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Jorge Icaza romanziere ecuadoriano

Jorge Icaza

Le edizioni Elliot hanno di recente pubblicato una nuova traduzione italiana del romanzo più conosciuto di Jorge Icaza (Quito1906 – 1978): Huasipungo[1]; quella precedente, delle edizioni Nuova Accademia, a cura di Giuseppe Bellini, risalente al 1961, era pressoché introvabile. Di ritorno dall’Ecuador ne avevo portato, insieme ad altri testi, una copia in lingua originale che allora non ero riuscito ad ultimare per poca esperienza con i testi in spagnolo e, in particolare, la presenza di molte espressioni in quechua.

 

Il “boom” del romanzo latino-americano

Parlando oggi di un autore latino-americano, non si può ignorare quello che è stato il “boom” del romanzo degli anni ’60. Una sua efficace ricostruzione “dall’interno” la dobbiamo al cileno José Donoso[2]: Storia personale del “boom”[3] pubblicato nel 1972, l’anno prima del sanguinoso Colpo di Stato.

Ciò che caratterizzava la letteratura latino-americana precedente agli anni ’60 era l’isolamento e un regionalismo nazionalistico ristretto ai singoli paesi.

“Prima del 1960 raramente si sentiva parlare di «narrativa ispano-americana contemporanea» da parte di persone non specializzate; esistevano romanzi uruguaiani, ecuadoriani, messicani e venezuelani. I romanzi di ciascun paese rimanevano confinati nelle proprie frontiere, limitandosi la loro celebrità e competenza, nella maggioranza dei casi, a un fatto locale. […] Per chi non l’abbia vissuto […] riesce impossibile immaginare le condizioni d’isolamento in cui si trovavano i narratori latino-americani appena dieci anni orsono, l’asfissia della mancanza di stimolo e di risonanza.”[4]

Ogni paese aveva i suoi “padri”, i suoi classici nazionali pubblicati, studiati e imposti quale canone nelle università[5]:

“Mentre il mondo dei giovani si espandeva attraverso letture e impegni miranti soprattutto ad abbattere le frontiere, gli scrittori folcloristici, di costume e regionalisti, affaccendati come formiche, cercavano invece di consolidarle, queste frontiere, tra regione e regione, tra paese e paese, per renderle inespugnabili, ermetiche, di modo che la nostra identità, che essi evidentemente vedevano come qualcosa di fragile, di confuso, non venisse a spezzarsi, a dissolversi. Con lenti d’entomologo si misero a catalogare la flora e la fauna e i detti inconfondibilmente nostri, e un libro veniva giudicato «buono» se riproduceva con fedeltà questi mondi autoctoni, quelle cose specifiche che ci differenziavano – ci separavano – da altre regioni e da altri paesi del continente; una sorta di «virilismo» sciovinista a prova di bomba.”[6]

Il processo successivo viene definito da Donoso come la “internazionalizzazione della narrativa ispano-americana degli Anni Sessanta”[7]; internazionalizzazione nel duplice senso di circolazione, conoscenza e scambio reciproco fra gli autori latino-americani e di apertura verso le letterature contemporanee in particolare nord-americane ed europee. L’autore che, dal suo punto di vista, contribuì maggiormente a questa internazionalizzazione fu il messicano Carlos Fuentes che già nel 1958 aveva pubblicato La región más transparente[8].

“L’elemento che forse più mi ha colpito ne La región más transparente è stata quella sua non accettazione di una realtà messicana univoca, il rifiuto – e la sua utilizzazione letteraria – della falsità, delle apparenze. Il suo non era atteggiamento di documentazione, come quello dei narratori che mi circondavano, ma di indagine.”[9]

“L’unità della narrazione era sempre stato per me un concetto sacro: ricordo che fra coloro della mia generazione in Cile, i massimi aggettivi elogiativi, parlando di questo o di quel libro, erano «rotondo» o «compiuto». Non si aveva idea che Umberto Eco, nel 1962, aveva pubblicato Opera aperta. E questo mirabile libro di Carlos Fuentes nulla aveva di chiuso, né di semplice, né di documentaristico, essendo anzi una sintesi di tutte le bastardaggini e di razza, e di gusto, e di linguaggio e di forma: l’artifizio prevaleva sulla naturalità e l’immaginazione soggiogava il realismo senza obbedire a unità pre-narrazione di alcun genere, ma solo a una poderosa ottica personale.”[10]

Lo stesso Fuentes fu tra i numerosissimi intellettuali e scrittori latino-americani che parteciparono nel 1962 al Congresso degli Intellettuali dell’Università di Concepción in Cile: da quel momento, afferma Donoso, una intera generazione di scrittori smise di pensare e di scrivere in termini nazionali ma rivolgendosi a “milioni e milioni di lettori che compongono l’area di lingua spagnola, e spezzando le frontiere così chiaramente delineate, inventare una lingua più ampia e più internazionale”[11].

L’altro aspetto emerso a Concepción, sia nell’intervento di Fuentes che di molti altri e che improntò –almeno sino al 1971 quando il poeta cubano Heberto Padilla fu accusato e arrestato per “attività sovversive” – la pressoché totalità degli scrittori, fu l’adesione entusiastica alla rivoluzione cubana.

“L’infinita quantità di scrittori, appartenenti a tutti i paesi del continente, dichiararono unanimemente la propria adesione alla causa cubana. Penso che quella fede e unanimità politica – o quasi unanimità – fossero allora, e abbiano seguitato a esserlo fino allo scoppio del caso Padilla, uno dei grandi fattori dell’internazionalizzazione della narrativa ispano-americana, unificando mire e mete, fornendo una struttura ideologica alla quale ci si potesse più o meno avvicinare – raramente discostare del tutto – e dando per un certo tempo la sensazione di una coesione continentale.”[12]

Questo processo di internazionalizzazione della letteratura latino-americana, secondo Donoso si incarna principalmente in quattro autori e in tre fasi: l’argentino Julio Cortázar con i suoi racconti fra i quali emerge Las babas del diablo[13] (1959) – cui si ispirerà Michelangelo Antonioni per il film Blow Up(1966) – e il suo successivo romanzo Rayuela (1963)[14]; seguono Carlos Fuentes – di cui abbiamo detto – e il peruviano Mario Vargas Llosa con La ciudad y los perros (1962)[15]; e arriviamo alla terza fase, quella vera e propria del “boom” con Cien años de soledad (1967) del colombiano Gabriel García Márquez che ha fatto anche identificare l’insieme della narrativa latino-americana degli anni ’60 con il cosiddetto “realismo magico”. Il suo successo internazionale fu tale che si riflesse sull’insieme degli scrittori latini di quegli anni e favorì anche la riscoperta di alcuni autori di poco precedenti – il “proto-boom” nella definizione di Donoso[16] – tra cui spiccano  Jorge Luis Borges argentino, Juan Rulfo messicano, Alejo Carpentier e  José Lezama Lima cubani, Juan Carlos Onetti uruguaiano.

Marcelo Chiriboga (con il bicchiere) di fianco a Márquez e altri scrittori (da “Un secreto en la caja”)

Nella sua Storia personale del “boom” Donoso non cita nessuno scrittore ecuadoriano. Sarà nel 1981 che cita, nel suo romanzo El jardín de a lado, Marcelo Chiriboga, autore in particolare di La línea imaginaria (1969, opera dedicata al conflitto per il confine fra Ecuador e Perù), quale principale rappresentante ecuadoriano del “boom”. Chiriboga sarà poi citato da Fuentes e da numerosi altri scrittori; il regista Javier Izquierdo gli ha dedicato un documentario: Un secreto en la caja (2017) considerandolo il «più grande scrittore contemporaneo dell’Ecuador». Non è però possibile leggere La línea imaginaria né le altre sue opere (Jardín de piedra, 1963; Diario de un infiltrado, 1973; La caja sin secreto, 1978: La caja secreta, s.d.) perché non sono mai state scritte in quanto Chiriboga è una invenzione letteraria – figura tipica della letteratura ispano americana e in particolare cilena[17]–  volta a rappresentare ironicamente l’isolamento culturale e letterario dell’Ecuador nel momento in cui le “21 repubbliche” latine del continente si sono aperte al resto del mondo.

Huasipungo

Eppure, ben prima del “boom” l’Ecuador, con Jorge Icaza, ci ha fornito una delle opere narrative più tradotte – ad oggi in oltre 40 lingue –  ed edite e riedite, dell’America Latina: Huasipungo; pubblicato nel 1934 e rivisto più volte dall’autore (l’edizione definitiva è del 1961). Dirà l’autore in una lettera del 1964:

“Ho revisionato il romanzo desideroso di dargli una maggiore chiarezza in un contesto internazionale. Quando l’ho scritto non pensavo che potesse prendere il volo verso altre latitudini del mondo. La mia ambizione era regionale – che servisse come messaggio ed emozione per la gente del mio popolo, perché risolvesse i suoi problemi. Ma le difficoltà nelle traduzioni, nelle perifrasi e nelle parole, si facevano sempre più insormontabili. Per questo mi sono visto quasi obbligato alla revisione.”[18]

Cosa significa la parola quechua huasipungo (o huasipongo)? All’interno di una struttura economico-sociale risalente alla colonizzazione e definito quale concertaje[19] – una sorta di sistema neo-feudale – le popolazioni autoctone erano costrette a svolgere – a vita e con vincolo ereditario per le successive generazioni – lavori agricoli senza alcun compenso (o compensi irrisori e incerti) per il proprietario latifondista; l’unica contropartita era appunto il huasipungo, piccolo appezzamento di terra[20], solitamente in zona meno fertile, in cui l’indio poteva edificare la sua capanna e praticare qualche coltivazione di sussistenza. L’indio in questo modo era legato alla terra e, in caso di cessione di proprietà, anche lui e la sua famiglia passavano al nuovo padrone.

La vicenda

Don Alfonso Pereira, proprietario terriero inurbato, decide di tornare con la famiglia e la servitù ai suoi possedimenti vicini al paese di Tomachi, sia per nascondere la gravidanza irregolare (con un “cholo”, meticcio di origine india) della giovane figlia Lolita, sia per ripianare i suoi debiti mettendo a frutto ed allargando con nuovi acquisti le sue proprietà anche in vista di una loro cessione vantaggiosa ai gringos nordamericani interessati alla possibile estrazione di petrolio. Non esiste una strada, e per un lungo tratto di terreno paludoso, non si possono utilizzare nemmeno i cavalli; sopperiscono gli indios quali portatori e il più forte di loro, Andrés Chiliquinga, avrà l’onore di trasportare sulle spalle il padrone.

In paese don Alfonso fa subito combutta con il curato, persona viziosa e corrotta che sa utilizzare la credulità religiosa dei meticci e degli indios a proprio vantaggio; favorirà l’acquisto delle nuove terre necessarie a don Alfonso e convincerà i paesani a un Minga – tradizione cooperativa di lavoro collettivo in cui il beneficiario ripagava festosamente con cibo e libagioni[21] – per la costruzione di una strada rotabile che unisca il paese con la città, strada che lui stesso sfrutterà gestendo il trasporto di persone e merci. Al lavoro “volontario” dei paesani si aggiunge quello obbligato degli indios sotto la custodia del fattore Policarpo che per malattie, spossatezza, disubbidienza o altro ha una sola medicina: la frusta. I carichi più pesanti e i lavori più pericolosi sono di loro pertinenza e, poco importa se qualcuno soccombe. Non solo, aver concentrato i lavori per la costruzione della strada – indispensabile per il futuro sfruttamento petrolifero, ma presentata quale gloriosa opera di progresso nazionale – e il disboscamento dei nuovi terreni, tralascia consapevolmente quelli di pulitura del fiume: di conseguenza quando arriverà la piena molti huasipungo, e con loro un certo numero di indios di tutte le età, verranno travolti rendendo “liberi” quei terreni.

Edizione italiana del 1961

Nel frattempo il figlio di Lolita nasce e Cunshi, la giovane moglie di Chiliquinga, viene scelta quale nutrice del piccolo; verrà abusata da don Alfonso – non contento di spartirsi con il curato i favori della moglie del luogotenente politico Quintana – e verrà cacciata quando i suoi servigi non saranno più graditi. I lavori coatti e il clima impietoso portano gli indios sempre più alla fame; aver tentato disfamarsi con carne putrida dissotterrata porterà alla morte Cunshi; per poterle fornire un dignitoso funerale soddisfacendo le esose richieste del curato, Andrés tenterà il furto di una mucca, ma sarà scoperto. Sarà punito pubblicamente a frustate dal Commissario Quintana; stessa sorte per il figlioletto che aveva spontaneamente tentato di difendere il padre.

E si arriva all’epilogo. I gringos raggiungono in gran pompa in paese, sono pronti a firmare l’accordo per la concessione petrolifera, ma chiedono che anche il territorio a monte – dove gli indios si erano trasferiti – sia “liberato”; su loro consiglio Don Alfonso assolda un gruppo di delinquenti che scacciano con la violenza tutti gli indios dai loro huasipungos bruciando le abitazioni e uccidendo chi si opponeva. Quando Andrés capisce che gli sgherri del padrone arriveranno anche da lui

“salito sulla staccionata del suo huasipungo e spinto dal coraggio in tanta disperazione, chiamava a raccolta i suoi con la voce roca di un corno di guerra ereditato da suo padre.” [p. 157]

Gli indios accorrono e si raccolgono davanti alla sua abitazione e lo interrogano a più voci su cosa fare; incerto ed incalzato dai suoi lancia un grido potente: “İÑucanchic huasipungooo!(Lo huasipungo è nostrooooo!)[22]. Il grido viene ripreso e dilaga per la vallata mentre la massa degli indios, armati alla meno peggio, dilagano a valle, comprese donne e bambini. Le pallottole degli sgherri comandati dal feroce Guercio Rodríguez e della forza pubblica locale guidata dal Comandante Quintana non riusciranno a fermarli e loro stessi saranno travolti e uccisi. Cinque cadaveri in totale, mentre i gringos e don Alfonso fuggiranno rapidamente a Quito. Il pomeriggio del giorno seguente, come prevedibile, arriveranno le truppe dalla capitale: è il massacro dell’intera popolazione india e la narrazione si chiude con Andrés Chiliquinga che, sfuggendo dall’abitazione in fiamme, si lancia con il figlioletto sottobraccio verso le pallottole della truppa gridando “İÑucanchic huasipungo, caraju!(Lo huasipungo è nostro, maledizione!).

La narrazione è semplice e diretta con forte presenza del discorso diretto, sia quello tra i personaggi principali che quello collettivo dove le voci anonime sia degli abitanti cholos che degli indios si rincorrono e interpellano a vicenda, in più passaggi per intere pagine. Ad esempio quando sui lavori per la costruzione della strada sui mingueros, i partecipanti meticci al lavoro gratuito collettivo da un lato, e sugli indigeni dall’altro, incombe un spaventoso temporale.

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Una notte si aggravò il malcontento del meticciato, per colpa della natura, cieca e implacabile. Doveva essere molto tardi, forse l’una o le due del mattino. Le tenebre di spesso torpore parevano russare al riparo della musica monotona dei grilli e dei rospi. All’improvviso, sulla piattaforma nera del cielo rotolò un tuono con voce cavernosa. Di soprassalto e inquieta, la gente si svegliò afferrandosi a una speranza: “No … non è niente… Ora passerà… Quando molto tuona, poco piove… “. Però le scariche dall’alto si ripeterono, più forti e assordanti. L’evidenza della prossima tormenta obbligò i mingueros a cercare nuovi rifugi. Le tende da campo si riempirono con le meticce più audaci. Fortunatamente quella notte mancavano don Alfonso Pereira e il signor curato. Anche gli indios percependo nell’ombra la necessità istintiva di trovare un riparo, corsero da una parte all’altra, ma purtroppo i pochi luoghi sicuri già erano stati occupati dal meticciato.

<<Non c’è spazio per i roscas[23]>>.

<<Nooo>>.

<<Accidenti, che se ne vadano e basta!>>.

<<Siamo al completo>>.

<<Completo! >>.

<<Qui è per i cristiani>>.

<<Via con i vostri pidocchi!>>.

<<E con la vostra puzza>>.

<<Fuori, maledizione!>>.

Raffiche di vento, gelato e tagliente, soffiando a mulinello sul campo della minga – un versante di pericolosa pendenza –, sparsero le prime grosse gocce dell’acquazzone.

<<Siamo fregati, compagni>>.

<<Adesso sì>>.

Una pagina del testo in spagnolo

<<Piove, per la miseria>>.

<<E non c’è un posto dove nascondersi>>.

<<Doveva succedere>>.

<<Un cielo talmente mutevole>>.

<<E siam così lontani dal paese>>.

<<Abbiamo fatto abbastanza>>.

<<Abbastanza>>.

<<Venite. Venite subito>>.

<<Dove state, eh? Non vi vedo>>.

<<Qui>>.

<<Nel fango>>.

<<Le acque, mamma Nati>>.

<<L’acquazzone, mamma Lola>>.

<<Che facciamo, eh, mamma Mike?>>.

<<Sopportare>>.

<<Sopportare un corno!>>.

<<Padreeee!>>.

<<Se almeno ci fossero rosmarino e rami benedetti da bruciare… Servono perché Dio Padre ci liberi dai fulmini>>.

<<Dai fulmini>>.

<<E dalle acque?».

<<Niente da fare>>.

<<Siamo già fottuti>>.

<<Siamo fottuti>>.

<<Non vi metterete sotto gli alberi, eh?>>.

<<È pericoloso>>.

Anche gli Indios masticarono, come mais tostato, le maledizioni, le suppliche e gli improperi.

<<Padreee>>.

<<Benedettooo>>.

<<Mamminaaa>>,

<<Cuoricinooo>>.

<<Perché, eh, morire presi dal Cuichi[24]?>>.

<<Perché, eh, morire presi dal vento?>>.

<<Runa[25] che non vale niente»,

<< Runa peccatore>>.

<< Runa stupidooo>>.

<<Maledizioneee>>.

Con Le prime gocce di pioggia, l’aria prese l’odore della terra umida, di sterco fresco, del legno putrefatto e di cane bagnato.

<<Passerà?>>.

<<Non passerà?>>.

<<Cos’altro succederà?».

La furia della tempesta cancellò di colpo tutte le voci umane. Come ombre mute e cieche, i corpi cominciarono allora a palparsi con l’affanno infantile di

Edizione italiana del 2018

allontanare dal cuore e dai nervi la solitudine e la paura. Piovve con una furia che sembrava instancabile e, in trenta o quaranta minuti – che sembrarono un secolo ai mingueros inzuppati – l’acqua flagellante gonfiò la terra, infiltrandosi per le gole della montagna, per le crepe delle rupi, per i sinuosi letti dei torrenti, per le rocce dei crinali, mescolando il suo cammino di ribollente baldoria in un correre, intrecciarsi, straripare con grida, invocazioni e lamenti che tornarono a udirsi per tutto il campo.

<<Ancora…>>.

<<Piove forte>>.

 <<Peggio, eh>>.

<<Così forte>>.

<<Sembra che non finisca mai>>.

<<Sono inzuppata. Ecco, adesso vedrete proprio…. >>.

<<Dio non ci deve amare>>.

<<Copriti con questo lembo>>.

<<Uuuhh. È ridotto che fa pena>>,

<<Il fango, dannazione>>.

<<Peggio di così siamo già stati>>.

<<E adesso?>>.

<<L’acqua scorre ai piedi>>.

<<Spostiamoci più in là>>.

<< È uguale>>.

<<Da questa parte>>.

<< È lo stesso».

<<Siamo fregati>>.

<<Bisogna aspettare che passi>>.

<<Aspettare>>.

<<I panni sono ridotti una schifezza>>.

<<Una merda>>.

<<La testa»,

<<Le spalle>>.

<<Avvicinati per riscaldarci>>.

<<La coperta del cristiano>>.

<<Va bene lo stesso>>.

<<Ecco, non ce n’è più>>.

<<Per la miseria!>>.

Malgrado tutto, le meticce e i meticci, attaccati ai loro rifugi malconci – fossa, tavola, baracca improvvisata, ripiego tra pietre e rocce –, tornarono ad agitarsi con ansia di vivere.

Ogni tanto, alla luce dl un lampo, si riuscivano a scorgere gli indios rimasti senza alcun riparo sotto il cielo inclemente, che vagavano a tentoni nel fango, sotto la pioggia, tra l’acqua che aveva invaso ogni angolo e distruggeva tutte le tende, mentre si apriva il passo lungo tutti i declivi.

Poco dopo la pioggia tornò a imperversare. Flagellò ancora la terra cieca, silenziosa, intirizzita dal freddo. I mingueros, oppressi da quella tragica persistenza, a volte monotona e spesso forte, ingoiarono definitivamente i loro commenti, le loro preghiere, i loro insulti. [p. 78 – 81]

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Il romanzo viene solitamente ascritto al realismo e alla letteratura indigenista; rifacendomi a quanto citato di Donoso sulla letteratura del “boom” possiamo di certo affermare che in questo caso si tratta di un’opera narrativamente unitaria, “rotonda e compiuta”, ben lontana dalle “opere aperte” di un Fuentes e dal “realismo magico” di un Márquez. Per inserirlo nell’ambito letterario dell’Ecuador riporto quasi per intero i due paragrafi che il critico Angel F. Rojas ha dedicato a Icaza nella sua storia del romanzo ecuadoriano[26].

 

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Jorge Icaza e Huasipungo

Nello stesso anno [1934] che José de la Cuadra pubblicava a Madrid il suo romanzo Los Sangurimas[27], Jorge Icaza mise in circolazione Huasipungo. Di lì a poco quest’ultimo libro cominciò a esser tradotto in altre lingue: francese, inglese, russo, cinese. Il giovane autore di Quito rapidamente si trasformò nello scrittore più famoso dell’Ecuador, dopo Montalvo. Moltissimi critici stranieri pubblicarono recensioni di questa opera, quasi tutte elogiative. Le edizioni successive si moltiplicarono. E questa nuova modalità di concepire la scrittura, dirompente, semplice, audace e diretta, ricalcata su quella che Icaza introdurrà nella narrazione – spingendosi ancora oltre a quella degli autori de Los que se van, che già scandalizzarono con la crudezza del loro linguaggio e la brutalità delle vicende narrate – incominciava a esser coltivata in altri abiti dell’America: El indio, di Gregorio López y Fuentes, pubblicato in Messico l’anno successivo di Huasipungo, e Cacao, di Jorge Amado, in Brasile, possono servire da esempio.

In un altro capitolo dedicato alla realtà sociale dell’Ecuador ci siamo già riferiti al “concertaje de indios” e al “huasipungo” o “huasipongo”, forma di contratto agricolo subordinato al precedente. La spaventosa realtà sociale ed economica dell’indio, accennata di passaggio da [Juan] Montalvo, trattata successivamente da Abelardo Montalvo nel suo saggio El concertaje de indios e esaminata in modo esaustivo dallo studioso contemporaneo Pio Jaramillo Alvarado nel suo fondamentale libro El indio ecuatoriano dispone, dal punto di vista narrativo, di due romanzi emblematici, che ne sono la cifra e la raffigurazione: Plata y bronce, di [Fernando] Chaves e Huasipungo di Jorge Icaza. Si affronta il problema nell’ambito del romanzo. Con Huasipungo raggiunge l’apice la letteratura “indigenista” ecuadoriana. Segna il punto di arrivo, così come Plata y bronce ne indica quello di partenza.

Huasipungo affronta l’argomento tipico, proprio del romanzo indigenista a contenuto sociale: lo sfruttamento dell’indio da parte dei suoi padroni. Compaiono nella narrazione gli sfruttatori più volte rappresentati: però in questo caso assumono una forma essenziale, quali simboli. Il latifondista, l’amministratore, il sindaco, l’impresario nordamericano, il governo complice e la forza pubblica al servizio del “gamonalismo[28]. L’indio huasipunguero Andrés Chiliquinga è l’eroe che in qualche modo incarna la sua razza e la sua classe. L’esito della vicenda si produce quando gli huasipungueros di una azienda venduta all’impresario straniero resistono allo sgombero. Interviene la forza dello stato e consuma il massacro. Mentre i sodati soffocano la rivolta sparando a raffica contro la moltitudine disarmata, all’indio Chiliquinga – pidocchioso, affamato, azzoppato, abbruttito – capita di lanciare una potente e lapidaria frase quechua: “Ñucanchic huasipungoi”: Il huasipungo è nostro! Che risuona come un grido e soprattutto come un urlo di ribellione. Il finale, seppur tragico, fornisce un appiglio alla speranza.

