizioni Città Aperta, con una bella introduzione di Bruno Maida.

Ad un primo livello di lettura possiamo considerarlo come un esempio significativo di una propaganda di guerra, da parte alleata, efficace e nello stesso tempo seria e ben documentata. Non a caso il testo costituì la base per la sceneggiatura di due produzioni filmiche con chiaro intento di supporto allo sforzo bellico statunitense.

La prima, Hitlers’s Children, dell’emergente regista Edward Dmytry, uscì all’inizio del ’43 e costituì, in modo inaspettato, uno dei maggiori successi di pubblico dei due anni centrali della guerra statunitense. Sul contesto tracciato da Ziemer, il regista inserisce la storia sentimentale e drammatica di due giovani, Karl e Anna; nazista convinto lui, americana e democratica ma con origini tedesche lei, condividono l’amore per la musica e la grande letteratura germanica. Arrestata e destinata alla sterilizzazione forzata non potrà esser salvata da Karl, che, aperti gli occhi sull’orrore del regime, morirà mentre ne compie una denuncia pubblica. La vicenda, vista oggi, può apparire forzata, ma era portatrice, per il pubblico americano di un chiaro messaggio: siamo in guerra non contro il popolo tedesco ma contro un regime che nega le sue stesse origini e la sua cultura.

 

Il secondo, Education for Death [i], è un corto d’animazione (10’) prodotto dalla Disney nello stesso anno. È un caso abbastanza particolare di un utilizzo serio del cartoon, che rimane fedele, sia pur nella sua brevità, al testo originario. Dopo la trasfigurazione ironica della fiaba della Bella addormentata (una grassa Valchiria, la principessa Germania, svegliata e sollevata a forza su un destriero dal principe Hitler) le immagini diventano scure e si narra in quattro sequenze di come il piccolo Hans da bambino delicato e sensibile diverrà “un bravo nazista” che marcia, saluta, brucia i libri e che pensa, vede e dice solo quello che vuole il partito. La terza sequenza ci mostra infatti il piccolo Hans che “si ravvede” dopo esser stato punito dal maestro per essersi commosso per la sorte di un coniglio catturato dalla volpe.

Sequenza che riprende quasi alla lettera un passo di Ziemer dove un vecchio maestro, tramite una poesia (una mosca che cattura un piccolo insetto, divorata a sua volta da un ragno, a sua volta da un passero, da una volpe, da un lupo ecc.) ne insegna la morale: “Questa lotta è … naturale. Senza di essa la vita non potrebbe continuare. Ecco perché il Führer vuol vedere i suoi ragazzi forti, così che possano essere loro gli aggressori e i vincitori e non le vittime”.

 

Il libro di Ziemer permette inoltre un secondo livello di lettura che potrebbe esser effettuato in parallelo con un’analoga testimonianza di Erika Mann.

Questa con La scuola dei barbari. L’educazione della gioventù nel Terzo Reich (La Giuntina, Firenze, 1997), con la sensibilità di una intellettuale tedesca attenta al tema delle differenze (razziali, religiose, culturali, sessuali ecc.) ci mostra, a partire dalla scuola, la progressiva invasione totalitaria del nazismo su ogni aspetto e momento della vita svuotando il privato (la famiglia, il tempo libero ecc.), andando alla radice stessa dei rapporti (es. il figlio dei testimoni di Geova sottratto ai genitori perché non ne assimili le concezioni pacifiste) e distorcendo la base stessa della comunicazione stravolgendo il significato e la connotazione delle parole (ad es. il significato positivo assegnato alla parola “barbaro”). Una descrizione “sincronica” da parte di una connazionale in esilio, dal 1935, per scelta volontaria.

Ziemer, ci offre invece la testimonianza di un educatore democratico americano, uno “straniero” rimasto in Germania fino alla vigilia dell’ingresso degli USA in guerra. Il curricolo educativo nazista, ripercorso diacronicamente, nei suoi principi teorici e nella sua pratica realizzazione, viene mostrato in tutta la sua drammatica efficienza e brutalità. Dalla rigorosa selezione prenatale (le sterilizzazioni forzate per motivi razziali, politici, fisici e psichici) al continuo controllo fin dai primi mesi di vita di una effettiva educazione, da parte delle madri, al culto di Hitler e della razza nella direzione di una uniformità assoluta di un intero popolo. La rigida separazione educativa dei due sessi: le ragazze destinate alla procreazione, anche al di fuori del matrimonio, di giovani ariani; i ragazzi ad un duro addestramento militare che progressivamente svuota e sostituisce ogni contenuto culturale e scientifico. Il paganesimo con il culto del capo che diventa il nuovo Redentore; l’assuefazione alla violenza e all’idea di morte. Il meticoloso inquadramento di ogni fase della vita in organizzazioni pre e para militari con i loro riti iniziatici e il loro progressivo prevalere sulla stessa istituzione scolastica. L’odio e il risentimento contro tutti gli stranieri (quello verso gli americani naturalmente viene particolarmente sottolineato). E non ultimo lo stupore e i dubbi di un educatore di come una scuola, senza più libri di testo ma governata gerarchicamente con rigide direttive e controlli, svuotata di ogni contenuto culturale e scientifico che non sia direttamente finalizzato alle tecnologie utili per la guerra, possa costituire il pericolo più serio per una società dove la scuola è “una scuola democratica per la vita” se quest’ultima non saprà ritrovare in se stessa uno “spirito democratico ringiovanito”.

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[i] Il corto dalla Disney (in lingua originale) è visionabile qui e con parziale sottotitolatura in italiano qui.

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A Zurigo un intervento su “Fascismo ieri e oggi”

Zurigo, la capitale economica della Confederazione elvetica, ospita la comunità italiana più numerosa della Svizzera dopo quella del Canton Ticino. Una comunità, costituitasi nel tempo grazie all’immigrazione operaia, che ha sempre tenute vive, oltre ai rapporti con l’originaria madre patria, le sue combattive tradizioni proletarie. Non a caso qui è stato fondato, già nel 1899, il quotidiano socialista “L’avvenire dei lavoratori”, testata ancora oggi presente in una edizione on line, un osservatorio della politica italiana e d’oltralpe che si distingue per intelligenza e spirito critico e che è possibile ricevere via mail con una semplice richiesta (qui). Ancor oggi è attivo il Ristorante Cooperativo Italiano (Coopi) fondato nel 1905, centro culturale e politico da cui sono passati numerosi esponenti storici del socialismo e dell’antifascismo.

     

Ogni anno a Zurigo il 25 aprile si celebra la Festa della Liberazione, probabilmente la più sentita e partecipata al di fuori dei confini nazionali.

L’intensa vita associativa della comunità italo-zurighese fa riferimento al Comites di Zurigo e sino ai primi mesi di quest’anno aveva come luogo di aggregazione la Casa d’Italia dove aveva anche sede un polo scolastico di lingua italiana; in maniera improvvisa la struttura è stata chiusa per una ristrutturazione prevista per i prossimi tre anni su iniziativa del nostro ministero degli esteri e del consolato italiano nella prospettiva di una sua diversa funzione futura quale vetrina turistica ed economica dell’arte e della produzione italiana. Le scuole italiane ospitate hanno dovuto trovare un’altra sede e le numerose associazioni ospitate non possono più usufruire dei locali e dei servizi della struttura e non pare che, a ristrutturazione completata, lo potranno in futuro. L’operazione ha trovato l’adesione convinta del parlamentare del PD Gianni Farina, eletto nella circoscrizione estera. Non sono però mancate critiche e accuse di scarsa trasparenza per i tempi improvvisi e le prospettive non chiare dell’insieme dell’operazione.

Tra le Associazioni italo-zurighesi attive si distingue il Comitato XXV Aprile, anima dell’antifascismo zurighese e principale organizzatrice della annuale Festa della Liberazione; nonostante sia ora privo di sede il Comitato continua la sua attività e gli incontri di approfondimento e discussione.

Questa associazione ha invitato Giorgio Danini e il sottoscritto, quali esponenti del Consiglio di Amministrazione della Casa della Resistenza di Fondotoce, il 29 settembre scorso a parlare del fascismo con attenzione ai suoi sviluppi dopo la Liberazione e nel mondo attuale.

Sulla base della scaletta e di una selezione di brani preparati per l’occasione, ricostruisco di seguito il mio intervento sviluppandone anche alcuni punti che, per ragioni di tempo, avevo appena accennato.

 

 

 

Fascismo ieri e oggi

 

Presentazione

Un certo numero di voi conosce la Casa della Resistenza per averla visitata due anni fa ed è a seguito di quell’incontro che ci troviamo qui oggi. Vittorio Beltrami, nostro precedente presidente e a suo tempo promotore, quale Presidente della Giunta Piemontese, della legge regionale istitutiva, amava definirla “la più grande Casa della Resistenza dell’Europa”. La Casa e il “Parco della Memoria della Pace” con il lungo muro che ricorda i nomi dei 1300 caduti partigiani nelle province di Novara e del Verbano Cusio Ossola, trova la sua ragione fondativa in eventi storici di eccezionale rilievo: in particolare la prima strage di ebrei avvenuta in Italia coinvolgente almeno nove località prospicenti il Lago Maggiore, il grande rastrellamento della Val Grande, la più massiccia e cruenta operazione antipartigiana di tutto il nord-ovest italiano, l’esperienza della cosiddetta “Repubblica dell’Ossola” che ha saputo anticipare ordinamenti e ispirazioni dell’Italia repubblicana fondata sulla Costituzione, e infine il ruolo attivo che le formazioni del territorio hanno avuto, dopo la sua liberazione il 24 aprile, nella liberazione successiva delle province lombarde limitrofe e di Milano.

La Casa della Resistenza di Verbania e la vostra associazione qui a Zurigo: oltre al legame comune dell’antifascismo che ci unisce e dell’occasione che ha dato vita a questo incontro, voglio ricordare altri due significativi punti di condivisione. Il Comitato XXV Aprile aderisce alla FIAP, la Federazione delle Associazioni Partigiane Italiane che aveva a Milano una sua importante biblioteca; per iniziativa di Aldo Aniasi, il partigiano socialista “Iso”, comandante delle formazioni garibaldine dell’Ossola, tale fondo librario e documentale, vista l’indisponibilità dei locali che prima l’ospitavano, è stato devoluto nel 2000 alla nostra associazione che ha dato vita alla Biblioteca Aldo Aniasi che attualmente detiene circa 17mila opere sulla storia della Resistenza italiana ed Europea e più in generale sulla storia del ‘900.

Vorrei infine ricordare che Viva Babeuf!, il romanzo partigiano di Gino Vermicelli sulla resistenza dell’Ossola, una delle più belle opere narrative sulla resistenza italiana, è stato tradotto e pubblicato in tedesco nel 1990 proprio qui a Zurigo dall’editore Rotpunktverlag, con il titolo Die unsichtbaren Dörfer.

E veniamo all’argomento di questa sera.

 

Il fascismo come metodo

Partirei, in accordo con Giorgio Danini, con un breve testo che la scrittrice e polemista sarda Michela Murgia ha postato su facebook poco più di un mese fa e che ha avuto una notevole diffusione online: Piccolo discorso sul fascismo che noi siamo dove tra l’altro afferma:

“A te che hai vent’anni e mi chiedi cos’è il fascismo, vorrei non doverti rispondere. Vorrei che nel 2017 la risposta a questa domanda la sapessimo già tutti … È quindi colpa mia se me lo chiedi.

Colpa del fatto che non ti ho detto che il fascismo non è il contrario del comunismo, ma della democrazia. Dovevo dirtelo prima che il fascismo non è un’ideologia, ma un metodo che può applicarsi a qualunque ideologia, nessuna esclusa, e cambiarne dall’interno la natura. … Dire che il fascismo è un’opinione politica è come dire che la mafia è un’opinione politica; invece, proprio come la mafia, il fascismo non è di destra né di sinistra: il suo obiettivo è la sostituzione stessa dello stato democratico ed è la ragione per cui ogni stato democratico dovrebbe combatterli entrambi – mafia e fascismo – senza alcun cedimento. Tu sei vittima dell’equivoco che identifica il fascismo con una destra ed è un equivoco facile, perché il fascismo è la modalità che meglio si adatta alla visione di mondo di molta della destra che agisce in Italia oggi. …

Può esserti utile sapere come riconosco io il fascismo quando lo incontro: ogni volta che in nome della meta non si può discutere la direzione, in nome della direzione non si può discutere la forza e in nome della forza non si può discutere la volontà, lì c’è un fascismo in azione. In democrazia il cosa ottieni non vale mai più del come lo hai ottenuto e il perché di una scelta non deve mai farti dimenticare del per chi la stai compiendo. Se i rapporti si invertono qualunque soggetto collettivo diventa un fascismo, persino il partito di sinistra, il gruppo parrocchiale e il circolo della bocciofila. “

Il fascismo oggi (nel 2017) come metodo antidemocratico. In questa attualizzazione c’è un aspetto importante: il fascismo come rifiuto delle regole e della democrazia, l’esaltazione della forza e pertanto della violenza: ogni mezzo è lecito pur di raggiungere la meta prefissata. La critica della “mediocrità democratica”; l’esaltazione dell’azione, dell’eroismo, l’icona del “guerriero” contro quella del “mercante”. Questi temi erano già presenti in Georges Sorel e nel Sindacalismo rivoluzionario e saranno ripresi da autori “radicali” non solo fascisti. Critica della democrazia che in Mussolini si esprimeva nella formula dispregiativa della “democrazia dei numeri”:

Lo Stato non è un numero, come somma di individui formanti la maggioranza di un popolo. E perciò il Fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero, abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come deve essere, qualitativamente e non quantitativamente.” (Dottrina del fascismo).

La Murgia sottolinea pertanto un aspetto importante che spiega implicitamente anche perché contro il fascismo (e il nazismo) c’è stata storicamente (e anche oggi bisogna perseguire) una unità democratica (dalla sinistra alla destra). Non convince invece laddove afferma che il fascismo di oggi (e vale anche per quello di ieri?) non è né di destra né di sinistra. In sostanza una messa tra parentesi della dimensione storica che rischia, al di là delle intenzioni dell’autrice, di banalizzare il fascismo (il gruppo parrocchiale e la bocciofila?) mettendone tra parentesi i contenuti e le finalità

Non dimenticando fra l’altro che uno fra i motivi ricorrenti delle nuove destre radicali (neofasciste e neonaziste) è proprio quello del superamento della dicotomia fra destra e sinistra.

 

Sinistra e destra

Conviene allora riprendere il significato di destra e di sinistra non tanto quale collocazione lineare – spaziale delle forze politiche, ma nei contenuti caratterizzanti e nei valori di riferimento che i due concetti esprimono. Mi richiamo in particolare alla posizione di Norberto Bobbio che considera insuperabile la dicotomia e prioritaria rispetto al metodo.

Nella contrapposizione fra estremismo e moderatismo viene in questione soprattutto il metodo, nell’antitesi fra destra e sinistra vengono in questione soprattutto i valori. Il contrasto rispetto ai valori è più forte che quello rispetto al metodo”. (Norberto Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli 1994, p. 33)

L’antitesi nel linguaggio politico entrò in uso ai tempi della Rivoluzione francese: durante la Costituente i favorevoli al diritto di veto incondizionato del Re sedevano a destra, i contrari a sinistra. Nella “topografia politica” questa dicotomia venne a sostituire quella precedente di “alto e basso” dove destra subentrò all’alto (il potere tradizionale) e sinistra al basso (i molti senza potere).  Molti studiosi ritengono che questo modo di rappresentare la dislocazione delle forze politiche non sia casuale ma fondata su tradizioni e archetipi profondi (es. quello religioso: “sedere alla destra del padre”; l’uso di “destro” “dritta”, “droit”, “right” per indicare la giusta diritta direzione, ma anche ordine, chiarezza).  All’opposto “sinistra” connota disordine, confusione, minaccia.

Anche ricerche sociologiche svolte in più paesi indicano come la divisione sia percepita come fondamentale[1] nonostante la molteplicità voci che affermano “sia superata dai tempi”. Possiamo rappresentare questa dicotomia in una tabella di confronto fra i rispettivi valori e contenuti caratteristici[2]:

 

Carattere fondante Sinistra: Eguaglianza Destra: Gerarchia
 

Altre caratteristiche

Classi disagiate Classi agiate
Libero pensiero Religiosità
Discontinuità Continuità
Emancipazione Difesa della tradizione
Cosmopolitismo Nazionalismo
Pacifismo Militarismo
Logos (razionalità) Mito e richiami irrazionali
Pensatori di riferimento Rousseau: eguaglianza originaria dello Stato di natura che società e proprietà hanno corrotto Nietzsche: diseguaglianza originaria che società e cristianesimo stravolgono con eguaglianza fittizia

 

Va inoltre sottolineato come la dicotomia libertà/autoritarismo (come già ricordava Bobbio) non coincida con la dicotomia sinistra/destra: vi sono infatti destre democratiche come sinistre autoritarie e, naturalmente, viceversa.

Va allo stesso modo ricordato come vi siano ulteriori dimensioni della politica[3] che non coincidono con la polarità sinistra/destra e che la attraversano:

  • individualità contrapposta a comunità[4]: vi è un individualismo di destra spesso coniugato al neoliberismo e uno radicale di sinistra promotore dei diritti delle differenze, così come il concetto di comunità può caratterizzarsi come chiusura identitaria basata su “sangue e suolo” come su uno spazio di condivisa ed egualitaria ricerca del bene comune;
  • le attività economiche umane contrapposte alla difesa dell’ambiente: vi è infatti un ambientalismo di destra come di sinistra e sull’altro lato la difesa, spesso ad oltranza, del “progresso economico” può incontrare fautori su entrambi i lati dello schieramento politico.
  • centralismo dello Stato contrapposto all’autonomismo dei territori: antitesi che ha attraversato anche la Resistenza dove a fianco del centralismo prevalente della Liberazione Nazionale si è anche affiancato l’autonomismo federalistico elaborato dalla Carta di Chivasso; per venire ai nostri tempi dove un movimento autonomistico (e inizialmente anche separatista) come la Lega Nord sia chiaramente di destra[5], mentre dall’altro lato l’autonomismo e separatismo repubblicano catalano abbia una prevalenza di sinistra cui si contrappongono, oltre alla destra istituzionale di Mariano Rajoy, i movimenti esplicitamente nazionalisti e fascisti come gli eredi del falangismo franchista al cui fianco si sono schierati analoghi movimenti italiani.

 

Il fascismo come contenuto

La tesi che maggiormente mi convince è quella, d’altronde largamente condivisa, che definisce il fascismo (sia vecchio che nuovo) come un movimento politico antidemocratico di destra, con alcune differenze fra quello storico e quello/i odierno/i legate al mutamento di contesto storico culturale.

Il fascismo delle origini (il fascismo come movimento secondo la terminologia di De Felice) aveva caratterizzazioni che non erano tutte “di destra”; questo non solo per le origini socialiste di Mussolini e per la confluenza dei soreliani ma anche per motivi di “proselitismo” (ad es. i fasci che richiamano, oltre al littorio romano, una importante tradizione di lotta popolare presente in Sicilia ma con risonanze nazionali) e per il fatto di porsi come rottura rivoluzionaria contro l’assetto liberale per istituire appunto un “nuovo ordine”. Anche il nazismo che si autodefiniva appunto “nazional-socialismo” e poneva la svastica della simbologia solare precristiana sulla bandiera rossa ha percorso una analoga traiettoria. Ma il fascismo (e così il nazismo) assunto al potere si caratterizza senz’altro come regime autoritario di destra (conservatorismo, tradizionalismo, nazionalismo, militarismo ecc.).

Non penso di soffermarmi sulla questione che penso sia largamente notoria. Ricordo solo alcuni temi, miti e caratterizzazioni che in buona parte ritroveremo nel fascismo successivo. Il rifiuto della analisi sociale (le classi) e la concezione “organicistica” e corporativa (Carta del Lavoro[6] del 1927); centralità dello Stato (Tutto nello Stato, niente fuori dello Stato, nulla contro lo Stato affermava Mussolini); esaltazione della violenza e della “bella morte” con relativa iconografia (teschi, camicia nera, pugnali…); il partito concepito come milizia e la Casa del fascio come luogo sacro dove celebrare i riti e i martiri fascisti; subordinazione e netta differenziazione di ruolo della donna; il popolo e la nazione come omogeneità sottoposta al “capo”; mito della romanità, della “razza italiana” e della sua missione (imperiale) nel mondo e pertanto razzismo contro i “popoli inferiori”; il rifiuto delle diversità (religiose, sessuali, linguistiche ecc.) e l’individuazione di nemici interni (non solo politici) quali capri espiatori da perseguitare: la legislazione razziale del 1938 non fu pertanto un fulmine a ciel sereno emanata solo per compiacere l’alleato nazista[7] ma esito da tempo preparato; infine, quale sorta di principio trasversale a quanto sopra sottolineato, la netta priorità dell’azione sul pensiero.

Molti di questi caratteri verranno amplificati durante il periodo di Salò (il fascismo repubblicano) dentro un richiamo al “fascismo sociale” delle origini, il rilancio dei sindacati fascisti e della concezione corporativa e il ruolo distinto e prioritario del partito (unico) fascista rispetto allo Stato[8], con i 18 punti della Carta di Verona del 14.11.1943).

Ne richiamo alcuni[9]:

5. – L’organizzazione a cui compete l’educazione del popolo ai problemi politici è unica. Nel Partito, ordine di combattenti e di credenti, deve realizzarsi un organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell’Idea Rivoluzionaria. La sua tessera non è richiesta per alcun impiego o incarico.
6. – La religione della Repubblica è la cattolica apostolica romana. Ogni altro culto che non contrasti alle leggi è rispettato.
7. – Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica. …

16. – Il lavoratore è iscritto d’autorità nel Sindacato di categoria senza che ciò impedisca di trasferirsi in altro Sindacato, quando ne abbia i requisiti. I Sindacati convergono in un’unica Confederazione che comprende tutti i lavoratori, i tecnici, i professionisti, con esclusione dei proprietari che non siano dirigenti o tecnici. Essa si denomina Confederazione generale del lavoro, della tecnica e delle arti. …

 

Cosa è cambiato nel dopoguerra

Analizzando il fascismo post bellico dobbiamo considerare due percorsi paralleli: quello dei partiti che hanno continuato in modo ufficiale e pubblico la sua eredità a partire dal Movimento Sociale con le formazioni politiche successive e dall’altra la galassia dei movimenti fascisti e neofascisti in gran parte esterni a quelle formazioni.

Il Movimento Sociale Italiano nasce e si caratterizzerà come un partito con due anime: quella del nord costituita in gran parte dai reduci della Repubblica di Salò a impronta radicale e che fornisce parte consistente dell’apparato di partito ma che non ha una base elettorale significativa e quella del centro sud più moderata e tendenzialmente filomonarchica in grado di portare un più significativo contributo elettorale. Questa dialettica tra nord e sud del partito, fra repubblicani e monarchici, fra radicali e moderati, in sostanza fra manganello e doppiopetto, si rifletterà nell’alternanza delle segreterie che rappresenterà significativamente questa doppia natura. Dopo la scelta iniziale quale segretario del poco esposto Giacinto Trevisonno (1946-47) avremo da una parte Giorgio Almirante (1947-50) e dall’altra De Marsanich (1950-54) e Arturo Michelini (1954-69) per poi ritornare ad Almirante (1969-87). Alternanza che si riproporrà fra Gianfranco Fini (1987-1990) e Pino Rauti (1990-91) per ritornare a Fini che nel 1995 porterà allo scioglimento il partito con la nascita di Alleanza Nazionale, nuova formazione che si presenta come un partito di destra conservatrice ma che nel suo simbolo mantiene la fiamma tricolore missina, esplicito riferimento alla tradizione fascista e mussoliniana. L’alleanza con Berlusconi porterà poi allo scioglimento anche di Alleanza Nazionale e al suo assorbimento nel Popolo della Libertà nel 2009.  Nel 1995 gli irriducibili missini che si rifiutarono di entrare in Alleanza Nazionale diedero vita, sotto la guida di Pino Rauti, al Movimento Sociale Fiamma Tricolore il cui percorso entrerà a pieno titolo nella galassia neofascista cui prima accennavo.

A fianco e all’esterno del Movimento sociale si era infatti sviluppata, subito dopo il crollo della RSI, una costellazione di gruppi, movimenti e formazioni fasciste e neofasciste, in parte in contatto e in parte in conflitto con il partito, in parte anche clandestine, di cui non è certo facile ricostruire la storia e la cronaca, cronaca non di rado criminale[10] e legata alla strategia della tensione e all’eversione. Mi sembra più utile conoscerne (e riconoscerne) i principali filoni e orientamenti[11].

Centrale per tutta questa area è fare conti con il fascismo e con la sua rovinosa caduta: le valutazioni si possono riassumere in tre diverse prese di posizione e di conseguenza individuare tre principali filoni che attraversano questa galassia di destra radicale.

  • Il fascismo come rivoluzione mancata: quello del ventennio non ha saputo far fede alle sue origini rivoluzionarie entrando in compromesso con monarchia, chiesa e alta finanza; quello repubblicano della RSI, in particolare con la Carta di Verona, ha ridato linfa al fascismo autentico ma ha preso corpo quando ormai la situazione politica e militare era compromessa. Da lì si deve riprendere un nuovo fascismo adeguato ai tempi. Possiamo individuare quali rappresentanti attuali di questo filone i “fascisti del terzo millennio” di CasaPound.
  • Il fascismo come Terza via: sua novità al di là delle antitesi progresso-reazione e capitalismo-collettivismo marxista; promotore di una rivoluzione spirituale contro ogni forma di materialismo sia esso liberale o comunista e che potrà realizzarsi nelle Stato corporativo[12]. L’errore fu quello di concentrarsi contro il collettivismo marxista alleandosi con interessi economici conservatori: equivoco durato sino al 25 luglio del’43. Saranno proprio le principali “potenze materialiste” fra loro alleate, Stati Uniti e Unione Sovietica, a decretare la sconfitta del 1945. Lungo questo filone troviamo i neofascisti di Terza Posizione e, attualmente, di Forza Nuova.
  • Il Fascismo come reazione tradizionalista in radicale opposizione al mondo moderno. Si tratta di un orientamento per certi versi più neonazista che neofascista e che trova in Julius Evola il suo principale teorizzatore. Tra i movimenti che più esplicitamente vi si sono ispirati troviamo Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale e loro propaggini in genere riconoscibili sia per il richiamo a “ordini di guerrieri eletti” (La Falange, la Legione, l’Avanguardia…) che a simbologie pagane, runiche (Ôþalan) e nordiche o presunte tali (l’Ascia bipenne).

Il barone di origini siciliane Giulio Cesare Andrea (Julius) Evola (1898-1974) dai molteplici interessi (artista dadaista, cultore di studi filosofici ed esoterici …), non aderì formalmente al partito fascista ma vi collaborò attivamente, in particolare nei corsi di mistica fascista e con numerosi saggi che in qualche modo si collocavano in una posizione di critica da destra del fascismo con una esaltazione della tradizione contro la modernità, dello Stato contro la Società, del mito contro la ragione, della romanità contro il cattolicesimo, dell’Impero contro la nazione (figlia del 1789 e del patriottismo), della trascendenza contro l’immanenza (economica, edonistica), di un razzismo spirituale più che biologico (nazista), dell’élite razziale contro la massa del popolo. L’Impero ghibellino e la Prussia sono indicati come i riferimenti statuali principali, ripresi dal Reich nazista la cui forza risiede nella contiguità-continuità con i miti germanici mentre il cattolicesimo in Italia ci ha allontanato dai miti greci e romani. Lo Stato non deve cercare consenso ma imporre il suo potere in modo “maschio” contro il popolo che è “femmina” (plebe, massa) e che segue le sue “brame” tentando di sovvertire l’ordine. La debolezza di Mussolini è consistita nella ricerca di approvazione del popolo; più efficace il nazismo con il concetto di popolo wolk-razza intesa come totalità organica anche se in Hitler non mancarono aspetti populistici. Bisogna portare sino alle sue estreme conseguenze la critica del moderno principio di eguaglianza negando qualsiasi concessione di partecipazione del popolo. Lo stesso concetto di “partito” va contrastato in quanto frutto della modernità ristabilendo la gerarchia grazie ad un élite guerriera come fu a suo tempo, l’Ordine Teutonico e, con il nazismo, le SS.

Queste posizioni di radicalismo e irrazionalismo estremi di Evola (compresi i suoi studi sulle religioni precristiane e sull’esoterismo) hanno influenzato (e tutt’ora influenzano) gran parte del neofascismo e neonazismo attuali (non solo italiani[13]) anche al di là del filone sopra indicato che più direttamente ed esplicitamente vi si ispira.

 

Cenni alla situazione attuale

Un quadro complessivo della situazione attuale delle tendenze e movimenti neofascisti e neonazisti richiederebbe ben altro spazio di approfondimento. Dopo la fine del “Secolo breve” con il crollo dell’URSS e del bipolarismo con la contemporanea fine, almeno nell’area occidentale, della società di massa e del ruolo centralistico preminente dei mass media, sostituito dalla orizzontalità dei new media, viviamo in un mondo in cui le forze centrifughe prevalgono su quelle centripete: “tutto si frantuma” dalle famiglie agli stati. Come aveva ben intuito Hobsbawm:

Il mondo più comodo per i giganti multinazionali è un mondo popolato da staterelli nani o un mondo del tutto privo di stati” (Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve, RCS, Milano 1997, p. 331).

In questa “società degli individui”, che ha sostituito la società di massa, il predominio del capitale finanziario genera e amplifica le diseguaglianze producendo insicurezze diffuse in ceti medi prima economicamente “al riparo” dalla povertà su cui diventa agevole far leva orientando risentimento e protesta non contro l’origine del male ma verso nuovi “capri espiatori”. E l’orizzontalità e l’accessibilità di Internet con l’illusione di uno spazio libero dove tutto è permesso fa sì che gruppi e siti esplicitamente neonazisti e neofascisti trovino larga diffusione e purtroppo scarsa “Resistenza”.

Senza entrare nel merito della galassia attuale (in presenza e online) delle organizzazioni di destra radicale, posso in conclusione cercare di indicare alcuni segni distintivi che, pur richiamandosi ai tre filoni sopra ricordati, caratterizzano l’attualità.

  • La diffusione e l’utilizzo di un vasto universo di miti e tradizioni esoteriche ed irrazionali sia storicamente reinterpretate che di origine puramente letteraria (es. Tolkien) per rinnovare la concezione evoliana e neonazista di un ordine di eletti in lotta contro il male assoluto che non è più principalmente rappresentato dal comunismo ma dai “contaminatori” della purezza dei costumi e delle tradizioni siano essi interni (laicisti, abortisti, omosessuali ecc.) che esterni, provenienti da culture non europee.
  • Il “sovranismo” che riattualizza il nazionalismo storico non tanto individuando il “nemico” in altri Stati ma soprattutto da un lato nelle Istituzioni sovranazionali (ONU, Comunità Europea …) e dall’altro nei “nuovi invasori” ovvero nei migranti. “Padroni a casa nostra” è lo slogan largamente diffuso e la “casa” minacciata da difendere, a seconda delle occasioni, può essere sia lo Stato nazionale che la specifica Regione o la singola località[14].
  • L’utilizzo di un razzismo non più su base biologica ma culturale e differenzialista[15] in cui non si ritiene più irriducibile e incompatibile la differenza “razziale” ma quella culturale e soprattutto religiosa. Il che fa sì che il razzista odierno possa, in parziale “buona fede”, affermare “Io non sono razzista” facendo implicito riferimento al razzismo storico a base biologica e nello stesso tempo giustificare atteggiamenti e comportamenti discriminatori. È stato in particolare, già negli anni ’90, lo studioso francese Pierre-André Taguieff a mettere per primo in evidenza la contemporanea trasformazione del razzismo. In questo quadro va anche inserita una analoga metamorfosi in atto, quella dall’antisemitismo all’anti islamismo. Certo l’antisemitismo è ancora diffuso in molti gruppi neonazisti, specie in quelli dell’est Europa dove l’impatto effettivo dei fenomeni migratori da paesi a prevalenza islamica è sostanzialmente irrilevante, e il suo germe ha contaminato (e ancora contamina) il mondo moderno (basti osservare slogan e comportamenti di certe tifoserie calcistiche) ma la progressiva crescita nell’estrema destra odierna di una islamofobia rispetto all’antisemitismo è del tutto evidente. Ha in particolare esplicitato questa metamorfosi lo studioso ebraico, di origini piemontesi ma operante anch’esso in Francia, Enzo Traverso nel suo recente testo La fine della modernità ebraica (Feltrinelli, Milano 2013).

Per suffragare e approfondire quest’ultima tematica delle metamorfosi del nuovo razzismo, tema che mi sembra fondamentale per capire e contrastare gli attuali neofascismi e neonazismi riporto in coda brani dei due autori citati.

 

Due brani sulla metamorfosi del razzismo

 

  Pierre-André Taguieff, Il nuovo razzismo

Il nuovo razzismo ideologico si è progressivamente riformulato come un culturalismo e un differenzialismo, entrambi radicali, aggirando così l’argomentazione antirazzista basata sul rifiuto del biologismo e dell’inegualitarismo, pensati come i due caratteri fondamentali del razzismo dottrinale, a cui si credeva ingenuamente di poter opporre il relativismo culturale e il diritto alla differenza. Il principio della recente metamorfosi ideologica del razzismo consiste proprio nel fatto che l’argomento dell’ineguaglianza biologica tra le razze è state sostituito con quello dell’assolutizzazione della differenza fra le culture.

Di conseguenza … l’antirazzismo classico, imperniato di culturalismo e di differenzialismo, non può più funzionare da dispositivo critico efficace, dal momento che le sue tesi e argomentazioni tendono a confondersi con quelle del neonazismo, differenzialista e culturale. Di qui la presa di coscienza della necessità di ripensare l’antirazzismo e di abbandonare la funzione rituale e il significato strettamente commemorativo di quest’ultimo. L’antirazzismo non può limitarsi all’indignazione morale retrospettiva e all’anatema commemorativo se non per autosqualificarsi collaborando alla propria scomparsa per mancanza di “razzisti” corrispondenti ad un identikit desueto.  

Né i Gobineau né gli Hitler possono oggi essere trovati lì dove Ii si cerca, e i nuovi razzisti non assomigliano più a queste figure del passato.”

[Il razzismo. Pregiudizi, teorie, comportamenti, Cortina, Milano 1999, p. 49-50]

 

Enzo Traverso, Metamorfosi: dall’antisemitismo all’islamofobia

Il declino Della tradizione fascista lascia spazio a un’estrema destra di tipo novo, la cui ideologia riconosce i mutamenti del ventunesimo secolo. Il culto dello stato forte si attenua e lascia spazio alia critica dello stato sociale, alla rivolta fiscale e all’individualismo. Il rifiuto della democrazia – o la sua interpretazione in senso plebiscitario e autoritario – non sempre si accompagna al nazionalismo classico, che in alcuni casi è anzi sostituito da forme di etnocentrismo suscettibili di mettere in discussione il paradigma dello stato-nazione, come dimostrato dalla Lega Nord italiana o dall’estrema destra fiamminga. Altrove il nazionalismo prende la forma di una difesa dell’Occidente minacciato dalla globalizzazione e dallo scontro di civiltà.