La narrazione si sviluppa in modo agile e commuovente. Non risparmia nessuna situazione della sofferenza india; utilizza per rappresentarla tutte le righe della sua opera e tutte le risorse della esagerazione, della deformità e del truculento. Passa in rassegna, come dicevamo, tutti gli orrori che, in diversi luoghi e tempi, si sono scatenati contro l’indio. Niente della “leggenda nera” dell’ecomendero[29] spagnolo e del signore feudale creolo è stato omesso. Il risultato è un raccapricciante documento a sostegno del superstite indigeno, abietto e degenerato, trasformato in più situazioni in un essere subumano, che vegeta una vita puramente animale negli sterpeti andini: un documento sociale spaventoso e macabro, concepito e scritto con una obiettività sconcertante; un proclama rivoluzionario che, in mezzo alla più ripugnante miseria e ignoranza diffusa, afferma che l’indio incomincia a trovare il cammino della sua redenzione.

Data la modalità narrativa di Icaza, né in Huasipungo né nei suoi libri successivi si è preoccupato di creare dei personaggi definiti. Il suo eroe è l’uomo-massa, il simbolo di una classe sociale. Andrés Chiliquinga è il soggetto passivo ed avrebbe potuto esser chiunque altro. Non è la personalità dell’uomo – del “subumano” – che interessa a Icaza caratterizzare o distinguere, quanto l’episodio raccapricciante. E, data la sua modalità di narrare, di presentare la vicenda al lettore – con l’eccezione della precisione del dialogo, che sembra stenografica – non si distingue affatto per la sua preoccupazione artistica. È riuscito a suscitare l’interesse per il suo libro per ciò che dice di essenziale, a prescindere della forma difettosa in cui lo dice. Il modo trascurato in cui scrive Icaza è incredibile e, nonostante ciò, alcune delle sue pagine, prive della maestosità che potrebbe loro conferire solo la congruenza fra la sostanza e la forma – questa ultima oggetto di preoccupazione nei suoi ultimi libri – possiedono una forza epica che impressiona nel profondo.

En las calles e le altre opere

Se Huasipungo è una rassegna delle sofferenze dell’indio, nel suo successivo romanzo En las calles, Icaza è riuscito a sintetizzare, con ammirabile precisione, la sostanza tragicomica della nostra nascente democrazia. È un libro amaro; non si tralascia nulla; ce ne fornisce l’orrore quasi pezzi di viscere sbrindellate. E nessuna deliberazione politica che non sia stata decisa o che non potrebbe esserlo. Letto a distanza di dieci anni da quando è stato scritto si osserva come nessuna delle sue satire abbia perso di attualità. I padroni “Luchito” si susseguono sempre uguali o peggiori. Lo Stato continua a reprimere nel modo già descritto le esplosioni di ribellione collettiva. L’uomo del quartiere lotta, come espresso dalle pagine di questo romanzo, per perseguire un benessere da cui è escluso. Nessuno come Icaza ha ritratto la vita del gendarme delle nostre città: la sua esistenza sudicia e sordida; i suoi problemi e le sue amarezze. Il comandante del quartiere, oggetto di irrisione da parte dei signorini, è il simbolo della nostra pseudodemocrazia meticcia. Però non è solamente in questo senso un documento sociale impressionante. Contiene anche vere pagine di storia. La “Battaglia dei quattro giorni” [28 agosto – 1° settembre 1932] […] serve a Icaza per innestare l’avvio della sua narrazione. I due fronti contrapposti si massacrarono, come dice l’autore, in difesa della Costituzione. Però uno difendeva la Costituzione del Presidente. L’altro quella di don Luchito Urrestas: Democrazia!

Successivamente Icaza ha pubblicato altri due romanzi; Cholos (1938) e Media vida deslumbrados (1942), nei quali ha trattato temi e ambiti sociali per lui nuovi. Si avverte il suo progetto di affrontare progressivamente temi della realtà politica e sociale del paese, che abbiano un certo rilievo. Dall’indio è passato al “cholo” [meticcio]; dalla campagna al villaggio e dopo alla città. In questo autore si avverte nel modo più esplicito il fascino che esercitano, nella creazione letteraria, le questioni nazionali che rivelano l’ambito oscuro del nostro vivere. Ciò nonostante, da buon socialista, al di là della modalità ossessiva con cui ha trattato le nostre deformità politiche, economiche e sociali, fa emergere la sua fiducia in un domani più giusto. E, tratto che si avverte a partire da Cholos, l’autore manifesta qui preoccupazione per la forma e il linguaggio. In cambio non è riuscito, nelle sue opere successive, ad eguagliare Huasipungo che resta, fin qui, la sua produzione migliore.

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Alcune osservazioni mi sorgono istantanee. Innanzitutto sul modo di scrivere di Icaza: è immediato ed efficace, del tutto congruente con il contenuto e le finalità del libro; certo non è uno spagnolo letterario ma la sua forza sta proprio nel portarci dentro una situazione non solo con la descrizione ma anche con la sonorità di un idioma “contaminato”. La stessa scelta di lasciare molte parole quechua, fornendo in calce un “vocabulario” – scelta mantenuta nella attuale traduzione di Lucilla Soro, differentemente da quella del 1961 – fa sì che, man mano procediamo nella lettura, queste parole diventino nostre. In secondo luogo definire Andrés Chiliquinga “eroe” non sembra affatto calzante con il personaggio che agisce per lo più in modo istintivo e inconsapevole, che non sa esprimere nemmeno in suo amore per la moglie Cunshi se non a suon di botte e ne provocherà involontariamente la morte costringendola a non vomitare la carne putrida che aveva dissotterrato.  Più che “eroismo” esprime l’abbruttimento a cui il sistema sociale aveva portato gli indios, ormai sradicati dalla loro cultura e sottomessi al potere del padrone e a quello del parroco. Non mi pare nemmeno si possa dire che “Il finale, seppur tragico, fornisce un appiglio alla speranza”. La rivolta, una sorta di jacquerie, è inevitabilmente destinata a sfociare nel massacro.

La speranza non sorge certo dall’interno della vicenda, ma semmai nella forte denuncia che il romanzo esprime; nella lettera sopra citata Icaza infatti diceva di aver scritto perché “servisse come messaggio ed emozione per la gente del mio popolo”.  Se vogliamo fare un raffronto con la nostra letteratura, mi pare che Huasipungo sia più vicino al verismo di un Verga che alla narrativa neorealista del dopoguerra spesso consolatoria e incentrata sulla figura positiva dell’eroe popolare, espressione cosciente della propria classe. Andrés, per intenderci, non ha niente a che vedere con il “nazional-popolare” Metello[30].

 

Cholos (I meticci)

Abbia visto come Angel J. Rojas, pur analizzando la narrativa ecuadoriana sino al 1944, dedichi poche righe a questa opera del 1938. Nella ricerca di documentazione su Icaza ho scoperto che è stata tradotta in italiano da Carlo Bo e pubblicata da Einaudi già nel 1949 nella collana I coralli[31]: di ben dodici anni antecedente alla prima edizione italiana di Huasipungo! Tramite internet sono riuscito ad acquistarne una copia usata e direi che si è dimostrata una piacevole sorpresa. Mi auguro che, visto l’interesse su Icaza che la nuova edizione italiana di Huasipungo ha suscitato, venga nuovamente edita sia per l’importanza dell’opera che per l’autorevolezza del traduttore.

Cholos rappresenta una evoluzione significativa rispetto alla Novela di quattro anni prima, sia dal punto di vista della realtà sociale rappresentata che da quello letterario.

Ritroviamo il latifondista aristocratico – qui don Braulio Peñafiel – che però, pur di mantenere l’apparenza orgogliosa del suo lignaggio, si indebita e deve cedere man mano i suoi possedimenti a San Isodoro al possidente agrario meticcio Alberto Montoya che ampia sempre più, in modo spregiudicato e vessatorio verso i suoi dipendenti – siano cholos o indios –, il proprio potere.

Peñafiel ha una bella moglie meticcia, che ripetutamente rimprovera di non essergli all’altezza e di non saper adeguatamente educare il figlioletto Lucas; mette inoltre incinta una serva india che darà alla luce Guagcho, un meticcio – presto orfano – dal carattere forte e determinato. I due fratellastri si incroceranno nel prosieguo della narrazione pur non riconoscendosi come tali; si innamoreranno entrambi della stessa ragazza, figliastra di Montoya, ma inarrivabile per entrambi. Lucas dovrà imparare a mantenersi da solo dopo esser stato cacciato dal collegio dei gesuiti per il carattere ribelle e per la vergogna di una madre che – il marito oramai invalido e del tutto privo di introiti, pur continuando a vivere nel palazzo della capitale – troverà in modo di mantenere sé e il marito accettando (e incoraggiando) le profferte di Antonio Mena, “un ometto miope e timoroso” non nobile ma generoso nel prestar denaro. E dopo Antonio Mena, molti altri.

Luca diventerà maestro, in odore di “eresia”, a San Isodoro mentre Guagcho diventerà progressivamente l’uomo di fiducia di Montoya e, quando questi nella sua ascesa sociale si trasferirà con la famiglia nella capitale, l’amministratore della sua tenuta.

Ritroviamo il parroco del paese, maneggione, affarista e senza scrupoli che sa sfruttare la credulità popolare e non esiterà, ad esempio, a lasciar imputridire in piazza i cadaveri dei defunti sinché i famigliari non trovino modo di pagare il funerale.

Ritroviamo gli indios sottomessi e timorosi anche quando vorrebbero esprimere la propria protesta per le vessazioni a cui son sottoposti. Tra loro emerge il giovane Chango che sarà accusato di aver ucciso un vecchio indio, suo suocero, mentre il vero responsabile era Guagcho che aveva colpito il vecchio in un eccesso d’ira nel corso delle proteste indie.

Guagcho, licenziato da Montoya, cerca di far tacere il rimorso ubriacandosi e cercando di convincere amici ed abitanti di esser lui il vero assassino. Deciderà di far evadere José Chango che, ferito, in carcere aspetta di esser trasferito a Quito per il processo e l’inevitabile condanna. Dopo la liberazione riesce a farlo curare di nascosto e la narrazione si conclude con la decisione di entrambi di lasciare quelle terre. Troveranno altri a cui unirsi, diventeranno – ci lascia intuire l’autore – banditi o magari guerriglieri, il che è, in fondo, la stessa cosa.

– Se rimarremo qui a lungo, ci acciufferanno – affermò il cholo temendo che l’indio non volesse sradicarsi da quel luogo. Ebbe invece la sorpresa di udire;

– Ma certamente!

Acconsentiva, forse incominciava ad essere inquieto. Per provare meglio insistette:

– A dove andremo?

– Dove vuoi tu… Ormai non ho più ne bambino né moglie… hanno portato via tutti… In qualche altra fattoria ci daranno da lavorare…

– Mai più fattorie, – protestò istintivamente il Guagcho, e dandogli una speranza soggiunse:

– Vedrai come ci andrà bene quando saremo in tre…

Nel dire così sentì un impeto di aspirazioni represse. Voleva di nuovo udire il consiglio dell’uomo che gli aveva parlato fraternamente quella notte[32]. Se fosse stato necessario, lo avrebbe cercato in ogni angolo della terra d’America.

L’alba sorprese i fuggitivi in cima a un altipiano. Il Guagcho si alzò l’ala del cappello in segno di lotta, e il poncho dell’indio fiammeggiò come una bandiera contro lo sfondo purpureo dell’aurora. [p. 324]

 

Se Huasipungo ci consegnava una situazione senza sbocco, chiusa, al di dà della forte denuncia, in questa novela tutto è in movimento, dal declino dell’aristocrazia proprietaria bianca, all’ascesa di una nuova classe di possidenti meticci, al crescere di una intellettualità (Lucas) che si pone il problema dell’eguaglianza e rompe i rapporti con il conservatorismo clericale, a un ceto meticcio più povero che incomincia a superare i pregiudizi contro i roscas. Per arrivare ad un finale, al di là dell’immagine un po’ retorica dell’ultima frase, che – in questo caso sì – apre alla speranza lasciando intravedere più possibilità.

Se la vicenda più complessa di quella rappresentata nel romanzo del 1934 ci dà – ricordando le osservazioni di Donoso – una “opera aperta”, notevole è anche la differenza delle modalità narrative utilizzate.

Certo ritroviamo ancora alcuni passaggi di dialogo diretto collettivo che hanno caratterizzato l’opera precedente, ma soprattutto emerge l’aumento della complessità ad esempio con il passaggio dal narratore esterno a uno interno laddove Lucas, nel momento in cui lascia Quito per svolgere il suo incarico di maestro a San Isidoro, prende in mano e legge – e a più tratti commenta – i suoi «Appunti per un romanzo» in cui rivive il declino della sua famiglia e l’evoluzione del suo tormento interiore; almeno tre punti di vista narrativi che si intrecciano nelle stesse lunghe pagine. E ancor più quando il racconto di Lucas sfocia nel ricordo di un sogno allucinato ambientato su di una sorta di palcoscenico (una piattaforma) su cui si succedono una serie di montagne “che sembravano vagoni in marcia” in cima ad ognuna delle quali vi era una figura “vestita come un re”, una sorta di divinità che oscilla tra la tradizione animistica e quella incaica. Ed in ognuna di queste montagne – con i loro campi coltivati e le popolazioni locali, cui man mano sopraggiungono quelle esterne (colonizzatori, cholos, sacerdoti, militari)  che confliggono, si alleano, scacciano altri sotto la piattaforma – si rappresentano i diversi scenari, passati e futuri, della storia andina. Ed è nell’allucinazione del sogno che, tra lo sveglio e il dormiente, Lucas matura la sua scelta. Questa la conclusione del lungo sogno a metà fra incubo e reverie:

« Scoppiò l’ultimo punto luminoso. Già una luce mattutina filtrava dalla finestra e vidi con gli occhi aperti.

« La piattaforma era discesa ancora di livello; nel sotterraneo gli uomini abbronzati ed i cholitos avanzavano in ginocchio.

« L’inquietudine delle figure gonfiate, nel sentire prossimo il loro definitivo inabissarsi, diede luogo a conversazioni:

– La figura del proprietario -. In questo caso non importa la nostra vecchia inimicizia.

– La figura del prete -. Anche Iddio disse: È necessario perdonare ai nemici.

– La figura del militare: – Questi sono i sentimenti che ci animato per difendere la nostra amata piattaforma.

– Le tre ombre, unite: La nostra piattaforma sprofonda. Tutto per queste canaglie di cholos che non l’amano… Cholos sciagurati! È necessario che ci sostengano: poi li renderemo potenti, li salveremo dalla miseria in cui vivono.

« Per salvarsi dal naufragio, le tre ombre gettarono nei sotterranei, col vecchio trucco coloniale, grandi quantità di uomini pallidi.

« I cholitos, cadendo nel sottosuolo, non si eressero quali carnefici degli uomini abbronzati; come nel sogno, adesso sostennero il peso dell’impalcatura in una comune fraternità.

Sveglio, provai l’angoscia degli incubi. Gli uomini del sotterraneo, per non morire sotto il peso del tavolato che scricchiolava, venivano avanti trascinandosi. Non ne potevano più della loro vita, delle loro ossa!

« Vidi in maniera così chiara, che gridai nel mattino silenzioso:

– Sono uomini e stanno a morire come topi… Evviva i cholos, evviva gli indios!

« Sotto la spinta degli uomini schiavi, dinanzi ai miei occhi scomparve l’impalcatura della vecchia scena. Essi si misero in piedi, spezzarono le ombre e la piattaforma che era stata la loro tortura. Nelle mani dei cholos fiorì la luce della libertà, luce che inondò la mia camera. Il sole era sorto.

« Mi alzai allegro; finalmente avevo qualcosa di utile da dare, qualcosa che poteva essere. Era la mia fede. Da allora un orgoglio di uomo nacque dentro dl me ». [p. 254 – 255]

 

Ovviamente qui non siamo più nel verismo, ci avviciniamo non poco a temi e modalità della narrativa degli anni ‘60 e la lettura di questo successivo romanzo riflette nuova luce su Huasipungo e lo  apre a più ampi significati.

 

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[1] Jorge Icaza, Huasipungo, Elliot, Roma 2018; traduzione di Lucilla Soro e postfazione di Danilo Manera.

[2] Un ritratto della personalità complessa di Donoso lo troviamo in questo contributo.

[3] Ed. italiana, Bompiani, Milano 1974.

[4] Pag. 16-17.

[5] Donoso cita Doña Bárbara (1929) del venezuelano Rómulo Gallegos, Don Secundo Sombra (1926) dell’argentino Ricardo Güiraldes, El hermano asno (1922) del cileno Eduardo Barrios, Los de abajo (1916) del messicano Mariano Azuela e La vorágine (1924) del colombiano José Eustasio Rivera.

[6] Pag. 20-21.

[7] Pag. 45.

[8] Pubblicato in italiano da Il saggiatore col titolo L’ombelico della luna (2000) e riproposto dallo stesso editore dal 2011 con il titolo La regione più trasparente.

[9] Pag. 47-48.

[10] Pag. 52.

[11] Pag. 43.

[12] Pag. 57-58.

[13] Tad. italiana in Le armi segrete, Einaudi.

[14] Tradotto in italiano da Einaudi nel 1969 con il titolo Il gioco del mondo.

[15] Trad. italiana: La città e i cani, Feltrinelli 1967 (poi ripubblicato più volte anche da Rizzoli ed Einaudi).

[16] Pag. 124-125.

[17] Viene da ricordare innanzitutto Roberto Bolaño che utilizza spesso nella sua narrativa questo topos di scrittori inesistenti ma assolutamente plausibili ed esemplificativi.

[18] In Huasipungo, Elliot, Roma 2018, p. 186.

[19] Questo sistema proprietario è anche definito, specie in Perù, gamonalismo. Per l’Ecuador cfr.  Paola Sylva Charvet, Gamonalismo y lucha campesina. Estudio de la sobrevivencia y disolución de un sector terrateniente: el caso de la provincia de Chimborazo 1940-1979, Abya-Yala, Quito 1986.

[20] Simile al manso feudale.

[21] Quando ero a Quito (1987), una domenica eravamo fuori città, sulle pendici del Pichincha, su di un piccolo appezzamento dove i ragazzi giocavano ad Eco-volley, in una abitazione vicina vi era una festa. Mi è stato spiegato che era il momento conclusivo di un minga: i vicini e conoscenti dei giovani sposi, che andavano ad abitare in quella casa, avevano finito di costruire la strada rotabile che permetteva di raggiungere l’abitazione.

[22] Nell’edizione italiana del 1961 la frase quechua viene tradotta “Il nostro huasipungo!”, evidentemente meno potente e meno rispondente all’originale. Angel Rojas (cfr. più avanti) la tradurrà infatti in spagnolo con “İEl huasipungo es nuestro!”.

[23] Termine dispregiativo per indicare gli indios.

[24] Genio malefico dei fiumi e dei monti, identificato con l’arcobaleno che, nella cultura andina ecuadoriana, è portatore di sciagure.

[25] Indio.

[26] Angel F. Rojas, La novela ecutoriana, Ariel, Guayaquil – Quito 1980, pp. 202-206. Traduzione e link nel testo miei.

[27] Anche questo romanzo, come Huasipungo, è stato di recente tradotto e pubblicato in italiano: Edizioni Arcoiris, Salerno 2018. Una bella recensione di entrambe le opere narrativa è stata pubblicata su il manifesto a cura di Francesca Lazzarato: La voce ritrovata dei pueblos originarios.

[28] Forma di potere agrario simile a quello feudale impostosi sulle terre precedentemente appartenenti alle comunità indie.

[29] Latifondista schiavista.

[30] Sulle dis-avventure del concetto (gramsciano?) di nazionalpopolare una documentata e divertita ricostruzione (compreso il dibattito su Metello) la troviamo in Tutta colpa di Antonio. Evoluzione del concetto di nazionalpopolare da Gramsci a Pippo Baudo.

[31] È stata poi riproposta, sempre nella traduzione di Carlo Bo, da Mondadori nel 1955.

[32] Si riferisce a Lucas, il maestro e fratellastro (ignoto come tale) Lucas, con cui aveva parlato a lungo, anche lui fatto allontanare dal prete per le sue idee sovversive.

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Sono razzista, ma …

Puntualizzato che qui sopra non manca un “non”, la prendo da lontano. Lontano nel tempo ma qui vicino. A Pallanza in via Cietti vi è Casa Moriggia, edificio storico trecentesco noto per il suo bel portale, i cortili colonnati e per il ciclo di affreschi quattrocenteschi dell’anonimo “Maestro di Casa Moriggia”. Meno noto è che in questa abitazione negli ultimi anni dell’ottocento avesse sede la redazione di un settimanale inizialmente titolato “La lotta. Giornale pallanzese” e, dal n. 20 del 1897, “L’Eguaglianza” con il sottotitolo “Giornale popolare del Verbano, del Cusio e dell’Ossola”. Lo dirigeva il prof. Alfredo Boggio, in quegli anni rettore del “Civico Convitto”. Giornale a tendenza liberal radicale (Cavallottiano si può dire) attento sia ai temi locali che a quelli nazionali, con una forte impronta laica.[1] L’editoriale dell’11 settembre 1898 è dedicato all’antisemitismo d’oltralpe e all’Affare Dreyfus; lo riporto per esteso.

 

L’odio di razza

da L’Eguaglianza, 11 settembre 1898

Oggidì, che un popolo come il francese, il quale si vanta di procedere alla testa del progresso civile, accecato da una bassa passione, cui tenta di larvare con la maschera di patriotismo, si dà a perseguitare gli Ebrei, e commette iniquità, cui esso medesimo non è guari condannava al vederle perpetrate in Russia, in Austria o in Germania, oggidì torna in acconcio qualche considerazione sull’odio ingiusto, che in molti cuori, anche di persone sedicenti assai religiose, cova latente, e non aspetta se non una occasione per ribollire e manifestarsi con tutta la bruttezza della sua forza, com’è avvenuto di là dalle Alpi.

Da qualunque lato lo si guardi, riesce incomprensibile il livore, che in tutti i popoli, ma specie in quelli professanti la religione cristiana, esiste contro la razza giudaica, livore che in differenti epoche della storia si è palesato con inique persecuzioni e vendette, le quali, se già indegne fra i barbari, sono un’onta ignominiosa, quando si veggono consumate da una società, che si millanta civilissima, da un popolo, che si pretende antesignano di ogni nobiltà.

Il povero Dreyfus (o veramente Dreifuss), che ora sembra aver fatto scoppiare la mima, è certamente un pretesto; il delitto, onde lo si accusa, forse imaginario, o non suo.  Tuttavia, quando pure il Dreyfus, nella sua qualità di ufficiale dell’esercito francese, lo avesse commesso, sarebbe stata questa una ragione per trascendere ad eccessi contro innocenti? Inferire contro tutta una razza per la colpa di un singolo individuo è inconcepibile mostruosità.

Che quanti, come il Zola, lo credono innocente cerchino di difenderlo e riabilitarli, nulla di più giusto ed umano; che il sindacato ebraico cooperi all’impresa, nulla di più naturale. Forse non fanno lo stesso, e a buon diritto, i Francesi, ove un loro concittadino sia in qualunque modo calpestato? Come censurare gli Ebrei perché compivano verso il Dreyfus, atrocemente condannato dopo un simulacro di giudizio illegale, uno dei più elementari doveri della giustizia umana?

Dunque nessun motivo, all’altezza della presente civiltà, spiega ed attenua la vergogna dell’antisemitismo, nome assurdo di cosa abbominabile, giacché Sem per avventura non è se non un mito biblico. Ma, quando pure sia stato un personaggio storico, il poveretto è proprio innocente di tutte le infamie, che gli si vogliono addossare. Ad ogni modo però, giacché perseguitano gli Ebrei, perché semiti, cioè discendenti di Sem, vorrebbero di grazia i persecutori insegnarmi, da chi discendono i non Ebrei? E del resto il provenire da Sem, Cham, da Japhet, o da Montezuma, costituisce forse un delitto? Poiché dunque così puerili sotterfugi non valgono a spiegare, e tanto meno ad onestare un fatto obbrobrioso, che non ha, né ha mai avuto, giustificazione possibile, la causa, se non la ragione, della odierna crociata antisemitica vuolsi cercarla altrove.

V’ha chi spiega la prevenzione contro gli Israeliti con la idiosincrasia di quella gente, che dopo tanti secoli di consorzio resta isolata e senza mescolare il suo sangue con quello de’ popoli, in mezzo ai quali vive; ma se questa ragione avesse qualche peso, la varrebbe ugualmente, ed anzi a fortiori, per i gitani e zingari, che praticano esso isolamento ed essa astensione con molto maggior rigore. Ma forse la indifferenza, la noncuranza de’ più verso i zingari proviene dal fatto, che questi son poveri, mentre degl’Israeliti molti sono ricchissimi! …

Né io voglio negare, che uno de’ motivi impellenti all’astio per gli odierni antisemiti non sia, com’è già successo altre volte, la eccessiva, e oggimai per la loro salvezza non più necessaria, auri sacra fames[2] de’ malevisi; ma ad esso bisogna aggiungerne un altro più grave e puramente religioso. Il maggior nemico, che abbiano i figli di Giacobbe, è la Bibbia. L’odio implacabile, che da ogni riga di questa spira contro gli incirconconcisi, si è sempre ritorto contro il popolo, che ivi lo accumulò. Con la lettura del sacro libro i Cristiani assorbono inconsciamente il veleno, e i preti, sia cattolici che protestanti, che per il loro ufficio ne sono più di ogni altro saturi, vanno inoculando quell’odio, forse anche senz’addarsene, nelle coscienze, sicché basta un futile motivo per determinare una crisi dello stato patologico morale.