Il singolare cocktail il xenofobia, individualismo, difesa dei diritti delle donne e omosessualità realizzato da Pim Fortuyn nel 2002 in Olanda è stato la chiave di un durevole successo elettorale. Tratti analoghi caratterizzano altri movimenti politici dell’Europa del Nord, come il Vlaams Belang in Belgio, il Partito popolare danese o l’estrema destra svedese.

L’islamofobia

L’elemento federatore di questa nuova estrema destra risiede nel razzismo, espresso attraverso un violento rifiuto degli immigrati. Ai nostri giorni, i migranti sono gli eredi delle “classi pericolose” ottocentesche, dipinte dalle scienze sociali dell’epoca come ricettacolo di tutte le patologie sociali, dall’alcolismo alla criminalità alla prostituzione, bacillo di epidemie come il colera. Questi stereotipi – spesso condensati nella raffigurazione di uno straniero dalle caratteristiche fisiche e psichiche molto marcate – derivano da un immaginario orientalista e coloniale che ha sempre aiutato identità incerte e fragili a definirsi negativamente rispetto a nemici e “invasori”, a fondarsi sulla paura dell’“altro”. Nell’Europa contemporanea, il migrante ha essenzialmente i tratti del musulmano e il nuovo razzismo non è più antisemita ma anti-islamico. La memoria della Shoah – una percezione storica dell’antisemitismo attraverso il prisma del genocidio – tende ad offuscare queste evidenti analogie.

Il ritratto dell’arabo musulmano dipinto dalla xenofobia contemporanea non differisce di molto da quello dell’ebreo dipinto dall’antisemitismo di inizio Novecento. Le barbe, i filatteri e i caffetani deli ebrei emigrati dall’Europa orientale un secolo fa corrispondono alle barbe e ai veli musulmani di oggi. In entrambi i casi, le pratiche religiose e culturali, l’abbigliamento e le abitudini alimentari di una minoranza sono usati per costruire lo stereotipo negativo di un corpo estraneo e inassimilabile alla comunità nazionale. Ebraismo e islam fungono così da metafore negative dell’alterità: un secolo fa l’ebreo era sistematicamente rappresentato dall’iconografia popolare con il naso adunco e le orecchie a sventola, oggi l’islam è identificato con il burqa, benché il 99,99 per cento delle donne musulmane che vivono in Europa non indossi il velo integrale. Sul piano politico, infine, lo spettro del terrorismo islamico sostituisce quello del giudeo-bolscevismo.

[La fine della modernità ebraica, Feltrinelli, Milano 2013, p. 114-116]

 

 


 

[1] J.A. Laponce, Left and Right. The Topography of Political Perception, University of Toronto, 1981.

[2] Ho ripreso e rielaborato da “L’opposizione destra-sinistra. Riflessioni analitiche” di Anna Elisabetta Galeotti in Franco Ferraresi (a cura), La destra radicale, Feltrinelli, Milano 1984, pp. 253-275.

[3] Ho sviluppato questa tematica in un post del 2013: Nuove dimensioni per la politica?

[4] Cfr. due mie precedenti contributi: Il bisogno di comunità e L’orizzonte della comunità ai tempi di Internet.

[5] Basti ricordare la figura di Mario Borghezio, proveniente dall’estrema destra neonazista e sostenitore a livello europeo dell’entrismo fascista e nazista “nei movimenti territoriali” come la Lega Nord (cfr. qui).

[6] Il testo completo della Carta del lavoro è reperibile online qui.

[7] Su questo aspetto, in aperta contestazione della descrizione di De Felice sul rapporto Mussolini / ebrei, fondamentale è l’opera di Michele Sarfatti: Mussolini contro gli ebrei, Zamorani, Torino 2017 (nuova edizione). Una attenta recensione è reperibile sul sito de il manifesto a cura Giorgio Fabre.

[8] Questa concezione del partito come ordine degli eletti (i soli che devono averne la tessera) distinto dallo Stato, per certi versi più nazista che mussoliniana (che era invece decisamente statalista) si incarnava in particolare nella figura di Alessandro Pavolini e, sul piano teorico, in quella di Julius Evola (cfr. sotto), punti di riferimento per alcune delle correnti più radicali del successivo neofascismo. Cfr. “I due fascismi di Salò” in Giuseppe Parlato, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 315-322.

[9] I 18 punti della Carta di Verona sono consultabili per esteso online qui.

[10] Per quanto riguarda il nostro territorio del Verbano Cusio Ossola si può ricordare la vicenda di Giovanni Ceniti, già responsabile di Casa Pound del VCO, condannato per l’omicidio del broker Silvio Fanella.

[11] Faccio riferimento in particolare ai saggi contenuti nel testo già citato curato di Franco Ferraresi: cfr. nota 2.

[12] Fra i teorici di questa posizione Enzo Erra: cfr. “Il fascismo tra reazione e progresso” in AA.VV., Sei risposte a Renzo De Felice”, Volpe, Roma 1976, pp. 55-101.

[13] Oltre alla diffusione tra le estreme destre europee, si può citare Steve Bannon, consigliere di Trump, e i suprematisti bianchi statunitensi (cfr. qui).

[14] Spesso in modo improprio viene utilizzata la dizione “populismo” per riferirsi a queste posizioni e spesso anche verso qualsiasi posizione di destra o di sinistra che non sia “moderata”. Sul significato di questo termine ormai largamente utilizzato a proposito e sproposito penso di tornare in un prossimo post.

[15] Di questo ho parlato in maniera diffusa in un mio precedente post: I migranti e le nostre comunità.  

La nostra Resistenza: cinque (ri)letture

Nei giorni scorsi, in seguito alla scomparsa di Gianni Maierna ho cercato quanto avevo scritto recensendo il libro sulla sua esperienza di giovane partigiano gappista. L’ho trovato in una cartella insieme ad altre quattro brevi recensioni di testi sulla resistenza nel Verbano e nell’Ossola in occasione della loro pubblicazione o di una loro riedizione. Recensioni pubblicate su Nuova Resistenza Unita, salvo una (Un salto nel buio di Mario Bonfantini) destinata anch’essa alla pubblicazione ma, per motivi che non ricordo, rimasta nel cassetto (o meglio nel PC). Le ripropongo qui, in successione cronologica, quale suggerimento di possibile (ri)lettura.

 

Nino Chiovini, I giorni della semina, Tararà, Verbania 2005

 I giorni della semina: la nuova edizione

Vi sono libri resi grandi dall’importanza dell’evento di cui trattano; e, viceversa, eventi che assurgono a grandezza grazie alla qualità di una loro narrazione. Quando le due possibilità coincidono, ne nasce un’opera fondamentale. Tale è I giorni della semina, che le nostre edizioni ripropongono nel progetto di riedizione di tutta l’opera di Chiovini.” Così inizia la nota editoriale che presenta la nuova edizione di quello che è ancor oggi il testo fondamentale per la conoscenza degli eventi del giugno del ’44 e della Resistenza nel Verbano. Testo che, come è anche emerso nell’importante Convegno su Chiovini tenutosi a Verbania il febbraio dello scorso anno (2004), rappresenta il passaggio non agevole e non lineare, nella sua lunga esperienza di scrittura, dal protagonista e testimone al ricercatore. L’uscita della quinta edizione (un evento del tutto raro per un testo locale e di storia) ci consente di ricostruirne il percorso di elaborazione ed editoriale.

La base di partenza è senz’altro costituita dalla collaborazione editoriale tra il ‘45 e il ’47 al settimanale Monte Marona con numerosi articoli e con il diario partigiano. Il tempo, quasi vent’anni, e alcune contingenze (l’invito di Paolo Pescetti a partecipare ad un concorso per uno scritto sulla Resistenza indetto nel 1964 dal “Calendario del Popolo” ed una convalescenza post-operatoria) danno vita a “Verbano, giugno ‘44” pubblicato nel 1966 a cura del Comitato Permanente Verbanese della Resistenza e del Comune di Verbania. Non più diario diretto (all’eccidio di Fondotoce nel diario del 1945-46 era dedicata una sola riga), ma ricostruzione storica: cronaca il più possibile oggettiva “di una sconfitta” e lettura politica del “conflitto interno” fra “forze progressive e democratiche … ed attendismo”. L’ambito è quello del rastrellamento di giugno e degli eccidi che l’hanno concluso.

Otto anni dopo, complice la cassa integrazione, il testo originario viene rivisto ed ampliato, in particolare per quanto riguarda il rapporto fra popolazione e

Le precedenti copertine (da NRU)

resistenza e l’assetto delle forze politiche antifasciste e del CLN a Verbania; viene aggiunta una seconda parte (Cronologia della resistenza nel Verbano) che, sia pur in forma sintetica ricostruisce l’intero percorso della Resistenza dalle prime formazioni intorno a Verbania, alla liberazione di Domodossola fino all’insurrezione di aprile; il testo viene infine arricchito ed integrato da un cospicuo apparato di note e precisi riferimenti bibliografici. Con il nuovo titolo I giorni della semina. 1943 – 1945 uscirà per il XXX anniversario dell’eccidio di Fondotoce edito dal Comitato per la Resistenza nel Verbano e con il patrocinio del Comune di Verbania.

Cinque anni dopo, nel 1979, la nuova edizione con l’editore Vangelista di Milano, riveduta da numerose rifiniture ed integrazioni che ne aumentano il rigore ma non ne modificano l’impianto complessivo. L’aspetto più importante dell’edizione del ’79 è dato, oltreché dalla pubblicazione presso un editore a distribuzione nazionale, dall’inizio di una collaborazione editoriale che negli anni successivi si rivelerà particolarmente feconda e che permetterà la pubblicazione delle opere storico-etnografiche su quella che Chiovini definiva la “Civiltà Rurale Montana”: dalle Cronache di terra lepontina dell’87 a A piedi nudi uscito postumo nel 1992. Nel 1995 I giorni della semina viene ristampato in una riedizione postuma identica alla precedente.

L’attuale nuova edizione, presso Tararà, nel testo uguale alle due precedenti, è arricchita dalla prefazione di Oscar Luigi Scalfaro, da una nota editoriale che ripercorre il percorso storico letterario di Nino e da fotografie dell’epoca provenienti dall’archivio dell’autore.

Un breve considerazione finale “di lettura”: I giorni della semina è un testo che, proprio per il suo rigore e l’assenza di altre opere storiche complessive sul Verbano durante la guerra di Liberazione, spesso viene più consultato che letto. Una lettura completa non è certo scorrevole, sia per l’impianto (il giugno ’44, poi il primo anno di guerra, poi Domodossola e gli ultimi mesi di guerra) che per l’evidente presenza di interventi e integrazioni successivi dell’autore che infine dalla probabile difficoltà di una narrazione storica “impersonale” di vicende vissute (e in buona parte già narrate) in prima persona. Eppure la lettura avvince per la ricchezza, per la completezza del quadro d’insieme entro cui avvenne il tragico rastrellamento del giugno ’44, per la capacità di far rivivere la pluralità di dettagli e l’alternarsi di punti di vista, non scontati e non agiografici, la testimonianza diretta del partigiano seguita dalla citazione di un documento ufficiale, la descrizione dei luoghi e dei percorsi delle formazioni amiche e nemiche, la popolazione civile, l’antifascismo in città, le figure indimenticabili di Cleonice Tomassetti e della “madre di Gianni” fucilate a Fondotoce e a Beura, ed infine, a chiudere, l’elenco asciutto ed eloquente, aggiornato di edizione in edizione, di nome, luogo e data di 285 caduti e dispersi.  [NRU, n.3, 2005]

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 Mario Bonfantini, Un salto nel buio, Interlinea, Novara 2005

Curioso d’uomini

La storia è drammatica, il libro no.

La vicenda autobiografica dell’antifascista socialista (in seguito assessore nel Governo dell’Ossola libera e, nel dopoguerra, noto critico letterario) che, prigioniero a Fossoli, riesce a fuggire dal carro piombato che dovrebbe deportarlo in Germania, viene narrata con una prosa semplice e dal sapore antico (lontanissima ad esempio da un Vittorini) cadenzata in due tempi nettamente distinti (scritti anche in periodi diversi) che ben si completano.

Il primo tempo ha un ritmo accelerato, alimentato dall’ansia (quasi un’ossessione) della fuga, un rincorrersi di intuizioni, progetti, piani di evasione che la realtà rapidamente costringe a rivedere. Primo tempo che si conclude appunto con il salto nel buio dal treno in corsa.

Nel secondo tempo il ritmo è quello della poesia, con le sua pause e i suoi rallentati incantamenti. L’incertezza della definitiva messa in salvo non produce una nuova ansia ma una specie di limbo sospeso tra la fuga riuscita e la libertà non ancora raggiunta.

Ciò che accomuna i due tempi sono da un lato l’ottimismo energico dell’autore-personaggio che comunque confida nelle possibilità degli eventi e nel sostegno altrui, e dall’altra (e questo è l’aspetto che più mi ha colpito) l’attenta descrizione (non esteriore ma dell’animo, del sentire, delle motivazioni dell’agire o del non agire) delle persone man mano incontrate. Con la differenza che nel primo tempo nell’affollamento del campo di Fossoli e della baracca prima, e del vagone piombato dopo, prevalgono le caratterizzazioni collettive: i prigionieri azionisti, socialisti, comunisti, gli ebrei, le SS che stipano questi ultimi col calcio dei moschetti “come se caricassero fieno, con una tale assenza d’ira, anzi meccanica indifferenza, che dava, assai più di quanto l’avrebbero fatto feroci imprecazioni o le percosse più furiose, il senso dell’assolutamente disumano, del demoniaco“. E sul treno l’aggregarsi in nuovi gruppi: i “notabili” dell’antifascismo che se ne stanno in disparte, il gruppo attivo (denominato ironicamente “del governo”) che intende prendere in mano la situazione, la maggioranza che lo appoggia e la minoranza “refrattaria”.

Nel secondo tempo invece incontri singoli, una sorta di catena umana che aiuta il fuggitivo, ognuno diversissimo e con diverse motivazioni e sentire. Il giovanissimo pastore Giovannino il cui aiuto è del tutto ovvio e spontaneo, i suoi famigliari ottusi e generosi al tempo stesso, il parroco socialisteggiante di Serravalle, quello ultraconservatore di Prada, i pastori dell’alpe, il possidente già fascista attento a fiutare i nuovi tempi, infine il montanaro sveglio ed intraprendente che, con il suo calesse, lo conduce nell’ultimo giorno di fuga sino alla villa di un conoscente sul lago di Garda.

Il tutto si snoda fra il 21 e il 29 giugno 1944: due giorni di deportazione e sette di fuga verso la libertà.

Sono gli stessi giorni in cui, dalle nostre parti, sta concludendosi il drammatico rastrellamento della Val Grande.

Questa edizione del 2005 contiene una rigorosa appendice di Roberto Cicala che ricostruisce il percorso di scrittura (tra il 1949 e il ’58) ed editoriale di quest’opera (pubblicata da Feltrinelli nell’ottobre 1959) e riporta ampi stralci delle principali recensioni critiche; quella di Montale, uscita sul Corriere della Sera la vigilia di natale del ’59, è riportata per intero quale prefazione.

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 Erminio Ferrari, La Liberazione. Cannobio, agosto-settembre 1944, Tararà, Verbania 2006

La Liberazione di Erminio Ferrari

Questo non è un libro di storia, semmai racconta una storia” dice l’autore. Storia personalmente rivissuta di quel figlio di sua nonna, di cui porta il nome, caduto nella difesa di Cannobio, e storia corale dalle molte voci (partigiani, civili, autorità dell’uno e dell’altro campo, documenti, risonanze giornalistiche al di qua e al di là del confine) della “Liberazione”.

Il 25 aprile 1945, il Cesarino salì in cima al campanile e vi piantò il tricolore”. Così l’incipit. Non di quella Liberazione “racconta” però il libro, ma di quella “minore”, esaltante e dolorosa, di Cannobio nel settembre 1944, degli eventi che ne diedero l’avvio (uno scontro a fuoco con tre morti tedeschi la sera del 26 agosto), della rappresaglia tedesca sulla popolazione, della azione partigiana su Cannobio con l’immediata resa tedesca e l’iniziale difesa fascista, la festa popolare ma anche i silenzi di chi si sentiva più dall’altra parte.

Una sola settimana di libertà, poi una massiccia controffensiva tedesca e fascista, dal lago, rioccupò Cannobio, quasi sguarnita, il 9 settembre, proprio mentre, al di là della Cannobina si stava per liberare Domodossola.

“… una storia. E nel raccontarla ne cerca il senso”. Gli ultimi sette capitoli ci portano alla riflessione d’oggi sul senso, sui valori e sugli errori, sulle successive rimozioni e reticenze, sul rapporto non facile fra Resistenza e popolazione e sul debito che oggi noi tutti abbiamo con combattenti e civili di allora: moralità della resistenza attiva e combattente e moralità della resistenza civile, quotidiana. Citando Todorov, dice l’autore, questi partigiani, al di là dell’efficacia immediata, “contribuiscono, con la loro azione, al formarsi dell’immagine che la collettività avrà di se stessa … essi agiscono dunque per il bene pubblico”. [NRU, n. 3, 2006]

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 Gianni Maierna, 14 giorni di agosto. Verbania 1944, Tararà, Verbania 2009

Uno sguardo scanzonato di adolescente

È sempre difficile commentare gli scritti di persone che si conoscono molto bene. E questo è il caso. Il diario di Gianni, scritto da adulto, ma riferito all’adolescenza, mantiene di quell’età lo spirito, come d’altronde Gianni fa spesso quando racconta la sua lotta di liberazione agli studenti in visita alla Casa della Resistenza.
Nella prefazione Paolo Bologna sottolinea il rigore descrittivo degli eventi, delle persone e dei luoghi in cui “si riconosce … l’esperto meccanico e disegnatore tecnico”. Paola Giacoletti, nella postfazione sottolinea la portata etica, la consapevolezza della superiorità morale rispetto ai fascisti e la diversità di periodo (l’agosto ’44 poco dopo il tragico rastrellamento della Valgrande) rispetto agli scritti dei gappisti Pesce e Secchia incentrati sulla fase finale della resistenza.
Al sottoscritto il racconto ha ricordato molto gli scritti di Guido Petter1 sulla resistenza: l’età dei giochi adolescenziali che si è trasformata senza soluzione di continuità in un gioco adulto, dove si rischia la vita propria, dei compagni e dei familiari. Ma mantenendo, anche nei momenti tragici (il pestaggio del padre a cui è costretto ad assistere), lo sguardo di chi è convinto non solo di essere dalla parte giusta, ma anche di avere maggiori risorse, la furbizia in primo luogo unita alla conoscenza piena dei luoghi e delle persone, da mettere in campo. E pertanto, un po’ di fortuna aiutando, di esser pronto a vincere la rivincita. Questo occhio di adolescente sveglio lo si ritrova pure dispiegato nel rapporto di rispetto ma anche di piena autonomia con gli adulti: il padre innanzitutto, la madre, i parenti adulti, i vicini di casa, il parroco, il responsabile del servizio informazioni, i capi partigiani ecc.
La differenza principale allora fra la narrazione del gappista Maierna e di quelli più noti sopra ricordati sta nella assoluta mancanza di enfasi eroica, nella capacità di vedere nei fascisti che si incontrano quotidianamente nelle caserme prima e per le vie di Intra dopo non solo ferocia, ideologia della morte ed arroganza di alcuni, ma anche miserie e stupidità di molti, nonché fragilità e paure di coloro che sono stati costretti controvoglia all’arruolamento e che percepiscono con ansia crescente l’ostilità silente della più parte della popolazione. Pur fermandosi la narrazione a quei giorni di agosto, l’esito del conflitto già allora appare pertanto scontato. [NRU, n. 4, 2009]

1 Ci chiamavano banditi; Una banda senza nome; Sempione ’45. Il salvataggio della galleria.

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 Cesare Bermani, “Filopanti”. Anarchico, ferroviere, comunista, partigiano, Odradek, Roma 2010

Filopanti, una figura dimenticata che rivive in un “documentario” scritto

Emilio Colombo “Filopanti”, è quello che si può definire “un personaggio” al di fuori degli schemi. Arriva alla Resistenza e, in particolare, ad esser membro della Giunta di Governo dell’Ossola libera, a 58 anni con un passato di militante sindacale e politico sia prima che durante il fascismo. Ferroviere con simpatie anarchiche e sorelliane, dal 1913 diventa figura di rilievo del sindacalismo rivoluzionario dell’USI per poi aderire nel luglio 1921 al neonato Partito Comunista. Sostenitore dell’azione di massa, non disdegna quella individuale come quando, durante gli scioperi del biennio rosso, capostazione a Cuzzago, ferma i treni e con la rivoltella fa scendere i macchinisti crumiri. Dopo l’ascesa del fascismo, cacciato dalle ferrovie ed arrestato per quattro mesi, si adattò ai lavori più diversi mettendo comunque sempre in primo piano la sua integrità rispetto a qualsiasi compromesso. Sostenitore del “libero amore” ebbe tre figli da un’unica donna, Adele, e visse come un trauma irreparabile il di lei abbandono. Episodio quest’ultimo che lo fece diventare anche un po’ misogino, ma non a tal punto da modificare l’affetto privilegiato (e ricambiato) con la figlia Eva. A Villadossola fu tra i promotori dell’insurrezione dell’8 novembre ’43. Nella giunta della “Repubblica” ossolana, quale Commissario per la Polizia e la Giustizia si fece portatore, anche in conflitto con Tibaldi, di una linea di intransigenza verso coloro che avevano sostenuto il fascismo.

In sostanza una personalità complessa, non facile da inquadrare. Dobbiamo a Bermani un ringraziamento per avercelo fatto rivivere con una particolare modalità di ricostruzione dove il lavoro dello storico non consiste nel raccontare o riscrivere, ma in una sorta di “montaggio documentaristico”. La figura di Filopanti emerge dalla sua stessa testimonianza orale inframmezzata e “montata” con testimonianze e documenti di varia natura: interviste, documenti partigiani, articoli giornalistici, relazioni di polizia ecc. Una personalità complessa che è così possibile osservare da variegati punti di vista. Colpisce tra l’altro come Emilio Colombo parli di “Filopanti” in terza persona: quello che probabilmente voleva essere un atteggiamento di umiltà rivoluzionaria lo fa invece risaltare nella sua forte caratteristica di personaggio atipico. [NRU, n. 4, 2010]

Il diario partigiano di Nino Chiovini

Quando sono iniziati i lavori di ampliamento dell’ala ovest della Casa della Resistenza per dar vita alla Biblioteca Aldo Aniasi (poi inaugurata nell’aprile 2007) tra il materiale che abbiamo dovuto spostare mi è capitato tra le mani una collezione quasi completa del giornale partigiano “Monte Marona”. L’occhio è andato quasi subito su Fuori legge???, il diario partigiano di Nino Chiovini pubblicato a puntate sul settimanale tra l’ottobre del 1945 e il luglio dell’anno successivo e firmato con l’acronimo enneci.

A una prima, veloce, lettura mi sono subito reso conto dell’importanza storica e letteraria di quel testo: una narrazione avvincente e una scrittura di notevole qualità. Mi sono chiesto – e ho poi chiesto alla famiglia – come mai non avesse deciso di pubblicarlo in volume; mi hanno detto che “Arca” Calzavara lo aveva invitato a farlo ma che “Peppo” non se la sentì.

Perché? Forse per il taglio più narrativo che “storico”, o per un qualche riserbo personale. Magari anche per l’emergere di una visione parzialmente critica (e autocritica) della attività della formazione della Giovine Italia che verrà esplicitata nello scritto inedito (pubblicato postumo nel 2014) della Piccola storia partigiana della banda di Pian Cavallone.

Letto tutto il diario e recuperato qualche numero che mancava, confortato anche dal parere di Mauro Begozzi e dal nulla osta della famiglia, ho ritenuto utile proporne la ripubblicazione avviandone, con l’aiuto dell’Istituto Storico della Resistenza di Novara, la trascrizione.   

      

È stato così pubblicato nel 2006 sul n. 4 dei Sentieri della Ricerca, la rivista curata da Angelo Del Boca, e per quella occasione ho scritto le note introduttive che riporto di seguito.

Il diario di Chiovini è stato poi ripubblicato in volume nel 2012 da Tararà insieme ad altri suoi scritti sulla resistenza (Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica) con una introduzione aggiornata e ampliata.

Il diario inizialmente era reperibile online sul sito del Centro Studi “Piero Ginocchi” di Crodo, editore della rivista; attualmente è reperibile sul sito escursionistico in ValGrande a questo indirizzo.

 

 

Fuori Legge??? ” di  Nino Chiovini. Note su un diario partigiano

di Gianmaria Ottolini

Monte Marona

I primi contributi di Chiovini compaiono nell’immediato dopoguerra sul settimanale Monte Marona[i]. Questa testata partigiana era stata preceduta da tre numeri del foglio ciclostilato Valgrande Martire comparso, a partire dal 21 aprile del 1945, quale portavoce dell’omonima formazione garibaldina. Dal 5 maggio, per iniziativa di Armando Calzavara (Arca), in qualità di comandante della Divisione Mario Flaim che dal marzo ’45 raggruppava unitariamente tutte le formazioni del Verbano[ii], il n. 4 del settimanale esce a stampa con la nuova testata (quattro pagine fitte in formato ‘quotidiano’) quale organo ufficiale appunto della Divisione Mario Flaim e prosegue in questa veste sino alla fine di giugno.

Finito il periodo ‘insurrezionale’, con la smobilitazione, il giornale interrompe le pubblicazioni per riprenderle il 6 ottobre del ’45 (anno I – n. 15) quale Settimanale dell’A.N.P.I. del Verbano – Cusio – Ossola. Arca ne è sempre l’animatore, oltreché ufficialmente il direttore responsabile; le tematiche locali di tipo sociale e politico si affiancano a quelle partigiane e l’orientamento è abbastanza esplicitamente vicino a quello dei partiti di sinistra.

Questo provoca alcuni malumori di cui si fa portavoce Enzo Plazzotta (Selva)[iii] che, da Genova, manda due lettere ad Arca rivendicando, a nome dello spirito libertario e pluralistico della Cesare Battisti, un giornale meno localistico, più battagliero, meno allineato e più libero, denso di “polemica morale” nonché maggiormente attento alla qualità di scrittura[iv]. Nella seconda lettera, del 15 novembre, Selva, indica quale riferimento, con le dovute differenze di mezzi disponibili, Il Politecnico di Vittorini ed invita Arcaa prendere le redini della dissidenza in seno al giornale” contro le “limitazioni della mentalità di partito e di P.C. in particolare” ponendo un aut aut:

“o Monte Marona giornale di sinistra (e in questo caso io dico arrivato, che può anche facilmente tramutarsi in finito) oppure Monte Marona giornale di giovani liberi … una onesta anarchia giornalistica.”

Questo è il problema e bisogna “decidersi a decidere[v].

Il dilemma è chiaro e il giornale, contrariamente agli auspici di Plazzotta, si orienta più chiaramente verso la prima strada, come viene implicitamente preannunciato nel n. 27 del 29 dicembre annunciando l’integrazione della testata Monte Marona con il titolo “il progresso[vi]; la scelta è evidentemente condivisa da Arca che pur apprezzava le osservazioni e i suggerimenti di Selva sulla qualità del giornale. Così avvenne infatti, dal n 28 del 5 gennaio, con il nuovo titolo sovraimpresso su quello precedente e, a fianco della nuova testata, la dicitura esplicativa:

“Quelli della Marona, i nostri morti, appartengono a quel numero di uomini coscienti di usare la propria vita per il progresso sociale”

Le pubblicazioni terminano con il n. 66 dell’inizio dell’ottobre ‘46: con l’allontanarsi di Calzavara dal territorio del Verbano[vii] evidentemente venne a mancare il centro propulsore dell’iniziativa editoriale.

I primi due contributi di Chiovini, a firma Peppo, compaiono sul n. 7 e sul n. 9 (23 maggio e 7 giugno ’45); sono entrambi[viii] articoli di riflessione politica contro il qualunquismo di chi considera i partiti tutti ugualmente corrotti, ma anche contro i numerosi nuovi iscritti che affollano le rinate formazioni politiche non per scelta morale, ma per carrierismo.

Il successivo articolo, sempre a firma Peppo, compare il 21 giugno ed è dedicato al partigiano Pierino Agrati (Vola)[ix]; vi sono, evidentemente, riportati alcuni spezzoni del diario partigiano[x] datati tra l’agosto 1944 e il 25 febbraio 1945 ed incentrati sulla figura del commilitone caduto a Trarego. Il pezzo si conclude con una amara riflessione su un presente che non rende giustizia al sacrificio dei caduti e che chiama i compagni sopravvissuti a reagire.

 “Oggi sono stato al cimitero di S. Maurizio a ritrovarvi: te, Gino, Cesco, Lanzi, Victor. Sono sicuro che non siete contenti dei vostri compagni vivi poiché questa bella Italia per la quale siete caduti non vive, ma vegeta ed è fatta vegetare.

Tu, Vola, così intransigente, così uomo con i tuoi 25 anni al confronto dei nostri venti, così onesto, così coraggiosamente onesto, dillo ai tuoi compagni di gloria che noi vivi non siamo poi così colpevoli di questo stato di cose. Lo saremo se non reagiremo; aiutaci e illuminaci tu sulla vera strada da seguire.”[xi]

Probabilmente in questo passo conclusivo ritroviamo, anticipate da Chiovini, le motivazioni profonde che hanno spinto Arca e i suoi collaboratori a non accontentarsi di un Monte Marona commemorativo e di denuncia più morale che politica.

Fuori Legge ???

Il 6 ottobre ’45, quando Monte Marona, con il n. 15, riprende vita quale organo dell’ANPI del VCO, inizia anche la pubblicazione di Fuori Legge ??? che dalla terza puntata, sul n. 17, porta il sottotitolo di Diario di un partigiano nel Verbano. Il Diario nella prima puntata compare firmato con l’acronimo emmeci (più che un depistaggio sembrerebbe un refuso) e, dalla seconda, in modo più esplicito, con enneci. La pubblicazione proseguirà regolarmente tutte le settimane, con poche eccezioni perlopiù in connessione a numeri speciali dedicati a particolari ricorrenze (25 febbraio per Trarego, 25 aprile), per 36 puntate fino al n. 54 del 10 luglio del 1946 quando, nonostante la dicitura “continua”, del seguito non si ha più traccia.

L’arco temporale degli eventi narrati va dall’ottobre del ’43, con la costituzione dei primi informali gruppi partigiani nel retroterra collinare di Verbania, al febbraio del ’45 con le ultime azioni della Volante Cucciolo che precedono l’eccidio di Trarego. Non si tratta di una cronaca: l’andamento cronologico è infatti molto irregolare (solo in alcuni passaggi precisato nella data precisa, perlopiù viene indicato il mese) e alcuni salti temporali lasciano il lettore incerto sul succedersi degli eventi. È appunto un “diario” in cui si intrecciano la dimensione narrativa e quella interiore, riflessiva. Di qui un certo riserbo di Chiovini nella pubblicazione di cui, oltre all’acronimo della firma, fanno fede le presentazioni editoriali volute dall’autore, sia in quella originaria (L’autore dice che è necessario, se vogliamo pubblicarlo, premettere qualche parola di scusa), che nella riedizione parziale del 1989 su Resistenza unita:

“Nino Chiovini scrisse queste annotazioni … immediatamente dopo la Liberazione. Come avverte lo stesso autore, a distanza di quasi mezzo secolo il diario va letto come un documento manifestamente frutto di impressioni immediate, condizionate da accesi sentimenti, che risentono dell’atmosfera cruda e magica appena trascorsa.”[xii]

Con ogni probabilità il materiale originario di appunti e annotazioni era più ampio e non è stato interamente utilizzato per la stesura di Fuori Legge??? come fa fede, ad esempio, oltre all’anticipo dei pezzi su Vola, un lungo articolo pubblicato su Resistenza unita nell’ottobre del 1990[xiii]. Nel diario pubblicato si saltava infatti dal 3 settembre con la liberazione di Cannobio al 14 gennaio; della liberazione dell’Ossola e della successiva ritirata non si parlava se non per un breve cenno nel passo successivo dedicato alla “recluta” Lubatti (Cesco). Nell’articolo di cinquantaquattro anni dopo quel periodo, così come è stato vissuto dalla Volante Cucciolo, in occasione della liberazione ossolana ampliatasi in un “plotone esploratori”[xiv], viene raccontato dettagliatamente probabilmente sulla base del materiale del diario allora non utilizzato. Certo lo stile è più distaccato, ma alcune modalità, in particolare quella di centrare il racconto non tanto sulle vicende ma sui luoghi e sui personaggi, richiamano direttamente le modalità del diario. Perché non fu pubblicato allora? Forse perché del personaggio cardine di quelle pagine, il partigiano ucraino Wladimir[xv] aveva perso le tracce e non ne conosceva il destino[xvi], oppure per non esplicitare un giudizio critico[xvii] sulla esperienza ossolana?

Allo stesso modo la vicenda di Trarego, alle cui soglie si interrompe quanto abbiamo del diario, aveva già trovato una sua narrazione nel n. 34 di Monte Marona ad un anno dall’eccidio; lo scritto[xviii] era anonimo ma è evidente la mano di Chiovini, magari coadiuvato dall’altro sopravvissuto, Carlo Castiglioni (Carluccio). E soprattutto troverà una sua compiuta realizzazione nello struggente racconto La volpe, pubblicato postumo, ma la cui prima stesura è di poco successiva alla pubblicazione di Fuori legge???, come afferma nella nota che ne accompagnava il testo.

“Se ben ricordo, scrissi queste pagine … tra il 1948 e il 1950, quando avevo in mente ogni particolare della vicenda descritta. Le correzioni … sono del 19 settembre 1989. Si tratta di correzioni esclusivamente formali, tendenti a perseguire una relativa correttezza del testo, e per esigenze stilistiche.

Al contrario, mi pare giusto che la sostanza – con le sue sequenze, i ritmi, le osservazioni, i monologhi, i dialoghi – sia lasciata intatta, in quanto legata alle spinte emotive, al livello culturale, alla vita di quel tempo lontano.

Oggi non scriverei più quelle pagine. O le scriverei in modo alquanto diverso. Per questa ragione, insieme al desiderio di non partecipare dolorose vicende che mi concernono, finché vivrò mai renderò pubblico questo scritto. … Biganzolo, 20 settembre 1989.”[xix]

Un’ultima osservazione relativa al titolo del diario: una prima disattenta lettura potrebbe farcelo intendere come fuorilegge quale rivendicazione spavalda di una (giusta) rivolta e ribellione; ma le due parole separate e l’enfasi sui tre punti interrogativi[xx] mi sembrano orientare decisamente verso una domanda retorica con evidente risposta negativa: “siamo noi fuori dalla legge (morale e civile) o non piuttosto coloro che, in tempi tremendi di ribaltamento dei valori, hanno cercato di salvaguardarla?” A questo interrogativo il diario vuole dare una risposta.