I cristiani de’ nostri giorni, che ora dal pulpito in chiesa, or coi periodici rugiadosi in piazza, inveiscono contro la così detta razza deicida, ripetono la stessa incongruenza di que’ lor correligionarii, che in altri tempi abbruciavano i giudaizzanti, cantando intorno al rogo salmi giudaici. I trionfi del cattolicismo si sono segnalati sempre con simili carezze al popolo d’Israele. Qual maraviglia dunque, che la odierna reazione clericale riponga in atto procedimenti barbari e inumani?

Una sola cosa invece ha, più che stupito, addolorato nello scandalo francese, e fu il vedere farne parte, anzi esserne l’anima, la generosa gioventù, gli studenti. Né vale a scusarla il sapere, che i suoi atti, e individuali e collettivi, sono spesso inconsulti, e in questo caso provocati da un falso patriottismo. Ma è prossimo il giorno, in cui sarà noto, qual mano occulta abbia mosso quelle infiammabili pedine.

Le religioni positive, nel pretendersi ciascuna assoluta ed unica depositaria della verità, son per natura tutte intolleranti, ma sopra tutte è la cattolica, perché, obliando il Vangelo, ancor più della ebraica s’inspira al Vecchio Testamento, libro tutta sensualità odio, vendetta maledizione e sangue, codice feroce di un popolo rozzo, crudele, materialista, che impone sempre macelli e stragi, e a tipo dell’amore ci offre … il Cantico dei Cantici!

L’Affare Dreyfus

L’Affare Dreyfus è noto: sulla base di un documento (il famoso borderau) a lui attribuito, il capitano Alfred Dreyfus, ebreo francese, nel 1894 accusato di alto tradimento a favore della Germania, viene degradato e condannato alla deportazione nella Guyana; anche quando due anni dopo verrà identificato il vero responsabile (il maggiore Ferdinand Esterhazy) lo Stato Maggiore dell’esercito mette tutto a tacere continuando a sostenere la tesi del “complotto ebraico”. Tra i primi a denunciare le false accuse contro Dreyfus fu Bernard Lazare, scrittore di origini ebraiche di orientamento anarchico e socialista,

Bernard Lazare

che già prima del caso Dreyfus si era soffermato sul proliferare dell’antisemitismo in Francia e sulle sue cause. Cause che individuava in due fattori, uno più generale – la reazione clericale al “sopravvento dello Stato laico su quello cristiano” – e uno più contingente: il fallimento nel 1882 della Union Générale, istituto di credito cattolico, attribuito al presunto controllo ebraico della finanza. Contro gli ebrei l’antisemitismo muove contemporaneamente due accuse fra loro contradditorie: quella di essere i dominatori del capitale e della finanza cosmopolita che sottomette il capitalismo nazionale e quella di essere i portatori di teorie ed azioni sovversive contro il capitalismo e lo Stato. I più potenti capitalisti e i più agguerriti anticapitalisti nello stesso tempo.

La Chiesa ha incolpato ebrei ed eretici della propria sconfitta, si è rivoltata contro di essi, iniziando ad attaccare Israele. L’inerzia dei suoi avversari l’ha resa più audace e più agguerrita che mai, osa di più, combattendo il massone, il libero pensiero, il protestante. La democrazia ha permesso, senza protestare, che l’antisemitismo crescesse. Anzi, ha lasciato fare, per superficialità, per snobismo, ovvero per viltà. Prima o poi capirà il pericolo, e vedrà la rete nella quale si è lasciata imbrigliare. Ma sarà troppo tardi e sconterà la sua inerzia e la sua cecità con anni di reazione clericale.”[3]

Anticipando di un anno il J’Accuse di Émile Zola, Lazare dimostrerà in dettaglio la falsità delle accuse e un processo imbastito senza che l’imputato potesse minimamente difendersi; il tutto allo scopo evidente di gettare in pasto all’opinione pubblica “il Giudeo traditore” e attraverso lui colpire tutta la comunità ebraica.

“Dreyfus … era un soldato, ma era ebreo ed è soprattutto per questo che è stato perseguitato. È stato arrestato perché era ebreo, perché era ebreo è stato giudicato, perché era ebreo è stato condannato …”[4] ed è stata alimentata ad arte una campagna giornalistica di odio e nazionalismo esasperato:

Ebrei influenti, dice “La Cocarde” del 4 novembre (1894) hanno tentato di fermare il processo. Dreyfus, dice “La France” del 5 novembre, è «l’agente di questo potere occulto, di questa élite ebraica internazionale che ha prodotto la rovina dei francesi e si è accaparrata la terra di Francia». “La Libre Parole” alimenta il coro esclamando: «Chi in questo momento non vorrebbe gridare con noi: “La Francia ai francesi”». E il 5 novembre aggiunge: «Sappia l’opinione pubblica che, qualunque cosa dicano, gli ebrei tutti devono essere considerati responsabili del tradimento»[5].

Solo nel 1906, dopo un’ulteriore condanna nel 1899, Dreyfus ottiene la cancellazione delle sentenze precedenti e una tardiva riabilitazione. L’antisemitismo degli antidreyfusardi non fu comunque emarginato né nell’esercito né nella parte più reazionaria e tradizionalista della società francese. Basti ricordare che nel giugno del 1908, due anni dopo la riabilitazione, Dreyfus venne ferito in un attentato durante il trasferimento delle ceneri di Émile Zola al Pantheon. I frutti avvelenati dell’antisemitismo di quegli anni confluirà nelle vicende della seconda guerra mondiale con il collaborazionismo con l’occupante nazista e il regime di Vichy del Generale Pétain.

Il mito del kahal e i Protocolli dei Savi di Sion

Ed è negli stessi anni dell’affaire che, in altro ambito, il tema del complotto ebraico si incarna nel più diffuso libello antisemita, i Protocolli dei Savi di Sion, costruito dalla polizia segreta zarista e pubblicato nel 1903. “Costruito” non solo perché si trattava di un falso ma perché appunto frutto di un collage di testi che risalgono ad un pamphlet[6] del 1864 contro Napoleone III, unitamente a testi antisemiti tedeschi successivi e a una variegata letteratura popolare proliferata nella Russia del tardo 800 e ruotante intorno al mito del Kahal.

Un’analisi circostanziata di questo filone letterario antigiudaico russo è stata effettuata da Alessandro Cifariello[7]. In Russia

“… nella seconda metà dell’Ottocento, nel corso di decenni di campagne giudeofobe a mezzo stampa, la paura psicotica dell’ebreo è capace di nutrire, tra menzogna e manipolazione dell’informazione, le più fantasiose, ardite, malevoli e pericolose calunnie antiebraiche. Personaggi di varia estrazione sociale e differente livello intellettuale arrivano a scorgere dietro alle decisioni di un qualsiasi governo nazionale e a ogni evento storico un velo tenebroso; quello del kahal.

Il kahal, calco di ‘keilla kedosha’, ‘comunità santa’, era il termine assegnato nel medioevo dai legislatori polacchi alla struttura comunitaria ebraica. Riconosciuto come istituzione di autogoverno della comunità ebraica sin da XVI secolo, aveva mantenuto per secoli grande potere, soprattutto a livello locale. Al tempo delle spartizioni della polonia, verso la metà del XVIII secolo, il legislatore russo si imbatté nell’esistenza della struttura comunitaria, che decise di mantenere fino alla sua definitiva abolizione, nel 1844. Tuttavia, nella seconda metà dell’Ottocento, in particolare dopo la pubblicazione dei celebri volumi di Brafman, nell’immaginario collettivo, da termine indicante la forma di autogoverno delle comunità ebraiche dell’Europa orientale, il kahal acquisisce il significato di potenza occulta, di vera e propria società segreta, di direzione centrale ebraica che – attraverso una cospirazione planetaria – governa nell’ombra il popolo ebraico, attua il programma di dominazione del mondo, dirige la mano armata del nichilismo nel suo attacco all’Europa, e realizza il progetto di disgregazione fisica e morale dell’Impero russo. Si cristallizza dunque nella cultura russa una ‘menzogna calunniosa’ che ha come bersaglio l’immaginario kehal degli ebrei.”[8]

Letteratura popolare, romanzi (veri e propri feuilleton) apparsi perlopiù a puntate sulla stampa russa da parte di autori, poco noti in occidente, che danno corpo nell’ultimo ventennio dell’Ottocento a una organica tipologia di “romanzo giudeofobo” russo[9]. La figura dello žid (giudeo) si configura secondo tre dimensioni: economica (sfruttatore e strozzino), politica (agitatore e nichilista) e religiosa occulta (rabbino praticante di riti satanici che complotta per il dominio planetario). Tematiche che da un lato fomentano un antisemitismo diffuso che sfocia in numerosi pogrom, in particolare dopo l’uccisione in un attentato della Zar Alessandro II (13 marzo 1881) da parte dei nichilisti della Narodnaja volja, e dall’altro costituiscono il calco narrativo diretto dei Protocolli.

 Il pregiudizio antiebraico

Se antigiudaismo (religioso) e antisemitismo (razziale) sono ricostruibili anche filologicamente e   storicamente, più variegato e dai contorni indefiniti è il tema del pregiudizio antiebraico tale che possiamo reperirlo anche laddove non penseremmo di trovarlo. A partire dallo stesso testo “L’odio di razza” de L’Eguaglianza che abbiamo riportato per esteso all’inizio: l’autore, deciso sostenitore dell’innocenza di Dreyfus ed esplicito accusatore dell’antisemitismo, non manca di inserire nella sua difesa luoghi comuni contro gli ebrei: ricchissimi, avidi di ricchezza e fanatici religiosi, sia pur superati in questo dai Cristiani che avrebbero assorbito ed amplificato l’intolleranza che traspira dal testo biblico liquidato dall’autore come “libro tutta sensualità odio, vendetta maledizione e sangue” e rigettato anche laddove, con l’alta poesia del Cantico dei cantici [10] esalta la dignità dell’amore umano.

Un testo utile per approfondire il tema ci è fornito da Roberto Finzi: Il Pregiudizio. Ebrei e questione ebraica in Marx, Lombroso, Croce[11]. Così lo introduce Claudio Magris nella prefazione:

“Nei tre saggi di questo libro Roberto Finzi non indaga tanto l’antisemitismo – cui peraltro egli ha dedicato, come si è detto, studi importanti – quanto il pregiudizio che si annida o può annidarsi anche in chi è assolutamente scevro da ogni forma di antisemitismo e anzi lo condanna e cerca di spiegarlo per combatterlo. Tutti e tre i protagonisti di questi saggi sfatano, rifiutano, respingono l’antisemitismo. Non è molto importante che due di essi – Marx e Lombroso – siano ebrei perché può esistere pure, in chiunque, una contorta violenza autolesiva, presente anche nella storia dell’ebraismo, col famoso “odio ebraico di sé” […]

Marx e Lombroso cercano di spiegare, in termini essenzialmente storici, la genesi dell’antisemitismo. Il ricorso alla storia, quale spiegazione di un fenomeno, sfata e smonta di per sé l’irrazionalità di ogni pregiudizio razzista e dunque pure dell’antisemitismo.

Naturalmente non si dà in questo campo alcuna vittoria definitiva per la ragione, perché il pregiudizio rinasce ogni volta dalle sue ceneri. Proprio perché è irrazionale, non si fonda su nulla di obiettivo e non è dimostrabile, esso non è confutabile. (pag. VII-VIII)

Finzi non si limita pertanto a ricostruire il contributo dei tre autori allo studio dell’antisemitismo, ma vuole capire come e perché in questi stessi autori persistano echi non secondari del pregiudizio antiebraico.

“Ecco, dunque, il punto, la spina dorsale delle pagine che seguono, dedicate all’analisi dell’immagine dell’ebreo tramandata dall’opera di tre personalità della cultura ottocentesca e primo novecentesca rappresentanti di tre filoni – il “socialismo scientifico”, la scienza positivista, l’idealismo liberale – non regressivi, ma progressisti e che, in maniera diversa e anche contrapposta, si proponevano di liberare l’uomo dai pregiudizi che ne ottenebravano il cuore e la mente. All’interno della loro ricerca permangono, quanto agli ebrei, scorie del passato: la acuta vigilanza critica che sorregge il loro sforzo analitico sembra come ritirarsi, restare impotente dinnanzi alla “questione ebraica”. Perché? La risposta – che, lo so bene rinvia ad altre, complicate analisi – sta, in sostanza nel punto di vista assunto. Se una “questione ebraica” esiste la causa non può che trovarsi negli ebrei, nella loro storia, nella “dura cervice” che li ha fatti sopravvivere a tutte le traversie della storia. Tanto che, non soddisfatti di tutto quanto è loro occorso, rifiutano la via maestra dello sviluppo civile, il risultato necessario della loro inevitabile e giusta emancipazione: l’assimilazione, intesa non come integrazione in una società che riconosca, all’interno di un quadro di valori condivisi, le differenze, ma quale assorbimento e, alla fine, estinzione, dissolvimento delle identità minoritarie in quella maggioritaria.”[12]  (pag. 5)

Non entro nel merito dell’analisi dettagliata del “pregiudizio persistente” nei tre autori, rimandando alla lettura diretta del testo di Finzi e a una brave sintesi in nota[13]. Due aspetti della sua analisi mi preme sottolineare: la modernità, nei suoi diversi aspetti – scientifico, culturale, artistico, civile … – non solo non ha debellato il pregiudizio, ma nemmeno l’antisemitismo; va inoltre fatta una netta distinzione fra prima e dopo la Shoah.

All’interno del confronto che oppose dreyfusardi e antidreyfusardi ad esempio gli intellettuali innovatori “moderni” si divisero: se molti artisti d’avanguardia presero posizione a favore di Dreyfus (Monet, Pissarro, Signac …) molti altri (Cézanne, Rodin, Degas …) si schierarono sul fronte opposto[14]. E d’altronde lo stesso Zola “campione della lotta contro la condanna di Alfred Dreyfus” non fu esente da “una visione stereotipata della giudaicità”[15].

La cultura antisemita ha fruito “del background di un senso comune ampiamente impregnato di preconcetti giudeofobi che affondano le loro radici nel Medioevo cristiano. Lo sterminio messo in atto da Hitler e dai suoi alleati” sottolinea Finzi “non avrebbe potuto forse nemmeno essere progettato se in tanta parte della popolazione europea non si fossero annidati nel profondo stereotipi antiebraici, che né la cultura né l’adesione a quanto oggi si è soliti chiamare modernità avevano sradicati”[16].

Dopo la Shoah tutto cambia: dal concetto di dio (Jonas) alla poesia (Adorno) e pertanto anche la storiografia dell’antisemitismo con un duplice rischio. Quello “di mettere in relazione diretta con il nazismo autori precedenti” per la presenza di “scorie” giudeofobiche (come alcuni hanno tentato con Marx e non solo), e dall’altra, siccome “il nazismo, ‘barbarie’ per eccellenza, non può avere rapporto alcuno con espressioni artistiche o culturali autentiche” (p. 126) si cerca di nascondere l’antisemitismo effettivo (e in più casi l’adesione al nazismo e/o al fascismo) di autori, artisti e personaggi importanti come qualcosa di “indecente” cha va sottaciuto; l’elenco è lungo: Richard Wagner, Henry Ford, Ezra Pound, Louis-Ferdinand Céline, Carl Schmidt e i filosofi Giovanni Gentile e Martin Heidegger …

L’elenco potrebbe continuare a lungo a dimostrazione che il pregiudizio e gli stereotipi antiebraici rappresentano un esempio straordinariamente evidente e documentato dell’operare della longue durée nell’immaginario collettivo, per nulla esorcizzati dalla “modernità”, dall’“avanguardia”, dal valore estetico o dalla capacità analitica. (p. 129)

Serve allora “uno sforzo voluto e specifico” per indagare, conoscere, individuare, capire e riconoscere quelli che Gramsci indicava come “frantumi eterogenei di mondi culturali fossilizzati” (p. 34) che sono estremamente diffusi anche in coloro che non lo sospettano affatto, rovesciando l’ottica storica che ha accumulato Marx, Lombroso, Croce (e molti altri) che hanno ricercato le “cause” della questione ebraica all’interno del mondo e della cultura ebraica.

“La prospettiva corretta è un’altra, l’esatto opposto. Per dirla con Jean-Paul Sartre: “L’esperienza non fa sorgere la nozione di ebreo, al contrario è questa che chiarisce l’esperienza: se l’ebreo non esistesse, l’antisemita l’inventerebbe”.[17] Il problema non era e non è capire se, come, quanto gli ebrei siano o no diversi dagli altri, e che “tic” – come tutti – si portino dietro, ma quale sia il meccanismo mentale di chi gli ebrei odia indipendentemente da qualsiasi loro carattere storico. Per questo sono importanti le ricerche che si vanno sviluppando sulla “cultura” antisemita. Un “pensiero” che sempre più appare espressione, ed ammissione, di una debolezza “identitaria”. Per affermarsi, l’identità dell’antisemita necessita di un nemico da combattere e battere. Solo dominando, annullando l’altro si ritrova e si realizza.” (p. 6-7)

Gitani e “zingari” [18] 

 

Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.

Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.

Mariella Mehr

In accordo con Clotilde Pontecorvo, ritengo che la shoah non vada assolutizzata “come un evento unico” e nemmeno ridimensionata ad “uno dei tanti stermini[19]; assumendo questo “conflitto” fra unicità e possibilità di replicazione dell’orrore nazista, ritengo si possa affermare che l’antisemitismo costituisca la matrice, la fonte ispiratrice, di ogni altra forma di razzismo. L’analisi del pregiudizio antiebraico e dell’antisemitismo fornitaci da Finzi può così fornirci la struttura utile per individuare e interpretare altre forme di razzismo ora emergenti.

Riprendendo il testo de L‘eguaglianza su L’odio di razza che abbiamo riportato all’inizio e che ci serve da filo conduttore per queste riflessioni, vi è un passo che certo oggi sorprende laddove l’autore afferma che “la prevenzione contro gli Israeliti” non viene esercitata “per i gitani e zingari”.  Evidentemente l’autore ignorava la storia di Rom e Sinti: la loro persecuzione ha attraversato tutta l’Europa moderna con leggi di discriminazione sin dal Quattrocento. Sono poi stati come, e per certi versi più degli stessi ebrei, vittime dello sterminio nazista con almeno mezzo milione di vittime corrispondente almeno alla metà della loro popolazione in Europa. Vittime dimenticate. Per loro non vi è stato nessun processo di Norimberga, poche le loro testimonianze e solo negli ultimi anni si è incominciato a far luce sul loro olocausto: Porrajmos (divoramento)[20].

Sono due le date che ricordano lo sterminio di queste popolazioni: il 2 agosto e il 16 maggio.

Il 15 aprile del 2015, il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione per adottare il 2 agosto come «giornata europea della commemorazione dell’olocausto dei rom». La risoluzione ricorda: «i 500.000 rom sterminati dai nazisti e da altri regimi (…) e che nelle camere a gas nello Zigeunerlager (campo degli zingari) di Auschwitz-Birkenau in una notte, tra il 2 e il 3 agosto 1944, 2.897 rom, principalmente donne, bambini e anziani, sono stati uccisi». […]

Testimone oculare della notte del 2 agosto fu l’ebreo italiano Pietro Terracina, che ha raccontato a Roberto Olia: «Con i rom eravamo separati solo dal filo spinato. C’erano tante famiglie e bambini, di cui molti nati lì. Certo soffrivano anche loro, ma mi sembrava gente felice. Sono sicuro che pensavano che un giorno quei cancelli si sarebbero riaperti e che avrebbero ripreso i loro carri per ritornare liberi. Ma quella notte sentii all’improvviso l’arrivo e le urla delle SS e l’abbaiare dei loro cani. I rom avevano capito che si prepara qualcosa di terribile.

Sentii una confusione tremenda: il pianto dei bambini svegliati in piena notte, la gente che si perdeva ed i parenti che si cercavano chiamandosi a gran voce. Poi all’improvviso silenzio. La mattina dopo, appena sveglio alle 4 e mezza, il mio primo pensiero fu quello di andare a vedere dall’altra parte del filo spinato. Non c’era più nessuno.

Solo qualche porta che sbatteva, perché a Birkenau c’era sempre tanto vento. C’era un silenzio innaturale, paragonabile ai rumori ed ai suoni dei giorni precedenti, perché i rom avevano conservato i loro strumenti e facevano musica, che noi dall’altra parte del filo spinato sentivamo. Quel silenzio era una cosa terribile che non si può dimenticare. Ci bastò dare un’occhiata alle ciminiere dei forni crematori, che andavano al massimo della potenza, per capire che tutti i prigionieri dello Zigeunerlager furono mandati a morire. Dobbiamo ricordare questa giornata del 2 agosto 1944». (Giuliano Princigalli, “Porajmos, l’olocausto dei Rom”, il manifesto, 1.08.1015)[21]

Le comunità rom e sinti si sono concentrate recentemente su un’altra data: il 16 maggio in ricordo di quanto avvenne, sempre nel campo Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau, due mesi e mezzo prima di quel 2 agosto. Preavvertiti dalla resistenza interna che erano stati destinati quel giorno alle camere a gas, i cinquemila “zingari” si armarono alla bene e meglio con bastoni, pietre e ogni altra arma improvvisata e misero in fuga i guardiani che si erano presentati per condurli alla eliminazione, riuscendo a far sospendere – purtroppo temporaneamente – il massacro. Il più ampio episodio di rivolta avvenuto in un campo di sterminio nazista. Se il 2 agosto è il giorno della memoria rom (del porrajmos) il 16 maggio rappresenta la Giornata internazionale della Resistenza romanì.

Una delle non molte testimonianze scritte reperibili sul porrajmos è quella di Otto Rosenberg, La lente focale. Gli zingari nell’olocausto pubblicata da Marsilio nel 1999 e ripubblicato recentemente dalle edizioni “La Meridiana”. Nel 1936 Otto ha nove anni e abita a Berlino con la sua numerosa famiglia allargata. In previsione delle Olimpiadi, “per fare ordine e pulizia”, tutti gli “zingari” berlinesi per ordine di Hitler vengono deportati e ammassati in un campo di un quartiere periferico della città (Marzahn) a ridosso delle discariche. Inizia il percorso che nel giro di sette anni lo porterà ad Auschwitz e successivamente, prima del fatidico 2 agosto, in altri campi. Un racconto semplice, asciutto, privo di emotività anche quando parla dei medici nazisti che già a Marzahn fanno “ricerca” sui bambini rom per dimostrare che – nonostante la loro origine indoeuropea che li ossessionava – erano impuri e subumani. Oppure quando ad Auschwitz, pur sapendo benissimo cosa uscisse dalle ciminiere dei forni crematori, bambini e ragazzi erano addestrati a fingere di ignorarlo. Il suo ultimo campo sarà quello di Bergen-Belsen dove sarà liberato, unico sopravvissuto della sua famiglia.