La narrazione

Non è un romanzo questo, dice l’autore; eppure la freschezza e l’ironia della narrazione, grazie anche alla contiguità degli eventi, ci dà una sorta di ripresa in diretta con un alternarsi di sequenze dal ritmo irregolare, alcune più distaccate, altre con forte centramento soggettivo. I temi che si alternano sono quelli della la lotta per la sopravvivenza stessa della formazione (contro la fame, contro il freddo e la neve del primo inverno, il reperimento di armi che garantissero un minimo di operatività …), il contatto stretto con la natura dei luoghi e il variare delle stagioni (lo spettacolo della neve che tutto sommerge, il piacere del sole invernale, la sintonia, l’amore tra le foglie e i partigiani …), il succedersi degli scontri con il nemico che passano dalle scaramucce iniziali finalizzate al reperimento delle armi alla tragedia del rastrellamento di giugno dopo il quale tutto cambia, le necessità organizzative e di comando dei raggruppamenti.

Direi però che il cadenzarsi della narrazione non è dato tanto dalle vicende militari (che pur ci sono) né dalle fasi politico organizzative abbastanza travagliate delle formazioni, ma dalla successione dei luoghi di insediamento della banda; ad ogni località pare corrispondere una precisa fase di sviluppo dell’esperienza partigiana in una stretta sinbiosi fra il terreno che ospita, le stesse mura che accolgono e la vita interna, le relazioni umane, della formazione dove i tempi del riposo e dell’attesa (quelli stessi in cui Nino ha probabilmente incominciato a raccogliere i suoi appunti per il diario), sono centrali per il costituirsi dello spirito e della fisionomia della formazione; questi i luoghi che soprattutto mi sembrano cadenzare in fasi distinte il percorso narrativo:

  • le Alpi del Locchio, di Vel ed Aurelio, e in successione Steppio, Pechi, Pala che assumono nomi in codice (Pechino, Sciangai, Port Arthur) più per un gioco fantastico ed autoironico che per necessità di sicurezza: è la fase costitutiva di uomini ed armamenti, dove ci si incomincia a conoscere e a padronegggiare il territorio e ad impostare le scelte, individuali e collettive, nonché a saggiare le prime reazioni del nemico ;
  • l’albergo del Pian Cavallone, ospizio dei “soldati di un esercito di senza capi”: la fase eroico libertaria dove la prima generazione di partigiani ha “indurito i muscoli e ritrovato un senso della vita” preparando, tramite coloro che riusciranno a sopravvivere al grande rastrellamento, l’ossatura delle successive e più organizzate formazioni;
  • il primo Tiperary, dapprima una tenda poi un rustico nella zona di Ungiasca, più a ridosso a Verbania, dove il piccolo gruppo aggregato a Chiovini sperimenta le modalità di collegamento fra i diversi distaccamenti e di rapide azioni proprie di una “volante”;
  • i nascondigli che si succedono durante il rastrellamento di giugno (il bosco in cui si passa la notte puntando i piedi su di un albero, la casa della nonna a fianco della statale per Premeno, la portineria di una villa) quando si passa dall’amarezza dall’esser tagliati fuori dai combattimenti, alla progressiva consapevolezza delle dimensioni della tragedia che si sta realizzando e che segnerà una linea netta di demarcazione nella guerra: “In questi giorni impariamo che i nemici sono più delinquenti che imbecilli e tali li tratteremo”;
  • la Rocca, nel luglio ’44, un alpeggio dai prati scoscesi sopra Scareno dove “gli unici luoghi per sdraiarsi senza il timore di rotolare in valle sono i sentieri, e anche quelli sono scarsi ”: luogo e fase di raccolta e di riorganizzazione in cui convergono provenienze ed esperienze le più disparate: sopravvissuti al rastrellamento o provenienti dalla svizzera, militari e civili, italiani e stranieri (russi, ucraini ed anche un sudafricano), delle età e dei ceti più diversi disparati (“uomini e ragazzi, studenti, ladri, lavoratori”);
  • infine la casetta fra le pinete di Sasso Corbè, “il luogo più bello abitato dai partigiani ” – dice Chiovini – dove, nell’inverno del ‘44-’45, la costituita Volante Cucciolo, spostatasi sopra Premeno, si insedia: centro operativo e di riposo di un gruppo, di una squadra, affiatata e coesa di professionisti della guerra di movimento.

Le diverse fasi corrispondono anche a diversi rapporti con la popolazione locale; curiosità e sospetto da parte degli alpigiani che incontrano le prime bande in formazione; solidarietà e condivisione di momenti comuni di allegria con gli abitanti di Miazzina; l’aiuto silenzioso e solidale di alimenti, necessari a sopravvivere durante il rastrellamento, da parte della “buona gente del Verbano”; più difficile, almeno inizialmente, il rapporto con quelli di Premeno dove:

“La gente ci guarda di traverso, sospettosa, paurosa. Ci chiana ‘fascisti rossi’ e teme che mettiamo a soqquadro il paese.

In questi giorni parecchi si sono già ricreduti. Si attendevano di vederci girare per il paese con lo sguardo fiero, l’arma imbracciata senza sicura. Invece si sono accorti che camminiamo come loro e non chiediamo i documenti alla gente.”

In controcanto ai luoghi di insediamento la trama narrativa fa emergere in successione alcuni personaggi intorno a cui si dipanano gli eventi: Marco[xxi] con cui, anche se della formazione “concorrente” della Cesare Battisti, c’è sin dall’inizio un profondo legame di stima e collaborazione e, in più occasioni, di sfottò reciproco; Tucci[xxii] che pur avendo un solo anno in meno “è ancora un bambino” e con cui Peppo stringe un legame profondo, da fratello maggiore, vivendo fianco a fianco molte delle vicissitudini; Guido il Monco[xxiii] operaio comunista che lo sostituirà al comando della Giovane Italia e che Chiovini rispetta ma con cui non riesce ad entrare in sintonia; Arca, il comandante della Battisti, che Chiovini apprezza sia per il modo di concepire la guerra partigiana che per le modalità, per nulla da ufficiale, con cui si rapporta ai suoi partigiani; Bagat[xxiv] già alpino decorato, esperto di armi, dalle decisioni fulminee, autista che “arrostisce” i motori e “che dice di essere salito perché non vuole andare in guerra”; Vola puntiglioso e caparbio, che, sia pur arrivato come recluta addetta ai lavori pesanti, si dimostra come il più maturo fra i partigiani della Volante Cucciolo; Cesco[xxv] che “con il viso infantile, le efelidi sulle guance … e la voce lenta strascicata” ha l’aria spavalda di chi ha già un curricolo partigiano di tutto rispetto e non vuol certo lasciarsi trattare da recluta. E, naturalmente, altri ancora.

 

Il diario

Un diario “frutto di impressioni immediate, condizionate da accesi sentimenti” dirà Chiovini; certo, in alcuni passaggi anche questo[xxvi], ma a me pare che la dimensione diaristica più evidente sia altra, di riflessione e dialogo interiore che emerge quando, tra un momento narrativo e l’altro, magari a ridosso di un combattimento o di un momento scherzoso di svago, la sequenza si interrompe di colpo per lasciar spazio a domande ed a considerazioni più profonde, esistenziali e morali prima ancora che politiche.

In alcuni casi la dimensione è corale laddove Peppo dà voce, magari per interposta persona, ai sentimenti collettivi come quando dalle lacrime di Nord di fronte al rogo dell’Albergo del Pian Cavallone, emerge un “Addio” collettivo di rimpianto non rassegnato, oppure quando le molteplici personalità e le disparate motivazioni dei sopravvissuti al rastrellamento, concentratisi alla Rocca, si fondono in una volontà comune di ricostituzione.

Ma sono soprattutto le domande, le considerazioni personali, talvolta i dubbi quelli che emergono.

Le responsabilità che chi comanda porta nei confronti del suo gruppo di uomini, di come mantenerlo coeso, di come anche un legame di amicizia privilegiato, quello con Tucci, possa incrinare il rapporto di fiducia con gli altri; di come fare in modo che un gruppo solidale e coeso sia anche aperto e franco nello scambiarsi le reciproche opinioni, valutazioni e desideri. Quanto vi deve essere di discussione democratica e di condivisione degli ordini senza che questo degeneri in individualismo. E soprattutto il carico di responsabilità di chi porta altri a rischiare la vita e deve, di volta in volta, individuare il giusto discrimine fra avventatezza ed attendismo.

Chi siamo noi e chi sono loro. Solo la consapevolezza continua della differenza radicale con il nemico può impedire che la logica della guerra ci renda uguali. Loro bruciano le baite e noi siamo aiutati dalla popolazione; loro se la prendono con chi non c’entra, paesani o famigliari; loro fanno scempio dei cadaveri. La loro è una logica di morte, i loro corpi sono diventati un’appendice delle loro armi. La nostra è una logica di vita. Non solo nel combattimento ma nei comportamenti quotidiani, nel modo di camminare fra la gente, nel cantare. Il tema della radicale differenza fra i canti partigiani e quelli fascisti torna più volte; i loro non sono “i nostri canti popolari nostalgici e solenni, non sono le canzonette allegre e melanconiche” ma “canti freddi, duri, scanditi”; loro “cantano perché odiano” e, mentre con il passare dei mesi le canzoni partigiane diventano sempre più canzoni di speranza, le loro si incupiscono, piene di disprezzo, di rancore e di animosità.

Ma la domanda centrale e ricorrente è soprattutto una: come far guerra in odio alla guerra, senza lasciarsi plasmare dalla logica e dalla cultura del combattimento. Perché “la guerra perde soltanto di fronte a chi la odia”. A Chiovini non basta la certezza di essere dalla parte giusta; è consapevole della “sottile linea rossa”[xxvii] che passa tra l’essere nella guerra e l’essere in guerra. Non basta aver scelto di esser dalla parte giusta del fronte ed interrogarsi sulle ragioni profonde della propria scelta; l’interrogativo va riposto quotidianamente sul qui ed ora individuando il limite che questa scelta pone fra azioni legittime e azioni giuste, con momenti anche forti di autocritica quando ci si accorge che lo spirito di battaglia ha preso il sopravvento. Limite che non solo la giusta avversione per i nazifascisti può spingerci a superare (“So che questa non è la parte migliore dei sentimenti di un partigiano”) ma anche la “foga”, un eccesso di “senso sportivo” (“mi accorgo che per molti mesi, sparare era il mio sport preferito”) che può “soffocare la razionalità”.

Oggi, quando in nome della “esportazione della democrazia” e della “lotta al terrorismo” si giustificano massicci bombardamenti a città e qualsiasi “effetto collaterale” sulle popolazioni civili è considerato un legittimo inconveniente, possiamo leggere che, nel cuore della seconda guerra mondiale, la più sanguinosa della storia dell’umanità, un partigiano, Peppo, a ridosso di un combattimento contro il moloch nazifascista, si interroga se non fosse stato più giusto sparare due colpi invece di tre, pur se “costretti a fare la guerra contro quelli che fanno la guerra”.

Il partigiano “Peppo”

Se provassimo a chiedere ad un cittadino o a uno studente di Verbania di citare il nome di un partigiano della zona, senz’altro la maggior parte farebbe il nome di Nino Chiovini[xxviii]. Eppure nulla, che io sappia, è stato mai scritto di specifico su Chiovini partigiano. Anche nel convegno a lui dedicato[xxix] questa dimensione è rimasta assente. Il perché è evidente: Nino nei suoi libri, anche quelli dedicati alla Resistenza, non parla praticamente mai di sé e del diario partigiano si era persa di fatto memoria.

La lettura oggi del suo diario ci permette di aprire un capitolo che andrà senz’altro ripreso ed approfondito.

La scelta di campo, dopo l’8 settembre è chiara e decisa; Peppo è tra i primi a “salire in montagna” nell’area del Verbano. Porta con sé, oltre al deciso antifascismo, precedentemente maturato a Cuggiono[xxx], un carattere deciso e determinato unito ad una passione sportiva per l’escursionismo montano e la roccia: una miscela che, unita alla conoscenza del territorio, ne fa in modo del tutto naturale il comandante della costituenda Giovane Italia. Siamo nella fase eroica e libertaria di “un esercito senza capo, senza Stato Maggiore, senza artiglierie, senza direttive, spesso senza pane, senza armi”. Accetta il ruolo che gli viene democraticamente assegnato tramite elezioni, ma non è certo quella la sua aspirazione. E di buon grado si ritrae quando altri saranno indicati al suo posto.

Si rende conto delle necessità organizzative e militari della Resistenza ma, fedele allo spirito di ribellione, fa fatica ad accettare le modalità d’essere di buona parte dei comandanti delle formazioni. Quelli di provenienza militare che riportano lo spirito di superiorità di “Ufficiali del Regno” nei confronti “delle truppe”, si fanno chiamare “signor tenente” e, anche quando il cibo praticamente manca, ci tengono a dar vita alla “mensa ufficiali”. Quelli di provenienza e fede comunista, che Chiovini rispetta, ma per i quali la principale, se non unica virtù, sembra essere l’indiscussa obbedienza ai propri capi politici.

Se non un libertario, Peppo è e rimane uno spirito indipendente. Vuol capire e discutere le scelte e, se prevale il dissenso, preferisce andarsene per conto suo, con il suo piccolo gruppo[xxxi]. Non rifiuta la gerarchia di comando, ma, ponderatamente, preferisce scegliersi i propri superiori. E quando, alla fine del rastrellamento, la sua formazione della Giovane Italia, fondendosi con il gruppo di Muneghina, prende un orientamento con cui non si sente più in sintonia, preferisce passare alla Cesare Battisti di Arca.

È lui stesso, spontaneamente, un capo ma la sua dimensione è quella della squadra, di un piccolo gruppo preparato e coeso, della “volante” che si muove velocemente su tutto il territorio, all’interno della quale non solo “ci si capisce al volo” ma dove “tutti si vogliono bene. Bene sul serio. E dormono uno accanto all’altro”. Compito del capo è allora anche la massima attenzione alle relazioni interne, a prevenire dissapori e tensioni. Pur di salvaguardare questa sintonia è disposto, sia pur a malincuore, a rinunciare al contributo di un partigiano esperto e valoroso come Bagat che lui stesso aveva cercato ed “arruolato”. Allo stesso modo quando intuisce che un partigiano ha le qualità personali, oltreché professionali, per entrare a far parte del proprio gruppo, si dà subito da fare, magari con carte false, per farlo trasferire. La prima volante, alloggiata in tenda, collegata alla Banda del Pian Cavallone, la Volante Cucciolo dopo il rastrellamento, il Plotone Esploratori durante la Repubblica dell’Ossola, la Volante Martiri di Trarego dopo l’eccidio del 25 febbraio: questa è la modalità di guerra partigiana che Chiovini concepisce e mette in pratica.

Non è solo questione di modalità di comando e di modo di concepire l’esser partigiano. La modalità della volante è innanzitutto una scelta politica. Peppo, ce lo dice esplicitamente, non è comunista, anche perché, afferma “Io non so che vuole il comunismo[xxxii] e le discussioni animate ed approssimative che sente al Pian Cavallone gli ricordano quando “anch’io a 15 anni discutevo di calcio e di squadre di calcio”: una questione di “tifo”. Ma ha ben chiara la linea di discrimine che passa attraverso la Resistenza: ci sono i “conservatori”, quelli che aspettano e vogliono presidiare il loro piccolo territorio, l’attendismo insomma che trova proseliti fra le fila partigiane e che spesso è sostenuto dall’esterno dai “comitati” (“gruppetti di individui, per la quasi totalità industriali, che ‘finanziariamente’ ci aiutavano”), e ci sono i partigiani, come Peppo e i suoi, che pensano che al nazifascismo non si debba dar tregua.

La volante è allora non solo un corpo coeso, ma un gruppo di professionisti dell’azione di movimento che ubbidisce con scrupolo alle missioni che le vengono affidate, e che, in mancanza di ordini, sa trovarsi da sola i propri obbiettivi. E quando in un momento di ozio, poco dopo il Natale 1944, Vola lo rimprovera: “Peppo, mi sembra che non hai più voglia di far niente” immediatamente la volante si rimette all’opera “e ricominciamo le nostre scorribande”. Anche l’accettazione di una forma benevola ed ironica di nonnismo fra reclute (“conigli”) ed anziani che impone corvée e lavori pesanti ai nuovi arrivati, ha una funzione precisa: i tempi di formazione e addestramento all’interno di un gruppo partigiano non possono che esser brevissimi, bisogna quanto prima esser pronti a qualsiasi evenienza. È bene, per le reclute e per la squadra, capire subito se qualcuno non è adatto a quella vita.

Infine, direi, un partigiano “critico”; dal diario non emerge in maniera esplicita, ma tra le righe si capisce che non sono pochi gli aspetti che Peppo, all’interno della Resistenza, non condivide, come possiamo trovare conferma nei suoi scritti successivi.

I condizionamenti dall’esterno delle scelte partigiane che talora si traducono in imposizioni dall’alto di comandanti inidonei o comunque non in sintonia con la “banda” che devono dirigere. L’applicazione meccanica della logica militare alle formazioni partigiane sia a livello organizzativo e relazionale che, e questo è l’aspetto più tragico, nella concezione della guerra partigiana quale “eroica difesa ad oltranza” delle proprie posizioni sul terreno.

Chiovini riconosce in pieno il valore, il rigore morale, lo spirito di sacrificio e l’eroismo del tenente Rolando e di Mario Flaim, come confermerà in più occasioni nei suoi scritti. La loro difesa ad oltranza del terreno fino al Pizzo Marona può essere anche giustificata dalla volontà di “proteggere la ritirata del Valdossola[xxxiii] ma la strategia complessiva durante il rastrellamento non è certo condivisa. Lo si legge fra le righe nel diario e se ne trova conferma in un passo di un’inedita Piccola Storia Partigiana della Banda di Pian Cavallone pubblicata parzialmente nel 1984, ma probabilmente scritta anni prima come revisione e approfondimento della prima parte del diario.

“Le scarse e imprecise notizie sul ‘Valdossola’ sono state portate dai feriti e dai loro accompagnatori in transito per luoghi più adatti, ancora euforici per la tenuta del primo giorno di combattimento. Ma non è soltanto la scarsità e l’imprecisione delle notizie che inducono Rolando a scegliere questa forsennata tattica difensiva, che neppure Superti pretendeva nelle sue indicazioni coordinatrici. Egli si rifà ai canoni della guerra d’Albania, combattuta dall’esercito italiano, fino all’epilogo, in difensiva, sulle montagne dell’Epiro e del Tomori. Naturalmente attribuisce decisiva importanza al terreno, alle possibilità di difesa sulle montagne; di casa, nella fattispecie. E Flaim che gli è accanto non batte ciglio, anzi approva. Fors’anche perché la scelta di Rolando offre quelle possibilità di espiazione e di riscatto dalle colpe altrui, da cui egli sembra attratto”.[xxxiv]

Ed infine, ma non ultima, la sottovalutazione del rapporto con la popolazione locale. Nel diario l’importanza di un rapporto di collaborazione, come abbiamo già sottolineato, è espressa prevalentemente in positivo. Del rapporto problematico, dopo il rastrellamento, della Giovane Italia – unitasi al gruppo del capitano Mario e localmente diretta dal Capitano Galli – con la popolazione di Miazzina, nel diario vi è solo un cenno un po’ forzosamente giustificatorio[xxxv] e in contrasto con quanto, del calore e della condivisione di quegli abitanti, era stato affermato relativamente al periodo precedente. La denuncia del tragico errore di impostazione di una logica di occupazione e vessazione sui residenti, con le sue conseguenze politiche, verrà invece espressa a chiare lettere in una lezione-conferenza del marzo 1983[xxxvi].

Indipendenza di giudizio e spirito critico che Chiovini continuerà ad esprimere quando della Resistenza del Verbano si farà attento e scrupoloso storico; si possono ricordare la rivalutazione di Dionigi Superti[xxxvii] colpito, dopo l’esperienza ossolana, dall’ostracismo e dalla condanna di fatto del CLN e la demitizzazione della figura di Cleonice Tomassetti[xxxviii], l’unica donna tra i fucilati di Fondotoce, che la vulgata partigiana aveva tramandato nello stereotipo di una maestra, moglie di un partigiano, in attesa di un figlio e operante come staffetta partigiana[xxxix]. Chiovini le restituisce la sua identità di popolana dallo spirito ribelle e determinato, non piegata dalle numerose sopraffazioni e sofferenze che la vita le ha dolorosamente consegnato.

Lo scrittore Nino Chiovini

Per chi conosce l’opera di Chiovini la lettura del Diario penso possa costituire, come lo è stato per me, una sorpresa. In genere si distinguono nettamente le opere sulla Resistenza da quelle etno-storiche, non solo per il tema e per la loro successione temporale, ma per una evidente maturazione stilistica dello scrittore che riesce progressivamente ad unire il rigore del ricercatore[xl] ad una crescente capacità narrativa. La lettura del diario, di un testo che pur nella sua incompiutezza, rivela una notevole capacità di scrittura densa di ironia e freschezza narrativa – aggiungendovi magari la rilettura del racconto La Volpe, postumo ma, come abbiamo visto, risalente alla fine degli anni ’40 – mi sembra rimescolare le carte. Penso sia del tutto lecito sostenere che Chiovini avesse già allora la dote dello scrittore, del narratore ed è semmai quella del ricercatore che, con gli anni, viene a maturare sotto la spinta di un preciso impegno etico, civile e politico.

L’impegno non solo a ricostruire con rigore gli eventi della sua terra, quelli a cui aveva partecipato e quelli che avevano segnato le generazioni che lo avevano preceduto, ma soprattutto a saldare un debito personale e collettivo insieme.

In quella terra del Verbano, la terra dei suoi avi, la secolare civiltà della fatica si incontrò con chi, per rifiuto e per scelta, è salito in montagna, spesso sapendo e capendo poco, soprattutto all’inizio, di quel mondo. Si creò allora una crescente convergenza, non priva di contraddizioni, tra i due mondi che Nino analizza con rigore nell’introduzione a Val Grande partigiana e dintorni e che titola significativamente Guerriglia nel mondo dei vinti[xli]. Ed è grazie a quella convergenza che poté arrivare

“il tanto sognato giorno della liberazione. E si tirano le somme: ci si accorge che quei due protagonisti hanno equamente diviso il peso della lotta. La popolazione montana, che ha pagato anche con il sangue, ha sopportato il maggior peso materiale, il peso di grosse distruzioni; i partigiani hanno contribuito in grande misura a riempire di nomi le lapidi che ricordano i caduti della guerra di liberazione.”[xlii]

Questa convergenza di intenti si ruppe nel dopoguerra e chi vinse allora non seppe (o non poté) saldare il debito con le popolazioni montane.

Se guardiamo allo sviluppo cronologico degli scritti di Chiovini[xliii] possiamo distinguere tre fasi:

  • gli scritti dell’immediato dopoguerra, basati sulla diretta esperienza (Diario, commemorazioni, racconto La volpe) caratterizzati da un forte centramento soggettivo e da una tensione emozionale che riesce comunque spesso a distanziarsi grazie ad una efficace espressività narrativa;
  • dopo una pausa quasi ventennale, se non di scrittura certo di pubblicazione, abbiamo gli scritti di ricerca sulla resistenza centrati non più sulla propria esperienza (che viene messa tra parentesi), ma su una rigorosa indagine (documenti e testimonianze) e dalla ricerca di un nuovo stile, non più letterario, ma rigoroso e concreto nello stesso tempo; rigorosa “cronaca di una sconfitta” e, soprattutto, ricostruzione del conflitto, interno alla Resistenza, fra le forze progressive e l’attendismo che a quella sconfitta ha contribuito[xliv];
  • infine la impegnativa ricerca delle ultime sue opere, sulla civiltà rurale montana dove al rigore della documentazione d’archivio e alla ricerca etnografica e linguistica (cultura materiale, terminologie, toponimi, fonti orali, iconografia ecc.) si aggiunge una personale letterarietà storico-narrativa emotivamente partecipe.

Rivedendo l’itinerario complessivo mi sembra allora di poter affermare l’unitarietà stilistica di Chiovini, sia pur all’interno di un percorso in cui le diverse modalità di utilizzo della scrittura vengono sperimentate, messe alla prova, per convergere, nelle ultime opere, in una loro completa e contemporanea utilizzazione.

E, ancor maggiormente, la unitarietà etico-politica di tutta la sua opera: Chiovini si è fatto portavoce di un doppio debito che tutti noi, abitanti vecchi e nuovi di queste terre, abbiamo ereditato:

  • debito verso i caduti della guerra partigiana, la semente di sangue che non abbiamo saputo far fruttificare in questa Italia “che vegeta”;
  • debito verso le popolazioni montane che affiancarono e sostennero le bande e ne mantennero viva memoria.

Scrive nell’introduzione di Mal di Valgrande:

“I contadini di montagna che ebbero rapporti con la Val Grande ne conservano una particolare memoria, da me valutata più profonda rispetto a quella di chi praticò altre aree montane per analoghe necessità. … Quella memoria poggia sugl’indimenticati ricordi delle tragiche vicende vissute nel corso degli ultimi due anni della seconda guerra mondiale, quando quelle persone, pagando un prezzo liberamente accettato, si schierarono, ognuna nella misura in cui le era possibile o le veniva richiesto, dalla parte di chi si stava battendo per la libertà e per la pace. Fu un’esperienza che si trasformò in patrimonio culturale che andò ad accrescere quello che faceva leva sugli ancestrali sentimenti di libertà e di autonomia e che, nel dopoguerra, trovò espressione sulle lapidi e nell’intitolazione di vie e piazze dei loro piccoli centri abitati.”[xlv]

Diversamente da altri cultori di storia locale Chiovini non è un cultore della nostalgia che, idealizzando il passato, ne ignora le sofferenze e pertanto il nostro debito. Il nostro mondo è uscito dalla fatica quotidiana della sopravvivenza. È indubbiamente meglio la pace odierna della guerra. Il mondo rurale montano dell’anteguerra – e ancor più negli anni di guerra – era “un mondo imperfetto e crudele”. La popolazione montana, allo stesso modo dei partigiani, aveva però chiari e “vivi gli obiettivi, gli scopi, il senso della vita, il suo fine”[xlvi].

Noi che viviamo nella pace, nella libertà, in una società che ha superato la lotta per la sussistenza, figli della società della complessità e dell’incertezza, spesso non sappiamo che senso dare al nostro futuro e alle fatiche, perlopiù immateriali, del nostro tempo (la noia, la confusione, la solitudine.)

La riscoperta del duplice debito ci può dare un senso ed una bussola. Questo mi sembra il messaggio unitario dell’intera opera di Nino Chiovini. Superando le delusioni e “valutando serenamente il mondo odierno”.

* * *

Quando Peppo chiese di poter aggregare Wladimir[xlvii] alla propria volante, Arca gli rispose “Non sa due parole di italiano, poi non lo conosci e non sai se vale”. Nonostante le vicissitudini già trascorse, il suo viso diciannovenne era “ridente come un cespo di primule”, pronto a vivere con entusiasmo e un po’ di incoscienza quei mesi dal luglio all’ottobre del ’44, ignaro delle delusioni che il rientro in patria gli avrebbe procurato.

Ogni anno, immancabilmente in occasione dell’8 maggio, Wladimir mi scrive esaltando la remota vittoria sul fascismo: un modo per sopravvivere alle delusioni. Regolarmente gli rispondo offrendogli banali notizie personali. Per pudore, per pigrizia mentale persino, per timore di essere frainteso in particolare.

Non perché sia troppo tardi e impossibile per la nostra generazione saper serenamente valutare il mondo odierno, sapendolo fare in relazione alle esperienze passate – quelle negative (che sono le più) soprattutto –  a cominciare dalla lontana lotta di liberazione, per concludere con i rapporti persona-persona e persone-natura, in cui s’annidano vecchi e nuovi fascismi.

E trarne le logiche conseguenze.[xlviii]

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Note

[i] La denominazione richiama la vetta dove il 17 giugno 1944 si svolse uno dei combattimenti più sanguinosi del rastrellamento della Valgrande e dove caddero numerosi partigiani tra cui i due comandanti Gaetano Garzoli e Mario Flaim. Gli originali del settimanale sono stati consultati presso l’archivio della Casa della Resistenza di Fondotoce e la Biblioteca Civica Ceretti di Verbania.

[ii]si addiviene … alla abrogazione della differenziazione di colore di tutte le formazioni … e alla costituzione della 1a Divisione Ossola ‘Mario Flaim’, al comando di ‘Arca’, con Commissario di guerra Mario (Muneghina).” in G. Biancardi (a cura), Diario storico 1a Divisione Ossola ‘Mario Flaim’, Comune di Verbania, 1995, p. 20.

[iii] Con Giuseppe Perozzi (Marco) è stato, sin dalla sua costituzione, a fianco di Arca nella direzione della Cesare Battisti. Plazzotta nel dopoguerra si affermerà come scultore.

[iv] Lettera dell’8 novembre ’45: “Io non credo che si educhi il popolo verbanese con … pezzi … che si ritrovano facilmente su qualsiasi giornaletto di provincia o di periferia cittadina. … Sarò un sognatore sterile forse, ma, credimi, come sarebbe bello un Monte Marona un po’ più bersaglieresco! … un giornale che scotti in mano, dove ci si butta dentro articoli incandescenti, scritti dopo una chiavata (o durante) o in barca, o anche in redazione, se si riesce a dimenticare che è tale. … Ma fatene magari due di pagine di cronaca, quella che interessa la popolazione locale … Ma le altre due pagine che siano dense … di Voi, del Vostro spirito, della vostra polemica (quella MORALE). Diventate un po’ predicatori e non conferenzieri!”.  E. Plazzotta ‘Selva’, Da Pinerolo al Verbano, Alberti, Verbania 1995, p. 81.

[v] Ivi, p. 85.

[vi]Una novità al prossimo numero!

Al titolo ‘Monte Marona’ sarà aggiunto il titolo ‘Il Progresso’ del Verbano – Cusio – Ossola.

Perché?Un giorno del Giugno 1944, una trentina di partigiani, al comando di Mario Flaim, combatté sul Monte Marona. Combatté per dar modo al grosso della formazione di potersi ritirare. Spararono sino alla fine e nessuno di loro tornò da quel combattimento a raccontare come era andata. Quegli uomini diedero un esempio di sacrificio e di altruismo: di onestà. E ‘Monte Marona’, ora, per noi significa onestà. Quei Caduti, tutti i ‘nostri Caduti’ hanno combattuto e sono morti per la libertà, per la giustizia, per un migliore ordine morale, sociale, economico, e ciò significa combattere e morire per il progresso dell’umanità e per l’onestà del mondo. Progresso e onestà sono senso della vita. Per questo uniamo le due parole: Monte Marona e Progresso”.

[vii] Cfr. G. Biancardi – G. Margarini, Armando Calzavara ‘Arca’, Alberti, Verbania 2001, pp. 10 –13.

[viii] Io di politica non me ne voglio interessare sul n. 7 e … e tu a che partito sei iscritto? sul n. 9.

[ix] Vola sul n. 12 del 21 giugno.

[x] I brani non compaiono nella successiva pubblicazione di Fuori Legge ??? ma ne facevano a tutta evidenza parte. Li ho pertanto inseriti nella trascrizione del diario, differenziandoli graficamente.

[xi] Vola cit.; Gino (Luigi Leschiera) e Cesco (Gastone Lubatti) con Vola sono caduti a Trarego il 25.02.45; Lanzi (Luigi Trelanzi) e Victor (Selepukin) a Colle il 23.07.1944; sono sepolti fianco a fianco nel cimitero di S. Maurizio di Ghiffa.

[xii] “Fuori Legge”. Diario di un partigiano del Verbano (da Monte Marona), in Resistenza unita n. 6, giugno 1989, Novara, inserto “Verbano 1944 – 1989”.

[xiii] Impressioni e ricordi. Da Cannobio a Domodossola in Resistenza Unita n. 10, ottobre 1990, Novara.

[xiv] “A Finero – assurto a centro di retrovia – l’incarico avuto fu quello di costituire un plotone esploratori da impiegare nella zona di Ghiffa e Verbania”. Ibidem

[xv] “Da alcuni mesi Wladimir stava con me. I suoi arti erano coperti di piaghe, effetto di una piodermite contratta in miniera. Ingenuo, scansafatiche, d’incrollabile fede staliniana, temerario, si era assunto il compito non richiesto di mia guardia del corpo”. Ibidem

[xvi] Chiovini ne avrà notizia solo 12 anni dopo: “al suo rientro in patria fu inviato in campo di concentramento, più tardi processato per essersi lasciato catturare dal nemico, inviato in campo di lavoro, infine costretto a farsi altri tra anni di Armata rossa. Non gli era servito neppure il certificato rilasciato da Arca su carta intestata della brigata ch’egli, dopo essere evaso dalla prigionia, aveva combattuto con efficacia nelle nostre file.” Ibibem.

[xvii] Giudizio, che pur se su aspetti limitati, esprimerà nel 1974 in una lettera: Nino Chiovini sulle trattative e sulla liberazione dell’Ossola, Resistenza Unita n. 3, marzo 1974, Novara.

[xviii] 25 Febbraio. Volante ‘Cucciolo’ a Trarego. Abbiamo riprodotto il testo, che ci sembra idealmente completare il diario, come appendice a Fuori Legge ???

[xix] Verbanus n. 18, Verbania 1997, p. 354.

[xx] Dalla quattordicesima puntata (Monte Marona n. 28 del 5 gennaio 1946) i tre punti interrogativi si riducono ad uno solo, forse a seguito di una critica di Selva: “Quei tre ??? che cazzo significano dietro il titolo delle puntate di Peppo? E sono anche brutti tra l’altro. Già, io, il solito esteta fissato!” (Da Pinerolo ecc. cit., p. 82). Mi è sembrato più aderente allo spirito originario mantenere, nella trascrizione e ripubblicazione del diario, i tre, magari brutti, ma certo più espliciti punti interrogativi.

[xxi] Giuseppe Perozzi: cfr. nota 3.

[xxii] Piero Tamburini

[xxiii] Alfredo Labadini; cfr. nota biografica di Chiovini.

[xxiv] Giuseppe Bosco; un suo profilo in E. Trincheri “Marco”, Partigiani raccontano. Liberazione della Valle Cannobina, Cannobio, Cannero e Oggebbio, Verbania 2000, pp. 63-64.

[xxv] Gastone Lubatti; cfr. nota 11.

[xxvi] Ad esempio l’ira di quando viene a sapere che suo padre è stato arrestato e tradotto a S. Vittore “perché due figli di mio padre sono partigiani”. L’altro figlio partigiano è Antonietta (Diciassette) citata nel diario quando, il 20 giugno, nel corso del rastrellamento, accompagna delle reclute.

[xxvii] Il riferimento è al bellissimo film del filosofo regista Terrence Malik (USA, 1998). Se nel romanzo di J. Jones, richiamando un verso di Kipling, la sottile linea rossa era quella “tra la lucidità e la follia”, in Malik assume dimensioni universali, tra la vita e la morte, tra la vitalità della natura e le forze distruttrici, in sostanza fra il bene e il male; tale linea passa dentro ciascuno di noi che, specie in situazioni di guerra, rischiamo di perderne il confine.