Nell’ultima edizione il testo è introdotto dalla prefazione di Dijana Pavlović che, per ricordare come la persecuzione e il tentativo di “pulizia etnica” dei Rom non sia stato solo prerogativa di fascismo e nazismo, riporta un poetico racconto sulla deportazione della scrittrice e poetessa Mariella Mehr e ricorda che questa era

“Una donna nata nel ’48 […] dopo la seconda Guerra mondiale, dopo che il processo dl Norimberga ha rivelato al mondo le atrocità subite da chi è stato internato nei campi di concentramento e di sterminio, ma lei lo stesso ha vissuto il Porrajmos (il genocidio Rom). L’ha subito da bambina e da donna in Svizzera, perché Mariella è una Jenisch, una comunità nomade del Centro Europa. Mariella è stata tolta ai sui genitori quando aveva 5 anni, la mamma Maria Emma è stata sterilizzata e internata in un centro psichiatrico, mentre Mariella è stata prima consegnata a famiglie affidatarie, poi a istituti psichiatrici. Per curate la sue malattia, il suo “gene nomade”, le hanno fatto il primo elettroshock quando aveva solo 9 anni. Quando ne aveva 18 le hanno tolto il figlio e anche lei, come sua madre, è stata sterilizzata. In Svizzera la sterilizzazione delle donne Jenisch e la tortura dei loro figli nei centri psichiatrici e durata fine al 1976. […] Trent’anni dopa il processo di Norimberga, a quasi trent’anni dalla Dichiarazione dei diritti umani, negli anni dei Beatles e dei Rolling Stones, quando la società occidentale era percorsa dai movimenti dl liberazione civile, i nostri più stretti vicini, famosi per civismo e pacifismo, utilizzavano ancora le pratiche della purificazione della razza.”[22]

Se la memoria della shoah è entrata, sia pur in modo incompleto, nella consapevolezza civile democratica e qualsivoglia oltraggio o atto discriminatorio verso la comunità ebraica o il singolo ebreo caratterizza in modo inequivocabile di nazifascismo chi lo esercita, lo stesso dovrebbe valere per ogni oltraggio e discriminazione verso Sinti e Rom. Così evidentemente non è; la memoria del Porrajmos è del tutto minoritaria e attualmente Sinti e Rom costituiscono la minoranza più osteggiata nel nostro paese: secondo una ricerca realizzata dal Pew Research Center nel 2014 in Europa, l’Italia è il paese con il pregiudizio più diffuso (85%) nei loro confronti.[23]

Non per con-chiudere ma per dischiudere

In alcuni precedenti post e in particolare in “I migranti e le nostre comunità” (del marzo 2017) mi ero soffermato sulle nuove teorizzazioni del razzismo (quella “culturalista” in particolare); in tempi rapidi mi pare che oggi il problema non sia tanto a livello di teorizzazioni (biologico, differenzialista, neo-evoluzionista, culturalista …) ma quello della rapida “stura” di comportamenti e atteggiamenti palesemente e manifestamenti razzisti. Se consideriamo “la pratica” del pregiudizio razzista nel suo evolversi notiamo come le diverse espressioni del razzismo si mescolino e sommino (es. antisemita[24] e anti islamico, xenofobo e contro le minoranze anche italiane ecc. siano esse etniche, religiose o sessuali). Ricordo un articolo della seconda metà degli anni ’70 – se non sbaglio di Giorgio Bocca – in cui l’autore sosteneva che il razzismo più pervicace fosse quello verso l’estraneo non troppo dissimile, non immediatamente riconoscibile come tale; in passato l’ebreo, poi il “terrone”, oggi (allora) il magrebino, mentre – in particolare in Italia – non avrebbe potuto prender piede un razzismo verso i “negri” quale quello presente negli Stati Uniti dove questo trovava una diversa spiegazione da collegarsi alla storia della schiavitù.

Bocca – o chi per lui –non scriverebbe di certo più quell’articolo; troppi gli episodi che evidenziano come oggi non sia affatto sostenibile quel tipo di lettura. Siamo di fronte ad un regresso dove il “bersaglio” può rapidamente variare di volta in volta: gli “zingari”, gli islamici come gli ebrei, gli immigrati siano economici o richiedenti asilo, i “neri” ecc. ecc. e naturalmente gay e transessuali.

Si dice che tutto ciò sia il portato di insicurezza, paura, incertezza del futuro, crisi di identità, crisi economica e disoccupazione; che vi sia un vento che alimenta questi atteggiamenti e comportamenti: quello del populismo sovranista che percorre l’Europa e non solo.

Tutte spiegazioni che non mi sembrano cogliere il punto centrale, quello che io definirei lo “sdoganamento dall’alto”: se i principali esponenti dei partiti più votati nelle ultime elezioni politiche italiane (2018) non solo “sdoganano” sentimenti e atteggiamenti xenofobi e razzisti, ma li alimentano (il “ministro sovranista dell’odio” che non perde occasione a parole, e nei fatti  come il sequestro di persone in “prigioni galleggianti”, e il guru in declino dei  populisti nostrani che proclama “non essere il razzismo un problema”), allora non c’è da meravigliarsi se episodi di intolleranza, spesso non solo a parole, siamo ormai all’ordine del giorno, e il regresso si manifesti inoltre nel proliferare delle tipologie colpite: gli zingari, gli islamici come gli ebrei, gli immigrati, i “neri” ecc.

Con un paradosso per cui la parola “razzismo” è ancora sottoposta a tabù, a stigma sociale, ma non più il comportamento razzista – a parole e negli atti – spesso anticipato o giustificato a posteriori dall’inciso ricorrente “Non sono razzista … ma”.

È assolutamente doveroso denunciare ogni singola manifestazione di razzismo, facendo memoria delle tragedie del passato e non lasciando correre alcun singolo episodio e manifestazione dell’oggi. Ma penso non sia affatto sufficiente.

Abbiamo più sopra sottolineato come il pregiudizio razzista alberghi in modo diffuso: artisti d’avanguardia e scienziati, pensatori politici progressivi, paesi civili e democratici. Anzi direi che alberga in ciascuno di noi nelle forme più diverse: chi non ha qualche pregiudizio – e magari risentimento – sia esso verso i neri o gli islamici, i “marocchini” o gli “zingari”, i Testimoni di Geova o i “froci”, i cinesi o gli arabi e, sotto sotto, anche un po’ gli ebrei? E ne ho dicerto dimenticati molti. Ed è su noi stessi che abbiamo allora necessità di indagare, di rendere a noi stessi palese ogni forma di pregiudizio che ci accompagna.

Con pochissime eccezioni – quasi tutte, direi, di sesso femminile –, persone nelle quali la totale apertura e curiosità nei confronti degli altri prevale su ogni timore e preconcetto.

Roberto Finzi conclude il suo libro sul Pregiudizio citando Lombroso che – se non era manifestamente antisemita – certo era autore di teorie che il razzismo hanno comunque alimentato.

La ricerca del vaccino che immunizzi in via definitiva la civiltà europea dal contagio antisemita [e io aggiungerei ‘razzista’] arriverà a conclusione solo assumendo, per dirla con Lombroso, che “le epidemie sono una acutizzazione rapida, intermittente, dei morbi che ci affliggono sporadici con molto meno intensità in tutta la vita”.[25]

Dovremmo allora tutti dire:

Sono razzista, ma … man mano che – individualmente e collettivamente – riconosciamo e comprendiamo il morbo che ci affligge, il giorno in cui sapremo trovarne la cura e il vaccino, si farà più vicino.

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[1] La Biblioteca “Aldo Aniasi” della Casa della Resistenza ne ha recentemente acquisito una ventina di numeri relativi al 1998. Temi ricorrenti sul piano locale l’attività del Consiglio Comunale di Pallanza, le onoranze intresi a Felice Cavallotti, la construenda Galleria del Sempione, notizie di economia e di cronaca dal territorio ecc.; temi più generali la critica all’impunità processuale di Francesco Crispi, il sostegno a leggi contro la povertà e la riduzione del prezzo del pane, per il divorzio, per la scuola pubblica e laica ecc. Alcuni contributi di carattere generale sono ripresi da altri giornali, in particolare dal torinese L’Avvenire, organo di un raggruppamento liberal riformista.

[2] Miserabile cupidigia dell’oro. Espressione derivata da Virgilio: (Eneide 3. 56-57): Quid non mortalia pectora cogis, | Auri sacra fames (A cosa non sproni i petti dei mortali, miserabile cupidigia dell’oro).

[3] Bernarde Lazare, L’antisemitismo e l’Affaire Dreyfus, Medusa, Milano 2017, p. 11.

[4] Ivi, p. 51-52.

[5] Ivi, p.58-59.

[6] Dialogo agli inferi tra Machiavelli e Montesquieu dell’autore satirico francese Maurice Joly.

[7] L’ombra del kahal. Immaginario antisemita nella Russia dell’Ottocento, Viella, Roma 2013. Per una sintetica recensione online cfr. qui.

[8] Ivi, p. 12-13.

[9] Gli autori e i testi analizzati da Cifariello sono: Boleslav Markevič (Sul baratro 1880-1885), Nikolaj Vagner (La via oscura, 1890), Vsevolod Krestovskij (la trilogia L’ebreo sta avanzando 1888-1891), Ieronim Jasinskij (Sulle tracce fresche 1892) e Savelij Efron-Litvin che con Tra gli ebrei del 1897 riprende i testi precedenti e si concentra sul tema del complotto del kahal mondiale.

[10] Online sono reperibili varie traduzioni italiane di questo particolare testo biblico: qui quella interconfessionale; una versione audio è reperibile nella versione di Giovanni Luzi. Una dettagliata analisi del testo e delle sue interpretazioni è stata scritta per l’Enciclopedia Italiana nel 1930 da Giuseppe Ricciotti. Per un confronto a più voci cfr. qui (Il Sole 24 Ore).

[11] Bompiani, Milano 2011. Finzi è autore di parecchi studi economici e storici e opere di rilievo su temi di attualità. Ne ricordo due in particolare: Breve storia della questione antisemita (Bompiani, nuova ed. 2019) e Il maschio sgomento. Una postilla sulla questione femminile (Bompiani, 2018).

[12] “Assimilazione, nota Amos Luzzatto, corrisponde alla “infelice traduzione della parola ebraica hitholetut, che andrebbe semmai resa con il termine ‘dissolvimento’ (‘assimilazione’ in ebraico dovrebbe suonare semmai hitdammut)” e aggiunge “l’assimilazione è una relazione almeno binaria, ma soprattutto simmetrica. In simboli se R simboleggia una relazione logica fra a e b, scriveremmo R (a, b) ←→ R (b, a) che significa che se io divento simile a te, anche tu diventi simile a me. Nel dissolvimento invece uno degli elementi della relazione si conserva mentre l’altro svanisce come tale e si identifica, si assorbe nell’altro” (A. Luzzatto, Il posto degli ebrei, Einaudi, Torino 2003, p. 35). In queste pagine, tuttavia, si continuerà a usare il termine assimilazione nel senso della “infelice traduzione della parola ebraica hitholetut”, per la sua sedimentazione e pregnanza nella letteratura della ‘questione ebraica’.” [Nota di Roberto Finzi]

[13] Marx, che non ha mai sottolineato, né tanto meno rivendicato il suo essere ebreo, nella corrispondenza privata con Engels non manca, in particolare riferendosi a Lassalle di lasciarsi andare “a espressioni che oggi hanno un netto retrogusto antiebraico” (p.17) come ‘barone ebreo’ e a riferimenti alla “sua testa e chioma” che “discende dai negri che si unirono all’esodo di Mosè …”. Ma è il suo giovanile saggio Sulla questione ebraica (1844) che identifica ebraismo e capitalismo che fece parlare molti di un “antisemitismo economico” di Marx; non solo le sue analisi successive del capitalismo utilizzeranno ben altri parametri, ma mantenne i rapporti con la parentela e studiosi ebraici e si espresse in modo netto “sulla giustezza della richiesta ebraica di emancipazione politica” (p. 42). In sostanza pregiudizio sì, ma non certo antisemitismo.

Lombroso affronta il tema antiebraico ne L’antisemitismo e le scienze moderne del 1894 che si pone nella prospettiva dell’assimilazione quale esito naturale dello sviluppo storico: è semmai l’antisemitismo che opponendosi all’emancipazione non farebbe che amplificare gli aspetti negativi “dell’avido ebreo mercante”, a meno che – inconsapevole ed inquietante profezia – non si prefigga di “distruggere completamente gli ebrei”. Testo poco noto in Italia, ma che ebbe risonanza in Francia all’interno del dibattito su Dreyfus, in particolare in una seconda edizione della versione francese. Pur schierato con i dreyfusardi e, per sua stessa dichiarazione, vicino al sionismo, il suo testo, in cui riecheggiano le sue posizioni di un scientismo di certo datato, “in realtà rischiava di produrre e ha contribuito a produrre addirittura l’effetto opposto, il rafforzamento nell’immaginario collettivo di antichi, diffusi, pregiudizi antiebraici” in quanto “dalle sue pieghe spunta più di una immagine stereotipa, condivisa da un diffuso sentire giudeofobo” (p.72).

Per quanto riguarda Croce, a parte una posizione diversa che avrebbe espresso durante la guerra in un colloquio con un soldato ebreo, egli, che aveva condannato le leggi razziali e la persecuzione nazista, si oppone a ogni “nazionalismo” e vede per il popolo ebraico, quale unica soluzione, la più piena assimilazione e condanna “non solo la riluttanza a vincere il loro millenario separatismo, stimolo alle deplorevoli separazioni, ma il proposito di rinsaldarlo […] al quale si accompagna una sorta di sentimento tragico, come il popolo destinato a fare di sé stesso olocausto di una divinità feroce” (Contro i nazionalismi di qualsiasi sorta) (p. 83). In sostanza gli ebrei in buona parte causa della propria persecuzione per il rifiuto all’inserimento pieno nella storia progressiva dell’Europa moderna e per una sorta di auto designazione quali vittime sacrificali di un dio rozzo e barbarico.

[14] Ivi, p. 127.

[15] Pag. 34.

[16] Pag. 7.

[17] J.-P. Sartre, Ebrei, Edizioni Comunità, Milano 1948, p. 150.

[18] “Zingari” non è un termine utilizzato nelle lingue sinta e romanì, ha provenienza esterna (è eteronimo) e ha assunto una connotazione dispregiativa.

[19] “Il mio nome” in Una Città n. 46, dicembre 1995. Cfr. anche la voce Shoah su questo blog.

[20] Termine in lingua romanì che significa “divoramento”; è stato utilizzato per indicare l’olocausto dei popoli rom e sinti per opera del fascismo e del nazismo (1934 – 1945) dallo studioso della lingua e cultura dei popoli rom e sinti Ian Hancock. Dice di averlo sentito utilizzare con questa accezione nel 1993 da un rom durante un colloquio. Una relazione sul Porrajmos tenuta da Hancock a Mantova nel giorno della memoria 2013 è reperibile qui. Due sono i siti in italiano che hanno iniziato a raccogliere in modo sistematico la documentazione sul Porrajmos: Memors. Il primo museo virtuale del Porrajmos in Italia e USC Shoah Foundation.

[21] L’articolo completo è reperibile online qui.

[22] Otto Rosenberg, La lente focale. Gli zingari nell’olocausto, La Meridiana, Molfetta 2016, p. 5-6. Per approfondire il porrajmos degli Jenisch in Svizzera cfr. Il genocidio degli Jenisch in Svizzera: cinquant’anni di crimini, abusi e di cultura eugenetica. Sulla Mehr cfr. Mariella Mehr, un poeta vittima della Pro Juventute svizzera di Silvia Leuzzi.

[23] Il grafico è ripreso dal sito de L’internazionale; una rassegna degli articoli sul tema della comunità rom qui.

[24] Sul “ritorno” dell’antisemitismo in Italia cfr. il Rapporto sull’antisemitismo in Italia nel 2016 a cura dell’Osservatorio antisemitismo del CDEC.

[25] Il Pregiudizio cit., p. 130.

L’istruttoria di Osnabrück e il contributo del Comune di Baveno

Il contributo di seguito riportato compare sul n. 1/2019 di Nuova Resistenza Unita in uscita da fine gennaio 2019*. Fa parte degli inserti che dal n. 4 del 2016 pubblichiamo sul tema della Presenza ebraica nel Novarese nel periodo delle leggi razziali e della guerra. È il nono contributo dell’Équipe “Even 1943”**, gruppo di lavoro che, dopo la realizzazione dell’omonimo documentario costruito prevalentemente sulla base di fonti e testimonianze orali e sulla base della traccia tratta da testo di Aldo Toscano (L’Olocausto del Lago Maggiore), si è dedicato in particolare ad una ricerca bibliografica e alla costruzione di pacchetti didattici proposti alle scuole secondarie. Infine si è proseguito con la consultazione presso gli Archivi di Stato e Comunali in funzione dell’implementazione, periodicamente aggiornata, della banca dati del Centro di Documentazione e della diffusione dei risultati della ricerca – in più casi non solo arricchenti ma anche innovativi rispetto a quanto si conosceva precedentemente – con una apposita mostra e, appunto, con gli inserti di Nuova resistenza Unita.

In questo articolo si ricostruiscono le origini dell’istruttoria del Processo di Osnabrück che, come è noto, indagò e processò alcuni dei responsabili degli eccidi perpetrati in più località sul Lago Maggiore e paesi limitrofi da parte delle SS della Leibstandarte Adolf Hitler ***, nonché il contributo importante, e sinora disconosciuto, che il Comune di Baveno con il suo Sindaco Emiliano Bernasconi fornirono all’istruttoria e al processo.

L’istruttoria di Osnabrück

Nel numero VIII dell’inserto ci siamo occupati della stagione processuale in Italia e abbiamo osservato come, con il processo di Torino del 1955, l’unico fra gli eccidi del Lago Maggiore arrivato a procedimento e sentenza nel nostro paese fu quello relativo alla famiglia Ovazza a Intra.

Da parte tedesca, subito dopo gli eccidi e le notizie dei ritrovamenti di cadaveri riaffiorati dal lago, venne avviata una indagine interna alle SS per iniziativa del Generale (Brigadeführer) Theodor Wisch, comandante di divisione della Leibstandarte Adolf Hitler. Indagini poi interrotte e messe a tacere. Così Klinkhammer ricostruisce: “Wish, che si trovava a Salsomaggiore, fece fare delle indagini dopo le notizie sui ritrovamenti dei cadaveri nel lago. Già nell’ottobre 1943, inviò due giudici militari della divisione, gli SS-Hauptsturmführer Jochum e Franz, sul lago Maggiore. Queste indagini condotte dai giudici militari finirono in ogni caso nel nulla, vale a dire che si interruppero in seguito a un ordine superiore.[i]

Sempre secondo Klinkhammer anche il comandante del secondo reggimento Tenente Colonnello Hugo Kraas di stanza a Chivasso e il noto capitano Theo Saevecke, a capo dei servizi informativi della Polizia tedesca a Milano, vennero a conoscenza dei fatti e raccolsero informazioni. L’importante evidentemente era coprire tutto con un velo di silenzio dopo le che le notizie, seppur in modo impreciso, era giunte anche alla stampa straniera.

L’avvio di procedimenti per i crimini di guerra nazisti era già stato ipotizzato dagli alleati dal dicembre 1942 e si concretizzò, come è noto, con i processi di Norimberga sotto l’egida del Tribunale Militare Internazionale: quello principale (20 novembre 1945 – 1° ottobre 1946: 24 imputati con 19 condanne di cui 12 a morte) e i dodici cosiddetti “secondari” contro specifici gruppi (medici, giudici, ministri ecc.) dal 9 dicembre 1946 al 13 aprile 1949 (177 imputati con 142 condanne di cui 26 a morte). Successivamente furono circa duemila i processi che da parte delle nazioni vincitrici occupanti e successivamente dai tribunali delle due Germanie vennero celebrati per reati di guerra e razziali. Un’epoca processuale che non fu vista con favore da una parte della stampa della Germania Federale, letta come un rivangare inutile e controproducente. E non mancarono assoluzioni, amnistie e riabilitazioni.

L’atteggiamento della stampa e dell’opinione pubblica tedesca cambiarono significativamente nel 1958 in seguito alla vicenda di Bernhard Fischer-Schweder e al processo di Ulm (28 aprile – 29 agosto 1958; dieci gli imputati, tra cui Fischer-Schweder, tutti condannati a pene tra i 3 e i 15 anni) che mise alla luce lo sterminio di massa degli ebrei lituani, comprese donne e bambini, e il reinserimento nella vita civile dei criminali nazisti anche sotto falso nome. Il governo di Bonn, sotto pressione dell’opinione pubblica[ii], diede vita a partire dal 1° dicembre 1958 all’Ufficio centrale per l’accertamento dei crimini nazisti con sede a Ludwigsburg (Stoccarda) affidandone la direzione a Erwin Schüle, già pubblico ministero del processo di Ulm[iii].  Nel solo primo anno questo Ufficio avviò ben quattrocento indagini e la sua attività da allora non è mai cessata.

È proprio in questo primo anno di attività che, in seguito a denuncia anonima, l’Ufficio di Ludwigsburg iniziò a indagare sugli eccidi del Lago Maggiore; inizialmente le autorità militari si rifiutarono di indicare i reparti di stanza sul Lago che vennero individuati nel 1961 e i magistrati dell’Ufficio incominciarono gli interrogatori fra gli appartenenti alla Leibstandarte Adolf Hitler[iv]. Fra i nomi più ricorrenti emerse quello di Friedrich Bremer che era stato il comandante della quarta compagnia mitraglieri di stanza a Baveno e che verrà poi indicato come il principale imputato; era nativo di Dissen, paese rurale del distretto di Osnabrück e pertanto l’istruttoria venne demandata a questa Corte, in carico al Primo Procuratore Generale Dr. Bautz.

Friedrich Bremer

 

Nel 1963 venne inviato a Milano il dott. Gerhard Viedmann per raccogliere elementi utili per il procedimento, e in particolare le indagini interne condotte all’epoca dei fatti da Theo Saevecke, il cui incartamento però “era andato distrutto”[v].

Si svilupparono così la collaborazione, ampiamente nota e documentata, della Procura di Osnabrück con il Tribunale di Milano, nella persona del dottor Antonio Amati, e il contributo fondamentale del CDEC, con Eloisa Ravenna, per individuare e contattare i testimoni italiani. Non noto invece – anche per noi rappresentò una “scoperta” quando reperimmo l’incartamento presso l’archivio comunale[vi] – il ruolo assunto dal Comune di Baveno con il suo Sindaco Emiliano Bernasconi.

 

Il contributo del Comune di Baveno

Il rapporto tra il Comune di Baveno e il “Tribunale provinciale di Osnabrück” iniziò con una lettera[vii] del 20 dicembre 1965 in cui, a nome del Giudice Istruttore, dopo aver ricordato le indagini in corso “a carico di appartenenti di prima alla ‘Leibstandarte’ delle SS Adolf Hitler per omicidio di ebrei a Baveno e Meina commesso nel mese di settembre 1943” si richiede al Sindaco la pianta dettagliata di Baveno con la collocazione degli alberghi (“Bella Vista, Bella Riva, Lido Palazzo, Sempione, Ripa etc.”) tentando di accertare la disposizione dei reparti e degli ufficiali delle SS e di segnalare “quali testimoni fossero in grado di fornire informazioni di fatti relativamente agli avvenimenti di allora”.

Il sindaco Bernasconi non si limitò a fornire una risposta puntuale alle richieste del tribunale tedesco ma, facendosene carico in modo estensivo, nominò e convocò in prima seduta il 29 gennaio successivo una apposita commissione da lui presieduta composta da Patroclo della Valle, Franco Martellosio, Cesare Mercandino (già membri del CLN di Baveno) e Giulio Lavarini (comandante della 1a Brigata «Abrami» della divisione «Valtoce»). Dai verbali della seduta risulta che:

  • venne esaminata la richiesta del Giudice Istruttore di Osnabrück e si decise di convocare un primo gruppo di testimoni da interrogare in una seconda seduta fissata per il 26 febbraio;
  • nel frattempo si raccolsero testimonianze sottoscritte e in particolare quella di Giancarlo Samaia, cugino dei Luzzatto residente a Milano, che oltre ad indicare con precisione i membri della famiglia prelevata dalle SS “assistette personalmente con un medico di Baveno di cui non ricorda il nome” alla esumazione di resto umani “sulla spiaggia prospiciente la villa ‘AL RUSCELLO’… ma esclude che questi resti fossero dei membri della famiglia Luzzato”; suggerì inoltre possibili testimoni;
  • si informò il Tribunale di Osnabrück, con lettera del 7 febbraio, della istituzione della commissione e delle sue finalità.

Il 26 febbraio, come stabilito, si effettuò la seconda seduta della commissione; furono convocati sei testimoni ma solo tre si presentarono (Egidio Ferigato, Maria Pagani ed Elda Clerici vedova Pagani) e furono interrogati dal Sindaco alla presenza della commissione. Vennero poi individuati altri 18 testimoni da convocare e interrogare, se necessario anche fuori sede. Il Sindaco e l’architetto Mercandino furono inoltre delegati a “raccogliere a domicilio” le deposizioni di altri tre testi residenti a Milano.

Il 28 febbraio Il Tribunale di Osnabrück rispose al Sindaco ringraziando per «l’interesse attivo» e, al fine di «aiutare nel lavoro della commissione da Lei incaricata», allegò la rogatoria precedentemente inviata il 17 dicembre 1964 al Procuratore Generale della Corte di Appello di Milano (pp. 1-9) con il nome degli imputati e una prima ricostruzione degli eventi sotto indagine unitamente a dodici fotografie degli indagati scattate all’epoca dei fatti per permetterne l’identificazione.  Invitò la commissione alla discrezione e a non trasmettere nulla a stampa, radio e televisione. Si chiese soprattutto l’individuazione dei responsabili diretti degli omicidi e quali fatti specifici i testimoni diretti potessero descrivere.