[xxviii] Alla sua notorietà, oltre la sua attività di ricercatore e scrittore (cfr. sotto), ha senz’altro contribuito anche il Sentiero Chiovini, il lungo e impegnativo trekking della memoria che, dalla Svizzera a Fondotoce, ripercorre la tragedia della Valgrande e che nel 2006 è giunto alla sua ottava edizione.

[xxix] Nino Chiovini. Il tempo, lo spazio e la memoria, Verbania, 14 febbraio 2004.

[xxx] Cfr. nota biografica.

[xxxi] “marzo 19441. Arriva, inviato da Comitato di Agitazione di Varese, il maggiore Biancardi. Costui è un uomo paurosissimo che non ci faceva concludere nulla di buono e quindi noi vedemmo volentieri quel giorno che se ne andò senza fare ritorno. Era allora comandante ‘Peppo’ (Chiovini Giovanni) che non volendo restare in alto, pensò bene di fuggire di notte con altri due uomini per formare una volante che, alloggiata in tenda, si spostasse velocemente facendo azioni tempestive, restando sempre però agli ordini della banda”. Diario storico cit., p. 146. Cfr. anche nota biografica.

[xxxii] La cosa era del tutto naturale, sia nei piccoli centri che nelle città, per un giovane nato agli inizi degli anni ’20. Cfr. ad esempio i primi capitoli della bella autobiografia di Rossana Rossanda (La ragazza del secolo scorso, Einaudi, Torino 2005).

[xxxiii] I giorni della semina, 5a ed., Verbania 2005, p. 80.

[xxxiv] Mario Flaim: sulle montagne del Verbano un testimone della fede e della libertà in Il Verbano, 9.06.1984. Nei passi precedenti vengono presentati il Tenente Rolando (Gaetano Garzoli), nato nel 1915 ad Arizzano, nell’entroterra di Verbania, e, soprattutto, Mario Flaim, originario di Rovereto, figura di cattolico ispirato e intransigente in cui “alligna un cocente desiderio di espiazione”.

[xxxv] Cfr. l’inizio della puntata n. 28.

[xxxvi]Sono da addebitare a Galli il suo atteggiamento inadeguato e talvolta vessatorio nei riguardi della popolazione di Miazzina e di altri villaggi” e “A meno di un anno dalla liberazione, in occasione delle prime elezioni amministrative … a Miazzina il 34% degli elettori non vota, non ne sente l’esigenza … a Miazzina. Tre mesi più tardi, in occasione … del referendum istituzionale del 1946 … a Miazzina vince la monarchia con il 52%.” in Il Verbano tra fascismo antifascismo e resistenza, Verbania, 1983, pp. 16 e 18-19. Sulla figura di Galli (Mario di Lella), cfr. anche I giorni della semina cit., p. 115.

[xxxvii]Cfr. Val Grande partigiana e dintorni. 4 storie di protagonisti, Verbania 1980, pp. 50 – 73 e Ricordo di Dionigi Superti. Un partigiano vero e saggio in Resistenza Unita n. 3, marzo 1988, Novara.

[xxxviii] Cfr. Classe IIIa B. Cleonice Tomassetti. Vita e morte, Verbania 1981.

[xxxix]Prendiamo atto, a seguito delle testimonianze riportate, che Nice non era un’insegnante, che non attendeva un figlio, che non era una staffetta partigiana. Aveva frequentato soltanto le classi elementari di una scuola di paese; in quel momento non c’era nessun uomo nella sua vita; soltanto a una settimana prima della sua morte risaliva il suo ingresso nella resistenza militante. È bene fare giustizia delle inesattezza a suo tempo dette e scritte su di lei; nella sua vera identità, Nice diventa più comprensibile, persino più apprezzabile”, ivi p. 57. L’immagine stereotipata era stata riportata, in buona fede, in P. Secchia – C. moscatelli, Il monte Rosa è sceso a Milano, Einaudi, Milano 1958, p. 253.

[xl] Su quest’aspetto segnalo l’importante contributo di Antonio Biganzoli (Chiovini – La ricerca) al Convegno citato (cfr. nota 29) che da un lato sottolinea il rigore di un metodo che percorre precise fasi di indagine e di documentazione e dall’altro una modalità di scrittura che ne fa “uno scrittore-saggista di qualità” per il suo “modo di intercalare la narrazione: citazioni da fonti storiche, tabelle di dati demografici o di carattere economico, glossari di termini dialettali, così da fare delle sue opere una ragionata miscela di narrativa e di saggistica ed imporre così al testo il distacco della trattazione storica, ma, contemporaneamente, il ‘pathos’ della partecipazione umana”. Non condivido però la tesi di Biganzoli secondo cui per Chiovini la Resistenza costituirebbe solo “un episodio” della storia complessiva, ben più importante, del territorio.

[xli] Val Grande partigiana ecc., cit., pp. 9 – 29.

[xlii] Ivi, p. 20.

[xliii] Cfr. la Bibliografia provvisoria degli scritti.

[xliv] Cfr. I giorni della semina cit., pp. 19 – 21.

[xlv] Mal di Valgrande, Vangelista, Milano 1991, pp. 8 – 9.

[xlvi] A piedi nudi. Una storia di Vallintrasca, Vangelista, Milano 1988, p. 186.

[xlvii] Cfr. note 15 e 16.

[xlviii] Impressioni e ricordi. Da Cannobio a Domodossola, cit.

 

 

 

 

Le divagazioni letterarie di Rino Romano

Ha avuto il privilegio di leggere “Divagazioni poetico-forestali” [1], l’ultima opera pubblicata dall’amico Rino Romano, prima della sua presentazione pubblica a Villa Giulia in occasione dell’ultima edizione di Editoria e Giardini e riporto qui alcune delle note che mi sono preparato per la sua più recente presentazione alla Fabbrica di Carta di Villadossola.

Il titolo e il sottotitolo (Piccola antologia ragionata di poesia vegetale) sono espliciti in merito al tema (il mondo vegetale) e alla modalità: il genere letterario di una antologia poetica, appunto. Ma il quesito che mi son posto è: che rapporti vi sono, quali fili uniscono, questa ultima pubblicazione con le due precedenti? A prima vista nulla, parrebbe.

 

Il passaggio, edito nel 2011 da Sedizioni, era costituito da 19 “racconti siciliani”, incentrati sulla figura di don Nenè, disposti in una successione non cronologica ma “ad incastro” dando vita ad un insieme di relazioni familiari inserite in un contesto locale ben definito caratterizzato non solo dal tradizionalismo (l’innovazione meccanica nel tessuto agricolo) e non solo e non più di tanto mafioso; contesto richiamato linguisticamente da una parlata regionale significativamente italianizzata dove il richiamo indiretto al dialetto era più che altro presente in alcuni passaggi di discorso diretto.

L’opera successiva (La ruota, Sedizioni, Verbania 2013) si presentava come un romanzo incentrato su di una sorta di saga familiare a ritroso, alla ricerca di un segreto per generazioni celato. Si intuiva di essere ancora in Sicilia ma sia la vicenda che la lingua non presentavano più espliciti riferimenti regionali: vi dominavano conflitti generazionali e sociali, passioni forti e riflessioni sulla vita e sulla morte assolutamente universali.

Proprio la esplicita differenza sia di genere che tematica mi ha incuriosito: ci sarà un filo comune fra le tre opere, temi e assonanze al di là delle differenze tematiche e di genere letterario?

Mi sono preso allora un piacere: quello della rilettura. Piacere che raramente mi concedo, soprattutto a non lunga distanza dalla prima, per ovvi motivi: il tempo a disposizione per tutto quello che si desidererebbe leggere è assolutamente troppo limitato.

Una rilettura non per dar vita ad ulteriori presentazioni; entrambe le opere hanno già avuto illustri recensioni reperibili online: quella di Pier Angelo Garella (Il passaggio) [2] e di Claudio Zanotti (La Ruota). Una rilettura invece per ricostruire, con il senno del poi, anticipazioni non evidenti.

Mi sembra di averne colte almeno tre: la poesia, la natura e l’eros.

Il tema della poesia è richiamato in modo esplicito dall’ultimo dei racconti de Il passaggio [3]. Angelina, la moglie di don Nenè sta facendo ripetere al piccolo figliolo Giuseppe una poetica ninna nanna che il nonno aveva scritto per i nipoti. La sorella maggiore Rosa, ginnasiale, sta ripassando, in vista dell’interrogazione, San Martino di Carducci e le si ravviva un ricordo.

“Cinque anni prima, il nonno materno, il maestro Di Maria, le aveva impartito alcune lezioni private per aiutarla ad affrontare gli esami di ammissione al ginnasio. Avevano, tra le altre, studiato proprio quella poesia e il Nonno gliel’aveva spiegata in un certo modo.

Praticamente le aveva fatto vedere che il terzo verso della prima strofa si può leggere in maniera completamente diverse da come fanno tutti, in tutte le scuole d’Italia.

“Tu immagina…” le aveva detto il vecchio maestro, tutto concentrato “tu immagina un panorama. Chiudi gli occhi e guardalo, come un quadro.” e lei aveva chiuso li occhi “Adesso seguimi: in alto ci sono delle colline e poi una nebbiolina autunnale che sale e lentamente le copre… le cime irte, appuntite, restano visibili;” quindi recitò

La nebbia agl’irti colli piovigginando sale.

Face una breve pause e poi continuò “Ora guarda in basso: sotto… sotto, lì c’è il mare che spumeggia sbattendo sugli scogli, e il rumore… il rumore del vento, il maestrale che urla: uuuhhh… uuuhhh!”.

E qui riprese a recitare:

E sotto…” face un’altra pausa, cambiò tono e aggiunse:

il maestrale urla e biancheggia il mar”.

Rosa aprì gli occhi.

“L’hai visto?” aveva chiesto il nonno “L’hai visto il sopra e il sotto?”

“Sì, sì, li ho visti” aveva risposto lei.

“E l’hai sentito il maestrale che urla?”

“Si, l’ho sentito!” disse ancora, tutta eccitata.

“Bene!” aveva esclamato il maestro “Però la virgola non c’è e allora noi dobbiamo leggere:

e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar.

e non

e sotto…, il maestrale urla e biancheggia il mar.

Hai capito?”.

“Si!” aveva risposto lei “Carducci non ci ha messo la virgola e il senso cambia tutto.”

“Brava! Quindi tu leggila sempre senza la virgola, anche se… anche se in quell’altro modo è pure bella! Vero?” [pp. 188-189]

Il racconto prosegue con la disavventura di Rosa che ripropone a scuola la variante di lettura a suo tempo appresa dal nonno e il conflitto con l’insegnante che non ammette una possibile interpretazione alternativa a quella canonica. Sarà don Nenè, con la complicità del preside, suo amico, a ripianare con arguzia la situazione.

Dice Romano nell’introduzione delle sue divagazioni poetiche:

 “… le poesie dovrebbero essere (o sono?) come le canzoni, le hanno addirittura precedute, e come le canzoni anch’esse dovrebbero vivere (vivono?) nel riascolto, nella rilettura e nella musicalità della recitazione, nonché nella riscoperta di sempre più profondi significati e nel rinnovo di piacevoli emozioni.”

Oralità della poesia incentrata sulla lettura ad alta voce e nell’ascolto. E ogni sua recitazione ne è in qualche modo una interpretazione [4]. Ed oltre al tema della lettura interpretativa ritroveremo naturalmente anche Giosuè Carducci, non quello di San Martino ma di altre poesie note e meno note laddove la sua aspirazione “a restarmene in un lungo e solitario tu per tu con la divina ed eterna e placida natura” risuona più esplicitamente [5].

Nel romanzo direi che la poesia – nel caso specifico il De rerum natura di Lucrezio – costituisca la struttura portante della stessa narrazione. Il poema lucreziano, al di là dell’aspetto scientifico filosofico e didascalico, esprime i sentimenti forti, la passionalità direi, dell’autore tra le due polarità di Eros e Thanatos; il giovane Vittorio sembra rappresentarne una versione moderna che proprio nei versi del poeta romano trova l’ispirazione che innerva la sua tragica vicenda tra l’Alma Venus (Venere, la dea dell’amore) da un lato e il Leto sopitus (l’addormentarsi nella dolce morte del suicida) dall’altro. E saranno proprio i versi del poeta, indicati nella loro numerazione e custoditi in busta chiusa, a costituire la chiave interpretativa dell’intera vicenda.

Si può inoltre sottolineare come la struttura de La ruota sia costruita con una sorta di gioco poetico: ogni capitolo è titolato da una data con frequenti salti cronologici e il collegamento tematico è evidenziato dalla ripetizione più o meno testuale dell’explicit di un capitolo nell’incipit di quello successivo.

“Vittorio… ma tu che cerchi?” (finale del primo capitolo)

“Vittorio… ma che stai cercando? (inizio del successivo)

E così analogamente nei successivi capitoli.

L’eros. Direi che in questo caso più che di analogie mi sembra opportuno parlare di successione e sviluppo. Nei racconti della prima opera direi che l’eros rappresentato è soprattutto maschile, anzi “maschio”. Non a caso una delle parole più ricorrenti nell’interloquire è “minchia!”. Anche se al riferimento esplicito alla sessualità maschile è subentrata la consuetudine di una espressione tipica di meraviglia e stupore, l’espressione esprime comunque un sottofondo culturale dove la sessualità è espressa dalla potenza e virulenza maschile. Non a caso l’espressione non la ritroviamo mai quando a parlare sono le “femmine” dei racconti.

Potenza maschile che diventa centrale – in questo caso per absentiam – nel penultimo racconto (La diagnosi). La confessione rammaricata della zia Nunzia in punto di morte alla nipote Angelina (“Angeli’, io… io me ne vado… io me ne vado come mi sono sposata!) accende l’interesse di don Nenè sulla possibile impotenza sessuale del coniuge di Nunzia, lo zio Carlo. E sottopone il fratello medico a stringente interrogatorio su tutte le forme possibili di impotenza. Quando sopraggiungerà anche il decesso dello zio Carlo, al momento della vestizione del cadavere, don Nenè insisterà per cambiargli anche le mutande trovando conferma ai suoi sospetti.

“Lo sapevo… minchia lo sapevo! Esclamò compiaciuto.

“Criptorchidismo bilaterale e… e micropene!”

Era eccitatissimo. Gli altri due accanto lo guardavano, allibiti due volte: per quello che vedevano sul morto prima, e per il comportamento del cognato poi!

“Ma sei diventato medico?” chiosò Salvatore.

“Lo sapevo! Era impotente, lo zio Carlo era impotente! Impotenza strumentale e congenita!”

“Minchia! Insiste a fare diagnosi!” disse il minore al fratello che aveva parlato prima.

“A me le cose una volta… una volta sola me le devono spiegare!” aggiunse don Nenè, rivolgendosi ai cognati, ormai esaltato per la scoperta. Ma sarebbe meglio chiamarla conferma.  [pp. 182-183]

 

Nel romanzo invece, come già sottolineato da Zanotti, centrali sono le figure femminili (Assunta, la giovane serva amata segretamente da Vittorio; la madre adottiva Carmelina, donna Chiara e suor Adelaide).

Il tema è quello della fertilità e di come questa possa sconvolgere gli equilibri quando questa si realizza al di fuori dei canoni familiari e sociali prestabiliti.

Aveva dodici anni suor Adelaide, e vide quello che a dodici anni nessuno dovrebbe vedere. Vide la sorella sedicenne, la sua adorata sorellina, coricata sul letto, circondata da tre o quattro donne. Qualcuno la carezzava e la confortava:

“È per il tuo bene, per il tuo bene figlia mia. Stai calma… stai calma!” diceva una voce “Presto… presto… fate presto, qua… l’acqua… l’acqua…” diceva un’altra voce; e poi vide nettamente la bacinella con il sangue e tutto il resto, posata per terra, proprio vicino alla porta dietro la quale lei stava nascosta.

Nell’antologia poetica dedicata al mondo vegetale il maschile e il femminile, l’eros come vitalità e come fertilità si fondono. Il mondo arboreo, come è noto, è prevalentemente ermafrodita e questa condizione aveva colpito il mondo antico a partire dal mito stesso di Ermafrodito, il figlio di Ermes ed Afrodite che per la sua bellezza fece innamorare la ninfa Salmace la quale, respinta, ottenne dagli dei di potersi per sempre fondersi con l’amato mentre questo si era immerso nelle acque di un lago. Oppure nel Simposio di Platone dove l’eros primigenio è a rappresentato da Aristofane con l’originaria unione dei due sessi in un solo genere:

“ … mi sembra che gli uomini non si rendano assolutamente conto della potenza dell’Eros. …innanzitutto bisogna che conosciate la natura della specie umana e quali prove essa ha dovuto attraversare. Nei tempi andati, infatti, la nostra natura non era quella che è oggi, ma molto differente. Allora c’erano tra gli uomini tre generi, e non due come adesso, il maschio e la femmina. Ne esisteva un terzo, che aveva entrambi i caratteri degli altri. Il nome si è conservato sino a noi, ma il genere, quello è scomparso. Era l’ermafrodito, un essere che per la forma e il nome aveva caratteristiche sia del maschio che della femmina.” [Simposio, XIV, 189]

Sarà Ovidio a riprendere il mito di Ermafrodito e numerosi altri miti dove eros umano e vegetale si fondono e trasformano. Lascio la parola a Romano:

“Il legame tra specie umana e specie vegetale raggiungerà … la sua massima espressione con le Metamorfosi di Ovidio.

È infatti il grande poeta di Sulmona che con la sfrenata fantasia, immagina la storia del mondo come un susseguirsi di continue trasformazioni, dal caos iniziale in avanti.

Innumerevoli sono le storie nelle quali i protagonisti si trasformano in vegetali e saranno proprio queste metamorfosi a teorizzare la perfetta simbiosi tra uomini e piante.

Nella maggior parte dei casi questi passaggi servono per aiutare lo sfortunato protagonista a sfuggire a una sventura o per evitargli un male peggiore. L’essere vegetale assume così una connotazione di bellezza e di forza tale da dimostrarsi appartenente a una condizione superiore a quella umana.” [p. 27]

Troveremo allora, nell’antologia, Dafne trasformata in alloro, Filemone e Bauci in quercia e tiglio, le Eliadi sorelle di Fetonte in pioppi e le loro lacrime in gocce d’ambra; e soprattutto la “storia maledetta e struggente a un tempo” di Mirra che per espiare l’amore incestuoso sarà trasformata nell’omonima pianta e che, in questa condizione vegetale, darà vita al bellissimo Adone. Il tema della simbiosi fra uomo e mondo vegetale si esplicherà poi, non più in termini mitici ma simbolici, nella poesia moderna; prima fra tutte La pioggia nel pineto di D’Annunzio:

E immersi / noi siamo nello spirto / silvestre, / d’arborea vita viventi; … [pp. 59-64]

 

Una vetrina con le opere di Rino Romano

La natura. Questo tema nei racconti siciliani non è particolarmente presente. L’ambientazione dei racconti è prevalentemente urbana (l’officina, le strade del paese, gli interni, il circolo). Solo in alcuni racconti la natura emerge come paesaggio. Ad esempio nel racconto che dà il titolo al libro (Il passaggio) con il “colpo d’acqua” iniziale da giorni preannunciato dalle nuvole che “minacciose passavano sui tetti del paese per scaricarsi lontano: sui vigneti ormai gonfi di vino della piana del golfo o sulle alture circostanti”; oppure, in seguito, con il brullo luogo dell’appuntamento sulla strada per Montelepre:

… il grande pino … unica macchia verde in un paesaggio giallo e inaridito fatto di erbacce rinsecchite e stoppie di grano che si perdevano in lontananza, per un lungo tratto intorno. Qua e là, nella campagna abbandonata, si alzava qualche ulivo contorto dal tempo e dalla fatica di crescere, o qualche mandorlo rinsecchito con poche foglie e nessun frutto. [pp. 29-30]

Oppure nel racconto Totò e Sasà durante il percorso in auto “verso Grisì e Camporeale” attraverso una campagna, in questo caso, fertile e coltivata.

Era una deliziosa mattina di fine agosto e la luce ancora tenue del cielo si riverberava timidamente tutt’intorno, tra i declivi della campagna ora ingiallita dalle stoppie nei seminativi già mietuti, ora gonfia di vino e di olio nei vigneti e negli uliveti prossimi al raccolto. Di rado si incontrava qualche giardino di limoni o di aranci. Qui era inconfondibile la presenza di un pozzo o una sorgiva, contrassegnati spesso da una palma svettante verso il cielo, residuo della cultura araba. Qua e là, quando si risaliva qualche leggero pendio, appariva il mare, chiuso nel suo golfo, e l’orizzonte si stendeva lungo, limpido e baluginante, da Terrasini, fin laggiù, al faro di San Vito, che ancora si vedeva brillare a intermittenza. [p. 113]

 

Nel romanzo eros e natura si fondono, complice la lettura di Lucrezio (la divina Venere che dona il piacere agli uomini e rende fertile la natura); non più semplice ambiente circostante, paesaggio che scorre al di là del finestrino, ma riflesso esterno di una pulsione e trasformazione interiore.

II giovane rimase incantato dalla forza dei versi.

Alzò gli occhi dal libro e tornò a osservare la campagna dal finestrino.

La natura gli apparve trasformata.

Sotto i sui occhi tutto cominciava a illuminarsi di una nuova luce, come se le parole di Lucrezio avessero acceso e risvegliato il paesaggio. Cercò qualche uccello in volo, scrutò gli alberi contorti dal tempo e piegati dal vento, tornò a cercare pecore e mucche al pascolo, si soffermò ad ammirare il mare che cominciava a colorarsi dell’oro del tramonto, là, lontano, coricato sull’orizzonte, e si sentì prendere da un sentimento strano, mai provato prima, come se dentro gli crescesse una trasformazione… sì… una metamorfosi, e si ricordò che l’aveva incontrata da poco questa parola, in greco.

Per un attimo gli sembrò di uscire da sé stesso e provò una strana sensazione, quasi un brivido, che Io fece sentire come in sintonia con tutto quello che vedeva, come se tutta quella natura attorno a lui, che gli fuggiva via tra le vibrazioni del vagone e il fragore della locomotiva, Io avvolgesse interamente in uno strano abbraccio sensuale. [pp. 80-81]

Nell’antologia poetica la natura silvestre è ovviamente il tema centrale che viene ripercorso cronologicamente dalla successione dei poeti nell’alternarsi di culture e sensibilità diverse. Ora giardino da custodire e coltivare, immagine arcadica di simbiosi fra uomo e natura; una natura umanizzata e divinizzata dove pastori, poeti, ninfe e divinità si incontrano, riflesso e memoria del perduto Eden. Ora luogo oscuro, di tenebra e perdizione sede del diabolico e ritrovo delle streghe. L’immagine classica del locus amoenus e quella medievale del loccus horridus si alternano e troveranno sintesi nel sommo poeta.

È Dante Alighieri che interpreta ambedue i modelli che la tradizione religiosa ha coltivato: da un lato la selva come luogo di perdizione, per cui costruisce la più famosa metafora che sulle foreste sia mai stata elaborata, cantando che. . .

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

ché la diritta via era smarrita.

 Ah quanto a dire qual era è cosa dura

esta selva selvaggia ed aspra e forte

che nel pensier rinnova la paura. (Divina Commedia, Inferno, vv 1-6)

Dall’altro lato c’è “la divina foresta“, salvifica e sacralizzata sull’esempio del Paradiso terrestre, che Dante trova sulla cima del Purgatorio. … …

L’immagine poetica Della “selva antica ” (antica perché frutto della prima creazione) che Dante costruisce, piena di profumi soavi, di canti melodiosi, attraversata altresì da un “rio” ricco di acque limpide, puro nettare divino, è una rappresentazione che fa già parte della tradizione e il poeta fiorentino ne è ben consapevole perché sa che …

Quelli ch’anticamente poetaro

l’età dell’oro e suo stato felice,

forse en Parnaso esto loco sognaro.

 Qui fu innocente l’umana radice:

qui primavera sempre ed ogni frutto;

nettare è questo di che ciascun dice. (Ibidem, vv 139-144)

[pp. 38-39]

La struttura complessiva del libro è anticipata dalla copertina con l’immagine di un albero: dalle radici della preistoria con la nascita del linguaggio presumibilmente onomatopeico e poetico, al corposo tronco dei poeti greci, via via sino ai “dolci frutti” della contemporaneità. Può sconcertare che l’immagine scelta raffiguri non un albero rigoglioso nel pieno della sua chioma e magari dei suoi frutti, ma una pianta brulla tipica di un paesaggio tardo autunnale. La scelta, non casuale, vuol mettere in evidenza l’ultima foglia nel momento stesso in cui si stacca. Dirà infatti Romano nella Conclusione dell’antologia:

Tra le tante suggestioni che si sono venute a formare, quella con cui ci piace concludere il breve percorso intrapreso è la metafora della foglia, questa fondamentale appendice vegetale, fragile e delicata, su cui spesso si è soffermata la fantasia dei poeti. [p. 67]

Fragilità della foglia come immagine della fragile condizione umana ripercorsa nelle poetiche di Omero (Quale delle foglie / tale è la stirpe degli umani), del meno noto Mimnermo (Come le foglie … per un tempo brevissimo godiamo), di Leopardi (… povera foglia frale / dove vai tu?) e naturalmente di Ungaretti.

Per concludere con una sorpresa, dove il curatore diventa autore dell’ultima poesia, titolata appunto Una foglia.

 —————————

[1] Evolvo Edizioni, Gravellona 2016.

[2] In rete è reperibile anche la recensione di uno studente siciliano.

[3] Titolato appunto La poesia.

[4] Potrei aggiungere, per le poesie tradotte da altra lingua, che ogni traduzione è anch’essa una interpretazione e una sua lettura … una interpretazione di una interpretazione. In sostanza il cuore della poesia non sta tanto nel testo scritto ma nella voce e/o nel pensiero che la fanno risuonare.

[5] Cfr. Divagazioni … cit., pp. 55 – 58.

I migranti e le nostre comunità

Nel precedente post sul libro–reportage Infiniti passi di Gianluca Grossi mi ero riproposto di riprendere la tematica dei profughi e, più in generale, dei migranti grazie ad alcuni stimoli e riflessioni nate da quella lettura. Che trasformazioni e che reazioni questi flussi di persone inducono nelle nostre comunità? Si parla spesso di un rapporto fra culture, della difficoltà e/o della necessità di un confronto fra la loro e la nostra cultura. Ebbene, questa impostazione mi pare fuorviate e fonte di equivoci come proverò a spiegare.

Il concetto di cultura

Il discorso sarebbe lungo; provo a sintetizzarlo con un diagramma che utilizzavo all’inizio del triennio di Scienze Umane e Sociali per “mappare” le discipline caratterizzanti dell’indirizzo e contrastare l’equivoco ricorrente della confusione fra queste e le discipline umanistiche [1].

Da una parte (quella a sinistra) abbiamo le strutture e gli aspetti collettivi (sociali), dall’altra quelli individuali; le frecce verdi indicano i processi di apprendimento (dalla società all’individuo), quelle arancioni le innovazioni (le trasformazioni prodotte dagli individui nel tessuto sociale, comunicativo e conoscitivo). Nell’anello esterno abbiamo da un lato la struttura sociale ed economica, dall’altro i comportamenti dei singoli soggetti, mentre nell’anello intermedio abbiamo da un lato i codici linguistici e semiotici, dall’altro i messaggi e le comunicazioni (verbali e non) effettive fra i soggetti. Nella parte più interna viene rappresentato il concetto tradizionale di cultura: i saperi depositati (consolidati) che vengono trasmessi ai singoli individui che in tal modo acquisiscono le loro conoscenze facendole proprie e rielaborandole. Ad ogni livello e nel loro complesso i processi di trasmissione e apprendimento da un lato e quelli innovativi dall’altro fanno sì che le culture si trasformino in modo più o meno rapido nelle diverse epoche sia per fattori endogeni (es. le innovazioni tecniche ed economiche) sia per i contatti e scambi con altre culture.

Il concetto di cultura nel senso esteso sopra indicato si contrappone a quello di natura e pertanto con “culturale” si indica ogni comportamento e aspetto umano non innato; tale concezione ha sostituito, nelle scienze sociali, quello tradizionale di cultura nel senso di “sapere” (indicato anche con “cultura alta” e contrapposto a “non-sapere” o “ignoranza”) ed è stato introdotto dall’antropologia. Ora questa disciplina ha avviato i propri studi con l’analisi di società semplici e statiche, perlopiù isolate – le cosiddette società primitive – un po’ perché all’interno di un parametro evoluzionista sono state concepite come “originarie”, sia perché più facili da sottoporre ad uno sguardo “altro” rispetto a società più complesse e dinamiche: una sorta di “esperimento da laboratorio” sul campo.

Ruth Benedict, l’antropologa statunitense che ha contribuito a delineare il concetto di cultura, il rapporto fra cultura e personalità e le differenze fra i diversi “modelli” culturali, così si esprimeva nel 1934:

Ciò che veramente unisce gli uomini è la cultura, il costume, le idee e le norme che hanno in comune. … Non possiamo scoprire attraverso l’introspezione né attraverso lo studio di una qualsiasi società quale comportamento sia “istintivo”, cioè determinato da fattori biologici. Per classificare “istintivo” un certo tipo di comportamento, non basta provare che è automatico. La reazione condizionata [dalla cultura] è tanto automatica quanto quella determinata da fattori organici, e le reazioni condizionate dalla civiltà in cui viviamo costituiscono la massima parte del nostro comportamento automatico. Perciò il materiale più illuminante … è rappresentato dai fatti riguardanti società che abbiano il minimo rapporto storico possibile con la nostra e fra loro. … le culture primitive sono oggi l’unica fonte a cui possiamo attingere: un laboratorio in cui possiamo studiare le varietà delle istituzioni umane. Molte regioni primitive, nel loro relativo isolamento, hanno avuto secoli di tempo per elaborare i temi culturali che han fatti propri. Ci mettono a portata di mano le informazioni necessarie circa le possibili varietà di istituzioni umane, ed esaminarle criticamente è essenziale alla comprensione dei processi culturali. È l’unico laboratorio che abbiamo … per lo studio delle forme sociali” [Modelli di cultura, Feltrinelli, Milano 1960, p. 21-22]

Con il concetto di cultura la Benedict intende contrapporsi alla concezione di eredità razziale (ivi, p. 20): non è la biologia ma la cultura a prevalere nel comportamento umano e l’eredità prevalente non è quella biologica ma quella culturale.

Ora, proprio per il fatto di applicare la nozione di cultura a gruppi statici ed isolati ha permesso di concepire “le culture” come insiemi organici e coerenti (i modelli di cultura) ben distinti l’uno dall’altro e ben delimitati (culturalmente e geograficamente) che predeterminano gran parte del comportamento di ogni specifico gruppo umano. Con questa impostazione le nozioni di cultura ed etnia tendono a sovrapporsi: gli elementi caratterizzanti di un gruppo etnico sono infatti generalmente individuati in: consanguineità, lingua, mitologia e religione, tradizioni, territorio, attività economiche e struttura socio-politica.

È quella che Jean-Loup Amselle definisce “ragione etnologica … che consiste nell’estrarre, filtrare e classificare al fine di individuare dei tipi sia in campo politico … sia in campo economico … sia in ambito religioso … sia infine in campo etnico o culturale. Tale prospettiva teorica … è uno dei fondamenti della dominazione europea sul resto del pianeta” [Logiche meticce. Antropologia dell’identità in Africa e altrove, Bollati Boringhieri, Torino 1999, p. 41-42]. “L’invenzione delle etnie è l’opera congiunta degli amministratori coloniali, degli etnologi di professione e di coloro che uniscono le due qualifiche. Essa prende fin dall’inizio la forma della «politica delle razze» così com’è praticata sia dai francesi che dagli inglesi” [Ivi, p. 56] sulla base del principio divide ut imperas. Alla ragione etnologica Amselle contrappone una “logica meticcia” ovvero un “approccio continuista” dove le culture di continuo si intrecciano e trasformano sulla base di un principio sincretico originario.

 

 Ora è bene ribadire che le “culture” non sono “cose”, realtà effettive e immutabili, ma categorie che tendono a “fissare” una realtà in continuo mutamento. Le persone non appartengono alle culture ma fanno propri elementi di cultura che poi rielaborano, intersecano, mescolano, sintetizzano e spesso innovano. L’isolamento di singole culture, quasi fossero rinserrate in un laboratorio (Benedict), se era una “astrazione metodologica” utile per porre i fondamenti di una teoria della cultura, non è estendibile al di fuori di quelle realtà (le società cosiddette “primitive”) e soprattutto oggi quando da tempo i processi di globalizzazione intersecano tutte le culture. Quello che Amselle chiama “meticciamento culturale” è un principio universale che da sempre opera e che si pone alla base – insieme ai cambiamenti tecnologici e alla creatività individuale e collettiva – di tutti i processi di innovazione.

Il razzismo culturalista

La reificazione (o se vogliamo la “materializzazione”) del concetto antropologico di cultura e la sua diffusione e sostituzione largamente invalsa a quello tradizionale di cultura (il “sapere”, le conoscenze consolidate) unitamente al suo scivolamento semantico che lo ha in gran parte sovrapposto a quello di etnia ha fatto sì che si siano diffuse teorie razziste non più su base biologica ma, appunto, sulla base di un concetto di cultura “materializzato”. Gli individui di una determinata cultura (gli “altri”) avrebbero necessariamente un determinato comportamento ed entrerebbero necessariamente in conflitto con le “realtà” culturali (la “nostra”) che si fondano su comportamenti antitetici.

Il primo a mettere in evidenza questa nuova e “aggiornata” forma di razzismo è stato, per quanto mi risulta, Pierre-André Taguieff

Il nuovo razzismo ideologico si è progressivamente riformulato come un culturalismo e un differenzialismo [2], entrambi radicali, aggirando così l’argomentazione antirazzista basata sul rifiuto del biologismo e dell’inegualitarismo, pensati come i due caratteri fondamentali del razzismo dottrinale, a cui si credeva ingenuamente dl poter opporre il relativismo culturale e il diritto alla differenza. Il principio della recente metamorfosi ideologica del razzismo consiste proprio nel fatto che l’argomento dell’ineguaglianza biologica tra le razze è state sostituito con quello dell’assolutizzazione della differenza fra le culture. Di conseguenza … l’antirazzismo classico, imperniato di culturalismo e di differenzialismo, non può più funzionare da dispositivo critico efficace, dal momento che le sue tesi e argomentazioni tendono a confondersi con quelle del neorazzismo, differenzialista e culturale. … Né i Gobineau né gli Hitler possono oggi essere trovati lì dove Ii si cerca, e i nuovi razzisti non assomigliano più a queste figure del passato.” [Il razzismo. Pregiudizi, teorie, comportamenti, Cortina, Milano 1999, p. 49-50]

Tema ripreso da altri studiosi, ad esempio da Tzvetan Todorov, l’intellettuale bulgaro-francese, da poco scomparso che aveva già affrontato il tema delle teorizzazioni razziste in Noi e gli altri (1989).  Così scrive nel 1996, esemplificando la concezione di Taguieff:

“Fra gli intellettuali nessuno si dichiara (per ora?) razzista. Però si sono fatte strada due forme di ragionamento, che permettono di sostenere alcune tesi razziste. La prima, che è stata analizzata bene da Pierre-André Taguieff, consiste nell’adottare un discorso che modifica la vecchia dottrina in multi punti essenziali, cosicché quelli che la praticano possono dichiarare: «Non son razzista». II discorso del vecchio razzista si fondava sulla differenza delle caratteristiche fisiche degli esseri umani. Quello che ne ha preso il posto oggi non riconosce apertamente altra differenza che quella delle caratteristiche culturali. …  Il vecchio razzista sosteneva la superiorità di alcune razze rispetto ad altre; oggi ci si accontenta di insistere sulla differenza insuperabile che le separa. Insomma fino a ieri si aspirava alla sottomissione delle altre razze (alla loro eliminazione nel caso estremo dl Hitler); oggi si auspica il loro allontanamento da noi, il loro ritorno nei paesi d’origine.” [L’uomo spaesato. I percorsi dell’appartenenza, Donzelli, Roma 1977, p. 90-91]

 

 

Il tema è ripreso ed approfondito in un bel libro di Marco Aime:

“…il razzismo classico, quello biologico, appare oggi improponibile anche da parte degli eredi politici di certe ideologie che hanno caratterizzato il secolo scorso.