Gli allegati (le nove pagine della rogatoria e le fotografie degli indagati in divisa) sono storicamente rilevanti perché permettono, con il raffronto alle sedute del processo del 1968[viii], di meglio comprenderne il percorso istruttorio. La “Rogatoria per audizione di testimoni” del dicembre 1964 è titolata “Causa di carcerazione” ed elenca in oggetto gli otto cittadini tedeschi già appartenenti alle “Waffen-SS” sottoposti a “procedimento di istruzione”: Friedrich Bremer (3.12.1919); Hans Röhwer (5.12.1915); Hans Krüger (18.4.1912); Herbert Schnelle (27.41913); Oskar Schulz (18.5.1922); Ludwig Leithe (19.6.1920); Fritz Plöger (29.6.1917); Walter Lange (5.9.1921). Di questi, viene precisato in seguito, “quattro imputati (Bremer, Röhwer, Schulz e Leithe) si trovano ancora in custodia preventiva”.

La rogatoria prosegue indicando le motivazioni del procedimento: “omicidio di un numero non ancora stabilito di ebrei greci ed italiani nei mesi di settembre – ottobre 1943 a Meina, Baveno e in altre località sul Lago Maggiore”. Viene fornita una sintesi di quanto “le indagini fatte fino ad ora hanno avuto come risultato” relativamente agli eccidi di Meina, Baveno, Arona, Orta[ix] con un elenco provvisorio delle vittime, dei possibili responsabili e la disposizione dei reparti:

cap. Hans Becker  “All’incirca del 10 settembre 1943, la regione della riva occidentale del Lago Maggiore fu occupata da formazioni del 1. battaglione delle «Leibstandarte SS – Adolf Hitler». Il comando del battaglione, insieme con le 4. e la 5. compagnia, fu stazionato a Baveno, la 1. compagnia a Pallanza, la 2. compagnia ad Intra e la 3. compagnia a Stresa”.

Risulterebbe che il comandante del battaglione, Hans Becker[x]sia stato in licenza al momento del fatto essendo rappresentato dal Röhwer”.

Vengono indicati 19 testimoni italiani o comunque residenti in Italia, tredici individuati grazie a “una comunicazione del direttore dott. Mapelli del giornale «Corriere della Sera»” e altri sei “ricavati da rapporti dal giornale pubblicato a Roma «Il Momento»” (dicembre 1945-gennaio 1946) e si richiede di indicarne altri possibili. Dovranno esser interrogati “minuziosamente” senza giuramento, distinguendo con precisione la conoscenza diretta dei fatti da quella indiretta.

Degli otto indagati furono sottoposti a processo nel 1968 in cinque, con l’esclusione di Bremer (maestro fabbro di oggetti d’arte), deceduto per cancro prima del dibattimento, e di Plöger e Lange che vi entrarono invece quali testimoni[xi].

Le foto allegate sono 12 relative a otto membri della Leibstandarte; cinque sono con fronte e profilo abbinati, le altre a figura intera; non compaiono

ten. Gerhard Boldt

quelle di Plöger e Lange che, abbiamo visto fungeranno da testimoni; vi sono inoltre quelle del comandante Becker e del tenente Gerhard Boldt[xii].

Ritorniamo ai lavori della commissione di Baveno. La terza seduta fu convocata il 2 aprile 1966. Su 18 testimoni se ne presentano nove, mentre uno (Giovanni Boera, ex guardia comunale), non potendo partecipare per motivi di salute, aveva inviato una testimonianza scritta. Il Sindaco alla presenza della commissione interrogò separatemene i testi mostrando loro le fotografie per l’eventuale riconoscimento dei responsabili. “Esauriti gli interrogatori il Sindaco si riserva di procedere ulteriormente nelle indagini e di rinviare gli atti della Commissione al tribunale di Osnabrück”.

         

Tre mesi dopo, il 9 luglio, venne infatti inviato al Tribunale di Osnabrück un fascicolo di 21 pagine[xiii] con i verbali delle tre sedute della commissione, tredici testimonianze firmate e la trascrizione della lettera di Giovanni Boera, una sintesi dei fatti accertati e dei riconoscimenti; un elenco di dieci testi che “non si sono presentati a deporre ma che sono certamente a conoscenza dei fatti”; un elenco di altre persone, non convocate dalla commissione, ma “che possono fornire informazioni utili”. La ricostruzione del prelevamento delle famiglie Luzzatto e Serman, dei coniugi Wofsi e di Fanny Berger[xiv] è dettagliata. L’unica teste che dalle foto riconobbe con precisione singole SS (Hans Röhwer, Oskar Schulz e Gerhard Boldt), in relazione a quanto avvenuto alla famiglia Serman, è Maria Strola in Platini. Due testimonianze riferirono in modo preciso sul ritrovamento e l’esumazione dei resti davanti alla villa “Al Ruscello”, pur non offrendo elementi certi per l’identificazione dei cadaveri.

 

Così conclude la relazione: “Il lungo tempo trascorso dai fatti, la reticenza di taluni testi che non essendo vincolati dal giuramento non avevano obbligo di deporre su tutto quanto era eventualmente a loro conoscenza, la rapidità e la segretezza con cui agirono le SS., hanno reso assai difficile la raccolta di queste notizie. Sarebbe comunque impossibile negare che le donne e gli uomini ebrei o tali ritenuti dalle SS. più volte qui sopra nominati, furono arrestati e successivamente uccisi da una formazione di SS. che operò sul Lago Maggiore e prevalentemente a Baveno e Meina nel settembre/ottobre 43.

Numerose persone, di cui si danno qui di seguito i nominativi e gli attuali indirizzi, sono in grado di fornire informazioni sui fatti in oggetto. Per varie ragioni, benché sollecitate a farlo, esse non si sono presentate […] veda l’On.le Tribunale di Osnabrück di quali mezzi può, in collaborazione con la giustizia italiana, disporre per ottenere la deposizione”.  

 

L’anno successivo ai lavori della commissione di Baveno il tribunale di Osnabrück ristabilì i contatti con una lettera del 5 ottobre 1967 firmata dal Presidente della Corte di Assise, dott. Haak:

«Per il vostro aiuto gentile di allora, la Procura Generale di Osnabrück è riuscita a mettere gli autori presunti in stato di accusa davanti alla Corte di Assise …».

 

Riprese così la collaborazione tra il tribunale tedesco e il Comune di Baveno con una fitta corrispondenza che durerà sino alla conclusione del processo:

X per la convocazione dei testi con la richiesta di verificarne la residenza e la disponibilità effettiva a recarsi in Germania;

  •  per informarli sulle modalità di viaggio e su quelle di rimborso (allegando la apposita modulistica);
  •  per organizzare, in collaborazione anche con Eloisa Ravenna del CDEC di Milano, il viaggio stesso.

I testimoni relativi alla zona di Baveno (cfr. documento allegato del 14.12.1967) saranno 11, interrogati in cinque sessioni del processo tra il 31 gennaio e l’8 febbraio 1966. A questi si aggiungeranno altri non più residenti in zona, tra cui l’ex podestà Pietro Columella e il già proprietario dell’albergo Beau Rivage, Marino Ferraris[xv].

 

   

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* Colgo l’occasione per invitare gli interessati ad abbonarsi. La quota di abbonamento alla rivista è di euro 11,00. Il pagamento può essere effettuato presso la segreteria della Casa della Resistenza oppure con bollettino sul Conto Corrente Postale n° 12919288, intestato ad Associazione Casa della Resistenza e inserendo come causale ABBONAMENTO NUOVA RESISTENZA UNITA. In alternativa con bonifico e stessa causale: IBAN: Banco Posta IT19Z0760110100000012919288.

** Composta da Ester Bucchi De Giuli, Gianni Galli, Gemma Lucchesi, Gianmaria Ottolini e Chiara Uberti.

*** La ricostruzione di seguito pubblicata supera e anticipa cronologicamente anche quella presente nel documentario, accreditata da molti, che faceva risalire l’istruttoria del Processo di Osnabrück ad una presunta indagine nel 1963 sull’operato a Milano del capitano Theo Saevecke, il capo dei servizi informativi della Polizia tedesca a Milano durante la guerra.

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[i] Lutz Klinkhammer, Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-44), Donzelli, Roma 1997, p. 75; cfr. anche pp. 72-76.

[ii] Ad es. il Süddeutsche Zeitung pubblicò un editoriale intitolato “Noch sind die Mörder unter uns” (“Gli assassini sono ancora tra noi”).

[iii] Sulla vicenda Fischer-Schweder, processo di Ulm e nascita dell’Ufficio di Ludwisburg cfr. Nicholas Kulish – Souad Mekhennet, Il dottor morte. Storia della caccia al medico boia di Mauthausen, Milano, Mondadori 2014, cap. 15 passim e i due articoli reperibili online: The last nazi Hunters (The Guardian) e Gli ultimi cacciatori di nazisti (Il Post).

[iv] Marco Nozza, Hotel Meina, Net-Il Saggiatore, Milano 2005, p. 125-126.

[v] Ibidem. Le notizie relative all’indagine di Viedmann fecero supporre che Saevecke fosse indagato quale primo responsabile degli eccidi del Lago Maggiore e in più casi a ritenere che il procedimento di Osnabrück avesse preso avvio da una indagine sull’operato a Milano di Saevecke. Cfr. Giampaolo Pansa “Si tenta di accertare se fu Saevecke ad ordinare il feroce eccidio di Meina”, La Stampa, 7.03.1963. A noi, anche sulla base dei nuovi documenti reperiti, pare più corretta la ricostruzione di Nozza che fa risalire l’indagine al 1959 da parte dell’Ufficio di Ludwigsburg.

[vi] Il fascicolo si trova nella cartella ASCB1/881 titolata “Omicidio di ebrei – Processo di Osnabrück” (Riordino anno 2011). Salvo diversa indicazione nel paragrafo successivo faremo riferimento a questa documentazione.

[vii] La lettera, come tutta la documentazione successiva proveniente da Osnabrück, è in “traduzione certificata” curata e controfirmata da August Michel, lo stesso che fungerà da interprete durante tutte le sessioni del Processo con testimoni italiani. Le citazioni sono testuali, comprensive di alcune improprietà dovute ad una versione in italiano molto “alla lettera”.

[viii] Ampiamente documentate dalla stampa quotidiana dell’epoca e dalle ricostruzioni di Marco Nozza e Aldo Toscano.

[ix] Nell’individuazione dei possibili testimoni si fa riferimento anche a Mergozzo.

[x] Su Hans Becker (1911-1944) cfr. il contributo di Raphael Rues (inserto) nel numero precedente di Nuova Resistenza Unita. Le sue foto vengono comunque allegate.

[xi] Testimoniarono Plöger il 6.3.68 e Lange, che risultò uno dei testi chiave per l’accusa, il 18 e 19.4.68; cfr. Nozza, cit. p.166 e 177-180 nonché Aldo Toscano, Io mi sono salvato ecc. p. 172 e 196-198.

[xii] Testimoniò in modo reticente, non confermando quanto dichiarato in istruttoria, il 13 marzo e il 23 e 26 aprile 1968 (Nozza cit., p. 168-170 e Toscano cit. p. 206).

[xiii] In una lettera del 2 gennaio 1968 l’arch. Mercandino, alle soglie del processo di Osnabrück, chiede al Sindaco di Baveno per sé e per e componenti della Commissione, “copia del verbale d’inchiesta da me rassegnatole a suo tempo. A tutti noi che abbiamo collaborato al lento ma inesauribile moto della giustizia sarebbe grato conservare copia del predetto documento.” Si può pertanto desumere che lo stesso Mercandino ne sia stato l’estensore materiale.  Oltre che nell’archivio di Baveno copia del fascicolo è presente nell’archivio CDEC: «Relazione sugli interrogatori e sulle informazioni assunte dal sindaco di Baveno a seguito della richiesta presentata dal tribunale tedesco».

[xiv] Cfr. gli inserti precedenti di Nuova Resistenza Unita e in particolare i n. IV e V.

[xv] Interrogati il 19 febbraio e il 19 marzo Columella; 12 e 19 febbraio (in rogatoria a Milano) Ferraris.

Modalità della SCELTA e contesto storico.

1 Croce_verde_locandina_OK2Il 12 ottobre scorso la Croce Verde di Verbania, all’interno delle iniziative connesse al 50° anniversario della sua fondazione, ha organizzato presso l’Istituto Cobianchi una mattinata di riflessioni sul volontariato (Volontario: il cuore della comunità) e di presentazione di un Concorso destinato alle Scuole primarie, secondarie di primo e secondo grado e alle Agenzie formative del VCO. Tra gli altri (cfr. programma) ci è stato chiesto un contributo anche come Casa della Resistenza. Il tema concordato è stato quello della “scelta” raffrontando analogie e differenze fra la situazione del 1943 e quella di oggi. Di seguito il mio intervento.

 

Modalità della SCELTA e contesto storico.

75 anni fa e oggi

01 CobianchiE sempre con piacere e con un po’ di commozione che torno al Cobianchi, occasione che, per un motivo o per l’altro, colgo più volte ogni anno nonostante sia dal 2006 (dodici anni fa) che sono in pensione. Vi ho insegnato per 32 anni e, in particolare, ho insegnato filosofia nei corsi sperimentali per 26 anni.

La prima attività che facevo svolgere ai miei allievi di terza era quella di fascicolare un dizionarietto filosofico; dizionario organizzato non in ordine alfabetico ma cronologico: i termini/concetti venivano definiti seguendo la successione con cui i filosofi li avevano affrontati ed elaborati. Con una regola ferrea: non utilizzare un termine se non lo si sa definire, ovvero se non ne ce ne siamo impadroniti.

Anton Čechov aveva così sintetizzato questa direttiva:2 cechov-quaderni

Non permettete alle parole di oltrepassare il pensiero.

In questa scuola ho anche coordinato per una dozzina di anni l’Indirizzo di Scienze Umane e Sociali. Queste sono scienze che si basano su di un paradosso di cui chi le studia deve esser consapevole; ognuna di loro, con le sue leggi, studia un aspetto del condizionamento cui l’uomo è soggiacente: quello biologico, sociale, culturale, antropologico, economico, psicologico, inconscio ecc.

2018-10-24

Ma vi è un presupposto, direi – in termini kantiani – un “a priori”: l’uomo per quanto sia condizionato è comunque dotato di libertà; in termini filosofici (e teologici) è dotato di libero arbitro ed è perciò responsabile del suo comportamento. In altri termini è dotato di possibilità di Scelta.

SCELTA

Parola forte, cruciale che non va utilizzata banalmente come equivalente di semplice opzione o preferenza.

La parola deriva dal verbo tardo latino ex-eligere, ‘eleggere fra’, l’elezione di uno fra più candidati, e pertanto lo scegliere fra più possibilità, ed anche l’oggetto di tale scelta.

Se la decliniamo in senso forte, non come banale preferenza od opzione, scelta significa far buon uso della nostra libertà, assumersene in pieno la responsabilità. La “Scelta” comporta individuare ciò che è meglio, ciò che è giusto; una valutazione di cui ci assumiamo il “peso”.

Il filosofo che in maniera profonda ha affrontato il tema della scelta, della possibilità ontologica e della necessità etica della scelta è Søren Kierkegaard. Il testo fondamentale a questo riguardo è Enten Eller.

In italiano l’opera è stata tradotta Aut-Aut[1] mentre la traduzione corretta sarebbe più propriamente Questo o Quello. Probabilmente chi ha tradotto per la prima volta in italiano aveva in mente la romanza verdiana del Rigoletto “Questa o quella … per me pari sono” risonanza che avrebbe prodotto un palese fraintendimento.

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https://www.youtube.com/watch?time_continue=14&v=TIvXV9fhZ4I [2]

Certo con “aut aut” si sottolinea l’aspetto logico della secca alternativa (o questo o quello, ma non entrambi). Ma anche “aut aut” sembra porre le “due scelte” sullo stesso piano. Nel titolo originario “Enten/Questo” indica ciò che si ha davanti, la quotidianità che propriamente non è una scelta, la vita che prosegue da sola senza che vi sia alcuna scelta. “Eller/Quello” è invece il salto, la “scelta” vera e propria; si abbandona il fluire automatico dell’esistenza per qualcos’altro, si effettua una effettiva scelta.

La scelta allora non si pone fra due opzioni allo stesso livello, ma si colloca tra scegliere e non scegliere. La scelta, ogni volta che se ne presenta la possibilità è una sola, la possibilità (e il rischio) di cambiare direzione. Spesso si lascia correre (scorrere) la propria vita quale mera esistenza trascinata dalle circostanze e in questo modo non ne siamo più padroni. La comodità, la non scelta ci risucchia nell’insignificanza.
Mentre “eller/quello” è altro, una deviazione, un salto, il prendere un’altra strada. La vera Scelta si pone allora, ripeto, fra il scegliere e il non scegliere. Scegliere individualmente e, talora, collettivamente.

 

Se la scelta è questo, l’alternativa fra il proseguire come prima, come le circostanze ci hanno collocato, oppure decidere, “scegliere” un’altra strada, sono certe situazioni della vita e della Storia che ci pongono davanti a tale opzioni di “scelta”, cioè di “salto”, di cambiamento di direzione.

 75 anni fa

Nella storia contemporanea dell’Italia quando di parla di Scelta ci si riferisce soprattutto all’8 settembre 1943.

6 Armistizio-1943-Castellano-Eisenhower-Cassibile

Il Generale Castellano, rappresentante del governo Badoglio, e il Generale Eisenhower a Casssibile

Le vicende sono note. A luglio Mussolini era stato deposto e il governo assegnato al Generale Badoglio che inizialmente proseguì la guerra a fianco dei tedeschi. Nel frattempo erano iniziate le consultazioni con gli alleati anglo-americani e il 3 settembre a Cassibile (Siracusa) fu firmato l’Armistizio ovvero la cessazione (provvisoria) delle azioni militari. Gli angloamericani spinsero perché l’annuncio fosse proclamato immediatamente, ma Badoglio tergiversò e non ne diede notizia nemmeno agli Stati maggiori dell’esercito.

L’8 settembre alle 18:30 italiane, l’armistizio fu reso noto prima dai microfoni di Radio Algeri da parte del Generale Eisenhower e, poco più di un’ora dopo, Badoglio, messo alle strette, alle 19:42, lo proclamò alla radio.

L’annuncio colse del tutto impreparate e lasciò prive di direttive le forze armate italiane, sia quelle impegnate all’estero, che quelle operanti in Italia. La mattina successiva la famiglia reale, Badoglio e un numero ristretto di ministri e generali fuggirono da Roma per rifugiarsi a Brindisi già liberata dalle truppe alleate.

Pavone rist._Bridgmn Noorda rist.

guerra civile (Una)

Nel suo libro sulla Moralità della Resistenza[3] non a caso Claudio Pavone intitola il primo capitolo “La scelta” e definisce le immediate conseguenze del proclama dell’armistizio come “Lo sfascio”, una situazione di abbandono e crollo delle istituzioni che abbandonarono il paese e le stesse forze armate nel totale disorientamento in assenza di direttive e di informazioni, lasciando inoltre spazio al fiorire di notizie incontrollate, di fake news diremmo oggi.

“La prima e grande «falsa notizia» che gli italiani videro smentita dai fatti fu che l’armistizio significasse la pace. Assai più rapidamente che dopo il 25 luglio, e con sbocchi ben più radicali, le reazioni immediate si capovolsero in altre di segno opposto, secondo la rapida sequenza, largamente attestata dai documenti e dalla memorialistica, di incredulità-stupore-gioia-8 a stampa-guerra-finita rpreoccupazione-smarrimento. […]

E presto si diffuse il senso di essere stati abbandonati, i soldati dagli ufficiali, tutti gli italiani da qualsiasi autorità che pur avrebbe dovuto proteggerli” [p. 14]

In sostanza il Re Vittorio Emanuele III e il generale Badoglio avevano scelto di non scegliere (fra il concordare con la Germania una uscita unilaterale dalla guerra– il proclamare la neutralità – l’allearsi con gli alleati cambiando fronte come avverrà 40 giorni dopo, il 13 ottobre) dismettendo dalle loro responsabilità e pensando solo a salvare se stessi con la fuga a Brindisi. E allora furono gli Italiani che si trovarono di fronte alla necessità di dover scegliere.

Scegliendo anche loro di non scegliere (lasciando andare le cose come capitavano), oppure prendendo in mano il proprio destino individuale e collettivo.

8 a GiardiniRacconta Bruna Giardini del fratello Ermanno, uno dei partigiani caduti a Trarego:

“L’8 settembre tutti scappavano e lui si è rintanato in casa … tutti gli altri amici anche loro che erano a militare … si sono ritrovati a casa mia. Sono stati otto dieci giorni perché quelli della polizia pressavano perché dovevano presentarsi perché erano disertori. E loro, tutti, molti erano, han deciso: – Noi non andiamo, andiamo in montagna.” [4]

Dove la “montagna” nell’uso corrente di quegli anni è contemporaneamente un luogo, un simbolo e una scelta di libertà. E la parola più usata all’inizio non è “partigiani”, ma “ribelli”.

Nei titoli dei memoriali della Resistenza e dell’Internamento, la parola “Scelta” ricorre, non a caso, con frequenza:

“… accettare di continuare una guerra …o ribellarsi. … Accettare o respingere la chiamata o il richiamo alle armi da parte della Repubblica Sociale Italiana” [F. Sciomachen e altri, La scelta 1943-1945, Alberti, Verbania 2001, p. 11.]

E fra tutte le altre ricordo la bellissima opera di Angelo Del BocaLa scelta[5], in parte autobiografica e in parte narrativa.

Dopo alcuni mesi di renitenza alla leva, agli inizi del 1944, un giovane (lo stesso Angelo), per timore di esporre la famiglia a rappresaglie si presenta al Distretto militare di Novara e presta giuramento alla RSI. L’addestramento in Germania e successivamente i rastrellamenti in inermi villaggi dell’Italia del nord, fanno precipitare il giovane in profonda crisi. Nell’estate del 1944, appena ne ha l’occasione, si unisce alle formazioni partigiane.

Il testo poi, in sedici narrazioni, passa in rassegna altrettante scelte (e non scelte) dell’uno e dell’altro campo. Una sorta di romanzo/raccolta di racconti sociologici che ricostruiscono molte tipologie di percorsi che, nell’ultima guerra, hanno portato uomini a schierarsi (o a ritrovarsi) in uno dei due campi. Per rendere esplicita l’impossibilità di una equiparazione fra i due campi – ed anche per sottolineare il diverso spessore che una giusta scelta può assumere. E tanto più si trattava di spessore significativo, quanto più corrispondeva ad un uso proporzionato e consapevole della pur necessaria violenza. E tanto più ha lasciato segni duraturi. Risponde Guido ai suoi ex-commilitoni che dopo anni sono andati a trovarlo:

“…ci sono vari modi di scegliere: si può scegliere per un giorno e si può scegliere per la vita. Io non sono tipo da scegliere per un giorno …”.

 

Oggi

Si può equiparare la situazione del ’43 – 45 con quella di oggi? In Italia certamente no. Ma in molte parti del mondo direi di sì. Teatri di guerra o comunque di fame, illibertà e disperazione dove la “non scelta” è quella di restare, (tentare di) sopravvivere, oppure la scelta di migrare. Il che significa, nei più consapevoli, aprirsi ad un’altra vita. Faccio riferimento a due libri.

11 infiniti-passi-copertina-001Infiniti Passi. In viaggio con i profughi lungo la via dei Balcani” del giornalista e reporter ticinese Gianluca Grossi[6] in cui testimonia la spinta a suo modo rivoluzionaria di chi ha lasciato alle spalle una precedente “vita fatta a pezzi” decidendo che quella vita non si poteva più sopportare e che era meglio rischiare il tutto per tutto per trovare, per sé e soprattutto per i figli, la possibilità di un futuro più decente. Rompendo con il passato. Sul treno per Amburgo un giovane siriano lo spiega ad Arthur.

«Quando decidi di andartene dal tuo paese puoi portarti soltanto i ricordi, che sono come vecchie fotografie che sceglierai di guardare nei momenti in cui non avrai altro da fare. Non puoi, però, continuare a vivere dentro quelle fotografie».

Il ragazzo fece una pausa. … «Quando lasci il paese nel quale sei nato devi accettare che le tue origini non raccontino più nulla di te. Devi diventare un altro, essere pronto a diventarlo. Non è necessariamente un fatto negativo: ti permette di cominciare davvero una nuova vita, è un po’ come se rinascessi, da un’altra parte del mondo. … . Una volta giunto in Germania, io non sarò più il ragazzo che viveva ad Aleppo, mai più.» [p. 242]

L’altro narra di un ragazzino afgano di etnia hazara, portato dalla madre oltre confine, in Pakistan: Fabio Geda, Nel mare di sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari. La “scelta” in questo caso è della madre, non del piccolo afgano di soli dieci anni. Nel suo paese, dopo che i fondamentalisti avevano ucciso in piazza davanti a tutto il villaggio, il maestro che si era rifiutato di chiudere la scuola, ogni tanto avvenivano razzie di ragazzini arruolati a forza. Enaiatjan stava diventando troppo grande per riuscirsi ad entrare in un piccolo buco dove si nascondeva con il fratellino.