Pierre-André Taguieff si pone il problema di dare una definizione del razzismo che appaia sufficientemente solida a reggere le sfide del presente. Si tratta di analizzare quelle forme analoghe di esclusione che non si presentano più come razzismi puri, ma sotto le vesti dei nazionalismi, delle rivendicazioni etniche o degli integralismi religiosi. Spostandosi da un piano biologico a uno simbolico, il novo razzismo ideologico si è riformulato su basi diverse: si è trasformato in un’enfatizzazione radicale delle caratteristiche culturali. In questo modo diventa più facile, per i sostenitori di tali istanze, aggirare le accuse di razzismo e proporsi, al contrario, come paladini difensori delle specificità culturali che vengono così a prendere il posto delle vecchie, presunte, diversità biologiche. … il razzismo classico, biologico, dava vita a categorie basate principalmente sui tratti somatici degli individuai e destinate a creare una gerarchia tra i diversi gruppi umani. Il razzismo culturale elabora categorie analoghe – gerarchiche e finalizzate anch’esse alla distinzione e all’esclusione – ma fondate sui tratti culturali. Entrambi finiscono per diventare spinte alla differenziazione, che pretendono di spiegare se non addirittura di prevedere le attitudini, le disposizioni e gli atteggiamenti delle persone o dei gruppi.” (Eccessi di culture, Einaudi, Torino 2004, p. 91-93).

 

Un confronto fra culture?

Lo scopo di questo post non è tanto quello di denunciare vecchi e nuovi razzismi; su questo è stato scritto molto e basterebbe rimandare agli autori dei testi che ho prima sinteticamente citato. Il tema, suggeritomi dal libro di Gianluca Grossi, è quello del rapporto “nostro” (di noi residenti) con i migranti che vengono a far parte delle nostre collettività; non dal punto di vista dell’emergenza né da quello giuridico, ma appunto da quello culturale, del confronto reciproco e pertanto sociale ed educativo. Mi pare infatti che, spesso proprio da parte di chi si pone in termini di apertura nei confronti delle trasformazioni in atto, vi sia un’ottica che per certi versi riprende inconsapevolmente temi e concezioni propri delle nuove forme di razzismo culturale individuate da Taguieff, e riprese da Todorov e Aime.

Le culture, dicevamo, non sono “oggetti” ma processi in continua trasformazione. A maggior ragione la cultura (direi le culture) dei migranti; possiamo affermare che la cultura migrante, per definizione, è appunto una cultura in trasformazione o, per riprendere Amselle, una “cultura meticcia”. I migranti, ci ha ben raccontato Grossi nel suo libro, hanno compiuto un atto di rottura nei confronti della realtà originaria di appartenenza, un atto di coraggio e sono portatori di una “forza” a suo modo rivoluzionaria, trasformativa, di una volontà di “rimettersi in gioco” dentro un contesto differente. E questo mi pare valere sia per coloro (profughi e “richiedenti asilo”) che abbandonano uno scenario di guerra e di persecuzioni, che per coloro che vogliono lasciarsi alle spalle una realtà di miseria, carestia e spesso sfruttamento insostenibili.

Certo, questa consapevolezza di una frattura con il proprio passato è più spesso esplicita nei soggetti più giovani (come ben raccontava nel libro di Grossi il giovane siriano sul treno per Amburgo) e questa rottura tanto più si consoliderà tanto più il nuovo contesto non diventi fonte di delusioni e frustrazioni.

Non sono dei “disperati” o persone bisognose di compassione: sono persone che con estremo coraggio hanno rimesso in gioco la loro vita e, molte volte, quella della loro intera famiglia; che si interrogano sul loro futuro; che si fanno domande (e che ci fanno domande) sul mondo in cui viviamo; sono persone che hanno ciascuna una propria storia, delle proprie conoscenze e delle proprie competenze intellettuali, sociali e professionali, un proprio orizzonte. Non si sentono “rappresentanti di una determinata cultura” così come ciascuno di noi perlopiù non si considera quale “rappresentante” di una generica cultura italiana, europea od occidentale. Come è noto, siamo tutti culturalmente, e non solo, meticci e la nostra identità è sempre più una identità plurima.

Eppure molti progetti sociali ed educativi che si prefiggono una più agevole integrazione sono sotto il segno dell’intercultura e del multiculturalismo, del “confronto fra culture”: convegni, indicazioni ministeriali e progetti didattici, attività nelle realtà socio-educative extrascolastiche.

Questi progetti (educativi e sociali) molto diffusi di “integrazione” che assumono il carattere di un confronto (e conoscenza reciproca) fra culture diverse sono allora frutto di un equivoco, al di là delle buone intenzioni. Personalmente penso che non servano a molto e che in alcuni casi (o per alcuni soggetti) possano anche essere controproducenti. Ragionare per “culture” può infatti favorire la stereotipizzazione (gli individui sono annullati): nella realtà quotidiana non si incontrano o scontrano “le culture”, ma le persone. Il migrante, e a maggior ragione il figlio di migranti, non fa più parte di una cultura d’origine ma si colloca all’interno di una evoluzione culturale “di transizione” (da straniero a nuovo cittadino). Sono i fondamentalismi che semmai si oppongono a questa evoluzione propagando una “identità culturale” originaria che in genere è più mitica e reinventata (spesso molto modernamente veicolata da internet) che reale.

L’integrazione può più facilmente compiersi se anche dall’altra parte (i cittadini “nativi”) vi è un’analoga evoluzione nella direzione di una identità più articolata e pertanto più aperta. La comprensione ed interazione reciproca (che è in primis fra individui) può nascere dal vissuto di esperienze comuni e condivise.

“Grande esodo della popolazione albanese” e’ il titolo dell’ immagine scattata dal fotografo pugliese Luca Turi l’ 8 agosto 1991, che ritrae lo storico sbarco a Bari di circa 20.000 profughi dalla motonave albanese “Vlora”. LUCA TURI / ANSA

Un bel post di Massimo Cirri dell’ottobre scorso rispondeva a questa domanda: Che fine hanno fatto gli albanesi? Venticinque anni fa si parlava di invasione, gli albanesi rappresentavano l’emergenza del momento, tutti i media ne parlavano quotidianamente. Oggi silenzio. Sono scomparsi? Dove sono finiti? In effetti sono ancora qui, costituiscono la comunità extracomunitaria più numerosa dopo quella proveniente dal Marocco. Eppure chi ne parla più? Sono tra noi, svolgono lavori che altri non svolgono più, magari aprono ristoranti come Altin Prenga, oggi cuoco famoso di cui Cirri ci racconta la storia. E soprattutto vanno e vengono dal loro paese (non più naturalmente su carrette del mare) così come da tempo fanno i nostri migranti nel nord Europa.

È osservazione ricorrente di chi ha figli o nipoti piccoli che frequentano asili, scuole materne od elementari con la presenza di coetanei di origine straniera (cinese, latino-americana, africana …) come per loro questi compagni non siano “altri” o “diversi” e come questa “non percezione” di una diversità produca meraviglia e talora imbarazzo negli adulti. È allora il caso di introdurre una bella attività di “confronto interculturale” di conoscenza delle reciproche (diverse) culture per sottolineare una “differenza” che spesso non è percepita come tale? Non sono meglio invece, oltre alle attività scolastiche che già di fatto lavorano per una prospettiva comune, attività ludico educative, artistiche o sportive extrascolastiche che si differenziano non per “culture” ma per interessi, passioni e propensioni individuali? E qui le differenze che incidono sono semmai quelle economiche (alcune di queste attività hanno costi decisamente elevati) e possono riguardare sia bambini di origine italiana che straniera.

Paure e “mixofobia”

Sempre Taguieff nell’analisi del razzismo contemporaneo distingue tre diverse dimensioni:

  • le attitudini (predisposizioni, opinioni, pregiudizi e stereotipi);
  • i comportamenti (azioni, pratiche, mobilitazioni ecc. sia a livello individuale che collettivo)
  • le costruzioni ideologiche (teorie, miti e dottrine elaborate da specifici autori) [ cit. p. 55].

Ora, se vogliamo mettere in atto una prevenzione sociale e culturale del razzismo e dei conflitti che può generare, la dimensione che maggiormente interessa, quella su cui occorre “lavorare” è soprattutto la prima, quella delle attitudini e delle predisposizioni.

Il razzismo ideologico frutto di costruzioni teoriche viene denominato da Todorov “razzialismo” [Noi e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana, Einaudi, Torino, 1991, p. 107-108] per distinguerlo appunto dal “razzismo comportamento” che non necessariamente è supportato da una ideologia. Quest’ultimo era infatti analizzato in una sua opera precedente, risalente al 1982, dove i comportamenti dei conquistadores nei “confronti dell’altro” erano analizzati nelle loro differenze e nelle loro trasformazioni: “Il rapporto con l’altro non si costituisce in una sola dimensione … occorre distinguere almeno tre assi”. Questi assi sono:

  • giudizio di valore (piano assiologico): l’altro è buono/cattivo, piace/non piace, è pari/inferiore;
  • avvicinamento/allontanamento (piano prasseologico): abbraccio i suoi valori, mi è indifferente, lo sottometto-assimilo ai miei valori;
  • conoscenza (piano gnoseologico): qui più che opposizione (conosco/ignoro) vi è una gradazione infinita fra minore e maggiore conoscenza dell’altro (della sua identità).

Esistono, beninteso, dei rapporti e delle affinità fra questi tre piani, ma non c’è alcuna implicazione rigorosa … Las Casas conosce gli indiani meno di Cortés e li ama di più; ma entrambi si riconoscono in una comune politica di assimilazione. La conoscenza non implica amore, né questo quella; nessuna delle due cose si identifica con l’altra. … La scoperta riguarda più le terre che gli uomini, nei confronti dei quali l’atteggiamento di Colombo può essere descritto in termini completamente negativi: non li ama, non li conosce e non si identifica con essi.” [La conquista dell’America. Il problema dell’«altro», Einaudi, Torino 1992, p. 225-226]

Comportamenti questi decisamente diversi da quelli di un altro conquistador: Alvar Núñez Cabeza de Vaca; naufrago vivrà per alcuni anni con gli indios e ne assimilerà lingua e cultura.

Ma come si riflette ai nostri giorni l’impatto e il rapporto con l’altro; altro che assume sempre più spesso le vesti dello straniero? Viviamo, sottolinea Zygmunt Bauman in uno dei suoi ultimi libri, nel “tempo della paura”.

 

L’incertezza del futuro, la fragilità della posizione sociale e l’insicurezza esistenziale – questi onnipresenti complementi della vita in un mondo di «modernità liquida», notoriamente radicati in luoghi remoti e quindi al di fuori del controllo individuale – tendono a focalizzarsi sugli obiettivi più vicini e a incanalarsi nei timori per l’incolumità personale, quel genere di timori che a sua volta si condensa in spinte segregazioniste/esclusiviste …”.  [Il demone della paura, Laterza – la Repubblica, Bari –Roma 2014, p. 31]

Da tutto questo nasce la mixofobia, la paura a “mescolarsi”, ad avvicinarsi e trovare un “modus vivendi” di civile interazione reciproca con “l’altro”, con la diversità sia “culturale” (lingua, abitudini, religione, abbigliamento ecc.) sia di altro tipo (es. orientamento sessuale, disabilità, malattia ecc.). Ora la mixofobia agisce come paura sul singolo e come separazione sociale e spaziale nella società: lo spazio urbano che tende a differenziarsi in “isole di identici”. Ora questa separazione prodotta dalla mixofobia, accentuando le differenze e la loro visibilità, alimenta a sua volta la mixofobia in una spirale che tende alla frammentazione della società privandola della possibilità di orizzonti comuni. In sostanza è un fattore regressivo che può portare o alla paralisi o al conflitto violento.

Ricordo un episodio di quattro o cinque lustri fa.

Era in visita sul Lago Maggiore un gruppo australiano di studenti delle superiori. Fermatosi a Pallanza andarono a pranzo alla mensa sociale di Villa Olimpia (non ricordo se ospiti o per scelta loro). Mentre stavano pranzando entrarono in gruppo i “ragazzi” del Centro Socio Formativo per l’inserimento lavorativo dei disabili. Fra i ragazzi australiani si manifestò un crescente disagio nel vedere i disabili pranzare in una tavolata di fianco alla loro; alcuni di loro incominciarono a sghignazzare e presto questo comportamento coinvolse l’intero gruppo. La vicenda creò scompiglio e scandalo; i ragazzi australiani e i loro accompagnatori furono giustamente redarguiti. Ora a quei tempi nella società australiana i disabili erano prevalentemente nascosti dalla società, in famiglia e negli istituti; era in forte ritardo il processo di integrazione (con forte persistenza delle “scuole speciali”). L’improvvisa “rottura” di questa separazione, il trovarsi dei giovani australiani fianco a fianco di questo gruppo di disabili aveva provocato, in modo incontrollato, la loro reazione. A riprova di come la separazione, frutto di mixofobia, a sua volta provochi ed alimenti la mixofobia stessa.

Il contatto con il diverso, con l’altro, non sempre e non necessariamente produce mixofobia; in certe persone e in certe situazioni può innestarsi un processo inverso: curiosità, interesse, avvicinamento, desiderio di conoscenza e di scambio sino ad un vero e proprio innamoramento culturale: è quello che, sempre Bauman, definisce come mixofilia.

E concludo con questa sua citazione.

Sembra che la mixofilia, proprio come la mixofobia, sia una tendenza che si muove, si diffonde e trae vigore da se stessa.  È difficile che sia l’una che l’altra possano esaurirsi o perdere vigore nel corso del rinnovamento della città e del riallestimento dello spazio cittadino

La mixofilia e la mixofobia coesistono in ogni città, ma coesistono anche all’interno di ciascuno degli abitanti della città.

È una coesistenza non facile, indubbiamente, piena di frastuono e furore, ma ha una grande importanza per i destinatari finali dell’ambivalenza liquida moderna.

Considerando che gli estranei sono destinati a condurre le loro vite in compagnia gli uni degli altri ancora per molto tempo, a prescindere dalle svolte e dai cambiamenti futuri della storia urbana, l’arte di convivere pacificamente e felicemente con la differenza e di trarre beneficio dalla varietà di stimoli e di opportunità acquista un’importanza di primo piano tra le capacità che un cittadino deve (e farebbe bene a) imparare e mettere a frutto”. [Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido, Laterza, Roma Bari 2007, p. 103]

——————————————-

[1] Il diagramma era introdotto da una presentazione e da una esercitazione:

  • Le scienze umane e sociali dette anche scienze umane o scienze sociali o, ancora meglio, scienze della cultura, sono apparse come discipline scientifiche e autonome in tempi recenti (in gran parte negli ultimi due secoli). Hanno per oggetto la/le cultura/e, ovvero tutti i comportamenti individuali e collettivi che distinguono fra loro gli uomini e le società umane. Si tratta di comportamenti tramandati ed appresi e pertanto non innati (cultura ← VS → natura).
  • Vanno pertanto distinte e non confuse:
    • né con le scienze naturali che hanno per oggetto l’uomo (es. anatomia umana)
    • né con le discipline umanistiche che hanno per oggetto i prodotti della creatività artistica e letteraria (es. storia della letteratura)
  • Osservate il seguente diagramma e collocate quindi al suo interno le diverse Science umane sociali (Scienze della cultura).

[2] Il differenzialismo è definito da Taguieff come il “far prevalere le appartenenze particolari rispetto all’appartenenza al genere umano; dottrina fondata su un radicale relativismo culturale che postula l’incommensurabilità delle culture e la loro chiusura in se stesse”.

Gli “Infiniti passi” dei profughi

 

L’Open day 2016 della Biblioteca Aldo Aniasi è stato dedicato al tema dei migranti in fuga dall’area di guerra del medio oriente e, in particolare, al fotografo e scrittore Gianluca Grossi con la presentazione di una sua mostra fotografica e del suo libro Infiniti passi. In viaggio con i profughi lungo la via dei Balcani (Salvioli, Bellinzona 2016), testo poco conosciuto in Italia ma che, con l’editore svizzero, è già arrivato alla quarta ristampa.

 

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Gianluca Grossi è un giornalista e fotoreporter indipendente attivo sui fronti di guerra, in particolare, nel Medio Oriente, che ha fondato la Weast Production, una agenzia giornalistica che opera sia in Svizzera che in altri paesi. Sul quotidiano ticinese laRegione cura la rubrica settimanale Il senso del taccuino i cui articoli, accompagnati ciascuno da una fotografia, sono stati raccolti in una selezione che è stata di recente pubblicata (edizioni laRegione, Bellinzona 2016).

 

senso-tacquino-001Come ci spiega l’autore:

“Il «senso del taccuino» è il sesto senso del giornalista. È un istinto, che fiuta la presenza di una storia da farsi raccontare per poi raccontarla. Non esistono storie grandi e storie piccole, storie da narrare a tutti i costi e storie trascurabili. La loro importanza dipende dall’attenzione che siamo disposti a riservare loro. … La guerra è difficile da raccontare perché innesca una reazione di autodifesa incarnata dalla chiusura. …

La gente, di fronte alla guerra, ha paura. Per non dovere ammettere questo sentimento, prova (fingendo) a tirare dritto, oppure a convincersi che la guerra è qualcosa che riguarda soltanto gli altri, mai noi. Il racconto (a parole, in immagini) può abbattere i muri della paura: può farlo a condizione di utilizzare un linguaggio che rechi su di sé, ben visibili, i segni e le ferite causati dall’essersi esposto alla realtà. … Il «senso del taccuino» è uno sguardo sul mondo. Tutto il mondo: quello al di fuori dalla porta di casa e il mondo vasto, dentro il quale si consuma la commedia e la tragedia dell’essere umano. Nasce dalla consapevolezza che il mondo non si racconta mai abbastanza …

La realtà, anche quando si dissimula – o forse proprio quando – ci chiede di essere raccontata. Raccontata magari con una immagine. Che cosa fa un’immagine? Ci chiede di essere osservata e immaginata: chiede, cioè, che siamo noi a continuare il racconto di cui è depositaria, quasi fosse l’inizio di un libro congelato nel suo incipit.”

Nel giugno 2015 Grossi è ad Istanbul; per le vie osserva, a lato della strada, dei bambini che suonando malamente improvvisati strumenti o tentando di vendere oggetti di poco valore chiedono la carità; li fotografa e raccoglie la loro storia. Sono figli di profughi siriani, gestiti da organizzazioni locali, che in questo modo raccolgono soldi per permettere alle loro famiglie di transitare dalla costa turca alle isole greche. Il fotografo decide di recarsi a Lesbo per documentare l’arrivo dei gommoni con i profughi; e da lì, senza averla programmata prima, inizia una sua personale avventura: quella di seguire il lungo viaggio dei profughi dalle isole greche, attraverso i Balcani, sino in Germania e poi oltre, sino alla Svezia.

Da questa esperienza è nato il libro che non è solo un reportage, ma un romanzo-verità in cui non solo gli eventi sono raccontati ma soprattutto le testimonianze raccolte e le emozioni e riflessioni dell’autore scaturite da quell’esperienza.

Quando Infiniti passi è stato presentato non avevo letto il libro: l’unica copia a disposizione era stata “assegnata” alla relatrice (Antonella Braga) per la presentazione. Naturalmente è stata anche l’occasione per procurarmene una copia.  L’ho ripreso in mano il mese scorso e, visto che su aNobii nessuno l’aveva recensito, ne ho scritto una presentazione che riporto di seguito. I numerosi stimoli derivati da questa lettura, unitamente al contesto internazionale e nazionale sul tema dei profughi e dei migranti, mi hanno suggerito alcune riflessioni, abbastanza dissonanti con quello che sul tema di solito si legge a destra e a manca, che proverò ad esplicitare in un prossimo post.

Non solo un reportage

Gli infiniti passi dei profughi. Questo è l’oggetto. Ma come definire questo libro?

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Ci si potrebbe limitare ad affermate che è un reportage di viaggio (giugno – agosto 2015) di un fotografo-giornalista che ha vissuto a fianco dei profughi che dalla Turchia hanno raggiunto la Germania, attraverso Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria e poi di alcuni che hanno proseguito attraverso la Danimarca sino alla Svezia. I risvolti di copertina che ci presentano l’autore “reporter e fotografo indipendente” nativo di Bellinzona, attivo sui fronti del medio oriente e una cartina con l’itinerario dalla costa turca alla Svezia meridionale sembrerebbero confermarci questa prima impressione: una cronaca di “viaggio con i profughi lungo la via dei Balcani” come suggerisce anche il sottotitolo.
Bastano però poche pagine per capire che abbiamo tra le mani un libro molto più complesso: innanzitutto il viaggio compiuto dal reporter è rivissuto sotto forma di romanzo dove l’autore si sdoppia in due personaggi, entrambi foto-reporter con esperienza sui fronti di guerra: Alexander il più anziano, noto fotografo berlinese, ha un approccio più tradizionale ed è convinto che le crude immagini di guerra possano contribuire a cambiare quella tragica realtà, anche se poi gli eventi lo costringeranno a ripensare il suo approccio; il secondo, Arthur, inglese, ha un orientamento più disincantato, sa che non sono le fotografie a cambiare il mondo e pensa che servano soprattutto a conoscere delle storie, alcune tra le infinite vicissitudini che si snodano e talvolta si intrecciano nella contemporaneità globale degli eventi.
A quelli dei due reporter si alternano i punti di vista di Saber, originario di Kabul, che è determinato, anche passando attraverso tragiche traversie, a portare la propria famiglia, la moglie e quattro figli, in Germania e quello di Malika, giovane profuga siriana a suo modo anch’essa fotografa, “attivista pacifica” delle proteste contro il regime siriano ma costretta poi ad abbandonare il proprio paese con l’avanzare del fondamentalismo dello Stato islamico. E poi i tanti incontri e situazioni che vanno a comporre il quadro di una ondata migratoria inarrestabile.
Si appunta Alexander: “Eccomi qui. Finalmente. Sono arrivato da poco sull’isola di Lesbo, in Grecia. Non mi è servito molto tempo per capire che sta succedendo qualcosa di grosso. Mi è bastata la vista di migliaia di giubbotti galleggianti abbandonati lungo le spiagge. Dalla macchina, ho visto centinaia di persone camminare in lunghe file indiane sulle strade dell’isola. Fa un effetto indescrivibile. È come se interi popoli si fossero messi in movimento, sfidando confini e distanze. Camminano come se fossero attirati da un magnete. Avanti e sempre avanti. Queste persone stanno compiendo un atto di coraggio. Cercano una nuova vita e sono convinte che la troveranno”. [p. 88-89]
Una spinta a suo modo rivoluzionaria di chi ha lasciato alle spalle una precedente “vita fatta a pezzi” decidendo che quella vita non si poteva più sopportare e che era meglio rischiare il tutto per tutto per trovare, per sé e soprattutto per i figli, la possibilità di un futuro più decente. Rompendo con il passato. Consapevolmente, almeno per i più determinati.
Sul treno per Amburgo un giovane siriano lo spiega ad Arthur.
«So che molte persone che stanno andando in Europa avrebbero potuto restarsene a casa loro», riprese a dire il ragazzo, «perché la loro condizione, una volta arrivati, non migliorerà di un centimetro rispetto a quella che conoscono da sempre. E sai perché?». Arthur non rispose. Il ragazzo attese che la domanda creasse l’aspettativa che si meritava. «Perché sono partiti portandosi dietro tutto quello che pensano di essere e tutte le cose che ritengono abbiano un significato irrinunciabile nella loro esistenza: la lingua, la cultura, la religione. Tutte frottole, credimi». Arthur non faticava a credergli, la pensava all’incirca come il ragazzo.
«Quando arriveranno diranno io sono questo e quello, ho sempre vissuto così e così e voglio continuare a essere la persona che ero e a vivere come prima. È un errore. Quando decidi di andartene dal tuo paese puoi portarti soltanto i ricordi, che sono come vecchie fotografie che sceglierai di guardare nei momenti in cui non avrai altro da fare. Non puoi, però, continuare a vivere dentro quelle fotografie».
Il ragazzo fece una pausa. … «Quando lasci il paese nel quale sei nato devi accettare che le tue origini non raccontino più nulla di te. Devi diventare un altro, essere pronto a diventarlo. Non è necessariamente un fatto negativo: ti permette di cominciare davvero una nuova vita, è un po’ come se rinascessi, da un’altra parte del mondo. … . Una volta giunto in Germania, io non sarò più il ragazzo che viveva ad Aleppo, mai più. Francamente, non mi interessa nemmeno restarlo. Capisci? … Sarò diverso. Nuovo. Ecco: sarò nuovo». … Arthur capiva.
[p. 240-242]

Ma, se la grande migrazione costituisce il nucleo portante della narrazione, altri temi sono ricorrenti e scavano in profondità. Innanzitutto la guerra, retroterra delle migrazioni e del vissuto dei due reporter. Serve documentarla? Ha un senso il lavoro del reporter? Come rappresentarla, fotografarla, raccontarla per impedirne la rimozione o la banalizzazione? C’è un senso nell’orrore assurdo e ripetitivo dei conflitti?
“Gli venne in mente un giorno di qualche anno prima, a Kabul. Il ricordo uscì dal nulla e si portò dietro l’immagine di lui in piedi davanti al letto d’ospedale di una bambina di tre anni. Non riusciva a stare ferma. Gli infermieri l’avevano legata alla testa e ai piedi del letto con strisce di stoffa strappate a un vecchio lenzuolo. La bambina sembrava crocefissa. Poteva muovere soltanto la testa. L’avevano immobilizzata per evitare che si strappasse gli aghi che le avevano infilato nelle vene. Soffriva tantissimo. Il medico gli aveva spiegato che era stata colpita da una cassa militare paracadutata da un aereo britannico nel sud dell’Afganistan: il suo bacino era finito in frantumi come un giocattolo di gesso. Nessuna bomba, nessun talebano, nessun soldato. Era stata una cassa. Questa storia, Arthur l’aveva raccontata, fatta vedere con i suoi scatti. Eppure non si era alzato nessuno per dire basta, basta guerra, basta stronzate, basta bugie sull’Afganistan e tutto il resto. Aveva concluso che la guerra andava bene. Andava bene a tutti. Nel letto di quella bambina afgana si nascondeva la verità, comodamente ignorata dal mondo intero, e in fondo anche da lui: quanto ci avrebbe davvero pensato a quella guerra una volta partito dall’Afganistan?” [p. 77-78].
Sarà Malika, l’attivista siriana, ormai in dirittura d’arrivo alla sua meta, a suggerire (e confermare) ad Arthur il rapporto fra rappresentazione e (non) senso della guerra: Goya.
«Conosci I disastri della guerra?», chiese ad Arthur, che annuì con la testa. «Io quelle acqueforti le ho viste soltanto su internet», continuò Malika, «e per me rappresentano quanto di più vero e profondo e disincantato sia mai stato non soltanto disegnato o dipinto, ma anche fotografato, detto e scritto sulla guerra. … Perché io che ho vissuto la guerra a casa mia ho capito che Goya ha saputo mostrarla per com’è davvero. Ha saputo farci vedere che la guerra, quando esplode, finisce con l’occupare ogni spazio della realtà che ci circonda e ogni angolo della nostra mente e della nostra anima. Trasforma le vittime e i carnefici in maschere senza nome e quello che più mette orrore, nel guardarle, è capire come esse possano passare da una persona all’altra, da un volto all’altro, da una vita all’altra con assoluta indifferenza. … La guerra esalta il caso, ne canta le lodi e si fa beffe della credulità di chi vede nel bene una forza capace di opporsi al male. La guerra trasforma la vita in un patibolo, anzi: condanna la vita al patibolo. Questo aveva disegnato Goya. E questo ho visto con i miei occhi».
«Tutta questa violenza», disse Arthur, «non serve a nulla».
[p. 250-251]

Ma allora, la verità? Con quale sguardo cercarla? Una fotografia rappresenta la verità o uno sguardo superficiale ed ingannevole? Quando Alexander riconosce, nella foto di un quotidiano rappresentante i naufraghi di un gommone rovesciatosi durante la traversata dalla Turchia a Lesbo, gli appartenenti della famiglia di Saber che aveva conosciuto e fotografato a Kabul, è preso da rabbia e frustrazione.
“«Perché Saber non mi ha detto nulla sulla sua intenzione di raggiungere l’Europa?» … Con i suoi scatti aveva assecondato lo sguardo di chi era disposto ad assecondare l’esistenza di persone come Saber a condizione che accettassero l’immutabilità del loro destino, senza avanzare pretese. Se avessero avanzato delle pretese, non sarebbero mai esistite. Come aveva potuto pensare che quelle fotografie sarebbero servite a qualcosa? A cambiare il mondo? O anche soltanto la vita di Saber?
Quante domande. Tutte violente. Dolorose.”
[p. 84 – 85]

Da quel momento decide di ritrovare quella famiglia e il suo tragitto interseca quello dell’alter ego, di Arthur, che da Istanbul e poi Lesbo sta seguendo la rotta dei profughi e, in particolare, quella di Malika. Nel reciproco itinerario Alexander e Arthur si incrociano, si incontrano e poi via mail si scambiano informazioni e soprattutto interrogativi sul loro mestiere. Come ci avvisa l’autore nella premessa di questo testo che, oltre ad essere un romanzo-reportage, è anche un trattato di filosofia pratica sullo sguardo, sulla fotografia e sul linguaggio giornalistico:
“Alexander e Arthur, ciascuno in modo diverso, forniscono alcuni spunti per cominciare a ragionare insieme su come raccontare il mondo affinché torni a significare qualcosa per tutti.”

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Ed in coda al volume 42 fotografie suddivise in sei sezioni (Istanbul, Lesbo, Idomeni, Stazione di Gevgelija (Macedonia), Serbia e Ungheria-Austria-Svezia) non in successione ma assemblate in una sorta di dépliant pieghevoli sulla nostra contemporaneità, su ciò che accade, proprio oggi, mentre leggiamo questo libro e guardiamo quelle foto. Foto che rifuggono sia dal vizio estetizzante della bella immagine, ormai sempre più alla portata di tutti grazie alla strumentazione tecnica di postproduzione fotografica, sia alla ricerca dell’effetto scioccante, dell’emozione forte, dell’orrore e della tragicità in grado di scatenare le emotività. No, sono foto che fanno pensare, che ci interrogano sullo sguardo del fotografo e di conseguenza sul nostro, su cosa sta avvenendo e perché. Foto che abbisognano di parole e pensieri. Una scelta iconica difficile, controcorrente direi, ma del tutto congruente con le pagine scritte che le precedono.

 

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Lontano dal potere

Circa due mesi fa mi ha chiesto l’amicizia su facebook un ex allievo di oltre vent’anni fa. Ritrovare e mantenere i contatti con persone di cui altrimenti avrei perso ogni notizia è senz’altro per me uno degli aspetti più positivi del Social Network più diffuso. Mi è tornato subito alla mente un percorso umano e didattico che con quella classe avevamo costruito e che era sfociato in un “prodotto” particolare: delle drammatizzazioni filosofiche sulla filosofia ellenistica con testi elaborati dagli studenti e rappresentati nell’Aula Magna dell’Istituto Cobianchi agli studenti del biennio quale sensibilizzazione allo studio della filosofia. Era il 20 aprile del 1994.

Il lavoro era stato poi portato a Reggio Emilia ad un Convegno sulla creatività organizzato dalle Scuole Sperimentali e pubblicato in ampia sintesi e con un articolo introduttivo dalla rivista “Sensate Esperienze”. Articolo poi ripreso dalla rivista “Informazione Filosofica”. Ci erano allora pervenute più domande del testo integrale e, in due casi, anche la richiesta di autorizzazione a rappresentarlo da parte di due scuole: una di Siracusa e l’altra di Burgos.

Uno dei problemi della nostra scuola è che raramente riesce a mantenere memoria delle sue esperienze e pertanto di farne tesoro quando cambiano i soggetti. Sono andato a recuperare quel testo e quell’articolo e dopo averli riletti mi è parso utile, in primo luogo per la mia stessa memoria, ri-digitalizzarlo in quanto della versione digitale originaria (in DOS e Framework) si era naturalmente persa traccia. Era stato realizzato anche un filmato VHS che non sono invece riuscito a recuperare.

Ripropongo qui il testo di quelle drammatizzazioni e l’articolo che ne ricostruiva genesi e percorso. Lo dedico agli allievi di allora e a tutti quelli che condividono l’esigenza di un pensiero che sappia anche trascendere dalle contingenze del momento.

 

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 “ LONTANO DAL POTERE ”

 FILOSOFIA e VITA nell’ETÀ ELLENISTICA: SCETTICI – EPICUREI – STOICI

 

Drammatizzazioni filosofiche

a cura della classe IV

Indirizzo di Scienze Umane e Sociali

a.s. 1993/94lontano-cop-001

itis  “L. Cobianchi” – Verbania

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PERSONAGGI

Prologo

Narratore                  (N.)

Primo corifeo           (1C.)

Secondo corifeo       (2C.)

Terzo corifeo            (3C.)

I Atto:  Scettici

Narratore                  (N.)

Primo discepolo       (1D.)

Secondo discepolo   (2D.)

II Atto:  Epicurei

Narratore                  (N.)

Epicuro                      (E.)

Maestro                     (M.)208560_1037768355147_2428_n

Discepolo                  (D.)

Giovane                     (G.)

Primo straniero        (1S.)

Secondo straniero   (2S.)

III Atto:  Stoici

Narratore                  (N.)

Crisippo                     (C.)

Aristotelico               (A.)

Primo allievo             (1A.)215651_1037768395148_2983_n

Secondo allievo        (2A.)

Maestro                     (M.)

Discepolo                  (D.)

Epilogo

Narratore                  (N.)

 

PROLOGO

 

[Sullo sfondo mura maestose parzialmente diroccate, testimoni di un passato glorioso ma decaduto; entra il narratore e, lateralmente, tre corifei, in atteggiamento statuario]

N.: (Narratore): La città greca, la polis, non assomigliava molto a una nostra città.