La madre di Enaiatollah non lo ha abbandonato, non se ne è sbarazzata; lo ha portato al 12 coccodrillidi là del confine afgano, a Quetta, per dargli la possibilità di salvarsi, di non essere ucciso o arruolato dai fondamentalisti. Si potrebbe dire che lo ha lasciato in balia del caso e di fronte alla prospettiva di grandissimi rischi. Ma non è così perché nel doloroso commiato ha fornito al figlio una bussola, tre basilari direttive, che lo hanno accompagnato ed orientato nel lunghissimo viaggio che lo ha portato sino a Torino dove oggi svolge il ruolo di educatore.

Il fatto, ecco, il fatto è che non me l’aspettavo che lei andasse via davvero. … anche se tua madre, prima di addormentarti, ti ha preso la testa e se l’è stretta al petto per un tempo lungo, più lungo del solito, e ha detto:

«Tre cose non devi mai fare nella vita, Enaiatjan, per nessun motivo.

  • La prima è usare le droghe. Ce ne sono che hanno un odore e un sapore buono e ti sussurrano alle orecchie che sapranno farti stare meglio di come tu potrai mai stare senza di loro. Non credergli. Promettimi che non lo farai.
  • La seconda è usare le armi. Anche se qualcuno farà del male alla tua memoria, ai tuoi ricordi o ai tuoi affetti, insultando Dio, la terra, gli uomini, promettimi che la tua mano non si stringerà mai attorno a una pistola, a un coltello, a una pietra […]. Promettilo.
  • La terza è rubare. Ciò che è tuo ti appartiene, ciò che non è tuo no. I soldi che ti servono li guadagnerai lavorando, anche se il lavoro sarà faticoso. E non trufferai mai nessuno, Enaiatjan, vero? Sarai ospitale e tollerante con tutti. Promettimi che lo farai[7]

 

E un giovane qui, da noi?

È opportuno osservare che “scelta”, come abbiamo visto, ha sinonimi “deboli”, ma non ha un contrario. Il contrario di scelta è “non scelta”. Possiamo “non scegliere”. Non siamo oggi davanti a situazioni come quelle dell’8 settembre del 1943 o a quelle che fanno decidere i giovani migranti ad abbandonare il loro paese.

13 volontario-anchioMa possiamo anche scegliere di assumerci una responsabilità per il nostro tempo, scegliere di diventare cittadini attivi, di scegliere il volontariato. Scegliere di farsi carico di uno dei tanti problemi, delle tante contraddizioni e insufficienze che la nostra società presenza. Scegliere in qualche modo di essere “adulti” già da giovani. Scegliere di dare un “senso” più profondo alla nostra vita. Essere volontari significa questo. Fare una “scelta” in senso forte, imprimere una deviazione al nostro percorso di vita uscendo dalla “quotidianità” in cui ci siamo ritrovati e che, appunto, non abbiamo scelto.

14 terzo settore

Non entro nel merito delle vasta gamma di possibilità che il Terzo settore offre. Personalmente oltre al volontariato presso la Casa della Resistenza, conosco e ho collaborato con Contorno Viola nel campo della prevenzione dei comportamenti giovanili a rischio (infezioni sessuali, abuso di alcool correlato a incidenti stradali, bullismo, nuove dipendenze, ecc.). Quello che ho verificato – e che la maggior parte delle ricerche sociologiche sul volontariato hanno sottolineato – è che la spinta al volontariato, alla solidarietà non è dovuta solo all’altruismo, ad un forte comportamento pro-sociale, ma anche ad un bisogno profondo connaturato a ciascuno di noi.

15 a todorov 2Ha definito in modo preciso questo bisogno un autore, mancato nel febbraio dell’anno scorso, che considero tra i più ricchi e stimolanti del nostro tempo: Tzvetan Todorov. Bulgaro naturalizzato francese, dalla cultura vastissima, ha lasciato contributi importanti in svariati campi: filosofia, storia, letteratura, psicologia, antropologia ecc. Ha definito se stesso un “passatore”:

Mi sono reso conto che avevo condotto una vita da passatore in più di un modo: dopo aver attra­versato io stesso le frontiere, ho cercato di facilitarne il passaggio ad altri. Prima, frontiere tra paesi, lingue, culture; poi, tra ambiti di studio e disciplinari nel campo delle scienze umane. Ma anche frontiere tra il banale e l’essenziale, tra il quotidiano e il sublime, tra la vita materiale e la vita spirituale. Nei dibattiti, aspiro al ruolo di mediatore. Il manicheismo e le corti­ne di ferro sono ciò che amo meno.” [8]

Ebbene Todorov, in polemica con il Principio del piacere freudiano

(“l’obbedienza a un preteso principio del piacere … così come … l’accumulazione dei divertimenti non porta necessariamente alla soddisfazione)[9]

sostiene che il nostro bisogno fondamentale (e più profondo) è:

Il bisogno che abbiamo che qualcuno abbia bisogno di noi.

In altri termini non c’è niente di peggio che essere (e sentirsi) inutili. E una società come la nostra che prolunga e dilata l’adolescenza, rischia di condannare un numero crescente di adolescenti alla inutilità sociale. La scelta del volontariato risponde così ad un duplice bisogno, individuale e sociale.

Buona scelta!

E ricordatevi, questo o quello non sono pari!

Gianmaria Ottolini

Associazione Casa della Resistenza

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Copertina sp

[1] Søren Kierkegaard, Aut-Aut. Estetica ed etica nella formazione della personalità, Mondadori, Milano 1976.

[2] Questa o quella per me pari sono / a quant’altre d’intorno mi vedo; / del mio core l’impero non cedo / meglio ad una che ad altra beltà.
La costoro avvenenza è qual dono / di che il fato ne infiora la vita; / s’oggi questa mi torna gradita, / forse un’altra doman lo sarà.
La costanza, tiranna del core, / detestiamo qual morbo crudele; / sol chi vuole si serbi fedele; / non v’ha amor, se non v’è libertà.
De’ mariti il geloso furore, degli amanti le smanie derido; / anco d’Argo i cent’occhi disfido / se mi punge una qualche beltà.
(Giuseppe Verdi – Francesco Maria Piave, Rigoletto, Atto I, Scena I).

Il Video è il promo ufficiale del CD “VILLAZÓN: VERDI” della Deutsche Grammophon.

[3] Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 2006.

[4] Intervista registrata durante le riprese del docu-film: Lorenzo Camocardi, Trarego memoria ritrovata, Italia, 2007.

[5] Neri Pozza, Verona 2006.

[6] Salvioli, Bellinzona 2016.

[7] Il testo è scaricabile gratuitamente al seguente indirizzo: http://www.elfoliguria.it/wp-content/uploads/2016/05/Nelmarecisonoicoccodrilli.pdf

[8] Tzvetan Todorov, Una vita da passatore. Conversazione con Catherine Portevin, Sellerio, Palermo 2010, p. 429.

[9] Tzvetan Todorov, L’uomo spaesato. I percorsi dell’appartenenza, Donzelli, Roma 1997, p. 133.

 

 

 

 

 

Leggendo LEVIATANO di Paul Auster

La libertà può esser pericolosa?

L’io narrante del “Leviatano[1], Peter Aaron, è chiaramente l’alter ego dell’autore Paul Auster: oltre all’esplicito gioco linguistico (stesse iniziali e un totale di 10 lettere per entrambi) ambedue sono scrittori, vivono e scrivono a New York, hanno passato alcuni anni giovanili in Francia, si sono sposati, separati e risposati ecc. L’io narrante più propriamente è un io scrivente perché quello che si legge si presenta come un romanzo-indagine sull’amico più caro dell’autore-narratore Aaron: Benjamin Sachs, altro possibile alter ego di Auster. Il titolo “Leviatano” oltre all’evidente riferimento biblico-hobbesiano è anche quello del romanzo incompiuto che Sachs non è riuscito a (non ha voluto) portare a termine. Indagine scritta per (e alla fine consegnata) l’FBI. E il gioco degli specchi (versione narrativa di quelli escheriani: chi guarda e chi è guardato?) potrebbe continuare: l’autore è un personaggio e il personaggio è un autore come già in Trilogia di New York (tre romanzi, esempi di giallo metafisico) pubblicata cinque anni prima dove il gioco delle traslazioni fra i personaggi e fra questi e l’autore era ancora più spiazzante ed intricato.

Anche qui i generi narrativi si mescolano, all’apparenza iniziale si tratta di un giallo con una morte (un uomo saltato in aria) e se ne ricostruisce la storia in una indagine che vuole, per spirito di verità e per lealtà a un’amicizia, anticipare i tempi di quella parallela dell’FBI. Ma ciò che esce dalle parole scritte è soprattutto molto altro perché è solo nella lingua (Lacan) e, per Auster-Aaron, soprattutto nella lingua scritta, che può emergere la verità. Perché la realtà è complessa e il nostro sguardo non fa che mostrarcene un aspetto superficiale. In questa densa scrittura gli aspetti politici, etici, psicologici, artistico letterari, esistenziali ecc. si intrecciano di continuo fra loro. Ne accenno qualcuno.

La bomba e la libertà

“Sachs nacque il sei agosto del 1945. Ricordo la data perché ci teneva moltissimo a farla sapere, e spesso nelle conversazioni parlava di sé come del «primo bimbo di Hiroshima d’America», del «figlio della bomba originale», del «primo bianco a emettere i primi vagiti nell’era nucleare». … Era capace di interpretare il mondo come se fosse un’opera dell’immaginazione e trasformava avvenimenti documentati in simboli letterari, in tropi che indicavano qualche oscuro, complesso disegno incastonato nella realtà. Non riuscivo mai a sapere con certezza quanto prendesse sul serio questo gioco, ma lo faceva spesso, e a volte sembrava quasi incapace di fermarsi. Anche la storia della sua nascita faceva parte di questa coazione. Da un lato era una sorta di umorismo macabro, ma era anche un tentativo di definire la sua identità, un modo di coinvolgere se stesso negli orrori della sua epoca. Sachs parlava spesso della bomba. Per lui era una realtà fondamentale del mondo, una demarcazione ultima dello spirito che a suo vedere ci distingueva da tutte le altre generazioni della storia. Una volta acquisito il potere di distruggere noi stessi, il concetto stesso di vita umana era stato alterato, perfino l’aria che respiravamo era contaminata dal fetore della morte. Sachs non fu di certo il primo a farsi venire in mente questa idea, ma considerato quello che gli è successo nove giorni fa, la sua ossessione ha un che di soprannaturale, quasi fosse una sorta di bisticcio mortale, una parola scompaginata che ha messo radici dentro di lui e ha cominciato a proliferare sfuggendo al suo controllo.” [p. 31 – 33]

Il massimo potere raggiunto dall’uomo è quello di dare la morte agli altri e/o a se stessi. È solo qui che parrebbe realizzarsi la nostra libertà. Quanto avviene a ciascuno di noi, nel corso della nostra vita, è prodotto dal caso; il libero arbitrio ci permette di cogliere o non cogliere le occasioni che le circostanze ci offrono ma poi non sappiamo dove queste occasioni ci possano condurre. E allora ci adagiamo e la libertà rimane un’icona senza più senso. Sachs non crede più nelle parole, nella sua vocazione di scrittore, lascia il suo romanzo Leviatano incompiuto e vuole ridar vita all’icona, a quella Statua della Libertà che sin da bambino, quando a sei anni era stato a visitarla con sua madre salendo sino alla cima all’interno della torcia, aveva colpito la sua immaginazione e prodotto riflessioni sulle contraddizioni (“rendere omaggio al concetto della libertà” mentre sua madre l’aveva costretto a vestirsi in un modo – calzoncini e calzettoni bianchi – per lui odioso) e sui pericoli della libertà (da lassù in cima a quella torcia si può cadere).

«Fu la mia prima lezione di teoria politica … Imparai che la libertà può essere pericolosa. Se non stai in guardia può ucciderti.»

Si autoproclamò come il “Fantasma della libertà” e intraprese a girare in incognito facendo periodicamente saltare in aria una delle tante copie, disseminate in tutti gli States, della statua che si erge nella baia di Manhattan. Non per distruggere un simbolo ma per ridargli vigore, per sottolineare quanto i valori che rappresenta siano stati abbandonati e traditi.

La scrittura e la vita

Se quello accennato è il percorso di Sachs, quello di Aaron è in qualche modo inverso: scrivere per ridar vita. E la vita di Sachs che rivive nel “Leviatano redivivo” si intreccia con la sua stessa vita: per ricostruire quella dell’amico, deve ripercorrere la sua e per ripercorrere la sua deve interpellare, dar parola, a quanti e soprattutto a quante con queste due vite si sono intrecciate ricostruendo situazioni e relazioni che non hanno mai una sola faccia, una sola verità. Lo stesso evento (ad esempio il precipitare di Sachs dall’alto di un edificio durante una festa e il suo salvarsi con non molto danno grazie a delle corde per la biancheria) viene descritto e interpretato in modi diversi. Più punti di vista nessuno dei quali è falso e pertanto nessuno, da solo, è vero; Aaron ce ne rappresenta l’articolazione lasciando più volte a noi lettori il compito di interpretarli e valutarli.

“Mi avevano presentato due versioni della verità, due realtà separate e distinte, e per quanto mi fossi sforzato non sarei mai riuscito a farle collimare. Io mi rendevo conto di questo, ma allo stesso tempo sapevo anche che entrambe le storie mi avevano convinto”.

Quello che ne emerge da questi intrecci di amicizie e relazioni è uno spaccato della intellettualità radicale newyorkese degli anni ’70 e ’80 fatta di fragilità, incostanza relazionale e perdita di senso complessivo. Fragilità nelle relazioni sessuali e sentimentali, dove i rapporti si vivono senza capire le motivazioni del partner e pertanto senza capire se stessi dentro quella relazione. Scrittori, come Aaron e lo stesso Sachs, che faticano a trovare il senso di quello che scrivono, artisti – come Maria Turner – che inseguono progetti sempre nuovi, senza un filo conduttore. Maria

“era semplicemente eccentrica, un’originale che viveva seguendo una complessa serie di bizzarri rituali personali. Per lei ogni esperienza era regolata secondo un sistema, era un’avventura compiuta che generava i propri rischi e le proprie limitazioni, e ogni suo progetto rientrava in una categoria diversa, separata da tutti gli altri.” [p. 69]

Per non parlare della evanescenza dei padri – e talvolta delle madri – dove i figli propri e altrui, quando vi sono,  sembrano dei piccoli alieni evanescenti.

In questo mondo dal futuro privo di senso ogni evento, ogni nuovo incontro ci coglie alla sprovvista e può diventare del tutto destabilizzante.

Scrive Aaron:

“Ho passato tutta la mia vita da adulto a scrivere storie, a mettere persone immaginarie in situazioni inaspettate e spesso improbabili, come fece Sachs quella notte a casa di Maria Turner. Se mi turba ancora raccontare quello che accadde è perché la realtà supera sempre ciò che riusciamo a immaginare. Per quanto sfrenati pensiamo che possano essere, i frutti della nostra fantasia non potranno mai tener testa all’imprevedibilità delle cose che il mondo reale erutta in continuazione. Adesso questa lezione mi sembra inevitabile. Tutto può succedere. E in un modo o nell’altro, succede sempre.” [p. 174]

 

Il Caos, il Caso e l’inanità dei progetti

Se la cifra dell’universo è il caos, la ricerca del vero (o se vogliamo del “senso”) è illusoria; in ambito letterario il giallo classico, razionalistico, dove tutti i tasselli alla fine si ricompongono, lascia progressivamente posto al giallo metafisico dove il detective non solo non trova né l’assassino né le sue motivazioni, ma si perde in un labirinto (nella trilogia quello delle strade di New York). La narrazione travalica il genere per diventare altro a metà strada tra il Nouveau Roman che si perde nei dettagli del quotidiano e il romanzo filosofico che si sofferma a riflettere sulla perdita dei significati.

Se il tutto è caotico, la vita dei personaggi (immagini possibili ci ciascuno di noi) è dominata dalla casualità e sono gli eventi casuali a strutturare la narrazione.

L’inizio della Città di vetro[2] è esplicito:

“Cominciò con un numero sbagliato, tra squilli di telefono nel cuore della notte e la voce all’apparecchio che chiedeva di qualcuno che non era lui. Molto tempo dopo, quando fu in grado di pensare a ciò che gli era accaduto, avrebbe concluso che nulla era reale tranne il caso. Ma questo fu molto dopo. All’inizio non c’erano che il fatto e le sue conseguenze.”

Ed allora Quinn, al ripetersi di quelle telefonate – lui scrittore di libri gialli con lo pseudonimo di William Wilson – un po’ per curiosità, un po’ per l’ebrezza di immedesimarsi nel ruolo di uno dei suoi personaggi (il detective Max Work), sceglie di assumere il ruolo dell’investigatore privato Paul Auster, il destinatario di quelle erronee chiamate notturne. Al di là del gioco degli specchi (cfr. sopra) per cui il personaggio assume il nome (e l’identità?) dell’autore, egli legge il caso come coincidenza e possibile occasione da cogliere senza comunque sapere (né immaginare) dove ci possa portare. In un labirinto senza fine possiamo deviare da un lato o dall’altro e comunque si scoprirà che non c’è via d’uscita. E del falso Paul Auster si perderanno le tracce.

Il caso, anzi una successione di casualità, struttura anche la narrazione di Peter Aaron a partire dall’incontro con Benjamin Sachs che, complice una inaspettata nevicata, permise ai due, ospiti di un reading letterario andato a monte, di conoscersi a fondo dando il via ad una profonda amicizia (“Il caso volle che il venerdì notte arrivasse una tremenda tempesta dal Midwest , e il sabato mattina la città era sepolta sotto quaranta centimetri di neve. …)[3].

Ma l’evento casuale decisivo è l’incontro-scontro di Ben con Reed Dimaggio. Sachs si era perso nel bosco e un giovane, Dwight McMartin, si era offerto con il suo camioncino di riportarlo a casa attraverso una strada sterrata. Ed è qui che uno sconosciuto, fermo con la sua auto, blocca la strada; il giovane Dwight scende per vedere se ha bisogno di aiuto ma questi estrae una pistola e incomincia a sparare. Ben interviene con una mazza tentando di difendere il giovane e colpisce a morte lo sconosciuto. Nel bagagliaio di quest’ultimo Ben trova i documenti intestati appunto a Red Dimaggio e, in una borsa, almeno 160.000 dollari in rotoli da cento.

Quando la sua amica Maria gli dice di sapere chi è questo Dimaggio e di conoscere la sua moglie Lillian

“… aveva capito che quella coincidenza da incubo in realtà costituiva una soluzione, una occasione sotto forma di miracolo. L’essenziale era accettare la misteriosità dell’avvenimento – di accoglierla anziché di negarla, di infondersene come fosse una forza nutriente. Là dove prima tutto gli appariva oscuro, ora vedeva una chiarezza bella e solenne.” [p. 181-182]

In sostanza Ben legge l’avvenimento non come casuale coincidenza ma come miracoloso segnale della propria missione da compiere. Prima interpretata quale sostegno alla moglie e alla figlia dell’ucciso, poi nell’identificazione con la sua vittima: quella dell’anarchico “bombarolo”. Diventerà allora quel Fantasma della Libertà che con i suoi sabotaggi alle copie della Statua della Libertà tenterà di risvegliare un’America che ha perso i valori che quella statua rappresenta. E naturalmente quel percorso lo porta alla fine che l’incipit del romanzo aveva preannunciato.

“Sei giorni fa un uomo è saltato in aria per sbaglio sul ciglio di una strada del Wisconsin del nord. Non ci sono testimoni, ma pare che fosse seduto sull’erba accanto alla sua macchina intento a costruire una bomba, quando questa gli è esplosa fra le mani.” [p. 9]

La tematica della casualità era stata centrale – a partire dallo stesso titolo – in un altro romanzo di Auster, pubblicato due anni prima: La musica del caso[4]. Il protagonista, Jim Nashe, dopo esser stato abbandonato dalla moglie e aver trasferito sua figlia dalla sorella in Minnesota, riceve inaspettatamente una cospicua eredità (duecentomila dollari) dal padre deceduto e scomparso da quando lui aveva due anni. Anche questa volta, come per Ben Sachs, il caso assume la forma del dio maligno; non la divinità ultraterrena o infernale delle tradizione, ma una divinità tutta terrena che si diverte a sconvolgere vite e destini: il dio dollaro[5].

Apre un conto fiduciario con parte della somma per la figlia ormai inserita nella nuova famiglia, “andò a comprarsi una macchina nuova (una rossa Saab 900 a due porte – la prima auto non usata che avesse posseduta)” [p. 9] e si mise a viaggiare per gli States.

“Nashe non aveva nessun piano definito. Tutt’al più l’idea era di lasciarsi andare alla deriva per un po’, viaggiare da un posto all’altro a vedere cosa succedeva. Pensava di stancarsi in un paio di mesi, e a qual punto si sarebbe seduto a riflettere sul da farsi. Ma i due mesi passarono e lui non era ancora pronto a smettere. A poco a poco, si era innamorato della sua nuova vita libera e irresponsabile, e una volta che questo accadde, non c’era più nessuna ragione di smettere.

La velocità era la cosa essenziale, la gioia di sedersi in macchina e precipitarsi avanti attraverso lo spazio. Divenne il bene primario, una fame da saziare a ogni costo.” [p. 17]

Se per Quinn/Auster l’evento casuale dà il via ad un progetto di indagine/conoscenza (inconcludente e necessariamente inconcluso), per Ben Sachs ad una sorta di progetto-missione salvifico, per Nashe l’evento lo spinge a lasciarsi andare all’alea di una successione interminabile di casualità, guidato solo dalla “fame insaziabile” del desiderio. E anche per lui il percorso, che si incrocia anche con l’alea del gioco d’azzardo, si rivelerà autodistruttivo sino all’evento tragico finale ed ineluttabile.

 

Postilla

Quella che emerge dai romanzi di Auster è una immagine desolata dell’America (e della attuale modernità occidentale, e non solo): se tutto è caso non c’è futuro ma solo un continuo presente ripetuto, destinato prima o poi a interrompersi drammaticamente. In questo scenario, prodotti essi stessi dal caso, si delineano Progetti inconcludenti, privi della forza di indirizzare la vita (individuale e collettiva) o, peggio ancora, la scelta della casualità come scelta di vita (che poi non è altro che il lasciarsi andare alla rincorsa dei propri desideri o dei propri rancori momentanei).

Non è un certo fortuito che, in modo ricorrente, i personaggi di Auster siano senza figli o li abbiano abbandonati, se ne siano sbarazzati.  È un indicatore forte. Una società senza figli (e pertanto senza genitori) o che comunque ne mette al mondo sempre meno, sta rinunciando al proprio futuro, non è più in grado di delinearlo. La casualità di una vita senza futuro in un presente ripetitivo dominato dai desideri a breve termine e dalle meschinità rancorose sembra ormai prevalere. Una società dissanguata.

E veniamo a noi, un paese che, come gran parte d’Europa, fa sempre meno figli, con un tasso di fecondità tra i bassi del mondo (1,34) che non solo determina un calo demografico, ma soprattutto un invecchiamento crescente della popolazione. E allora le energie vive ci vengono da altrove: avevo già accennato, commentando Infiniti passi di Gianluca Grossi alla

“spinta a suo modo rivoluzionaria di chi ha lasciato alle spalle una precedente “vita fatta a pezzi” decidendo che quella vita non si poteva più sopportare e che era meglio rischiare il tutto per tutto per trovare, per sé e soprattutto per i figli, la possibilità di un futuro più decente. Rompendo con il passato. Consapevolmente, almeno per i più determinati.”

Le testimonianze, anche letterarie, oramai sono molteplici. Mi ha colpito in particolare quella di Enaiatollah Akbari raccolta da Fabio Geda[6].

Differentemente dai personaggi di Auster, la madre di Enaiat non lo ha abbandonato, non se ne è sbarazzata; lo ha portato al di là del confine afgano, a Quetta, per dargli la possibilità di salvarsi, di non essere ucciso o arruolato dai fondamentalisti. Si potrebbe dire che lo ha lasciato in balia del caso e di fronte alla prospettiva di grandissimi rischi. Ma non è così perché nel doloroso commiato ha fornito al figlio una bussola, tre basilari direttive, che lo hanno accompagnato ed orientato nel lunghissimo viaggio che lo ha portato sino a Torino.

Sono questi i nuovi cittadini che possono riaprire un futuro ad un’Italia – e ad un’Europa – esangue.