A prima vista è un luogo disordinato in cui, attorno ad antichi templi ed edifici fortificati di orgogliosi proprietari terrieri, discendenti dei guerrieri dell’età micenea e delle imprese omeriche, si sono insediate abitazioni di artigiani, mercanti, campagnoli inurbati, marinai, stranieri. Luogo vivace economicamente e sede di aspri conflitti fra le diverse famiglie e i gruppi sociali.

Ma è anche un luogo dove tutti i cittadini (non più di due o tre mila) si conoscono e hanno in comune un forte senso di appartenenza alla stessa comunità, alla stessa polis.

1C.: (Primo Corifeo): “Conoscersi e parlare.”

N.: I luoghi di incontro, l’agorà come l’areopago e la bulé, sono luoghi di parola: scambio di informazioni, contrattazioni, discussione, narrazione, recitazione, accusa e difesa, deliberazioni.

Non meraviglia allora la considerazione in cui erano tenuti i professionisti della parola.

Sacerdoti, profeti ed indovini; poeti e cantori. Questi rappresentavano il legame con il mito, la tradizione; erano i depositari di un sapere antico.

Saggi e filosofi rappresentano invece la parola e i discorsi nati dalla città e dalle sue nuove esigenze: esigenze di conoscenza e di buone leggi, di sapere e di giustizia. Vi è un legame strettissimo fra filosofo e polis e pertanto fra il filosofo e la politica (arte, tecnica della polis).

Dei sette savi, tra cui la tradizione annovera anche Talete, il primo dei filosofi, si dirà che erano

1C.: “Uomini di senno e Iegislatori.”

N.: Senofane orgogliosamente affermerà, contro gli eccessivi onori assegnati agli atleti olimpici:

2C. (Secondo Corifeo):

“Se uno conquista la vittoria / per la velocità dei piedi

o in altra gara, ad Olimpia, / diventa glorioso agli occhi dei cittadini.

Eppure non ne sarebbe degno / come lo sono io.

La nostra sapienza è certo meglio / della forza degli uomini e dei cavalli.

Solo dalla sapienza viene alla città / un odine migliore”

N.: Questo ruolo politico del filosofo sarà riaffermato da Platone; dopo aver ricordato la figura e la tragedia del suo maestro Socrate, afferma:

3C. (Terzo Corifeo)

“Mi accorsi alla fine che tutte le città erano mal governate. Mi convinsi così che solo una retta filosofia può portare la giustizia negli affari pubblici e privati.

Vidi dunque che mai sarebbero cessate le sciagure delle umane generazioni, se prima al potere non arrivano uomini veramente filosofi, o se i capi politici, per una qualche buona ventura, non diventano essi stessi filosofi.”

N.: Aristotele, che non era cittadino ateniese, e che pertanto non poteva partecipare alla vita politica della città, affermava che:

1C.: “solo le belve e gli dei possono vivere da soli, bastando a se stessi.”

N.: L’uomo invece deve far parte di una comunità:

1C.: “la sua natura è quella di un animale politico.”

N.: “Animale politico” e “animale razionale” sono due modi per dire la stessa cosa: l’uomo vive in una comunità, in una polis e utilizza il discorso, il logos.

Nonostante le diversità che contrapposero i grandi filosofi greci, tutti ebbero in comune questo stretto legame fra polis e logos, fra politica e discorso razionale.

2C.: “Ma i tempi erano destinati a cambiare.”

N.: Fu proprio un sovrano, che aveva avuto come maestro il grande Aristotele, a mutare il corso della storia e della filosofia greca. Alessandro, sovrano di uno stato contadino e guerriero, la Macedonia, approfittò dei conflitti fra le città greche e mise fine alla loro indipendenza. Quindi, con un poderoso esercito, conquistò uno sterminato impero dalla Grecia all’Egitto, dal Mediterraneo all’Indo. Dovunque portò lingua e cultura greca, fondò città, impose leggi e tasse.

Nel 323 a.C. la sua improvvisa morte non mise fine alla sua opera: l’impero si divise in tre grandi regni, ma l’unificazione culturale perdurò e si estese. La lingua e la cultura greca, l’Ellenismo, si incontrarono con le civiltà e le religioni dell’Egitto e dell’Asia imponendo la propria egemonia.

Si trattava, però, di una cultura greca ormai priva della sua matrice originaria, la polis.

La parola da dialogo, discussione, confronto orale, diventò scritta; il sapere dalle scuole di Atene passò nelle grandi biblioteche di Alessandria, di Pergamo e di Antiochia. I discepoli di Aristotele divennero scienziati specializzati, stipendiati dai monarchi: astronomi, matematici, botanici, medici, fisici, geografi.

3C.: “Non tutti, comunque, si adattarono.”

N.: Abitanti di Atene e di altre città, non più cittadini ma sudditi, mantennero in vita le vecchie scuole di filosofia e di retorica.

Filosofi più intraprendenti rinnovarono la tradizione socratica.

1C.: “Come vivere dopo aver perso la libertà?”

2C.: “Come esser felici in un mondo infelice?”

3C.: Come esser indipendenti in un mondo di schiavi?”

N.: Se la filosofia non può più occuparsi del buon governo, della politica, ormai monopolio di lontani monarchi, essa ha comunque ancora un senso ed un compito: interrogarsi sulla verità, sul mondo, sull’esistenza umana. Può fornire modelli di vita e proporre agli uomini un itinerario per la felicità o quanto meno una medicina contro inquietudini e paure.

L’insegnamento orale e il dialogo filosofico hanno così ancora uno spazio nelle nuove filosofie ellenistiche; uno spazio non più pubblico ma privato, ristretto alla cerchia degli amici e dei discepoli, ma comunque vitale.

Il dubbio scettico, il giardino di Epicuro, il portico della stoa, parallelamente e spesso in conflitto fra loro, affrontano con rinnovata vivacità filosofica i grandi temi del sapere e del vivere: la LOGICA, la FISICA unitamente alla METAFISICA, e, soprattutto, l’ETICA.

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SCETTICI

 

N. (Narratore): Fu un Lungo viaggio in India al seguito di Alessandro Magno ad influenzare Pirrone, il fondatore dello scetticismo. Qui venne in contatto con la religione induista e l’affascinante filosofia mistica dei fachiri e dei gimnosofisti: strane persone, queste, che tentavano di eliminare le sofferenze e le emozioni attraverso la catalessi e girando per le strade completamente nudi. Tornò così in patria con questo nuovo bagaglio di cultura, senza però dimenticare l’eredità lasciata da Socrate che, come sappiamo, vedeva nel dialogo diretto fra le persone l’unica vera forma di filosofia.

Pirrone infatti non scrisse nulla e di lui abbiamo solo testimonianze tramandateci da alcuni suoi discepoli e posteri. La sua decisione di non scrivere nulla era basata sulla volontà di non intervenire nella disputa fra i filosofi e le scuole contrapposte. Indifferente e imperturbabile rifiutò non solo ogni vecchia teoria, ma non volle nemmeno crearne una nuova.

La tradizione lo presenta come un uomo sereno e distaccato che dedicava la stessa attenzione e la stessa indifferenza alla disputa filosofica e alla quotidiana cura del suo piccolo maiale, al rito religioso come alla vendita dei suoi polli al mercato.

Pirrone fondò una scuola che, dopo la sua morte, ebbe breve durata. L’indirizzo scettico a partire da Arcesilao venne comunque ripreso dai filosofi dell’Accademia platonica: egli rivalutò la filosofia di Pirrone ricollegandola all’affermazione socratica del “sapere di non sapere”, dicendo che il vero scettico non può neppure affermare la propria ignoranza.

Dopo Arcesilao, Carneade, un altro caposcuola fondatore della cosiddetta Nuova Accademia, trattò prevalentemente argomenti etici (come la maggior parte dei filosofi scettici) soffermandosi in particolare sull’incerto valore della giustizia che personalmente riteneva in disaccordo con la saggezza. È rimasto famoso un suo viaggio a Roma nel 155 a.C., in qualità di ambasciatore di Atene insieme ad altri due filosofi: un aristotelico ed uno stoico. Le loro abilità logiche e dialettiche incantarono i giovani romani ma suscitarono le ire e le censure del vecchio Catone che, timoroso di una corruzione dei valori tradizionali, li fece espellere dalla città.

LOGICA

N.: La logica tradizionale si identificava con Aristotele e in particolare con il sillogismo: per gli scettici questo era solo una specie di gioco che non portava a nessuna nuova conoscenza. Fu Enesidemo, un filosofo greco che visse nella seconda meta del I secolo a.C. ed insegnò ad Alessandria, a raccogliere e riformulare le teorie con cui gli scettici sostenevano la necessità di sospendere l ‘assenso e quindi il giudizio, sintetizzandole in dieci tropi o argomenti che dimostrano come le conoscenze siano mutevoli e perciò incerte.

[Due discepoli parlano in riva al fiume.]

1D. (Primo discepolo): Oggi è proprio una bella giornata, vero?

2D. (Secondo discepolo): Non mi sembra proprio … tra un po’ si mette a piovere.

1D.: No, secondo me verrà un bel sole! Potremmo andare a fare un pic-nic!

2D.: Ma cosa stai dicendo? Non vedi che stanno arrivando un sacco di nuvole?

1D.: Ma per favore! Col vento che c’è se ne andranno e verrà sicuramente il sole.

2D.: Ma tu non capisci niente …

1D.: No, io credo soltanto che abbiamo due opinioni diverse.

2D.: Ma qualcuno avrà pur ragione!

1D.: L’uomo non può raggiungere una verità certa, assoluta.

2D.: Sarebbe allora giusto che ognuno usasse il suo buon senso e la ragionevolezza …

1D.: … sospendiamo così ogni giudizio assoluto: non possiamo sapere che cosa siano le cose in se stesse.

2D.: E la conoscenza sarà quindi sempre relativa!

1D. Certo sono moltissimi i fattori che modificano la conoscenza.

2D.: Ad esempio?

1D.: In primo luogo la conoscenza varia a seconda dei sensi dei diversi esseri viventi! I falchi ad esempio hanno una vista acutissima e i cani un olfatto finissimo; quindi è logico che alla differenza delle facoltà sensoriali corrispondano impressioni differenti.

2D.: E fra gli uomini?

1D.: Vedi, Demofonte (maggiordomo di Alessandro) si riscaldava all’ombra, mentre al sole aveva freddo!

2D.: Nasce così il concetto di soggettività.

1D.: E poi bisogna ammetterlo … le conoscenze sono diverse fra loro.

2D.: In che senso?

1D.: Per esempio la stessa figura si vede ora in un modo ora in un altro a seconda della differenza degli specchi, se vista da vicino o da lontano, da destra o da sinistra …

2D.: Ah, ora capisco e posso aggiungere che le conoscenze sono diverse anche per le circostanze in cui si acquisiscono, allora!

1D.: Sì, sì … intendi dire che lo schiavo odia il campo in cui lavora mentre il padrone che ne trae profitto lo ama?

2D.: Esattamente … cosa ne dici poi del tempo e del luogo?

1D.: !?

2D.: Questa strada, questo paesaggio sono diverse di giorno e di notte, d’inverno e d’estate. Quell’albero che ora sovrasta i campi e le siepi, in una foresta non sarebbe nemmeno notato.

1D.: Per gli dei, hai proprio ragione! E che dire delle mescolanze in cui le conoscenze si trovano?

2D.: È vero, a seconda del contesto le conoscenze possono variare molto! Basta guardare come appare il nostro colorito al mattino e al tramonto del sole!

1D.: Poi pensa ad un’altra cosa!

2D.: Eh, ci sto provando…

1D.: Ecco, pensa agli oggetti che producono le conoscenze…

2D.: Eh…

1D.: Essi sono di quantità e composizione diversa tra loro… infatti sappiamo tutti bene che il vino bevuto moderatamente rafforza l’organismo ma bevuto in quantità eccessiva lo indebolisce. Una stessa spezia migliora il sapore di un cibo, ma rende sgradevole un altro.

2D.: Quindi il rapporto che si ha con gli oggetti varia anche da persona a persona…

1D.: Non ho capito…

2D.: Vedi questo sasso? È pesante e liscio. Tieni.

1D.: Pesante? Ma è leggerissimo!

2D.: Vedi che le nostre due opinioni sono diverse? Pesa due once.

1D.: Ora ho capito… e quindi più vedrò e conoscerò questo sasso, più la mia conoscenza di esso aumenterà e varierà!

2D.: Perfettamente! La conoscenza di un evento cambia il nostro modo di osservarlo. Se tutti i giorni alla stessa ora vi fosse un eclissi, nessuno alzerebbe più gli occhi terrorizzati al cielo profetizzando tremende sciagure.

1D.: E senti ancora…

2D.: Caspita, ma sei un pozzo di idee!

1D.: Pensa anche all’educazione che ognuno di noi ha ricevuto, alle leggi e alle credenze… i Persiani non ritengono strana l’unione corporale con una loro figlia, mentre i Greci la ritengono peccaminosa! Ogni popolo ha i suoi dei e le sue leggi morali.

2D.: Sì, anche questo conferma la relatività delle nostre conoscenze!

1D.: Tutto ciò che abbiamo detto conferma che le nostre conoscenze sono relative…

2D.: Questa è una grande conquista per l’umanità!

1D.: …che bisogna sicuramente tramandare…

2D.: È necessario che tutti conoscano… conoscano…

1D.: Bisogna raccogliere e dare un nome a ciò che abbiamo scoperto.

2D.: Potremmo definirli… TROPI!

1D.: [Pensa e conta i 10 modi.] Sì …, i dieci tropi per giungere alla sospensione del giudizio!

FISICA

N.: Grande critico delle concezioni fisiche e metafisiche presenti nella cultura greca e romana sarà Sesto Empirico, un medico e filosofo del II secolo d.C. che, con valide dimostrazioni, mise in dubbio le teorie sul movimento, sul tempo, sulla divinità e sull’astrologia.

[Due discepoli parlano passeggiando]

1D. (Primo discepolo): È già quasi sera, come passa veloce il tempo!

2D. (Secondo discepolo): Ma cosa dici! Come puoi dire questa cosa se il tempo non esiste.

1D.: Come puoi dirlo?

2D.: Il tempo comprende presente, passato e futuro. Il passato non c’è più, il futuro non c’è ancora e nemmeno il presente esiste perché non può essere né divisibile (non si possono infatti avere tanti presenti), né indivisibile perché allora sarebbe senza dimensioni, senza durata e per tanto in esso nulla potrebbe accadere.

1D.: Effettivamente hai ragione! Ricordati però che nel prossimo dibattito all’Accademia, dobbiamo presentare le nostre argomentazioni contro il movimento.

2D.: Noi sappiamo bene cosa dire?

1D.: Certo prova ad illustrarmele.

2D.: Identifichiamo un movimento e una causa del movimento. Il primo è riferito a ciò che si muove (il mosso) e il secondo al movente, ciò che muove. Ma anche il movente, per produrre un movimento, deve muoversi e perciò deve esserci un movente del movente che a sua volta avrà un ulteriore movente, e così all’infinito. Ma una catena senza inizio non può nemmeno avere una fine.

1D. Non può esservi, in nessun momento, la fine di una serie infinita!

2D. Esatto. Ma vi sono altre ragioni. Il corpo in movimento non si può muovere né nel luogo dove non è presente fisicamente (non è infatti possibile che sia dove non è), né nel luogo dove è la sua dimora perché in essa sta fermo e pertanto non si muove. Niente inoltre può cambiare: il non essere non può mutare perché non esiste, mentre l ‘essere non può che essere quello che è e perciò non muta.

1D.: Ti ricordi che al dibattito saranno presenti anche i dogmatici? Come sai tra di loro c’è contrasto nella determinazione del concetto di Dio.

2D.: Perché?

1D.: Le loro teorie non hanno fondamento, sono soltanto opinioni, la verità su Dio è inconoscibile. Noi possiamo soltanto distinguere le loro ipotesi approfittando delle contraddizioni che li dividono.

2D.: Quali sono?

1D.: I dogmatici pensano a diversi modelli di divinità. Se ipotizziamo un Dio che provvede a tutto, ne deriva che provvede anche al male.

2D.: Questo è assurdo perché per loro il fine di Dio è il bene.

1D.: Se invece ipotizziamo un Dio che provvede solo ad alcune cose, sono costretti ad affermare che Dio è parziale.

2D.: E anche questo è assurdo perché per loro Dio è totalità e somma potenza.

1D.: Queste contraddizioni rendono labili le loro teorie.

2D.: Non solo le loro sono labili! I Caldei ad esempio hanno fede negli astri. Essi sostengono che il segno zodiacale determini il carattere e la vita di una persona.

1D.: Ma cos’è il segno zodiacale?

2D.: È una costellazione che si trova nella fascia circolare del cielo percorsa dal sole. A ciascuna di queste hanno dato il nome di un essere animato: leone, capricorno, toro…

1D.: Chi è nato sotto il segno del leone allora sarà coraggioso!

2D.: Ma il modo di stabilire il segno zodiacale di una persona è del tutto soggettivo.

1D.: Cosa vuoi dire?

2D.: Voglio dire che dipende da chi guarda, da come e da dove guarda. Da chi guarda perché il movimento dell’universo è velocissimo e gli uomini annotano ciò che vedono, il segno zodiacale, in momenti diversi. Da come guarda perché il modo di guardare dipende dalla capacita sensibile di ogni individuo, c’è chi ha la vista più acuta e chi meno. Da dove guarda perché, le alture su cui si fanno te osservazioni non rimangono sempre identiche, sono molestate da piogge e terremoti.

1D.: La stessa cosa vale per il concepimento e la nascita perché non esiste un momento preciso in cui avviene la fecondazione né un momento preciso in cui nasce l’individuo.

2D.: Spiegati meglio.

1D.: Per fecondazione si intende l’unione del seme maschile con il liquido femminile. L’unione può avvenire in un solo attimo o anche in un tempo più lungo. Inoltre l’efficienza dell’utero femminile varia da donna a donna, poiché alcune concepiscono più rapidamente e altre con maggior lentezza. Ci sono difficoltà anche nel decidere qual è il momento della nascita perché alcuni considerano vera nascita l’uscita dall’utero del corpo del feto, altri solo l’affacciarsi della testa.

2D.: Non c’è niente di definitivo, è giusto che noi mettiamo in dubbio queste superstiziose credenze.

1D.: Si sta facendo tardi, basta discutere, caro amico mio, è meglio se lasciamo riposare le nostre menti.

2D.: Hai ragione, dobbiamo riservare le energie per la riunione di domani.

ETICA

N.: Nello scetticismo l’etica, la riflessione sul comportamento umano, è affrontata in un primo tempo da Pirrone che si rifà ai modelli di vita dei mistici orientali. Questo comportava la sospensione del giudizio (epochè), l’imperturbabilità (atarassia), l’apatia (mancanza di emozioni) e il completo isolamento culminante nell’afasia (il non parlare).

Queste posizioni più radicali vennero attenuate nello scetticismo successivo e in particolare, in epoca romana, da Sesto Empirico.

[Due discepoli discutono per strada.]

1D. (Primo discepolo): Cosa è bene e cosa è male, cosa guida l’animo umano nell’azione?

2D. (Secondo discepolo): Sai bene che non possiamo conoscere cosa è bene e cosa è male, perché essi non esistono, il maestro lo dice.

1D.: E dunque cosa deve perseguire l’uomo nella sua effimera esistenza?

2D.: La felicità, come dice il maestro.

1D.: E in cosa consiste la felicità?

2D.: Nell’apatia, la mancanza di emozioni e giudizi verso il mondo, nell’astenersi da ogni opinione, e nell’imperturbabilità, la completa ed assoluta serenità interiore.

1D.: Ma non è questa forse opinione? Non è forse vero che l’uomo persegue ciò che è meglio per lui? La felicità consiste è vero, nella mitezza e nella saggezza, ovvero nella rettitudine delle azioni; ma, come sappiamo, ci sono tanti uomini e molteplici sono i metri, i criteri e dunque, ciò che reca felicità ad un uomo, può comportare l’infelicità o il danno a un altro.

2D.: Sì, ogni uomo è arbitro unico della sua esistenza.

1D.: Ma come può muoversi ed agire senza recare danno ad alcuno? In che cosa consiste la rettitudine delle azioni?

2D.: Nel compiere le cose secondo un personale criterio di ragionevolezza, basato su uno studio delle possibili conseguenze delle nostre azioni.

1D.: Compiere cose però, implica un rapporto con la realtà, prendere una certa posizione; ma come è possibile se niente è certo?

2D.: Per esempio nelle circostanze pratiche della vita, quando si tratta di una cosa di poco conto, interroghiamo un solo testimone, quando si tratta di cose importanti più di uno, e quando la cosa da esaminare è ancor più decisiva interroghiamo ciascuno dei testimoni per esaminare l’accordo con le altre testimonianze. Alla stessa maniera, dice Carneade, per cose di poco conto impieghiamo solo il criterio della rappresentazione probabile, nelle cose più importanti quello della rappresentazione non sviabile e, in cose che sono rilevanti al fine della felicità, quello della rappresentazione non sviabile e ben ponderata. Cioè non contraddetta da altre rappresentazioni.

1D.: È giusto, ma sappiamo entrambi che vi possono essere possibilità accettate dalla società e altre no; come rapportarsi a ciò? Scappare dalla società nel caso in cui la possibilità scelta non sia accettata? Isolarsi?

2D.: Credo che sia impossibile vivere fuori da una comunità; ma credo anche che le opinioni che stanno alla base delle leggi non potranno mai essere il metro della decisione umana.

1D.: So solo che noi dobbiamo ubbidire a tali norme.

2D.: Per vivere nella società, non ci interessa sapere se la legge segue la giustizia o no, perché non esiste alcun diritto naturale o uni versale, valido per tutti gli uomini.

1D.: È possibile rimanere scettici nella comunità?

2D.: Sì, è possibile, Sesto Empirico l’ha fatto, egli viveva nella società, lavorava al suo interno, svolgendo la funzione di medico, pur rimanendo fedele alla nostra scuola.

1D.: Occorre quindi nella vita trovare la felicità dell’anima e nello stesso tempo, con un giusto equilibrio, agire nella società, magari con lo scopo di mostrare le proprie idee, insegnando.

2D.: Noi non insegniamo a nessuno, perché non c’è nulla che possiamo insegnare; possiamo solo mostrare la nostra concezione del mondo e il dubbio, l’incertezza, la relatività di ciò che interpretiamo della realtà e della vita.

1D.: È vero, credo che sia una possibilità non sviabile … …

2D.: Forse.

lontano-rappresentazione

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EPICUREI

 

 N. (Narratore): Gli Scettici non hanno mai creduto in nulla. Facile per loro metter le mani avanti dicendo che nessuna dottrina è vera, ma quale utilità poteva avere questa regola di vita in una cittadina quale era Atene?

Immaginate delle case di sasso, poche strade polverose e dei grandi orti coltivati, con mucche e oche che passeggiano nei cortili. Per quella gente l’unico divertimento era inventarsi storie mitiche, riempiendosi la vita di paure e superstizioni; smentire tutto, senza proporre qualcosa di nuovo e stimolante, non era per loro accettabile.

Così, accadde un giorno che un cittadino colto e riflessivo, nato a Samo ma figlio di ateniesi, decise di porre fine sia alle superstizioni che alla dottrina delle non dottrine. Il suo nome era Epicuro e, da quel giorno, ogni pomeriggio, cominciò ad incontrarsi nel giardino di casa sua con degli amici.

Voleva capire quale fosse la chiave della felicità.

Nel suo giardino non potevano entrare politici o legislatori, ma solo persone in cerca del vero, non importa fossero uomini o donne, liberi o schiavi. Così quel luogo finì per diventare una vera e propria Scuola.

Ciò che Epicuro e gli altri scoprirono sarà narrato da Lucrezio due secoli dopo. Il suo poema “La natura” invita gli uomini a rispettare i principi e l’esperienza sensibile e non più i miti e le cose apparenti.

In questi uomini vi era un’ansia di liberazione slegata dalle divinità. Gli dei, infatti, erano troppo occupati a svolgere le loro faccende divine per occuparsi anche della Terra.

Tutto questo valorizzare le sensazioni e i piaceri ebbe molto successo tra gli ateniesi e, nei secoli successivi, presso i romani: finalmente una pratica di vita che conciliava bisogno di sicurezza e appagamento dei desideri.

Purtroppo Lucrezio, per un filtro d’amore, divenne pazzo; così, più che ansiosi, gli uomini a lui apparivano angosciati e malinconici. La sua vita divenne rimpianto per la felicità del passato e pessimismo per il futuro, tanto che si suicidò.

L’immagine dell’Epicureismo che ci ha tramandato però è più o meno questa che andiamo a rappresentare.

LOGICA

N.: Epicuro si trova nel suo giardino e poco distante un filosofo illustra ad un discepolo le sue scoperte non condivise da Epicuro. Tra i due inizierà un dibattito sulla logica in cui Epicuro sosterrà che l’unico parametro di misura della realtà è costituito dalle sensazioni soggettive ed incontestabili.

[Epicuro passeggia nel suo giardino; poco distante un filosofo, con entusiasmo, illustra al discepolo le sue scoperte.]

M. (Maestro): Mio discepolo, mio discepolo, ascolta! ! Ho fatto una scoperta sensazionale, non ci potrai mai credere…

D. (Discepolo): Dimmi mio maestro! Rendimi partecipe della tua felicità!!!

M.: Ho trovato la strada per la verità!

D.: Oh!

M.: Ho sondato le filosofie precedenti che si sono occupate degli strumenti per giungere alla verità. Ho concluso che l’unica verità è data dalla ragione e quindi risiede nel ragionamento. Bisogna pertanto unire Platone ed Aristotele, le dicotomie dialettiche e i sillogismi; in questo modo si può arrivare ad un ragionamento assoluto e indiscutibile.

E. (Epicuro): Mi scusi, sono rimasto affascinato dal suo discorso e siccome anch’io mi occupo della ricerca della verità, vorrei partecipare alla sua spiegazione, … magari ponendo delle domande.

D.: Siedi con me, mentre il maestro spiega.

M.: Come sappiamo già, il ragionamento sta alla base del cammino verso la verità, infatti Aristotele e Platone hanno dimostrato come la logica sia funzionale al conseguimento della verità.

E.: Ma tu tralasci l’esperienza sensibile, le sensazioni …

D.: Ma cosa sono le sensazioni?

E.: Le sensazioni sono prodotte da un flusso di piccole particelle provenienti dagli oggetti che producono immagini, da queste arrivano le sensazioni.

M.: Allora le sensazioni sono combinazioni di immagini, …

E.: Sì, e quando queste vengono conservate nella memoria, possiamo trarne dei concetti.

D.: … Ma le sensazioni sono frutto di anime diverse, perciò non sono associate …

E.: La sensazione è sempre vera, difatti non può essere invalidata da una sensazione omogenea, che la conferma, né da una sensazione diversa che, provenendo da un altro oggetto, non può contraddirla.

D.: Tu ti basi sulla sensibilità personale, quindi anche sulle emozioni?

E.: Sì, infatti anch’esse sono criterio di verità. Costituiscono le norme per la condotta pratica della vita e sono perciò fuori dal campo della logica.

M.: Ma non tutto è percepibile dai sensi.

E.: Con il criterio della “analogia” si può spiegare come, da ciò che è chiaro ai nostri sensi, noi possiamo arguire per somiglianza ciò che ad essi sfugge. Ad esempio noi non riusciamo a vedere le particelle più piccole ma possiamo pensare che, per analogia, si differenzino fra di loro allo stesso modo dei corpi più grandi che riusciamo a vedere.

M.: Ma scusa, allora il ragionamento viene escluso?

E.: No, perché con esso si può estendere la conoscenza anche a cose che alla sensazione stessa sono nascoste.

D.: Che regola c’è per l’utilizzo del ragionamento?

E.: Non c’è una regola precisa come nelle dicotomie o nel sillogismo; si può dire solamente che il ragionamento è tanto più valido quanto più stretto è il suo accordo coi fenomeni percepiti.

D.: Cosa ne pensi della dialettica?

E.: A noi fisici basta attenersi ai significati naturali delle cose che si basano sull’esperienza. Sono le cose ad essere in rapporto fra di loro, non le idee. La dialettica di Platone abbandona invece il piano delle cose, del mondo e “viaggia” nell’Iperuranio, nel mondo immaginario delle idee.

D.: Ho capito! Ho capito!

M.: Veramente io no!

D.: Tutti i tuoi studi, oh mio maestro, sono andati a farsi friggere nell’Iperuranio di Platone!!!

E.: Il principio della certezza conoscitiva è l’esperienza sensibile. L’errore è imputabile alla ragione che spesso ricorda in modo impreciso avanzando frettolose ed incaute interpretazioni dell’esperienza; allora la verità non può stabilirsi che sulla base dell’esperienza di ciò che si vede e si tocca.

D.: Ma non c’è possibilità di errore?

E.: L’errore ha sede in un momento successivo alla sensazione, dato che tutte le sensazioni immediate sono di per sé sempre vere in quanto sperimentate come tali. Da queste possono derivare rappresentazioni fedeli all’esperienza, che ci permettono di ricordarla e di anticiparla. Quando dico: “sta arrivando un uomo”, da un lato ricordo le mie esperienze precedenti, dall’altro anticipo un’esperienza futura. Chiamo pertanto questa mia rappresentazione di uomo “anticipazione”. Ma se, in modo non fedele alle esperienze passate, unisco l’immagine di uomo con quella del cavallo, posso pensare ad un centauro, ma questa rappresentazione è puramente fantastica.

D.: Hai capito adesso?

M.: … Mmm, non tanto!

D.: L’alunno ha superato il maestro!!!!

[Il maestro ed il suo discepolo si allontanano.]

FISICA

N.: Un giovane aveva ascoltato il dibattito e affascinato si avvicina al maestro per porgli delle domande sulla fisica. Epicuro risponderà in modo esauriente portandolo a conoscenza della priorità degli atomi che, combinandosi fra loro, danno origine al Tutto.

[Un giovane aveva ascoltato il precedente dibattito e affascinato si avvicina ad Epicuro.]

G. (Giovane): Oh, grande uomo, illustre maestro, cosa meglio per le mie orecchie che la musica delle vostre parole! Cosa superiore alle vostre teorie? …

E. (Epicuro): Ragazzo, ragazzo stai delirando, forse questo sole ti ha sciolto il cervello?!? Riprenditi, dimmi chi sei.

G.: Vostro umilissimo servo se vorrete farmi da maestro.

E.: Entra nel mio giardino e chiedi pure ragazzo, cosa ti assilla?

G.: Un dubbio mi assale da molto tempo: come è possibile che ciò che percepiscono i miei sensi non sia uguale a ciò che percepiscono quelli degli altri?

E.: Ragazzo mio, le tue sensazioni, come quelle degli altri, sono vere. Fanno parte della realtà in cui coesistono le proprietà eterne dei corpi sensibili ed intelligibili. Questi ultimi, gli atomi, sono infiniti e si muovono nel vuoto.

G.: Ma, che cosa sono questi atomi?

E.: Sono l’essenza delle cose, di tutto ciò che vedi e non vedi, di tutto ciò che senti e non senti. Questa sedia può essere un esempio di ciò che vedi e senti, mentre l’aria che ci circonda e respiriamo può essere l’esempio di ciò che non vedi e non senti.

G.: Ma con questo volete dirmi che anche la mia anima è composta di queste cose?

E.: Certamente “scettico”! E per di più, la tua anima, come quelle di tutti gli altri, non volerà nei pascoli dell’Aldilà come tutti credono, ma si scioglierà insieme al tuo corpo e perderà così la capacità di sentire.

G.: Così voi mi state dicendo che gli dei non esistono!

E.: Ma no!! Hai capito male! Le divinità esistono ma, semplicemente non hanno alcuna influenza sul nostro comportamento e vivono negli Intramundia, che sono gli spazi cosmici fra le varie aggregazioni degli atomi.

G.: Ma il loro mondo è diverso dal nostro?

E.: Sì, certamente. Noi viviamo in un mondo che è un pezzo di cielo e che comprende gli astri, la Terra e tutti i fenomeni terreni. Dall’altra parte c’è l’infinito.

G.: Ma maestro, se gli dei non agiscono su di noi, come si fa a spiegare l’esistenza del mondo?

E.: Figliolo, forse non hai ancora capito che il mondo si forma nel momento in cui gli atomi, che confluiscono da un altro Mondo o dal metacosmo, si aggregano tra loro. Hai presente quando si scontrano due sassi? Per gli atomi avviene nello stesso modo solo che i due sassi danno origine ad una scintilla che formerà poi il fuoco.

G.: Ma l’infinito di cui parlavate poco fa che cosa è?

E.: È il Tutto che è e sarà sempre uguale a se stesso, che non si genera e non si dissolve nel nulla e che è formato dai corpi e dal vuoto.

G.: Ma siete sicuro che il vuoto esiste?

E.: Certamente, cosa credi, non è il non-essere ma è il contenitore della natura intangibile, e il tutto è governato dalle leggi motrici degli atomi.

G.: Ma queste leggi di cui voi parlate, fanno muovere gli atomi sempre nello stesso modo?

E.: In verità, ti dico che questi si muovono a caso nel vuoto infinito, come tu già sai. Il loro movimento è eterno ma durante la caduta verticale, che puoi paragonare alla caduta di un sasso, possono deviare n qualsiasi punto dello spazio e in qualsiasi momento: ciò rende possibile la loro unione.

G.: Questi atomi sono uguali fra loro oppure hanno alcune differenze?

E.: Devi sapere che queste essenze, oltre al peso, differiscono anche per la loro grandezza e forma. Possono essere rotondi o quadrati, enormi o piccolissimi, leggeri come una piuma o pesanti come un elefante.

G.: Ma queste qualità sono le uniche che caratterizzano gli atomi?

E.: Certamente, essi non hanno nessun’altra qualità all’infuori del peso, della grandezza e della forma; per esempio, non hanno alcun colore.

G.: Ma come si può spiegare, allora, la presenza della varietà dei colori?

E.: È molto semplice figliolo, basta sapere che le diverse tinte dei colori variano a seconda della diversa posizione degli atomi.

G.: Oh, grande Maestro, mi avete proprio aiutato a togliermi dalla testa molti dubbi che nessuno era mai riuscito a risolvere.

E.: Caro ragazzo, se avrai ancora problemi o vuoi venire a conoscenza della verità puoi venire qui, nel mio giardino, ogni volta che vorrai.

G.: Non mancherò mai d’ascoltarvi.

[Il giovane si allontana ed Epicuro passeggia fuori dal suo giardino.]

ETICA

N.: Congedatosi, il giovane si allontana ed Epicuro, sul suo cammino, incontra due stranieri arrivati da pochi giorni nella città. Ai due Epicuro esplicherà la sua teoria etica secondo cui l’uomo felice è colui che raggiunge una dimensione di completa assenza di dolore e turbamento.

[Epicuro, che sta passeggiando, incontra due stranieri.]

1S. (Primo straniero): Ci scusi buon uomo, siamo giunti ad Atene da appena una settimana e qui la gente è molto diversa dal paese in cui vivevamo prima. Mi sento un estraneo e ciò mi rende molto infelice.