Chi vuole ricacciarli, chi fa di tutto perché non vengano salvati e magari affoghino impedendo alle ONG di raccoglierli in mare, non solo vuole annullare il loro possibile futuro ma cancella anche il nostro. Una società sempre più chiusa, sempre più incapsulata in se stessa (e gli scenari raffigurati da Auster non sono solo newyorkesi o statunitensi ma appunto anche nostri), “sovrana” magari delle proprie piccolezze ma incapace di progettare un futuro, non ha bisogno di inconcludenti azioni eclatanti (le bombe del Fantasma della Libertà) ma della linfa vitale di questi “maledetti” migranti che, lasciando alle spalle miserie e tragedie, testardamente intendono progettarsi un futuro. Ne abbiamo un sacrosanto bisogno.

Con una consapevolezza: non solo la natura ma anche la demografia aborre il vuoto e, volenti o nolenti tanti meschini governanti d’Europa, il vento non si può fermare.

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[1] Paul Auster, Leviathan, Viking Press, New York 1992. Edizione italiana: Leviatano, Guanda, Parma 1995.

[2] Paul Auster, trilogia di New York. Città di Vetro. Fantasmi. La stanza chiusa, Einaudi, Torino 1966, p. 5. Evidenziazione mia.

[3] Leviatano cit., p. 18.

[4] The Music of Chance, Viking Penguin, New York, 1990. Edizione italiana: Guanda, Parma 1991.

[5] Dio malefico che non appartiene solo al mondo occidentale. Nel bellissimo film Al di là delle montagne di Jia Zhang-ke, a Fenyang, la dolce Tao tra i due pretendenti sceglie il ricco Zhang che darà poi al loro figlio il nome di Dollar. Nome che ne segnerà il destino di vuoto affettivo “al di là delle montagne”, in Australia, dove il padre, separato dalla moglie, lo porterà a vivere. Una bella ed articolata recensione qui.

[6] Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2010. Online sono reperibili più siti che permettono di leggerlo e scaricarlo gratuitamente in versione e-book o Pdf: ad es. qui.

Una solitudine a due

La pubblicazione dell’ultima produzione letteraria di Rino Romano, “Una solitudine a due. Charles e Mary Lamb[1] mi permette di riprendere quanto avevo scritto nel post Le divagazioni letterarie di Rino Romano.

 

Un “atto unico” … da leggere

 

La prima osservazione è che, anche in questa occasione, il genere letterario cambia; si tratta infatti di un testo teatrale, un atto unico che, nel rigoroso rispetto del canone aristotelico delle unità di tempo, luogo ed azione, condensa la vicenda umana e letteraria dei fratelli Charles e Mary Lamb, scrittori londinesi, legati ai circoli letterari del primo romanticismo ed autori di una fortunata riduzione delle opere di Shakespeare destinata all’infanzia: “Tales from Shakespeare”[2]. Vicenda umana e letteraria molto nota in area anglofona, ma assai meno da noi.

Un testo teatrale che fa seguito, andando a ritroso negli scritti di Romano, ad una antologia poetica (Divagazioni poetico-forestali), un romanzo (La ruota) e, quale prima pubblicazione, una raccolta di “racconti siciliani” (Il passaggio ). Romano sembra così volersi cimentare, quasi a sfidare le sue possibilità di scrittore, di volta in volta in genere e tematica differente. Certo, sotto traccia, si legge la sua esperienza di docente di letteratura e la sua passione per la lettura, magari ad alta voce. Testo teatrale questo che magari un giorno verrà rappresentato ma che, per esplicito invito dell’autore, è in primo luogo destinato alla lettura.

“Perché la ‘lettura’ di un testo teatrale, a chi vi si dedichi con un po’ di attenzione e trasporto, consente la possibilità di vivere un’esperienza indimenticabile, permettendogli di diventare così: regista, attore, coreografo, sceneggiatore, musicista, costumista, ecc. … [Invito alla lettura, p. 11]

Amore per il testo teatrale e invito alla sua lettura che, in un gioco di specchi, si ripresenta al suo interno:

“Charles – Certo, certo … il teatro è bellissimo, la atmosfera da sogno che crea e la musica poi! È bello, certo! Ma la lettura … la lettura di Shakespeare è fondamentale per capirlo davvero!  […]

Ma se leggi, se ti metti davanti alle parole, alle parole scritte, allora … allora capisci davvero! Le parole vengono prima dei personaggi! Shakespeare ha creato le parole, le cose che voleva dire, e poi i personaggi che le dicono. Allora, se resti solo con le parole, puoi fermarti, rileggerle, risentirle: ed è come se tornassi nello stesso momento in cui Shakespeare le ha pensate! Allora c’è una potenza inaudita: un verso, un solo verso può aprire porte segrete e spingerti in un mondo infinito dove il tempo si dissolve e … e restiamo soli: io … IO e SHAKESPEARE.

Allora è poesia!

Ci può essere più verità in un verso di Shakespeare che in un trattato di filosofia!” [pp. 68-70]

Al tono ispirato di Charles la sorella ribatte con ironia, richiamando il clima culturale dell’epoca:

“Mary – Te l’ha detto Coleridge?

Le sue teorie romantiche sono molto suggestive! Specialmente … specialmente quando è sotto l’effetto dell’oppio!

(ride)”

Shakespeare e il teatro, il romanticismo e la poesia e, non ultima, l’educazione. È la sorella che insiste sul valore educativo ed emancipativo, in particolare “per le giovinette”, della loro opera, richiamandosi in modo esplicito alle posizioni protofemministe di Mary Wollstonecraft, tra l’altro prima moglie del loro editore William Godwin.

“Mary – Che libro! “Rivendicazione dei diritti delle donne”! Quello sì che è un libro importante. Vedrai, quel libro farà storia … eccome se la farà! Farà parlare di sé! Che coraggio ha avuto quella donna! [p. 32]

Mary – … (poi con una certa rabbia)

Non dovrebbe essere impedito alle donne di frequentare le scuole ed elevarsi ai più alti livelli della cultura. Non è giusto che le bambine di questo paese debbano stare tra le mura domestiche e crescere imparando a preparare il tè, dire: “Signorsì o com’è bello il cielo oggi!”, e attendere di maritarsi, e quando va loro bene, fare un po’ di pittura o musica! E non potere andare a teatro perché … perché potrebbero essere … “turbate”! E non potere nemmeno leggere le opere di Shakespeare!” [p. 87]

Se il nesso teatro-poesia rimanda alla precedente opera antologica sulla poesia silvestre, possiamo ritrovare nelle altre due opere (il romanzo e i racconti) il tema espresso dal titolo (Una solitudine a due) e che Mary così esprime “con crescente dispiacere e nervosismo”:

“Io, sì … lo so! Sì, sono io la tua prigione, vero? Vuoi dire questo? E hai ragione …” [p. 50]

È questo un tema, richiamando analogie con le opere precedenti, che possiamo esplicitare in questo modo: i legami familiari possono celare un segreto, un dramma nascosto che la narrazione è destinata a svelare. In questo caso il “segreto” è tale solo per i molti lettori nostrani che non conoscono ancora la vicenda dei fratelli Lamb: una “solitudine/prigione a due” che il testo progressivamente fa emergere.

 

I fratelli Lamb; di Francis Stephen Cary.

Nel romanzo il “dramma nascosto” diventava il meccanismo centrale che dava corpo alla stessa narrazione. Ha espresso molto bene questa dinamica di svelamento-riconoscimento, e le sue origini nel teatro classico, Claudio Zanotti[3]:

“La ruota si può definire (riduttivamente) un racconto di agnizione: elemento classico, quest’ultima, della letteratura occidentale sin dal teatro antico, che svolge la funzione di punto dirimente e risolutivo della narrazione: la rivelazione dell’identità del personaggio come colpo di scena, come vera e propria Spannung. Nel romanzo di Rino Romano l’agnizione, intuita sin dalle prime pagine e gradualmente disvelata nel progressivo dipanarsi dei capitoli, rappresenta invece la forza motrice e organizzatrice della trama narrativa.”

Nei Racconti siciliani ritroviamo lo stesso tema/meccanismo narrativo del segreto familiare nascosto e disvelato ne “La diagnosi”, anche se in questo caso la dinamica narrativa più che tragica era tragico-comica.[4]

Leggendo l’antologia poetica sulla poesia silvestre in filigrana con le opere precedenti avevo sottolineato tre temi ricorrenti in Romano: il tema della poesia e della sua lettura interpretativa che, abbiamo visto, qui si amplia nei confronti del testo teatrale, quello dell’eros e, da ultimo, la natura.

Per quanto riguarda l’eros possiamo osservare che qui vi appare sublimato dall’amore fraterno, dal sostegno reciproco che dà forza e nel contempo isola i due fratelli. E in un passo (p. 82-83) compare come spettro negativo (Oh, dio! Che orrore!) che richiama gli abusi “quando qualche insegnante ti chiamava nella sua camera”.

Del tutto assente, dato il contesto, il tema della natura. Direi all’opposto che, non solo la vicenda ma la stessa ambientazione, ben rappresentata dalla copertina, sembrano voler accentuare nel lettore/spettatore virtuale un’ansia claustrofobica che ci porta ad immedesimarci nel destino solitario dei due personaggi.

 

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[1] Evolvo Edizioni, Gravellona 2018.

[2] Pubblicati dal filosofo ed editore William Godwin, Londra 1807. In traduzione italiana cfr. “Racconti da Shakespeare” Rizzoli, Milano 2010.

[3] Rino Romano ci regala “La ruota” pubblicato sul suo blog VERBANIASETTANTA. Politica e Società.

[4] Rimando a quanto scritto e citato nel precedente post.

Le SS-Polizei in Ossola e nel Verbano (1943 – 1945)

La giornata del 20 giugno 1944, così come l’abbiamo riscostruita ed illustrata in Quarantatré … a Fondotoce …  si concludeva con una festa dal sapore funesto.

A Villa Caramora dalle 20 di sera sino a tarda notte si festeggia.

Il pretesto è il compleanno del Colonnello Comandante delle SS e la sua prossima destinazione sul fronte orientale, in Romania.

Un gran va e vieni, ufficiali tedeschi e italiani, della milizia e dell’esercito repubblichino. Molti i civili e le dame italiane.

Il giudice Liguori dalla cantina ascolta e, quando viene fatto salire, osserva nauseato.[1]

Sulla base della testimonianza del giudice e su quanto si era allora a conoscenza quando, nel giugno 2017, abbiamo presentato alla Casa della Resistenza la graphic novel, non era noto il nome del comandante né si sapeva con precisione quali reparti guidasse.

Un anno dopo, sempre all’interno delle iniziative di commemorazione dell’eccidio di Fondotoce, abbiamo presentato il saggio del ricercatore elvetico Raphael Rues[2] SS-Polizei. Ossola-Lago Maggiore. Rastrellamenti e crimini di guerra edito, in edizione trilingue (italiano, tedesco e inglese), da Insubrica Historica (Minusio, CH)[3]. Saggio che rappresenta un primo contributo all’interno di un lavoro più ampio di ricerca sulle formazioni tedesche e fasciste che operarono nell’allora alto novarese tra il settembre 1943 e l’aprile 1945 e che mette in luce aspetti in gran parte non noti.

Questo primo saggio è dedicato ai reparti delle SS-Polizei (reggimenti 12, 15 e 20) che operarono nel nord-ovest del nostro paese. Innanzitutto va precisato che le SS-Polizei non erano propriamente delle SS militarizzate (le Waffen-SS) quali ad esempio le SS della Leibstandarte SS Adolf Hitler responsabili nel settembre ottobre del ’43 degli eccidi degli ebrei sul Lago Maggiore. Si trattava invece di corpi in gran parte provenienti dalla Polizia germanica che Himmler, in qualità di Comandante della polizia e delle forze di sicurezza – oltreché di Reichsführer delle SS – costituì a partire dall’ottobre 1939. La denominazione originaria era quella di Polizei Regiment “Nord” e i reparti vennero utilizzati inizialmente come forze di sicurezza e polizia nelle retrovie delle aree occupate dalla Wehrmacht. In particolare in Galizia (settembre 1941 – febbraio 1942) si resero responsabili di eccidi di partigiani e civili, ebrei e non (33.000 vittime secondo lo storico tedesco Torsten Schäfer). Furono poi dispiegati sul fronte russo subendo consistenti perdite.

“Forse per onorare le gravi perdite subite sul fronte orientale, Himmler il 24 febbraio cambiò la denominazione di questi reggimenti di Polizia in «SS-Polizei Regiment», benché sottostessero ancora alla Polizia (Ordnungspolizei). Questo mutamento avvenne solamente però sulla carta, poiché le uniformi della SS-Polizei non si fregiarono mai di alcuna insegna delle SS, ma solo della tipica coccarda della Polizia.” [p. 24]

I reparti vennero ricostituiti e trasferiti nella Norvegia occupata, o sud di Oslo, e il 28 agosto del 1943 lasciarono il paese per giungere in Italia l’11 settembre dove vennero utilizzati quali reparti specializzati nelle operazioni anti-partigiane fino alla fine della guerra; Rues elenca ben 50 operazioni militari di rastrellamento effettuate nel nord-ovest. Quelle principali che riguardano l’attuale provincia del Verbano Cusio Ossola sono quelle di Megolo (13 febbraio 1944), il rastrellamento della Val Grande (giugno 1944), la rioccupazione di Cannobio e dell’Ossola (settembre- ottobre 1944) per concludersi con la colonna del capitano Stamm (SS-Pol.Rgt.20) in ritirata verso Novara (24-27 aprile 1945).

Tornando al punto di partenza, quella lugubre sera a Villa Caramora, il contributo di Raphael Rues non solo indica con precisione i reparti impiegati nelle operazioni di rastrellamento e negli eccidi di quel giugno 1944, ma anche nome e trascorsi degli ufficiali a capo delle operazioni. In particolare di quel tenente colonnello, Ernst Weis, che la sera del 20 giugno 1944 festeggiò il suo cinquantesimo compleanno. Lascio la parola a Rues.

“Il SS-Pol.Rgt.15 sparì dall’Ossola dopo il 15 febbraio, impegnato in Piemonte – zona di Asti – e Liguria in grandi rastrellamenti, per tornarvi solo a giugno nell’ambito del rastrellamento della Val Grande, operazione «Köln». L’operazione –secondo le fonti tedesche – comportò l’uccisione di 217 e la cattura di 367 partigiani, oltre a 247 persone trasferite ai campi di lavoro del Reich. Vennero impiegati due Kampfgruppen: il primo al comando di Heinrich Galazky Hartel (Strasburgo 1899 – ?), maggiore della Polizia, comandante del II/SS-Pol.Rgt.15, e il secondo di Eduard Psotta (Hohenbirken 1908 – ?) capitano della Polizia, sostituto comandante del I/SS-Pol.Rgt.15.

Tenente Colonnello Ernst Weis. Foto del 1940, allora con i gradi di maggiore della Polizia.

Il II/SS-Pol.Rgt.15 fu il principale responsabile del rastrellamento della Val Grande: direttamente imputabili sono i decessi di 150 -180 partigiani e civili, i quali furono sommariamente eliminati in più luoghi – Fondotoce, Baveno, Val Grande – il tutto nel lasso di tempo di circa dieci giorni.

Il comando del rastrellamento venne stabilito presso la villa Caramora di Intra, dove Weis festeggiò pomposamente i suoi 50 anni la sera stessa della fucilazione di 43 partigiani a Fondotoce, il 20 giugno.” [p. 34]

 

 

Raphael per i suoi lavori di ricerca è venuto più volte alla Casa della Resistenza a consultare la Biblioteca e il Centro di documentazione; in vista della pubblicazione del suo saggio ci ha chiesto di preparargli una breve prefazione. Vi ho con piacere ottemperato e la riporto di seguito.

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Prefazione

Il testo che viene qui pubblicato in edizione plurilingue rappresenta un primo significativo contributo del ben più ampio lavoro di ricerca storica sulla presenza e l’attività dei reparti militari tedeschi e fascisti nelle aree dell’Ossola e del Verbano nel periodo 1943-45, avviato da Raphael Rues oltre vent’anni fa e ripreso in modo organico negli ultimi due anni. L’interesse dell’autore per questo specifico argomento, al di là agli echi oltre confine delle vicende di quegli anni, nacque dalla lettura, ancora quindicenne e successivamente da universitario, di alcune opere sulla resistenza ossolana. Vi avvertì da subito una carenza e un’imprecisione complessive su presenza e tipologia delle forze impegnate dalla “parte avversa”: di qui un lavoro minuzioso di ricostruzione – a partire dalla storiografia e memorialistica partigiana affiancata dalle più scarse fonti (scritte e orali) di parte fascista e tedesca e dalla consultazione degli archivi elvetici – per individuare le unità presenti sul territorio e poter così intraprendere in modo approfondito la ricerca presso gli archivi militari tedeschi. Un corretto lavoro storiografico a fonti plurime supportato da una consapevole ottica “esterna” che neutralmente non “prende parte”, senza che questo significhi sottacere crimini e responsabilità dei reparti e degli ufficiali coinvolti.

L’argomento specifico di questa prima tranche della ricerca riguarda i reggimenti della SS-Polizei operanti in Ossola e nel Verbano di cui viene ricostruita l’origine nell’arruolamento e militarizzazione di reparti di polizia tedesca, l’attività di controllo e messa in sicurezza delle retrovie dei nuovi territori occupati dalla Wermacht in particolare sul fronte nordorientale, il loro successivo impiego al fronte e la loro “specializzazione” nelle operazioni di anti-guerriglia. Reparti di SS-Polizei di cui si fa più volte cenno nella storiografia partigiana ma senza precisarne le unità e spesso confondendole con le Waffen-SS o con la Feldgendarmerie.

Lavoro di estrema importanza perché non solo copre un vuoto sostanziale di ricerca e conoscenza ma anche permette di conoscere in modo più completo e preciso i principali eventi del conflitto fra resistenza e nazifascismo nelle aree dell’Alto-novarese, dalla battaglia di Megolo, al rastrellamento della Val Grande, alla rioccupazione dell’Ossola nell’ottobre del ’44 sino alla capitolazione della Colonna “Stamm” negli ultimi giorni dell’aprile 1945; permette inoltre di comprendere come la forza d’urto di queste formazioni fosse in grado di compiere “vittoriose” operazioni antiguerriglia ma non di “presidiare il territorio” ad operazioni concluse.

La costruzione di una memoria condivisa da parte delle comunità locali e nazionali è questione complessa e di non facile soluzione dopo le fratture che hanno attraversato il “secolo breve”. Pesa innanzitutto quella che Karl Jaspers ha definito come “questione della colpa” che attraversa le responsabilità individuali come quelle collettive; responsabilità che necessitano sia di una corretta definizione e sanzione giuridica per quelle individuali sia di una convinta capacità di rielaborazione collettiva per le altre. Nel caso specifico, sottolinea l’autore, “nessuna delle rappresaglie tedesche commesse dalla SS-Polizei in zona fu penalmente perseguita”: l’unica procedura avviata fu quella per l’eccidio di Fondotoce, ma archiviata dalla procura militare di Torino in quanto “non è possibile svolgere altre indagini per accertare l’identità degli imputati” (accertamento invece ben “possibile come dimostra questo contributo”) e confluita in quello che il giornalista Franco Giustolisi ha efficacemente definito come “armadio della vergogna” insieme ad  altre 2273 “notizie di reato” commesse dalla forze militari tedesche durante l’occupazione; procedure di fatto secretate per decenni e solo dal 1994 rinvenute e, dove possibile, giuridicamente riaperte.

Occorre d’altra parte sottolineare come, se da un lato militari e ufficiali della SS-Polizei nel dopoguerra furono integrati nei corpi della polizia della Germania federale ottenendo anche riconoscimenti ufficiali, dall’altro lato un lavoro storico e collettivo di “rielaborazione della colpa” è senz’altro proceduto nella Germania unificata. Non esiste ad esempio in Italia nulla di paragonabile alla Topographie des Terrors di Berlino dove, tra l’altro, sul pannello dedicato al nostro paese campeggia la fotografia delle quarantatré vittime di Fondotoce; una topografia del terrore compiuto dall’esercito italiano, in particolare nelle colonie africane e nell’ex Jugoslavia, è da noi ben lungi non solo dall’essere realizzata ma anche solo progettata. E le voci meritevoli di alcuni storici, come quella di Angelo Del Boca, sembrano risuonare nel deserto.

Come Casa della Resistenza di Verbania Fondotoce siamo impegnati in questo lavoro di costruzione di una memoria collettiva a partire dal contributo che la resistenza, locale e non solo, ha dato alla riunificazione del nostro paese e alla elaborazione di una Costituzione Repubblicana in grado di “costituire” il tessuto comune della nostra collettività. Costruzione di una memoria che necessita di operare su più livelli: la raccolta della documentazione e delle altre fonti, i ricordi e la memorialistica dei protagonisti, il raffronto con la storiografia e i suoi sviluppi più recenti per poi restituire, ai visitatori – studenti e adulti – e nelle ricorrenze ufficiali, la sintesi costantemente aggiornata di una memoria viva e sempre più condivisa. Senza il contributo dei ricercatori e degli storici la nostra “mission” sarebbe impossibile; l’importante lavoro di Raphael Rues va a sopperire ad un aspetto fondamentale per la costruzione di una siffatta “memoria viva” e di questo sentitamente lo ringraziamo.

Gianmaria Ottolini

SS-Polizei: retro copertina

[1] Gianmaria Ottolini – Ruggero Zearo, quarantatré … a Fondotoce, 20 giugno 1944, Tararà, Verbania 2017, p. 48.

[2] Raphael Rues (1967) di Minusio (CH). Laureato in storia economica e gestione dei rischi. Responsabile della gestione rischi e qualità presso l’Ufficio federale delle Strade (USTRA) a Berna. Si dedica alla ricerca di storia contemporanea nell’area insubrica e sta realizzando una tesi di Dottorato in Storia Moderna presso la University of Leicester, Inghilterra, sulle formazioni militari tedesche e fasciste che operarono nell’allora alta provincia di Novara fra il settembre 1943 e l’aprile 1945.

[3] Reperibile online presso l’editore Insubrica Historica o direttamente presso la Casa della Resistenza.

Ermanno, la Colonia Motta, la guerra

La scorsa notte Ermanno Olmi ci ha lasciati. Non vorrei aggiungermi ai tanti e certamente più esaustivi ricordi del suo percorso umano e cinematografico (es. qui e qui). Mi vorrei però soffermare su alcune vicende ed aspetti un po’ meno noti a cui già in passato avevo accennato.

In Quarantatré … gli avevamo dedicato una delle “stazioni” della laica via crucis dei partigiani fatti sfilare e poi fucilati a Fondotoce ai bordi del canale dove oggi si erge il memoriale. Ospite della Colonia Motta della Edison in qualità di giovane sfollato, con i suoi coetanei aveva visto sfilare il corteo.

Tornavamo da scuola. Era un pomeriggio grigio di nebbie autunnali. A metà percorso della salita che portava in colonia, uno di noi disse voltandosi indietro: «Guardate!». E anche noi ci girammo a guardare. Lungo la strada che fiancheggiava il lago, stava sfilando una lunga colonna di gente: qualcuno portava anche dei cartelli appesi a un’asta, ma erano troppo distanti per leggere cosa c’era scritto. «Ma cos’è, una processione?» si chiese uno di noi. Vedemmo anche dei soldati tedeschi con i fucili puntati e allora capimmo ch’era una storia di guerra.

«Sembrano prigionieri.»

«Ma non sono dei soldati. Ci sono anche delle donne!»

In refettorio, mentre finivamo la cena, la notizia passò di bocca in bocca: i tedeschi avevano fucilato più di quaranta persone che avevano preso in un paese di montagna dov’erano stati uccisi dei loro camerati. «I tedeschi?» ci domandavamo sorpresi. Ci pareva impossibile che qualcuno come il graduato che giocava a pallone con noi potesse fucilare della gente qualsiasi.

«Ma non sono stati i nostri tedeschi! Degli altri» disse qualcuno.

E un altro: «I nostri sembrano buoni».[i]

 

Racconterà questo ricordo giovanile nel suo unico romanzo, Ragazzo della Bovisa, frutto di un periodo di malattia (dal 1983 al 1987) che lo costrinse a rinunciare ad un progetto filmico sulla Milano dei tempi della guerra, raccontata con occhi infantili, frutto della rielaborazione dei propri ricordi personali. Ne sortì invece questo racconto autobiografico pubblicato da Camunia nel 1986 e ripubblicato più volte da Mondadori a partire dal 2004.