E. (Epicuro): Miei cari amici, un uomo è felice indipendentemente dal luogo in cui vive.

1S.: Allora spiegami come un uomo può raggiungere la felicità e mantenerla per tutta la vita.

E.: La felicità ha la sua fonte nel piacere e nell’eliminazione del dolore.

2S. (Secondo straniero): Allora io posso permettermi di fare tutto quello che voglio seguendo liberamente il mio istinto?

E.: No, perché il piacere che devi ricercare è un piacere stabile che consiste nella liberazione, assenza ed eliminazione di dolore. Quando arriverai a ciò arriverai all’unico e vero culmine del piacere.

2S.: Come posso raggiungere questo tuo piacere perfetto se non soddisfo tutti i miei desideri?

E.: Devi saper distinguere tre tipi di bisogni. Ci sono bisogni né naturali né necessari come la fama, la ricchezza, il prestigio. Da questo il cittadino saggio deve astenersi poiché procurano solo affanno ed illusione.

Poi ci sono i desideri naturali e non necessari che un cittadino può concedersi solo raramente.

Infine ci sono i bisogni naturali e necessari, indispensabili alla sopravvivenza. Solo questi ultimi vanno ricercati e appagati.

1S.: È l’intelligenza o quale altra virtu’ che ci permette di riconoscere e perseguire il piacere stabile?

E.: La virtù suprema è la saggezza. Essa ci permette un accurato calcolo dei piaceri, limitando i bisogni e raggiungendo la totale assenza di turbamento e dolore.

1S.: Dunque solo il vero saggio raggiunge la felicità perfetta. E chi non possiede la saggezza? Potrà mai raggiungerla?

E.: No, l’ignoranza e la superstizione portano solamente al male, ostacolo per il raggiungimento della felicità. Il valore della saggezza è proprio quello di fornire all’uomo un quadruplice farmaco per liberarlo dai mali che derivano dai timori dell’uomo. Tu di che cosa hai paura?

1S.: Ho paura di molte cose, ma soprattutto della morte, perché penso che sia sofferenza e dolore.

E.: Questo tuo timore è infondato, poiché con la morte l’anima, disgregandosi, non consente più all’uomo di fare alcuna esperienza. Pertanto, fin quando ci siamo noi, non c’è la morte; quando c’è la morte, invece, noi non ci siamo più. Non è possibile per alcun essere sperimentare la morte.

2S.: Io penso, invece, che l’ira degli dei sia più terrificante della morte in quanto essi ci possono punire e condannare a sofferenze atroci.

E.: Anche questo tuo timore è del tutto infondato poiché gli dei, per la loro natura beata, non si occupano delle faccende degli uomini.

1S.: D’accordo, tu sostieni che la sofferenza per causa divina e la sofferenza provocata dalla morte, non esistono, ma non puoi negarmi che non esistano il dolore fisico e il dolore morale.

E.: Il male fisico, se è prolungato nel tempo, può essere sopportato; se invece è atroce, non dura molto poiché la morte ce ne libera.

Il male più grave è quello dell’anima poiché essa non soffre solo del presente ma anche del passato e del futuro. Ma è un male che la saggezza può curare. Quindi, non c’è nessun motivo di temere il male fisico e morale.

2S.: Tu hai parlato di quattro tipi di male che ostacolano il raggiungimento della felicità. Fino ad ora ce ne hai illustrati tre, … e il quarto?

E.: Il quarto male, quello più comune, è quello che deriva dai desideri insoddisfatti. Ma, come abbiamo già detto, i bisogni che contano veramente sono quelli necessari e naturali. E questi sono facili da soddisfare.

1S.: Avete risolto la maggior parte dei miei problemi! Ora vi saluto amico mio, se è lecito così chiamarvi.

E.: Avete fatto una cosa saggia chiamandomi amico poiché, di tutte le cose che la saggezza ci offre, l’amicizia è la più grande per la felicità della vita. Solo chi ha amici è veramente felice.

2S.: E chi non ha amici?

E.: Non potrà mai essere felice. E con questo ti saluto perché si è fatto tardi. Spero di averti portato più serenità.

1S.: È stato molto utile e piacevole discorrere con te. A presto amico mio.

[I tre si congedano ed Epicuro se ne va fischiettando.]

N.: Epicuro si allontana fischiettando.

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STOICI

 

[Tutti in scena: maestri e allievi passeggiano per il Portico e intanto discutono fra di loro. Il narratore è al centro della scena.]

N. (Narratore): Gli stoici non erano persone del tutto normali

Ancora oggi, infatti, si dice stoico chi sopporta il dolore con coraggio, coerenza. Avevano un forte senso dei dovere, una notevole volontà, disprezzavano e allontanavano da loro i vizi, detestavano la vita materiale.

A dare l’esempio fu un giovane, nato a Cipro più di duemila anni fa, Zenone, trasferitosi in giovane età nell’Atene macedone ormai in declino, attratto dalla filosofia e soprattutto dalla figura del cinico Cratete, in cui vedeva realizzato il sapiente socratico, amante della virtù.

Le sue giornate erano fatte di lunghe meditazioni attraverso le quali si convinse che l’unico modo per raggiungere la saggezza è la virtù che è razionale, naturale e morale e così pensò che anche la filosofia dovesse dividersi in logica, fisica, ed etica.

Per soddisfare il suo bisogno di conoscenza frequentò per breve tempo l’Accademia platonica e il Liceo aristotelico, ma soprattutto si entusiasmò alla lettura degli antichi Fisici, rifacendosi in particolare ad Eraclito, il filosofo del divenire.

La filosofia era per lui l’arte dei vivere, come già il suo contemporaneo Epicuro, rifiutando però l’idea che il bene per l’uomo possa realizzarsi nel piacere, mentre insegnava che il vero Bene è la virtù morale e di conseguenza il male sta nella debolezza morale.

Zenone non era cittadino ateniese e quindi non avrebbe potuto acquistare un edificio; per questo diede lezioni in un portico – in greco Stoà – e per tale ragione i suoi seguaci vennero detti Stoici. E in questa scuola Zenone e i suoi allievi si ritrovavano ogni giorno per discutere sul mondo e sugli uomini.

Ormai vecchio pose fine alla sua notevole esistenza suicidandosi, in questo imitato poi da molti altri suoi scolari.

LOGICA

N.: Uno dei suoi primi seguaci fu Crisippo, appassionato dialettico e amante degli studi fisici, che vedeva nella logica una scienza e non solo uno strumento di ricerca come sosteneva Aristotele. Il suo contributo fu così importante che si disse che “senza Crisippo non ci sarebbe stata la stoà.”

[Il narratore si siede su un muretto al lato della scena. Al centro si fermano un aristotelico e il maestro Crisippo per discutere del ragionamento; gli altri personaggi escono di scena.]

A. (Aristotelico): Hai visto che bella giornata!

C. (Crisippo): Ma non c’è il sole!

A.: E allora?!

C.: Se è una bella giornata c’è il sole. Ma non c’è il sole. Quindi non è una bella giornata.

A.: Va beh! Lasciamo perdere! Guarda che bella pianta!

C.: Ma mancano le foglie!

A.: Cosa c’entra!

C.: Se ha le foglie è una bella pianta. Ma non ha le foglie. Dunque non è una bella pianta.

A.: Cominci a stancarmi con queste frasi! Sono le quattro ed è meglio che vada a casa. Sta diventando buio!

C.: È impossibile!

A.: Perché?

C.: Perché se è giorno c’è luce.

A.: Ma non c’è luce.

C.: E allora non è giorno.

A.: Ma sì che è giorno.

C.: Allora ho ragione io: non è buio.

A.: Ma cosa stai dicendo?

C.: Ti sto facendo aprire gli occhi sul vero modo di ragionare: il ragionamento anapodittico.

A.: Ma no! Il ragionamento per eccellenza è il sillogismo dimostrativo: IPSE DIXIT!

C.: E allora ti faccio un altro esempio per dimostrarti che sei in errore, secondo te Platone vive?

A.: Si! Perché le sue idee sono in noi.

C.: Se tu dici così vuol dire che Platone non è morto ma vivo; ma in realtà Platone è morto; quindi Platone non vive.

A.: Si è vero Piatone è morto. Forse mi sbaglio!

C.: Quindi, vedi, il ragionamento anapodittico è quello per eccellenza, perché è un discorso dimostrativo e a differenza di quello vero deve avere qualcosa in più, cioè la conclusione, di per sé oscura, deve essere rivelata dalle premesse attraverso l’esperienza sensibile.

Per tanto un ragionamento del tipo “se quella donna ha latte nelle mammelle, vuol dire che ha partorito; ma ha latte nelle mammelle, quindi ha partorito”, oltre a essere vero è anche dimostrativo. Ha infatti una conclusione che di per sé non è evidente, e la spiega per mezzo delle premesse.

A.: Potresti farmi un altro esempio?

C.: Certo! Vediamo: se c’è il fumo c’è il fuoco e dal camino di quella casa esce il fumo…

A.: Quindi c’è acceso un fuoco.

C.: Esatto! Infatti, vedi … [si avvicinano alla casa] c’è acceso il fuoco. Quindi puoi esserne sicuro perché l`hai visto con i tuoi occhi.

A.: Ma il sillogismo rinvia alle connessioni, deducibili con la ragione, fra la sostanza e le sue proprietà.

C.: Tuttavia, chi ti dice che siano vere? Le relazioni, invece, trattate dal ragionamento anapodittico sono empiricamente verificabili, e la conoscenza umana avviene in primo luogo attraverso i sensi, che imprimono la rappresentazione delle cose sull’anima.

A.: Aristotele ha comunque il merito di aver fondato la logica.

C.: Questo e senz’altro vero. C’è però nella sua analisi un limite di fondo.

A.: Quale?

C.: Quello di non far alcuna differenza fra logica e grammatica, fra analisi del ragionamento e analisi del linguaggio.

A.: Come mai?

C.: Pensava che il linguaggio, le parole che noi usiamo quando parliamo, rinviassero direttamente alle cose, agli enti.

A.: A cosa rinviano invece?

C.: Al lektòn, al significato o concetto.

A.: Non sono sicuro di aver capito bene.

C.: Quando parliamo usiamo delle parole che uniamo in frasi; se vogliamo farci capire dobbiamo seguire certe regole, che sono quelle della lingua che stiamo utilizzando.

A.: Le regole della grammatica!

C.: Esatto. Se le seguiamo ci esprimiamo correttamente. Questo però non significa che quello che diciamo sia vero. Per capire se abbiamo ragione, dobbiamo analizzare il pensiero, i concetti, il significato che sta dietro alle parole e i ragionamenti utilizzati. Di questo si occupa la logica.

A.: Ma se le parole rimandano ai concetti, questi a cosa rimandano?

C.: Alle cose, al mondo e alle sue leggi. Infatti, come c’è un unico mondo governato da un unico “logos”, così vi è una sola logica comune a tutti gli esseri razionali.

A.: Mentre le lingue parlate dagli uomini sono innumerevoli.

C.: Proprio così!

[I due si allontanano.]

FISICA

N.: Un altro grande fondatore dello Stoicismo era stato Cleante di Asso, di cui si narra fosse uomo di pochi bisogni e dalla grande volontà. Con un forte senso religioso insegnava come tutto ciò che esiste sia corporeo. Dio stesso non è altro che Natura, o meglio la razionalità che pervade ogni cosa, e non pertanto una persona a cui rivolgere le proprie preghiere. Tutto ciò Cleante Io espresse in un Inno a Zeus, il divino, la cui ragione tutto governa e a tutto provvede.

[Al centro della scena due allievi discutono sulla lezione a cui hanno preso parte.]

1A. (Primo allievo): cosa ne pensi della lezione di oggi?

2A. (Secondo allievo): A cosa ti riferisci?

1A.: Alla fisica, al principio che costituisce il mondo.

2A.: In effetti non è proprio quello che diceva Aristotele. Le sue teorie affermavano la presenza di quattro cause nel processo che costituisce la realtà.

1A.: Materia, forma, l’agente da cui è prodotto il divenire e il fine del divenire.

2A.: Certo, mentre per noi le cause sono solo due: il principio passivo (la materia) e il principio attivo (la ragione).

1A.: Comunque anche noi sulla materia siamo d’accordo: la materia è inerte e da sola non può diventare questa mela o questa arancia.

2A.: È per questo che noi diciamo che in tutte le cose vi è anche un principio attivo che le fa diventare quello che sono.

1A.: Questo principio è attivo è un principio divino, è la divinità presente nel mondo che coincide con la ragione che guida tutte le cose all’interno delle cose stesse.

2A.: In che forma è presente nelle cose?

1A.: È un fuoco animatore. È un soffio vitale, è come un seme razionale che fa nascere e crescere tutte le cose.

2A.: Ma se Dio è pneuma, quindi soffio caldo e vitale, tu hai capito perché è materia?

1A.: Sì, perché esiste solo ciò che può agire o subire un’azione e pertanto deve essere corporeo.

2A.: Abbiamo detto che Dio guida tutte le cose, ma dove?

1A.: Secondo il nostro maestro Cleante il divenire delle cose è guidato dalla Provvidenza divina, non però attraverso una sua particolare volontà, bensì attraverso la concatenazione necessaria degli eventi.

2A.: Quindi, se ho ben capito, il maestro pensa che l’Universo sia una ferrea catena di cause-effetti.

1A.: Sì, tutto ciò che esiste e che avviene ha sempre una precisa ragione e niente avviene a caso. Inoltre tutto ciò che è avvenuto e avviene non avrebbe mai potuto avvenire in un modo diverso.

2A.: Riassumendo possiamo dire che questo ordine necessario dal punto di vista di Dio è la Provvidenza, dal punto di vista delle cose è il loro destino.

1A.: Anche il mondo ha il suo destino: infatti segue il Ciclo, di cui già parlava Pitagora, cioè il Grande Anno: dopo quarantamila anni, quando gli astri tornano al punto di partenza, vi è una conflagrazione, tutto ridiventa fuoco e il Ciclo ricomincia identico a se stesso e tutto si ripete nello stesso identico modo.

2A.: Quindi il nostro destino ora è quello di essere qui a discutere insieme e per il futuro speriamo che la Provvidenza abbia riservato per noi un felice destino.

1A.: Siamo comunque sicuri di ritrovarci qui fra quarantamila anni a discutere del mondo fisico, della Provvidenza e del Ciclo eterno delle cose.

[I due allievi si allontanano.]

ETICA

N.: Con questo spirito gli Stoici accettarono serenamente il loro destino, qualunque fosse. Esprimevano questa accettazione affermando che “l’Uomo deve vivere secondo Natura”, respingendo le passioni e credendo nei valori umani, cioè una vita condotta secondo ragione. Ricercavano la sapienza in cui consiste la vera ricchezza; l’etica stoica insegna pertanto a raggiungere la felicità per mezzo della virtù, che coincide con una rigorosa conoscenza razionale delle cose umane e divine.

[Entra all’improvviso, correndo, un giovane per incontrare il suo saggio maestro]

D. (Discepolo): Caro maestro sono al culmine della felicità! Stamane ho partecipato alla corsa coi cavalli … ho ottenuto uno splendido risultato; sarà questo il mio futuro! Diventerò popolare, vincerò ogni avversario e tutti comporranno odi in mio onore.

M. (Maestro): Non vantarti per ciò che non è tuo, se il tuo cavallo dicesse “io sono vincente” la cosa sarebbe ammissibile, ma quando vantandoti dici “io ho un cavallo vincente”, sappi che tu ti vanti per un pregio che appartiene al cavallo. Cosa è veramente tuo?

D.: Il cavallo che è condotto da me.

M.: Fermati e rifletti, ricorda che per gli animali è naturale seguire l’istinto, così come per l’uomo è naturale seguire la ragione. Resisti al primo poiché il fine dell’uomo è la vita secondo natura, propria e del tutto, non facendo nulla che la legge comune abbia proibito.

D.: Ma di che legge state parlando?

M.: Quella retta dalla ragione, che percorre ogni cosa, identica a Zeus che guida il governo di tutte le cose, solo così raggiungerai la virtù.

D.: La virtù, ma di che cosa si tratta?

M.: Della vita razionale, il contrario è il vizio e il resto è indifferente.

D.: Ma cosa volete dire esattamente con virtù, ragione e il resto?

M.: I nostri veri beni sono le virtù e la ragione, gli altri invece vanno usati senza dedicarvi l’anima, restando pertanto tranquilli e indifferenti alla loro eventuale perdita. Ricordati di cogliere sempre con chiarezza di che natura sia l’essenza delle cose che ti fanno piacere, o che ti siano utili, o che tu ami, cominciando dalle più piccole. Se ami un vaso di argilla devi dire: “io amo un vaso di argilla e pertanto fragile di natura”, così quando si romperà non ne sarai turbato. Se invece ami teneramente un tuo fanciullino o tua moglie, devi dire che ami un mortale; così quando muore, non ne sarai angosciato.

D.: Ma non desidererò mai che il mio vaso più bello si rompa; né tantomeno che la donna o il figlio a cui sono affezionato muoia.

M.: Sta proprio qui la differenza fra il saggio e l’uomo che segue l’istinto: il saggio sa e vuole che ogni cosa avvenga secondo la profonda ragione delle cose. Se apprezziamo un oggetto plasmato con la fragile argilla non possiamo non volere che la sua fragile natura prima o poi si compia; allo stesso modo non possiamo non volere che la natura di ogni mortale, la nostra come quella dei nostri cari, si concluda nella morte. La nostra volontà non può non coincidere con |’ordine razionale e necessario delle cose.

D.: Ma non c’è niente di più gradevole che, almeno ogni tanto, abbandonarsi all’amore, alle passioni.

M.: Le passioni, essendo turbamenti dell’anima, vanno respinte. Ricorda apatia e impassibilità! In caso contrario la tua vita dipenderebbe non più da te stesso, ma dalle cose o dalle altre persone. In questo modo perderesti la tua libertà; il saggio è libero perché basta a se stesso, è autosufficiente, autarchico.

D.: Se ho capito bene devo allora controllare ogni mio piacere.

M.: No, devi solo sopportare serenamente le avversità e astenerti dal male, proprio come fa il sapiente.

D.: Ma le condizioni esterne talvolta sono insuperabili e ci impediscono di agire secondo virtù, cioè secondo ragione.

M.: In questo caso il saggio non esiterà a togliersi la vita.

D.: Ma in questo modo ci si distaccherà per sempre dalla propria famiglia e dalla propria città.

M.: Il vero saggio si è già distaccato da ogni rapporto; il suo agire non dipende né dagli altri né dalle leggi della propria città.

D.: Ma allora non è cittadino di alcuno stato.

M.: Proprio così. Il vero saggio è cosmopolita, cioè cittadino del mondo e segue pertanto un’unica legge: il logos divino che regolamenta l’intero cosmo.

[I due si allontanano.]

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EPILOGO

 

 [Il narratore ritorna al centro della scena]

N.: I filosofi stoici costituiranno, nell’età romana, gli ultimi rappresentanti ed eredi dell’intera cultura greca.

Ma altri tempi, altre culture, altre religioni si affacciano all’orizzonte; il declino delle filosofie ellenistiche corrispondere al declino del mondo antico.

Ciò non toglie che molti temi ed argomenti logici, fisici, ed etici degli antichi scettici, epicurei e stoici saranno ripresi e reintegrati nelle epoche successive, in età cristiana, medioevale e moderna.

Ma la figura autarchica e cosmopolita del saggio ellenistico sembra definitivamente tramontata.

 

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Hanno elaborato il testo gli studenti della classe IV di Scienze Umane e sociali Simone Aliverti, Maria Cristina Aromando, Luca Bandirali, Doriano Camossi, Sabrina Caretti, Paola Ciffarelli, Katia Coco, Marcella Esposito, Laura Franzini, Nathalie Ghioni, Cristina Giro, Gian Luigi Lanzalone, Silvia Marchionini, Lizaveta Medina, Mara Pedroni, Enrico Perucchini, Barbara Piana Agostinetti, Sara Pigazzini, Demir Regalia, Anna Tognetti e Laura Valentino, coordinati dall’insegnante Gianmaria Ottolini. Anno scolastico 1993-94.

 

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LONTANO DAL POTERE.

Competitività, cooperazione, creatività e filosofie ellenistiche (*)

Giovedì 17 marzo 1994, ore 15.45

Consiglio di Classe della 4a Scienze Umane, ITIS “Cobianchi”, Verbania.

Guido, il collega di matematica, presenta l’elaborazione del questionario di autovalutazione. Pienamente positiva la valutazione degli studenti sul proprio livello di apprendimento (71.5 su 100), ancora migliore quella sul metodo di studio (85.7). Positivo l’interesse per gli argomenti affrontati, specialmente nelle discipline caratterizzanti l’indirizzo (76.25). Lusinghiero il giudizio sulla “Organizzazione e conduzione delle attività didattiche”: contenuti congruenti fra loro (82.25) e variati (70.25). La comunicazione con i docenti è considerate agevole (70.25), il clima didattico decisamente buono (91 .2).

Tutto come previsto, anzi meglio. Una buona classe, vivace, motivata all’apprendimento, consapevole delle proprie capacità. Solo un giudizio negativo sulla distribuzione dei “carichi di lavoro” (28.5), da considerarsi, ci diciamo, “lamentela di ruolo”: nessuno studente è tanto “masochista” da affermare che i “carichi” sono accettabili e ben distribuiti nel tempo.

Sezione quarta del questionario: Valutazione del gruppo classe.

Quesito n. 41. “Percepisco i miei compagni interessati al lavoro in classe”: 58.25 su 100. Un po’ basso, comunque tutto sembra procedere come previsto … ma di colpo:

n. 42. Valorizzazione risorse individuali: 37

n. 47. Fiducia e franchezza reciproca: 31

n. 49. Distribuzione flessibile della leadership: 19

n. 52. Coesione emotiva del gruppo: 25.

E, dulcis in fundo, (quesiti 53-55) il gruppo afferma che la competizione per il voto rende difficile il rapporto reciproco, che è frammentato in tanti piccoli sottogruppi e sostanzialmente insoddisfatto per il clima interno. Al quesito aperto su quale sia “il problema più rilevante presente nel gruppo classe” 16 studenti su 21 indicano la “competizione per il voto”; altri aggiungono una “leadership troppo legata alle capacità scolastiche”, “l’arroganza di alcuni”, “l’invidia” ed infine “la presenza di alcuni studenti che hanno confidato di voler abbandonare gli studi”.

Ci guardiamo in faccia in silenzio. Evidentemente non avevamo capito niente. I risultati al di sopra delle medie delle altre classi ci appagavano e probabilmente noi stessi avevamo spinto l’acceleratore dell’apprendimento. I segnali del disagio non erano certo mancati, ma … “la classe andava bene”.

Claudio (biologia) ricorda un episodio, mai accadutogli in altre classi: la richiesta di consegnare i test corretti senza far sapere alla classe le valutazioni individuali.

Gemma (lettere) e Marina (psicologia) ricordano l’ostracismo subito da F., studente lavoratore, per il fatto di porre domande “sciocche” e poi di ottenere buone valutazioni nelle verifiche: che le domande potessero essere domande “vere”, tese alla comprensione e non al “far bella figura con l’insegnante”, metteva a disagio il gruppo, veniva recepito come la rottura di una regola tacita ed indiscussa.

[Altri esempi, altri segnali vengono ricordati] Tutti scopriamo che “sapevamo”, ma abbiamo preferito non vedere.

Martedì 22 marzo 94, ore 10.35

“Restituzione” della autovalutazione alla classe.

Siamo presenti in cinque insegnanti. Guido illustra i grafici delle risposte. Non c’è l’allegria che solitamente accompagna qualsiasi attività sostitutiva alle lezioni. Il silenzio, quando si giunge alla sezione quarta, sembra potersi tagliare a fette.

Affermo che, visto quanto avevano dichiarato nei questionari, era opportuno soffermarci soprattutto sulle dinamiche interne al gruppo e, in particolare, sulla competizione per il voto.

Gli studenti parlano a fatica, non sembra più la classe “vivace” di cui ci vantavamo. Alcuni attribuiscono a noi docenti ogni responsabilità, siamo prevenuti (in negativo) verso alcuni studenti, facciamo delle preferenze, ecc. T., leader “scolastico”, afferma con decisione che fra di loro non esiste alcun conflitto per il voto, il problema è nostro che non prestiamo sufficiente attenzione alle difficoltà di apprendimento di alcuni di loro. Silenzio, una parte annuisce. Rispondere che per iscritto avevano affermato il contrario, che da anni lavoriamo sul metodo di studio (cosa anch’essa confermata dalle loro risposte al questionario), sembra inutile. Guardo U. aspettando almeno una replica o, perlomeno, una valutazione diversa. Per il momento non dice niente. Interverrà più avanti, apparentemente parlando d’altro: auspica delle modalità di lavoro più flessibili che rimescolino i gruppi.

Riflessione.

Posto il problema “In questa classe c’è competizione ed invidia per il voto”, non si può uscire da una delle seguenti attribuzioni:

  1. 1 . Gli insegnanti sono parziali, fanno delle preferenze, trattano con disprezzo alcuni, stravedono per altri.
  2. Gli studenti più capaci (o meglio i “secchioni”) pensano solo al voto, sono arroganti, non aiutano gli altri, si fanno belli davanti agli insegnanti.
  3. Gli studenti “con difficoltà”, invece di studiare di più e “darsi una mossa”, sono invidiosi degli altri, se la prendono con gli insegnanti, si autocommiserano.

In questo caso il questionario di autovalutazione non ha funzionato quale “oggettivatore” dei problemi; diversamente che in altre classi e per altri problemi, il metodo “questa questione l’avete posta voi, vediamo di affrontarla insieme …” non ha sortito alcun effetto. Sembra anzi collocarci in un giro vizioso di attribuzioni di responsabilità da cui rischiamo di non uscire.

Ha ragione U., allievo sensibile alle dinamiche del gruppo e sempre disponibile a “dare una mano”. Ha ragione per due motivi.

  1. La questione “competizione” non può essere affrontata direttamente, pena un distruttivo circolo vizioso di attribuzioni reciproche di colpa, va presa alla lontana: il bandolo della matassa va cercato altrove.
  2. Il tema della flessibilità, in particolare quello della flessibilità dei ruoli è invece centrale.

Giovedì 24 marzo, ore 9.30

Lezione di filosofia. Presento il progetto “Drammatizzazioni filosofiche sulle filosofie ellenistiche”.

Obiettivi:

  • Sperimentare una nuova modalità di studio della filosofia attraverso una lettura di gruppo e la produzione di brevi testi drammatizzabili.
  • Introdurre le classi del biennio allo studio della filosofia (drammatizzazione).
  • Portare l’esperienza, qualora abbia esito positivo, al convegno di Reggio Emilia sulla creatività, insieme alle esperienze di tirocinio già effettuate.

(Segnali positivi anche da alcuni degli studenti solitamente memo coinvolti. Qualche prevedibile apprensione per il doversi mettere in gioco).

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Modalità:

  • I tre gruppi saranno estratti a sorte. (Proteste di M., allieva solitamente silenziosa, che vuole ad ogni costo far parte degli Epicurei. La sorte l’accontenterà).
  • La suddivisione delle sezioni (narrazione, logica, ecc.) sarà decisa all’interno del gruppo.
  • I tre narratori si coordineranno fra loro per rendere omogeneo lo stile di lavoro. Dovranno pensare, insieme all’insegnante, anche ad un Prologo e un Epilogo.
  • All’interno di ogni gruppo viene scelto uno scenografo, anche i tre scenografi dovranno coordinarsi.
  • I testi su cui lavorare sono da reperire nella biblioteca dell’indirizzo e in quella generale dell’Istituto. Alcuni verranno forniti dall’insegnante. Vanno privilegiati i testi e le fonti antiche rispetto ai manuali e ai saggi.
  • Dato il carattere didattico-sperimentale verranno utilizzate, oltre alle ore di filosofia, anche quelle di pedagogia.

[Il “come” è definito nei dettagli. Il “cosa ne risulterà” è del tutto imprevedibile. Ma la scommessa non è solo mia. L’intera classe si sente messa in gioco davanti ai compagni di altre classi e, magari, anche al Convegno di Reggio Emilia.]

Giovedì 7 aprile, ore 9.30

Si riprende dopo la pausa pasquale. I lavori sono a buon punto. Le singole drammatizzazioni hanno il carattere di dialoghi per lo più a due o tre voci. La consuetudine con le letture platoniche ha lasciato il segno e costituito spontaneamente un modello comune di riferimento. Qualche lieve concessione al genere “rappresentazione studentesca” non guasta. Minimi i miei interventi di merito. I problemi principali emergono nelle narrazioni introduttive. La tendenza è quella di riprodurre in sintesi la lezione dell’insegnante o il manuale. Ribadisco che il testo deve essere narrativo e non espositivo. O., la narratrice degli Epicurei, trova la strada giusta. Il suo testo servirà da metro stilistico per gli altri narratori, le fonti di riferimento diventano i biografi e dossografi antichi.

Colgo l’occasione per un breve richiamo alla specificità dei diversi generi della letteratura filosofica, sottolineo il carattere didattico educativo del dialogo (riferimento per le parti da drammatizzare) in contrasto con il carattere prevalentemente narrativo di molte testimonianze raccolte da dossografi e biografi.

(T. produrrà rapidamente il testo introduttivo allo stoicismo. V. invece dovrà riscrivere da capo per ben quattro volte quello degli Scettici).

Mercoledì 13 aprile, ore 10.35

Iniziamo le prove interne alla classe. L’obiettivo è rendere i testi il più possibile omogenei fra loro, migliorarne l’efficacia teatrale, incominciare a preparare la scenografia.

L’attenzione è al massimo: tutti intervengono, i contributi sono molto pertinenti. Z., ragazza studiosa ma timida e riservata che abitualmente parla sottovoce, impersona con vivacità Epicuro. B. e N., entrambe solitamente con difficoltà espositive, “recitano” in modo spavaldo senza i timori di qualche loro compagno normalmente più brillante. M., I, ed E., di solito non molto concentrati nel lavoro, pensano alla scenografia e si rendono disponibili per gran parte del supporto organizzativo (stampa del testo, costumi, ecc.).

L’entusiasmo è evidente, ogni dialogo riceve gli applausi dell’intera classe.

Martedì 19 aprile, ore 8.30

Prova generale in Aula Magna.

Gemma dà la sua consulenza registica, curando in particolare la dizione. Per ovvi motivi di tempo scolastico si è scelto di recitare leggendo: molti comunque si limitano a dare un’occhiata rapida al “loro” testo.

T., che ci teneva a fare il Corifeo nel Prologo, salmodia un po’ troppo. Molti non riescono ad emettere un volume sufficiente di voce. U. legge troppo rapidamente, manifesta ansietà. Nonostante le apprensioni per l’indomani, il grado di autosoddisfazione è alto.

Mercoledì 20 aprile, ore 10.30

Rappresentazione in Aula magna.

Assistono 5 classi, un centinaio abbondante di studenti e una decina di insegnanti. Piero, assistente tecnico, riprende con la telecamera.

Tutto è filato liscio. Solo un errore di battuta, dovuto ad uno scambio di pagine, ha creato un momento di disagio subito interrotto dal benevolo applauso del pubblico. Nel dibattito successivo alla rappresentazione anche gli studenti del biennio sembrano aver colto le problematiche di fondo.

(Ore 13.00) Per la prima volta tutta la classe pranza in mensa intorno ad un’unica tavolata. Alla fine cercano alcuni di noi per bere insieme il caffè e per sfondare un po’ l’orario della prima ora del pomeriggio “visto quanto abbiamo lavorato fino ad oggi”.

Venerdì 29 aprile, ore 5.55:

Stazione di Arona.

Siamo sul treno per Milano (da dove proseguiremo per Reggio Emilia), T. deve salire ma non si vede. Alla stazione di Milano, dopo aver contattato per telefono la famiglia, lascio i due adulti (studenti lavoratori) ad aspettarlo. Si saprà che (lui che “non sbaglia mai nemmeno una virgola in un test”) si è confuso con l’orario ferroviario prendendo il treno successivo. Sarà benevolmente preso in giro per due giorni e tutti gli vorranno un po’ più di bene.

Sabato 30 aprile, ore 9.30

Reggio Emilia, Teatro municipale.

V., che già la sera prima era rimasta fino alla fine a presenziare la “nostra mostra” al “Pascal”, si offre per diffondere il testo “Lontano dal potere” all’ingresso del Convegno. Evidentemente fra lei (reiterata riscrittrice dell’introduzione allo scetticismo) ed il testo delle drammatizzazioni filosofiche si è instaurato un legame particolare.

Annoto in sintesi al dibattito del Convegno.

La didattica della creatività non va in alcun modo isolata dall’insieme degli obiettivi scolastici sia cognitivi che psico-affettivi; la sua base biologica risiede nella plasticità del nostro cervello e la sua pratica didattica non consiste “in spazi vuoti” da lasciar riempire spontaneisticamente, né in un’ora apposita (ed isolata) di training creativo, ma nella proposta di “itinerari diversi” (alcuni hanno parlato di apposita introduzione di “ostacoli” o di “vincoli inusuali”) volti a realizzare compiti ed obiettivi “usuali”. Una didattica della creatività pertanto che mette in campo le competenze specifiche del corso di studi ma che, nel contempo, richiede modalità, tempi e spazi diversi dal consueto per la sua effettiva realizzazione.

(Ore 15.00, Stazione di Reggio Emilia) Aspettiamo il treno. Scattiamo qualche foto di gruppo. Questi due giorni ci sembrano esser durati almeno una settimana. Tutti giurano che Reggio Emilia è la città più bella che abbiano mai visitato.

Martedì 7 giugno, ore 9.30

Test conclusivo di filosofia.

Brani di risposta al quesito “Analizza e valuta criticamente il percorso didattico (della classe e tuo) ln Filosofia e Pedagogia”. Ne scelgo due di ottica decisamente antitetica.

O., leader “scolastica”: “Per quanto riguarda la filosofia il programma svolto è quantitativamente poco, ma la qualità del percorso di apprendimento e i mezzi “creativi” utilizzati sono stati efficacissimi. Non ci siamo limitati a studiare e capire, ma soprattutto abbiamo interiorizzato i contenuti. Più volte mi sono immedesimata inconsapevolmente nel filosofi dei quali praticavo i metodi (non dimenticherò mai le dicotomie platoniche). Il culmine è stato raggiunto quando ci è stato chiesto di immedesimarci esplicitamente nei filosofi attraverso la drammatizzazione.

Ripensando al programma, non mi sembra di averlo svolto, ma di averlo vissuto, ogni corrente era un convertirsi alle nuove teorie per poi ricredersi e riconvertirsi alle successive. Ammetto però di non ricordare tutto ciò in cui ho creduto, né tutto ciò che si è contraddetto. […] Per la mia realizzazione personale vorrei, una volta sistemata socialmente, prendere una laurea in filosofia (se non altro completerò il programma) “.

E., “anti leader”, studente che ad un certo punto sembrava volesse abbandonare gli studi: “Quando in seguito al test di autovalutazione si è deciso (a nostra insaputa) di affrontare gli argomenti riguardanti la filosofia ellenistica tramite drammatizzazione, le reazioni della classe sono state un po’ di perplessità. Questo significava una quantità di lavoro relativamente grande, da svolgere in tempi ristretti. Come sappiamo però l’esito si è rivelato un successo per noi [(4 nomination!)] sia dal punto di vista didattico che dal punto di vista umano. Siamo riusciti ad integrare diversi strumenti di studio (testi scolastici, enciclopedia, computer) e a ottenere un prodotto finito originale e completo. Le successive rappresentazioni e mostre (nella nostra scuola e Stage a Reggio Emilia) hanno fatto in modo che noi acquisissimo un’esperienza ed autonomia in grado di garantirci un migliore approccio al mondo lavorativo”.

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(*) Da Sensate Esperienze. Rivista trimestrale della scuola secondaria, n. 24, ottobre 1994, pp. 21 – 28.

 

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Postilla 2016

Cosa aggiungere oggi? Direi che da quella esperienza ho appreso molto, non solo nella professione di insegnante ma anche in altri ambiti. La concezione di creatività espressa allora con chiarezza nel Convegno di Reggio Emilia e che posso sintetizzare come: conferimento di fiducia e proposta di sfide “alte”, ha trovato espressione anche nello sviluppo della peer education.

Come è noto all’Indirizzo di Scienze Umane e Sociali del Cobianchi è stato posto termine con una grave perdita per quella scuola e per il territorio. Non disperdere comunque quell’esperienza quarantennale penso sia un dovere collettivo.

Ultima annotazione. Scorrendo i componenti di quella classe quarta del lontano 1994 si può notare come non tutti siano restati “Lontani dal potere”: due di loro infatti oggi ricoprono la carica di Sindaco nella nostra provincia. Ammesso che l’incarico di Sindaco rappresenti un “potere” e non piuttosto un “servizio”. Direi che dipende da come lo si esercita.

 

 

Un’altra Costituzione

Mancano ormai pochi giorni al referendum e il clima elettorale non invoglia certo ad intervenire: assistiamo al prevalere dei pasdaran delle opposte tifoserie, ad un incattivimento che sta producendo sfracelli non solo dentro organizzazioni e ambienti politici e sociali, ma anche nelle famiglie e nelle amicizie (cari amici che quasi non si salutano più o che tutt’al più per quieto vivere rinunciano al reciproco confronto, il che non è certo un bel segno); il tutto, qualunque sarà il risultato, lascerà ferite e strascichi difficili da ricomporre. Un clima che non facilita la discussione e penso terrà lontano dal voto i molti indecisi.

Ero pertanto incerto se esprimere in questo blog il mio convincimento (che si è rafforzato non tanto per il brutto dibattito ma andando a rileggere il testo su cui andremo a votare); penso però che sia un mio dovere quale cittadino attivo. Non pretendo certo di convincere nessuno ma semmai porre l’accento su alcuni aspetti che mi paiono centrali.

Il testo

Come di usa fare per ogni testo parto da una analisi formale dicendo cose in parte scontate ma anche altre che mi pare restino in ombra. Faccio riferimento al testo della proposta (qui consultabile) che permette il raffronto fra il testo costituzionale vigente e le modifiche su cui dobbiamo votare. La proposta riguarda come è noto 47 articoli (sui 139 della Costituzione vigente)

  • Parte I: Diritti e doveri dei cittadini.
    • Titolo IV. Rapporti politici: art 48
  • Parte II: Ordinamento della repubblica
    • Titolo I. Il Parlamento
      • Sezione I. Le Camere: art. 55, 57, 58, 59, 60, 61, 62, 63, 64, 66, 67, 69
      • Sezione II La formazione delle leggi: art. 70, 71, 72, 73, 74, 75, 77, 78, 79, 80, 81, 82
    • Titolo II. Il Presidente della Repubblica: art. 83, 85, 86, 87, 88
    • Titolo III. Il Governo
      • Sezione I. Il Consiglio dei Ministri: art. 94, 96
      • Sezione II. La Pubblica amministrazione: art. 97, 99
    • Titolo V. Le Regioni, le Province, i Comuni (diventa “Le Regioni, Le Città metropolitane e i Comuni”): art. 114, 116, 117, 118, 119, 120, 121, 122, 126, 132, 133
    • Titolo VI. Garanzie costituzionali
      • Sezione I. La Corte Costituzionale: art. 134, 135

All’interno di questo cambiamento vi è l’abrogazione di 2 articoli (art. 58 e 99) e di cinque commi 5 commi di altrettanti articoli (art. 57/2, 62/3, 83/2, 117/3, 133/1). Dovremmo aspettarci una costituzione più snella, come si è più volte detto una semplificazione. Da una prima lettura ho subito avuto l’impressione contraria e ho provato a fare il conteggio delle parole in più e in meno con questo risultato: nonostante gli articoli e i commi abrogati la costituzione che esce dalla proposta contiene ben 1918 parole in più (ho fatto i conteggi due volte e non escludo qualche imprecisione ma l’ordine di grandezza è sicuramente questo: a un primo conteggio mi veniva 1915, numero – e data – che mi ha fatto sobbalzare per l’infausto riferimento storico; alla seconda il forse meglio augurante 1918).

Un primo problema è pertanto quello della leggibilità; su questo aspetto molti hanno parlato: molti articoli sono di difficile comprensione (non solo il citatissimo art. 70: si possono citare fare ad esempio gli articoli 55, 72, 77).  Si fa inoltre largo utilizzo uso di un metodo di formulazione (il rimando a commi di altri articoli) in largo utilizzo nella formulazione legislativa ma che non dovrebbe far parte di una Costituzione rendendo ancor più difficile la lettura per i non esperti di diritto e legislazione. La percezione è quella di una scrittura affrettata che avrebbe bisogno di una ripulitura e chiarificazione linguistica. Cura dei padri costituenti è stata anche questa: un testo a portata di ogni cittadino e fonte prima di ogni formazione civile in ogni ordine di scuola. Con la nuova proposta è evidente che si scinde (o si rende comunque problematico) un possibile rapporto di immediata ed esplicita identificazione fra cittadino e Costituzione repubblicana.

Ma non è questo il nodo principale: se cambia parte di un testo cambia anche il significato del co-testo. Non è necessario essere esperti di analisi testuale: il cambiamento di articoli di una sezione ovviamente determina il significato anche degli altri articoli della stessa sezione. Lo diceva già Schopenhauer: un testo è un organismo, ogni parte di un testo interagisce con tutte le altre parti del testo e con il testo complessivo.  Un cambiamento così cospicuo (47 articoli su 139, quasi duemila parole in più) pertanto non dà vita a una “revisione” dell’attuale Costituzione, ad una “riforma”, ma a un’altra costituzione. E questo vale anche per la prima parte e i primi 12 articoli (i Principi fondamentali). Non cambiano nella loro formulazione diretta ma assumono evidentemente un significato diverso in quanto le altre parti del testo costituzionale (del co-testo) ne sostanziano il significato. Se si modificano ad esempio (e in modo significativo) le modalità di esercizio della sovranità popolare è evidente che cambia il significato dello stesso art. 1. E chi come Benigni afferma “…ma i principi fondamentali non cambiano” fa un insulto non alla nostra ma alla sua stessa intelligenza.

Due Costituzioni

Abbiamo pertanto di fronte la scelta fra due diverse costituzioni; le modifiche sono tali che quella proposta è di fatto un’altra costituzione. È ovvio che non vi è nulla di illegale nel percorso che ha portato alla proposta di una diversa formulazione della Costituzione. È previsto dalla stessa costituzione (art. 138) e è appunto su questa scelta dobbiamo votare: Costituzione vigente, nuova Costituzione.

Certo c’è un altro aspetto che alcuni chiamano “vizio di forma”; io direi di “modalità” con cui si è arrivati alla sua formulazione e approvazione: non una scelta ampiamente condivisa, e nemmeno una scelta partita dal parlamento, ma dal governo e approvata (e questa è senz’altro una anomalia) anche con voti di fiducia. Su questo si è discusso molto e non mi soffermo (tempi accelerati con voti di fiducia ecc.). Certo questa modalità è tale che divide, che crea fratture non facilmente sanabili, sia che vinca il sì che il no (e il fatto che si dica – e allo stato attuale non c’è altro modo di dirlo – che qualcuno vinca e altri perda sulle regole (sulle regole fondanti della Costituzione) e non all’interno delle regole (come avviene e deve avvenire nelle normali competizioni politiche) produce una lacerazione nel paese di cui non avevamo certo bisogno (mi riferisco ovviamente al governo, visto che è sua la proposta, e non al fronte del sì che è più variegato, anche nelle motivazioni).

Faccio a questo punto due citazioni, prese da due diversi momenti del dibattito politico, ma che possono far riflettere molto su quello attuale.

“Ancora una volta, in questa occasione emerge la concezione che è propria di questo governo e di questa maggioranza, secondo la quale chi vince le elezioni possiede le istituzioni, ne è il proprietario. Questo è un errore. È una concezione profondamente sbagliata. Le istituzioni sono di tutti, di chi è al governo e di chi è all’opposizione. La cosa grave è che, questa volta, vittima di questa vostra concezione è la nostra Costituzione” (20.10.2005) [1]

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“È opinione diffusa, se non pressoché pacifica, che l’adozione di sistemi elettorali maggioritari debba essere accompagnata da una riconsiderazione del sistema di garanzie costituzionali. Una democrazia maggioritaria matura (cosiddetta democrazia dell’alternanza) si fonda infatti sulla comune e diffusa convinzione che il principio maggioritario debba dispiegarsi appieno per quanto riguarda le scelte di governo ma trovi un limite invalicabile nel rispetto dei principi costituzionali, delle regole democratiche, dei diritti e delle libertà dei cittadini: principi, regole, diritti, libertà che non sono e non possono essere rimessi alle discrezionali decisioni delle maggioranze pro tempore. È, questo, il pilastro principale del costituzionalismo moderno, prodotto maturo di una lunga e contrastata stagione storica terminata con l’affermazione dei principi e dei valori della cultura democratica e liberale”.

Si tratta della premessa alla proposta di legge Costituzionale n. 2115 (art, 64, 83, 136 e 138) presentata il 28 febbraio 1995 e firmata fra gli altri da Mattarella, Napolitano, Fassino, Veltroni e molti altri.

L’articolo 4 proponeva di cambiare il primo comma dell’articolo 138, elevando la soglia minima per la revisione della Costituzione con l’approvazione per ciascuna Camera delle leggi costituzionali alla “maggioranza dei due terzi dei suoi componenti con due successive deliberazioni separate da un intervallo non inferiore a tre mesi”. Se quella riforma, allora proposta anche da qualche attuale fervido sostenitore del sì, si fosse attuata, la “nuova” Costituzione, approvata a semplice maggioranza, non avrebbe superato il voto parlamentare e non saremmo qui a dividerci fra il sì e il no.

Il quesito

C’è un terzo aspetto, formale e sostanziale, su cui mi pare ci si soffermi poco. Riguarda il quesito. Non mi riferisco alla sua formulazione. Che il modo in cui è formulato sia una forzatura propagandistica è evidente. Una “furbata” da un lato – basta notare come il presidente del Consiglio lo visualizzi con enfasi in ogni suo intervento a favore del sì – e nello stesso tempo segnale della parallela poca avvedutezza (diciamo così) dei suoi oppositori. Non sarà certo questo (il modo in cui è formulato) a spostare gli italiani verso una o l’altra direzione (sarebbe fare un’offesa in questo caso alla loro intelligenza).

Mi riferisco al fatto che appunto sia un unico quesito. Sempre nella proposta del febbraio 1995 sopra ricordata, si proponeva questa formulazione: “Il referendum è richiesto e indetto per ciascuna delle disposizioni sottoposta a revisione, o per gruppi di disposizioni tra loro collegate per identità di materia”. In sostanza se quella revisione fosse oggi in vigore (e la proposta fosse stata votata dai due terzi di entrambe le Camere) oggi andremmo a votare su più quesiti come sosteneva Valerio Onida.

Così non è e tutto sommato, allo stato attuale, mi pare che sia meglio così. Purché se ne prenda atto sino in fondo sia nel dibattito che nella decisione che ognuno di noi deve assumere. Se fossero stati più quesiti tutto il discorso che ho fatto sin qui (le due Costituzioni) evidentemente cambierebbe.

Si vota sull’insieme della proposta, sul suo significato complessivo. Se viene approvata si entra in una nuova forma costituzionale; la “seconda repubblica” non è mai esistita, è stata solo una formulazione politico giornalistica: in questo caso direi che sì, si entrerebbe in una nuova forma di repubblica.

Mi pare che, a parte i toni dello scontro e le invettive reciproche, sia qui il principale difetto del dibattito a cui assistiamo. Da una parte e dall’altra ci si sofferma su questo o quell’altro aspetto (condivido per questo, non condivido per quell’altro ecc.) e non sull’insieme della proposta che non è stata esplicitata (e dall’altra parte quasi mai criticata) nel suo impianto complessivo (se non con slogan elogiativi – nuovo vs vecchio e simili– oppure denigrativi – democrazia vs autoritarismo se non addirittura dittatura-). In sostanza non siamo semplicemente chiamati a votare se le proposta di un nuovo rapporto Stato-Regioni ci convince, o il nuovo assetto del Senato e sul suo modo di essere eletto/nominato, sul modo di contenere i costi delle istituzioni, sul Cnel o quanto altro.

La domanda del 4 dicembre

La vera domanda è: dentro questo nuovo impianto costituzionale mi sento (mi sentirò) di appartenere come cittadino di questa nazione qualunque sia (e sarà) il presidente del consiglio e il partito a cui esso appartiene (apparterrà)? In passato, almeno per me (ma penso per tutti o quasi), è stato così anche quando mi identificavo culturalmente e politicamente con l’opposizione. Questa nuova proposta ci va bene, ci convince anche se il/i vincitore/i di tutte le prossime (e future) elezioni siano pur anche il peggio che ognuno di noi possa auspicare?

E allora il quesito del 4 dicembre si declina in altri quesiti. A quali problemi risponde (o cerca di rispondere) la proposta approvata a maggioranza dal parlamento? Si tratta certamente di problemi effettivi: la crisi della politica (o meglio la crisi dei partiti democratici e della loro capacità di rappresentare i cambiamenti della società) che si riflette anche nella costante riduzione della partecipazione alle elezioni, la crisi del potere degli Stati rispetto alla internazionalizzazione della finanza e delle scelte economiche, la velocità dei cambiamenti tecnologici, economici, sociali, internazionali di cui la crisi migratoria è un aspetto e pertanto la necessità di dare risposte più efficaci.  Non la faccio lunga, il quadro (il con-testo) anche se non “conosciuto a fondo” penso sia senz’altro percepito da tutti nella sua complessità.

Ora di fronte a questo contesto, certamente complesso e problematico, mi sembra ci possano essere due risposte – o meglio due linee di tendenza – diverse. Non prendo in considerazione le “risposte di pancia” (alziamo i muri, usciamo dall’Europa e dall’euro, buttiamo a mare tutti i politici e mettiamo al governo dei semplici cittadini …) evidentemente irrazionali.

Una prima linea di tendenza è quella che possiamo chiamare neoliberista: accentramento del potere decisionale, più potere ai “tecnici” e meno alla politica tradizionalmente intesa. Siccome la situazione è sempre più complessa si risponde cercando forzature semplificatrici. Direi andando verso una democrazia più tecnocratica e più oligarchica, meno partecipata. La proposta governativa va in questo senso? mi pare proprio di sì anche se in modo pasticciato (un po’ un “vorrei ma non lo dico”), soprattutto nel ridurre i contrappesi (ad es. il capo dello Stato diventa di fatto espressione della maggioranza e da questa può esser messo in stato di accusa rovesciando il rapporto fra controllore e controllato), nel ridurre il ruolo diretto dei cittadini con “elezioni” (di fatto “nomine”) di secondo livello (sperimentate e tutt’ora ancora in campo per le Province), con la riduzione delle rappresentanze e la formazione (auspicata) di un “corpo politico” più coeso e competente; non mi piace la parola “casta” che è impropria e polemica, ma si andrebbe nella formazione – dai sindaci al parlamento – di un corpo politico più ridotto e sempre più a tempo pieno e pertanto sempre più proteso a perpetuarsi. La proposta va in questa direzione ma avrebbe dovuto esser più coerente e soprattutto esplicitata in quanto tale. Ma oltre ad esser pasticciata e in parte incoerente (ad es. il ruolo del Senato che “rappresenta le istituzioni territoriali” e nello stesso tempo concorre legislativamente al “raccordo fra lo Stato e l’Unione Europea”) non tiene conto che queste politiche (a partire da Blair)  hanno fallito, hanno fatto il loro tempo. Nate tra l’altro nell’ottica dell’alternanza fra due poli ma riproposte oggi quando ormai la bipolarità della politica è superata nei fatti con la presenza – non solo in Italia ma in buona parte dei paesi occidentali – da una pluri-polarità (tre o più poli), riflesso evidente della complessità (socio-economica oltreché politica) del mondo in cui viviamo.

Quale altra strada si può intraprendere?  Quella di una rivitalizzazione della Costituzione attuale (non escludendo ponderate e soprattutto condivise modifiche) nella direzione di una maggiore partecipazione. Certo non una partecipazione ingenua (tutti che discutono di tutto) a suo tempo già messa alla berlina da Moretti (“apriamo un dibattito”) ma una partecipazione dove le competenze diffuse presenti nella società (che sono nel loro complesso molto più estese di quelle che uno o più partiti politici possano acquisire) trovino modo di esprimersi e interagire con le istituzioni e le rappresentanze politiche in forme di elaborazione e di consultazione in forma diretta ed anche digitale. Si parla giustamente della necessità di dar vita ad una “cittadinanza digitale” che si realizzi in modo diverso da quella deludente espressa oggi dai social network. Non mi pare che in questa prospettiva di una partecipazione ed elaborazione diffusa – tutta da costruire e su cui siamo in enorme ritardo – il punto centrale consista nella revisione costituzionale.

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Il voto

Più di un commentatore ha detto: “Ma qual è la proposta del no?” La domanda non ha senso. C’è una proposta (complessiva) del governo che può essere o non essere condivisa. Chi la condivide voterà sì, che non la condivide voterà no. Non c’è e non può e non deve essercene un’altra perché una sola è la proposta in campo e i motivi di non condivisione possono esser diversi.

Certo, se la proposta del governo – come mi auguro – non verrà approvata, si apre la possibilità, fra le forze democratiche che vogliano tentare di affrontare la complessità dei tempi, un lavoro lungo e faticoso di elaborazione e sperimentazione.

Non penso siano opportune scorciatoie ed alcune possono essere anche pericolose. Ce n’è una in particolare che mi preoccupa e quel numero (1915) che mi era risultato dal primo conteggio mi era sembrato come un campanello di allarme. La maggior velocità e facilità delle maggioranze a prendere le decisioni riguarda anche l’art. 78 del testo laddove la sola camera “a maggioranza assoluta” e pertanto, con un sistema elettorale maggioritario, rappresentante di una minoranza di cittadini (sia pur la minoranza maggiore – sembra un ossimoro ma non lo è) “delibera lo stato di guerra” e “conferisce al Governo i poteri necessari”. Poteri che includono (art. 60) il potere di prorogare la durata della camera rinviando le elezioni. Siccome è possibile (e purtroppo anche verosimile) che prima o poi emerga un “Trump” italiano (non credo tra i leader oggi in voga) magari in grado di vincere le elezioni, la cosa non solo mi preoccupa, ma francamente – pensando in particolare a figli e nipoti – mi terrorizza. Semplificare e rendere facili e rapide le decisioni non necessariamente è saggio.

In sintesi voterò no, come ho spiegato, non guardando questo o quell’aspetto (con cui magari posso anche esser d’accordo) ma guardando all’insieme di nuova Costituzione sottoposta al voto referendario perché non la condivido quale risposta alla complessità del presente, perché la ritengo inefficace e pasticciata anche rispetto agli obiettivi che si pone, perché soprattutto la ritengo pericolosa qualora a capo del governo (non importa se fra un anno o fra dieci o venti) possa arrivare qualcuno orientato ad utilizzarla in un’ottica autoritaria.

Mi sembrano considerazioni razionali (che evidentemente non pretendo siano da tutti condivise) e mi spiace che il dibattito pubblico abbia preso altre strade. Certo non nego che insieme a queste mie considerazioni vi sia anche un aspetto emozionale che nasce dalla riconoscenza verso chi – molti pagando con la vita – questa nostra Costituzione ha permesso di nascere e, sulla base delle esperienze di quei giorni di guerra, di resistenza e di frammenti di libertà (le zone libere, a partire da quella nostra ossolana), ne ha posto i primi fondamenti non solo pratici ma anche politici e giuridici. Un cambiamento di ampia portata come quello proposto dal governo attuale penso abbia dovuto – nelle modalità di approvazione e nella qualità giuridica e linguistica del testo – essere più congruente (direi anche più rispettoso) della Costituzione vigente e di chi l’ha fatta nascere.

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[1] Onorevole Sergio Mattarella, il 20 ottobre 2005: intervento sull’allora riforma costituzionale approvata dal governo Berlusconi e poi bocciata dal referendum.

Il testo unico fascista (1929 – 1943)

La Casa della Resistenza di Fondotoce, in particolare dopo la ristrutturazione completata nel 2008, è dotata di una vasta area espositiva; molte le mostre ospitate, sia quelle da noi stessi realizzate che le molte altre allestite su nostra iniziativa o proposteci da altri enti e associazioni. Il nostro sito web, di recente rinnovato nella sua veste ed arricchito di nuovi contenuti, contiene fra l’altro un elenco dettagliato delle mostre in nostro possesso, già esposte alla Casa e disponibili per prestito gratuito temporaneo ad enti, associazioni e scuole che ne vogliano far richiesta [1].

Risalendo indietro nel tempo, la prima di queste (Libri fascisti per la scuola), presentata nel giugno 2001, era dedicata al Testo unico di Stato imposto per legge dal regime fascista nel 1929; mostra curata dal Ministero PI e patrocinata dall’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (Insmli) con testi dell’allora ministro Tullio De Mauro e degli universitari Alberto Monticone e Nicola Tranfaglia. La ricca documentazione, sia testuale che iconografica, permette di farsi un’idea precisa degli strumenti utilizzati dal regime all’interno della scuola (come nel resto del paese) per creare consenso; consenso in realtà fragile, come ho osservato in un articolo di commento alla mostra pubblicato sul numero 11-12 del 2001 di Nuova Resistenza Unita che riporto di seguito per esteso.

La mostra è senz’altro riproponibile oggi [2], in particolare in contesti educativi, sia nella prospettiva di un percorso di studio sul regime fascista, che all’interno di un approfondimento della storia scolastica del nostro paese.

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[1] Elenco mostre disponibili *

  •  L’eccidio degli ebrei sul Lago Maggiore. Settembre-ottobre 1943
  • L’eccidio di Fondotoce. Storie, luoghi, protagonisti
  •  Novecentodonne. Lica Covo Steiner
  • Maria Peron (la partigiana crocerossina della Brigata “Valgrande Martire”)
  • Le formazioni partigiane nel Verbano Cusio Ossola
  • Luoghi della memoria del novarese e del Verbano Cusio Ossola
  • Novara in guerra (a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea “Piero Fornara” di Novara.)
  • Omocausto. Lo sterminio dimenticato degli omosessuali (a cura Arcigay Udine)
  • Oltre quel muro (La resistenza nel lager di Bolzano 1944-45; a cura della Fondazione Memoria della Deportazione)
  • Fascismo Foibe Esodo (a cura della Fondazione Memoria della Deportazione)
  • Lager (a cura dell’ANED)
  • Libri fascisti per la scuola. Il testo unico di stato 1929 -1943 (a cura Ministero PI)

* se non diversamente specificato le mostre sono a cura della Casa della Resistenza.

[2] Sul sito è anche riportata, come per tutte le altre mostre disponibili al prestito, la relativa scheda tecnica con le condizioni del prestito gratuito e le caratteristiche tecniche (n. pannelli, dimensioni ecc.).

 

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La didattica del testo unico

da Nuova Resistenza Unita, n. 11-12 2001

L’introduzione del testo unico di Stato fu deliberata da una legge del 7 gennaio 1929 ed entrò in vigore con l’anno scolastico 1930-31; essa segnò la scomparsa di una pluralità di “manualetti” che, nei decenni precedenti, si era diffusa, in modo articolato e differenziato, nelle scuole delle diverse aree del paese nel tentativo di impartire alfabetizzazione ed istruzione di base tenendo conto delle molteplici peculiarità locali sia linguistiche che culturali.

Non era sufficiente al regime, che si stava in quegli anni consolidando, esser già intervenuto nel 1926 con una apposita commissione per fascistizzare l’editoria omologandola ed asservendola. Con la legge sul testo unico la preparazione dei testi per le scuole venne affidata ad una commissione di intellettuali “di fiducia” nominata dal Ministro della Pubblica Istruzione (poi Ministro della Educazione Nazionale); i testi sarebbero stati poi sottoposti ad una revisione triennale.

La Casa della Resistenza ha ospitato, dal 2 al 10 giugno scorsi, la mostra Libri fascisti per la scuola. Il testo unico di Stato (1929 – 1943). Nonostante il periodo di fine anno scolastico, alcune decine di classi, dalle elementari alle superiori, e moltissimi visitatori adulti hanno potuto riflettere su di una documentazione di grande rilievo: testi ed illustrazioni dei manuali di Stato per le classi elementari selezionati ed ordinati in modo da ripercorrere l’iter formativo del bambino durante il regime. La Mistica fascista come orizzonte di valori (il mito di Roma che si proietta nel futuro con le attese del nuovo ordine); la Scuola come “tempio” che forma alla nuova fede; il culto del Capo e dell’obbedienza disciplinata; l’idea di Patria, sintesi di Nazione e Stato, proiettata verso la legittima costituzione dell’Impero; la Famiglia come nucleo fondante e prolifico della patria il cui modello è quello patriarcale rurale in quanto “le tradizioni più sane si conservano nelle campagne”; la Razza italico – ariana, coagulo di elementi biologici, morali, spirituali e storici, destinata a svolgere, se tenacemente tutelata nella sua purezza, una storica missione civilizzatrice nei confronti delle razze inferiori; la Guerra come destino e compito ineluttabile; la Vittoria prima come originario risentimento (la “vittoria mutilata”), poi come preannuncio glorioso ed infine, negli ultimi testi emanati nel 1942-43 durante la guerra, come appello sempre più disperato: “Vincere!”.

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Lo stesso percorso è ora disponibile in un formato adatto ad essere utilizzato in locali scolastici.

L’impatto diretto con la documentazione è di sicura efficacia. I testi, anche se a prima vista appaiono del tutto ingenui, riflettono una concezione didattica omogenea. Ne sottolineo alcuni aspetti.

  • Il testo unico non è propriamente un sussidio didattico che affianca i processi di apprendimento ma il portavoce di una fede/verità ufficiale che va unitariamente diffusa in ogni scuola e da ogni maestro.
  • La sua “didattica” è pertanto rigorosamente trasmissiva ed unidirezionale; la ripetizione continua degli stessi elementari concetti ne dovrebbe garantire la sua sicura assimilazione.
  • Tutta l’educazione è “educazione civica” fascista: le prime lettere da apprendere, le vocali, si congiungono nell’ “Eia!”, il grido dei camerati, nell’alfabeto la A rimanda all’Aquila che “ama i suoi aquilotti e difende coraggiosamente il suo nido da qualunque pericolo. I balilla sono aquilotti d’Italia …”, la M a Mamma e Mussolini (Viene interpellata la mamma. Essa spiega a tutti che quella lettera “M” ricorda ai figli della Lupa, ancora tanto piccini, che il Mussolini che portano sul cuore è un Mussolini – mamma), la R e le Z a Razza (Razza latina. Una sola di queste civiltà poté resistere nei secoli, quella mediterranea o latina; formata e modellata da Roma, si può considerare come la più gloriosa della terra perché ebbe dominio sulle altre razze. … Roma provvide a preservare la nobile stirpe italiana da ogni pericolo di contaminazione ebraica e di altre razze inferiori). Non vi è insomma contenuto che non sia intrinsecamente ed esplicitamente fascista.
  • L’iconografia che accompagna i testi è attentamente curata da illustratori di sicura competenza (Pio Pullini, Carlo Testi, Mario Pompei …) al fine di ribadire con la “forza delle immagini”1 gli elementari contenuti del testo; in più casi è anzi l’immagine a prevalere, con il suo messaggio diretto, su di un testo ridotto ai minimi termini.
  • Dall’insieme dei testi emerge un chiaro “modello di sviluppo” simmetricamente rovesciato rispetto a quello, oggi auspicato, che vede nella crescita un 20160119_100017lungo percorso di passaggio dalla dipendenza alla autonomia; crescere nel modello di sviluppo fascista significa imparare ad obbedire; il bambino è tale perché non sa ancora prontamente ed incondizionatamente obbedire; quando lo fa diventa “un piccolo uomo”. Il percorso di crescita nell’obbedienza passa attraverso la famiglia, la scuola, le organizzazioni fasciste, il lavoro ed infine l’esercito. Il modello educativo è evidentemente quello militare. I disobbedienti sono “disertori e ribaldi”. Il bambino chiede ancora perché bisogna obbedire, mentre l’adulto (il soldato) sa che non bisogna chiederne il perché (“Obbedite perché dovete obbedire.” Chi cerca i motivi dell’obbedienza li troverà in queste parole di Mussolini).
  • Tale modello di sviluppo è rigorosamente maschile, la figura femminile svolge un ruolo marginale e sussidiario di ammirazione dell’uomo e di procreatrice per la Patria (Che vale avere molta terra se non vi sono braccia per poterla coltivare? Perciò Mussolini vuole che la popolazione aumenti sempre, e la vuole sana, robusta, temprata nelle fatiche. Non c’è nulla che lo allieti quanto la vista di una famiglia numerosa.)
  • Prolificità, purezza della razza ed obbedienza producono uniformità: i testi e, soprattutto, l’iconografia ci mostrano frequentemente la ripetizione degli stessi moduli: tutta la famiglia che alza, in perfetta simmetria, il braccio al saluto romano, i balilla che marciano all’unisono, l’esercito rappresentato graficamente da una sequenza interminabile di “soldatini di piombo” perfettamente identici. Le masse che ascoltano, acclamano o seguono Mussolini, sono raffigurate in modo indistinto ed uniforme.
  • Tutto quanto rappresenta diversità, differenziazione, individualizzazione ed originalità (dalle diversità di comportamento a quelle culturali e razziali) è visto con sospetto ed è oggetto di derisione e/o deplorazione. Lo stesso “buonismo” paternalistico cattolico nei confronti di un “ragazzetto nero” suscita la “giusta” diffidenza dei bambini come si può vedere nel racconto per la classe terza che riportiamo integralmente nel riquadro.

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L’ANIMA  BIANCA  DI  GIOVANNI  NERO 20160119_100006

È tornato in licenza il figlio dei Nanni, gli ortolani, missionario in Africa. Don Lino ha portato con sé un ragazzetto nero, così nero che i bambini si domandano se è di carne e d’ossa o di ebano.

 – È di carne e d’ossa come voi – spiega don Lino uscendo dal cortile – nero di fuori, ma bianco di dentro, non è vero, Giovanni? Giovanni ama il Signore ed ama l’Italia che gli ha insegnato a conoscere il Signore. Quando venne alle Missioni era poco più di una bestiola: andava nudo e mangiava carne cruda. Ora legge, scrive e vuole diventare missionario come me per aiutare i suoi fratelli neri a ritrovare la loro anima bianca. Avete capito bambini?

I bambini hanno capito sì e no. Non riescono a convincersi che Giovanni nero sia proprio un ragazzo come loro.

Nino si domanda se non sarebbe opportuno metterlo in bucato.

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Questo modello didattico, che si è tentato di delineare nel suo tentativo di trasmissività ed omologazione, è evidentemente fragile e senza nessun rapporto con la pedagogia e la psicologia, discipline non a caso messe al bando dal fascismo come da altri regimi totalizzanti. Per poter reggere richiede continui “rinforzi” sia interni (la continua ripetizione che in alcuni casi assume la struttura di “formulette catechistiche” a domanda e risposta, l’iconografia ecc.) che esterni: la Gioventù Italiana del Littorio con le sue ritualità e la sua scenografia 2, sino ad arrivare al contesto nazionale dove ogni informazione e stimolo (radio, cinema, giornali, adunate e proclami pubblici) concorre alla formazione “civica” fascista.

Fragile innanzitutto sul piano più strettamente scolastico. De Mauro ricorda come con il censimento del 1951, a sei anni dalla caduta del fascismo e nonostante la diffusione della scuola di base durante il ventennio, si riscontri ben il 60% di italiani senza licenza elementare e due terzi della popolazione dialettofona e incapace di parlare e capire l’italiano. A conferma del noto principio pedagogico secondo cui percorsi omogenei, a partire da condizioni disomogenee, non possono che portare a risultati disomogenei.

Fragile, mi sembra, anche sul piano della profondità del consenso: una educazione tutta incentrata sulla trasmissione unidirezionale e sulla obbedienza, che non mobilita pertanto capacità, competenze e costruzione autonoma di convinzioni, può ottenere solo un consenso fortemente contestualizzato. Non appena le condizioni di contesto cambiano, l’unitarietà del regime si incrina, emergono voci dissonanti, la guerra prende una direzione non prevista ecc., allora velocemente il consenso si rovescia e la massiccia totalizzante “formazione del cittadino fascista” frana in modo imprevedibilmente rapido. Quello che rimane è solo un vuoto educativo.

Il tema di una compiuta formazione civile nell’Italia post – fascista rimane tuttora aperto; probabilmente un giusto fastidio per il modello trasmissivo e per la politicizzazione dei contenuti dell’insegnamento ha nei fatti lasciato la scuola della nostra repubblica priva di un vero percorso di “educazione civica”, “materia” presente sino ad ora quasi sempre solo sulla carta. Non credo nemmeno sufficiente sostenere, come si è ripetuto anche recentemente, che bisogna soprattutto “insegnare la Costituzione”. Al di là di alcune nozioni giuridiche la Costituzione non mi sembra tanto un contenuto, un “sapere”, quanto soprattutto un “saper fare”, un saper diventare cittadino attivo dotato di autonomia di giudizio e capacità di iniziativa civile: un percorso formativo ancora oggi tutto da delineare. Un compito per la scuola che mi sembra non ulteriormente procrastinabile di fronte ad un mondo “globale” che vede negli eventi recenti improvvise accelerazioni storiche e in cui il concetto stesso di cittadinanza ha bisogno di essere radicalmente ridefinito.

Gianmaria Ottolini

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1 L’espressione rimanda al titolo del film – intervista di R. Müller (Germania 1993) dedicato alla grande regista del regime hitleriano Leni Riefenstahl – dove con La forza delle immagini ci si riferisce ad un tempo alle scenografie rituali naziste ed alla loro ripresa, di grande impatto, da parte della regista.

2 In modo, anche in questo caso, analogo a quanto avveniva nella Germania nazista con la Gioventù hitleriana (Hitlerjugend): cfr. Erika Mann, La scuola dei barbari. L’educazione della gioventù nel Terzo Reich, La Giuntina, Firenze, 1997, pp. 137 – 190.

 

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