Lo avevo brevemente recensito su Nuova resistenza Unita[ii] con allegata una breve scheda informativa sulla Colonia Motta; riporto entrambi di seguito:

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Un film…da leggere di Ermanno Olmi

Dalla Bovisa al lago  

La formazione e la crescita di un ragazzo negli anni della guerra: il progetto di un film anticipato dal documentario Milano ’83 ma mai girato per la grave malattia che colpì il regista tra l’83 e il 1987. Ne sortì invece un romanzo, l’unico scritto da Olmi (Ragazzo della Bovisa), edito nel 1986 ed ora riedito da Mondatori.

Un romanzo autobiografico di formazione che dell’origine filmica mantiene il ritmo, la precisa caratterizzazione dei luoghi e il ruotare agile dei personaggi intorno all’io narrante di un ragazzino tra il 1940 e il ’45.

I luoghi. La Bovisa, quartiere industriale e operaio, la casa di ringhiera e soprattutto la strada (“La strada mi ha insegnato a vivere …” dirà il regista in una intervista); Treviglio, la casa della nonna, un cascinale: spiraglio sul mondo contadino; la Colonia Ettore Motta della Edison sul Lago Maggiore, prima per una vacanza estiva nell’estate del ’43, e poi, a partire dal dicembre successivo, con i ragazzi sfollati dalla Milano sottoposta ai bombardamenti. Luogo di formazione diventa qui soprattutto il gruppo dei pari: dal più grandicello Tiberio che millanta grandi esperienze sentimentali, che adocchia (forse con successo) la vigilatrice della squadra “R” e che molti vogliono imitare, al più impacciato di tutti, il ritardatario Bertinotti, vittima privilegiata degli scherzi dei compagni e dei richiami delle “signorine”, alle coetanee con cui si intrecciano sguardi e talvolta messaggi.

Sullo sfondo, dapprima lontana, la guerra con i bagliori dei bombardamenti su Milano, con il lago notturno irrealisticamente immerso nel buio dell’oscuramento. Guerra che man mano si fa più vicina: soldati tedeschi che installano una stazione radio nel parco della Colonia, colpi d’arma da fuoco che risuonano dall’alto del Monte Rosso, la tragica visione sul lungolago della colonna dei “Quarantatré” e la notizia, la sera stessa, della loro fucilazione a Fondotoce. “– I tedeschi? – ci domandavamo sorpresi. Ci pareva impossibile che qualcuno come il graduato che giocava a pallone con noi potesse fucilare della gente qualsiasi.”

Il ritorno alla Bovisa corrisponde agli ultimi mesi di guerra. La colonna sonora trapassa dall’Internazionale dei giorni della Liberazione alla musica ballabile che riempie le strade dalle radio e dalle orchestrine improvvisate. “Si ballò per tutta l’estate” e un giovane ormai cresciuto poteva scegliere ed invitare, senza più timore, le ragazze alla danza.

Colonia Ettore Motta

Complesso di edifici disposti sulle pendici del Monte Rosso tra Suna e Fondotoce all’interno di un parco che sale sino a 150 m. dal livello del lago e si estende per 126.000 mq. Il grosso degli edifici (una decina con i corpi minori) è stato realizzato, per iniziativa di Giacinto Motta, fra il 1924 e il ‘29; erano destinati ad ospitare nel periodo estivo sino a 600 figli di dipendenti della Edison di Milano e, nella struttura più in vista a forma di poppa di nave affacciata sul golfo Borromeo, anche adulti convalescenti. Le scelte architettoniche sono tra l’eclettismo e il razionalismo e, in alcune, a molti sembra di riconoscere l’impronta di Piero Portaluppi, l’architetto che tra il 1913 e il 1925 realizzò gran parte delle centrali idroelettriche del bacino del Toce e che presiederà la Facoltà di Architettura di Milano dal 1938 al 1963. L’intero complesso della Colonia dagli inizi degli anni ’70 è in stato di abbandono.

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 Colonia Motta nel dopoguerra

Purtroppo oggi la Colonia continua nel suo stato di desolazione, visitata di straforo da curiosi, graffitari e da fotografi e videomaker amanti di bellezze abbandonate e inquietanti (cfr. qui e qui); avevo avuto l’occasione di visitarla quando, dopo l’acquisto da parte di Marcello Gabana, era stato avviato un progetto di ristrutturazione e con la Commissione urbanistica del Comune di Verbania avevamo preso  visione della imponente struttura. Purtroppo l’incidente che ha portato alla morte il proprietario, ha fatto sì che quel progetto e ogni altra ipotesi di recupero di questo complesso architettonico di pregio, collocato in una posizione paesaggistica invidiabile, siano allo stato attuale compromessi[iii].

Su internet non è difficile reperire foto che illustrano eloquentemente lo stato delle cose: una struttura esterna tutto sommato ancora riconoscibile, mentre gli interni sono completamente devastati.

  

   

       

 

Se non molto noto è il romanzo di Olmi sulla sua giovinezza, ancor meno lo sono i due documentari[iv] che nel 1953 e nel 1958 Ermanno ha realizzato per la Edison sulle sue Colonie estive. Il primo narra la vicenda dei 200 giovani calabresi sfollati in seguito all’alluvione del 1951 e ospitati alla Colonia Motta di Suna (visionabile qui). È il primo documentario che Olmi realizza per la Edison, da cui sortirà una lunga collaborazione che si concluderà con il suo ultimo lungometraggio (Torneranno i prati). Il secondo è dedicato alle attività per i bambini nelle colonie di Cesenatico, Marina di Massa e Suna. Anche questo è reperibile su internet (Edison Channel) e possiamo vedere la Colonia Motta (a partire da 15’ 30’’) in piena attività sul finire degli anni ’50.

Visionabile qui

 

In calce alla Graphic Novel, nei “titoli di coda”, richiamando l’episodio del corteo dei quarantatré visto dall’alto, abbiamo scritto:

Il ragazzino. Ermanno Olmi, regista del mondo degli umili, racconterà “di quel lungo corteo” nel 1986, nel suo unico romanzo incentrato sugli anni della sua infanzia: Ragazzo della Bovisa. L’avversità alla guerra ritornerà nel suo ultimo film: Torneranno i prati (2014).

Avversione alla guerra che trova appunto espressione nella sua ultimaopera, di fatto il suo testamento, e che già in Il mestiere delle armi aveva trovato una denuncia, rigorosa sul piano storico (la figura di Giovanni delle Bande Nere) e attuale nel messaggio (l’impatto della tecnologia – allora i cannoni – che amplifica e disumanizza ulteriormente la tragicità della guerra).

Ho rivisto recentemente Torneranno i prati in versione DVD; grazie agli extra e, in particolare, agli Appunti dal set, ci si può rendere conto di come Olmi curasse con precisione e spirito “artigianale” ogni minimo dettaglio (dal colore del legno, alla lunghezza precisa dei camminamenti delle trincee, alle previsioni metereologiche …) e nello stesso tempo come fosse sua volontà rendere consapevole ogni componente della troupe del significato preciso che il film, nel suo complesso e in ogni singola scena, avrebbe dovuto assumere.  Riprendo da qui alcune delle sue parole, a viva voce e, quale conclusivo omaggio, alcune immagini che lo ritraggono nel suo ultimo lavoro di regista.

«Non c’è un perché ho deciso di fare questo film … perché attendo dal pubblico la risposta. I perché importanti non riusciamo mai a risolverli da soli, abbiamo bisogno di incontrare, magari anche accidentalmente qualcosa che, non dico ci dia una risposta completa, ma che ci qualifica a porci tanti altri perché. …

Il perché che più immediatamente mi ha lusingato è stato il volto di mio padre; quando eravamo bambini, i miei fratelli ed io, e tornava alla sua terribile esperienza come soldato nei “bersaglieri arditi” – erano quelli che andavano nelle missioni impossibili – e raccontandoci alcuni particolari della loro sofferenza tentava di farci capire come la guerra è un momento in cui … un qualcosa facesse nascere una sorta di impazzimento nei popoli e, come è capitato nella guerra ’15 – ’18, per i potenti. …

Tutto il film si basa su tre capitoli fondamentali.

Uno è l’abdicazione alle regole militari, ossia siamo nel momento … il film finisce e c’è Caporetto. Quindi la situazione è disastrosa … contano più dei gradi le relazioni umane.

La seconda fase è quella dell’apprendimento: vale a dire “lì le cose sono chiare” perché sono tragiche … e quindi è la fase dell’apprendimento.

E poi c’è l’ultima fase che è quella dell’allucinazione, vale a dire, questa cosa che già dall’inizio non è realistica ma è evocativa … questa allucinazione è … lo stato permanente nella memoria umana.

I fatti che noi raccontiamo sono realmente accaduti, ma li raccontiamo non in modo realistico … è chiaro? …

Il suggerimento che veniva fatto ai giovani era mostrare fra tutti i sentimenti il più nobile di tutti. Non è facile. I ragazzi ci avevano creduto. Migliaia e migliaia di uomini inutilmente sacrificati da questa arroganza dei potentati che allora erano nelle alte aristocrazie del mondo.

Credo che se dovessimo esaminare nella storia dell’umanità, i grandi accadimenti tragici dei conflitti hanno come presupposto sempre lo stesso motivo: il potere per pochi, la ricchezza per pochi. Spero che questo film mostri proprio questo, al di là del dolore. Non dico una indicazione, ma un indizio per uscire da questa trappola vergognosa del tradimento nei riguardi dei più deboli.»

 

 

   

   

 

 

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[i] Questo il passaggio completo, sintetizzato nella Graphic Novel.

[ii] N. 1 gen. – feb. 2005, p. 6.

[iii] Una sintetica ricostruzione della vicenda è reperibile sul notiziario online VCO24.

[iv] Olmi Ermanno, Piccoli calabresi sul Lago Maggiorenuovi ospiti nella colonia di Suna (1953). Italia, Edison, Bn, 9’;  Olmi Ermanno, Giochi in colonia [Film sulle attività sociali] (1958) Italia; Sezione Cinema della Edisonvolta, Colore, 25’ 12”.

Da oltre cinque lustri si è concluso il “Secolo breve” e ce ne stiamo pian piano accorgendo

Mi ero occupato del volume di Eric J. Hobsbawm dodici anni fa in occasione della pubblicazione della Guida alla Galleria della memoria, agile libretto destinato ad accompagnare i visitatori nella visita interna della Casa della Resistenza. In particolare, consultando l’opera dello storico britannico, mi ero soffermato sul tema della violenza, sul secolo delle due guerre mondiali, il secolo più violento della storia dell’umanità, tema che ben introduceva alla prima sala della Galleria della memoria (la Sala del ’900); introdotto dalla voce del sopravvissuto Carlo Suzzi vi scorre infatti un filmato concepito come un fluire continuo delle immagini dei peggiori crimini contro l’umanità perpetrati nel ‘900 assemblati in ordine cronologico. Meno attenzione avevo rivolto alla scansione temporale del “secolo breve” (1914 – 1991) limitandomi ad accettare il fatto che la scansione per “secoli” è puramente convenzionale e che pertanto ogni storico può proporre periodizzazioni più pregnanti dal suo punto di vista.

Un anno e mezzo fa, nel preparare un intervento sulla Peer&Media Education[1] mi sono reso conto di come quella periodizzazione coincidesse ad una fase ben precisa, ed egualmente delimitabile, della storia dei media, avvero all’epoca dei mass media (elettronici) che – come vedremo più avanti – inizia a ridosso della prima guerra mondiale e si esaurisce quando parallelamente si frantuma l’impero sovietico. Una coincidenza che mi ha fatto ripensare a quanto fosse pregnante la periodizzazione di Hobsbawm e mi ha portato nei mesi scorsi a rileggere con attenzione le quasi settecento pagine di quel testo. Scoprendo che non solo ci dice molto sul secolo passato ma ci permette di capire molto dell’epoca in cui viviamo oggi, delle sue nuove caratteristiche e dinamiche, nonché delle sostanziali differenze con l’epoca passata. Stimolandoci a cercare di capire ed ipotizzare dove sia possibile e magari auspicabile dirigersi.

Eric John Ernest Hobsbawm (1917 – 2012)

Hobsbawm ha scritto moltissimo e le sue opere non solo trattano argomenti ed epoche diverse ma hanno anche approcci tra loro molto diversificati (opere storiografiche nel senso più tradizionale, autobiografiche, sociologiche, politiche, cultuali …). Utilizzando una immagine di Enzo Traverso[2] egli passa dal “microscopio” delle prime opere sui movimenti sociali, sulle sue forme primitive di rivolta (I ribelli, 1966), su quelle “irregolari” che permangono nel mondo industriale (I banditi, 1969), sull’anarchismo e su momenti specifici del movimento operaio inglese o sulla Storia sociale del jazz (1982) per poi passare al “telescopio” della sua poderosa tetralogia sull’epoca moderna (L’Età della Rivoluzione. 1789-1848, Il Trionfo della Borghesia 1848-1875, L’Età degli imperi. 1875-1914, Il secolo breve 1914-1991).

L’influenza dell’approccio sociale degli Annales è evidente, ma con una specificità (un marxismo, non dogmatico ma mai rinnegato) e uno spessore teorico, categoriale che si evidenzia ad esempio ne L’invenzione della tradizione (1983) e nei contributi alla rivista Past & Present.

Con riferimento alla tetralogia e in particolare al Secolo breve – la sua opera più conosciuta – si può rimarcare uno stile del tutto personale che lo allontana dai francesi delle Annales. Si sottolinea in genere la letterarietà della sua scrittura ma a me sembra che il suo tratto distintivo non solo abbandoni ogni modalità di costruzione cronologica, ma che si sviluppi per tematiche con un’ottica – più di medio che di lungo periodo – non tanto rivolta “in avanti”, ma all’indietro. Mi spiego: non c’è uno sviluppo prevedibile e leggibile del percorso storico che “progredisce” per fasi o per “modi di produzione” come nella “canonica” marxista, ma una sua (parziale) leggibilità a partire dall’oggi e dall’occhio dell’autore, dalla sua collocazione storico temporale ed anche teorica. Uno sguardo a ritroso che permette di cogliere le relazioni fra eventi anche lontani nel tempo e/o nello spazio. In sostanza a me sembra che, pur avendo assimilato la lezione degli Annales e il rifiuto della storia evenemenziale (successione cronologica di eventi su cui si fonda il “breve periodo”), più che abbracciare il medio o lungo periodo Hobsbawm sostituisca alla storia degli eventi una “storia delle relazioni” e delle categorizzazioni (definite non a priori ma a posteriori).

La suddivisione cronologica che impronta la tetralogia è in buona parte incentrata sulla storia europea; aspetti questi (suddivisione ed eurocentrismo) che hanno sollevato critiche da parte di parecchi studiosi con proposte di periodizzazione e di ottica alternative. Sia Stefano Azzarà[3] che Enzo Traverso ricordano in particolare Il Lungo XX secolo di Giovanni Arrighi, opera che fa “da controcanto” a quella di Hobsbawm. Lascio la parola a Traverso:

“Nel 1994, Giovanni Arrighi pubblicava The Long Twentieth Century, un lavoro che, ispirandosi a un tempo a Marx e a Braudel, propone una nuova periodizzazione della storia del capitalismo.[4] Egli individua quattro secoli “lunghi” nell’arco di seicento anni e corrispondenti a differenti “cicli sistemici di accumulazione”, ancorché suscettibili di sovrapporsi gli uni agli altri: un secolo genovese (1340-1630), un secolo olandese (1560-1780), un secolo britannico (1740-1930) e, infine, un secolo americano (1870-1990). Delineatosi all’indomani della guerra civile, quest’ultimo conosce la sua ascesa con l’industrializzazione del Nuovo Mondo e perde fiato intorno agli anni Novanta del secolo scorso, quando il fordismo viene sostituito da un’economia globalizzata e finanziarizzata. Secondo Arrighi, siamo entrati oggi in un XXI secolo “cinese”, vale a dire in un nuovo ciclo sistemico di accumulazione, il cui centro di gravità si colloca tendenzialmente in estremo Oriente.”[5]

Hobsbawm ha ammesso senza problemi l’approccio prevalentemente eurocentrico del suo libro; non era nella sua ottica e nel suo stile quello di rinnegare o anche solo di “mettere tra parentesi” il suo essere un europeo, britannico e marxista che ha attraversato tutto il secolo scorso. E per quanto riguarda la periodizzazione da lui utilizzata ha anche riconosciuto come questa non sia incompatibile con altre suddivisioni storiche.[6]

Il secolo breve (ovvero della Società di massa)

La lettura della sua opera allora può avvenire con lo stesso criterio: con gli occhi dell’oggi per cogliere le relazioni fra noi e il Secolo breve da lui descritto come l’Età degli estremi[7].

Provo, in prima battuta, ad estremizzarne una sintesi: essendo appunto due “gli estremi” il “secolo breve” è coinciso con un mondo bipolare sia nella fase più radicale di conflitto (la Seconda Guerra mondiale) con lo scontro fra i sostenitori del progresso e la reazione nazifascista (gli eredi dell’illuminismo e i suoi avversari) sia, dopo la conclusione della guerra, con lo scontro fra capitalismo e comunismo (la Guerra fredda). Scontro bipolare che non solo contrapponeva Stati, ma anche settori della popolazione all’interno degli stessi stati (conflitto ideologico e politico) con coinvolgimento attivo delle masse. E pertanto il Secolo breve è stato il secolo della Società di massa e, come sottolineerò, anche quello del pieno sviluppo dei mass media.

Alla prima fase del secolo, definita come la “Età della catastrofe” corrispondente alle due guerre mondiali, succede la “Età dell’oro” che coincide con il periodo della Guerra fredda e del pieno sviluppo capitalistico della società dei consumi. Il cambiamento è globale; con la fine degli imperi coloniali capitalismo e mercato si diffondono anche nel terzo mondo con una trasformazione complessiva delle società. Per la prima volta nella storia i contadini non rappresentano più la maggioranza della popolazione mondiale e la società arcaica con la sua struttura familiare e i suoi valori viene rapidamente travolta. L’equilibrio est-ovest stimola sul piano dell’innovazione entrambi gli antagonisti e, unitamente alla presenza di forti movimenti operai, porta allo sviluppo del Welfare State e più in generale ad una capacità di “autoriforma” dell’economia capitalistica.

Nei paesi dell’Europa orientale il “socialismo reale”, dopo una prima fase di sviluppo, vide a partire dagli anni ’70 un rallentamento dell’economia che successivi tentativi di riforma non riuscirono a fermare. Di qui un lento declino (una crisi strisciante) dell’URSS che nemmeno la “cura da cavallo” di Gorbaciov riuscì a fermare; anzi, la tutto sommato statica società sovietica non era preparata ad un cambiamento così radicale e sopravvenne la “frana” dell’URSS e dei suoi paesi satelliti.

Fu la vittoria del capitalismo e della democrazia liberale? Solo in parte perché la frana si ripercosse sugli equilibri globali e il capitalismo (che non coincide necessariamente con la democrazia liberale come la storia ha più volte dimostrato) perse la sua capacità di autoriforma. Gli stati diventarono sempre meno in grado di controllare una economia globalizzata, l’età della “frana” aperse la strada all’attuale “età della frantumazione” (tutto si frantuma: dalle famiglie agli stati) e all’età dell’equilibro bipolare subentrò quella degli squilibri e dell’incertezza.

Incertezza che ci portiamo come eredità in questo nuovo millennio dove tutto è cambiato (e velocemente tutto cambia) senza che si riesca ad intravvedere un futuro chiaro e nemmeno a ipotizzarne uno possibile ed auspicabile. Dirà Hobsbawm in una delle sue ultime opere[8] dedicata alle trasformazioni culturali del ‘900:

“Questo è un libro su quello che è accaduto all’arte e alla cultura della società borghese dopo che quella società se n’è andata con la generazione post 1914, per non tornare mai più. E in particolare su un aspetto dell’enorme cambiamento globale che l’umanità ha vissuto a partire dal Medioevo, terminato all’improvviso negli anni Cinquanta del Novecento per l’80 per cento del pianeta – negli anni Sessanta per tutti gli altri – quando le regole e le convenzioni che avevano governato le relazioni umane si erano logorate visibilmente. Di conseguenza, è anche un libro su un’epoca della storia che ha perso l’orientamento e che, nei primi anni del nuovo millennio, guarda avanti, con più ansiosa perplessità di quanto io ricordi nella mia lunga vita, senza una guida e una bussola, a un futuro inconoscibile.”

I mass media e il loro tramonto

Non è mia intenzione riproporre qui una storia, seppur sintetica, dei media – storia peraltro in gran parte notoria –, ma focalizzare lo stretto nesso fra la società di massa che ha caratterizzato il “Secolo breve” con i moderni mezzi di comunicazione di massa e come il tramonto del Secolo breve corrisponda in modo direi cronometrico anche al tramonto dei mass media. Tentando, se non di capire il senso e le tendenze del mondo storico e mediatico contemporaneo, almeno di farci alcuni interrogativi sull’oggi senza più utilizzare categorie ormai obsolete.

Gli antecedenti diretti dei mass media furono il telegrafo e il cinema.

Intorno alla metà dell’Ottocento si verificò nel mondo della comunicazione una nuova, profonda rivoluzione; si passò, lentamente ma inesorabilmente, dalla cultura tipografica alla cultura dei media elettrici e, successivamente, elettronici. Sino allora le notizie si erano mosse alla velocità del messaggero, cioè alla velocità delle gambe dell’uomo o del cavallo, della corrente dei fiumi o della locomotiva dei primi treni. … Questo stato di cose cambiò radicalmente per la scoperta di un artista americano, Samuel Morse, del telegrafo elettrico. In particolare, nel 1844, grazie a 30.000 dollari forniti dal Congresso, egli inaugurò un collegamento telegrafico tra Washington e Baltimora. … Fu soltanto «con l’avvento del telegrafo – nota McLuhan[9]– che i messaggi poterono viaggiare più in fretta del messaggero … Con il telegrafo l’informazione si è staccata da materie solide come la pietra e il papiro …» (Massimo Boldini, Storia della comunicazione, Newton, Roma 1995, p. 73)

Il 28 dicembre del 1895 i fratelli Lumière, in una sala del Gran Café di Parigi, proiettano per la prima volta ad un pubblico pagante (trentatré spettatori al prezzo di un franco) dieci brevi filmati; il primo di questi (L’uscita dalle officine Lumière) pertanto viene solitamente indicato come l’inizio della storia del Cinema. Se da un punto di vista tecnico si tratta di una evoluzione della fotografia (più fotografie in rapida successione) dal punto di vista mediale il salto è significativo: da una singola immagine a un flusso lineare finito (con un inizio e una fine) proiettato da un “emittente” a un gruppo di utenti che “ricevono” in contemporanea la sequenza filmica.

Non è la nascita dei mass media vera e propria, ma ci siamo vicini. L’evento che, secondo Ruggero Eugeni, segna questa nascita è normalmente ricordato per tutt’altro motivo: il naufragio del Titanic nella notte 14 fra il 14 e il 15 aprile del 1912.

“Nel 1912 l’affondamento del Titanic avviene per così dire in diretta: il transatlantico monta, tra le altre novità tecnologiche, il recente telegrafo senza fili della “Marconi Wireless Telegraph Company of America”; le segnalazioni inviate permettono dl salvare i 700 superstiti, ma anche di vivere a distanza la tragedia momento per momento. Non sappiamo con sicurezza se l’operatore della Marconi in servizio quella notte fosse David Sarnoff – come egli stesso afferma; sappiamo però che Sarnoff di lì a poco avrebbe maturato una idea rivoluzionaria: sfruttare la tecnologia dl trasmissione di segnali attraverso le ode hertziane non per comunicare da punto a punto, ma per trasmettere messaggi (soprattutto musica) da un unico punto di emittenza a infiniti punti dl recezione: con il progetto della “radio music box” (1916) nasce la rete broadcasting. Su questo nuovo principio a partire dal 1920 sorgono le prime stazioni radiofoniche, sia private che pubbliche.”[10]

Con il broadcasting si passa così da un flusso lineare finito ad un flusso lineare infinito e da un pubblico di utenti definito ad uno indefinito che riceve “in contemporanea” la trasmissione. David Sarnoff era ben consapevole della portata dell’innovazione e, oltre aver fondato la prima radio, divenne il dirigente dal 1919 al 1970 della RCA (Radio Corporation of America) e nel 1939 darà anche vita al primo network televisivo, la NBC (National Broadcasting Company).

La nascita dei moderni mass media elettronici può allora collocarsi tra 1912 e il 1916, proprio gli anni in cui, con la Prima guerra mondiale, inizia anche, secondo Hobsbawm, il Secolo breve. L’età degli estremi, della mobilitazione delle masse e dei totalitarismi è anche l’età in cui i mass media (radio, cinema, televisione) si originano, si diffondono e permettono di influenzare le masse da parte di chi li produce, trasmette e controlla economicamente e/o politicamente. Lo storico britannico ricorda in particolare il ruolo avuto dalla televisione grazie alla sua enorme diffusione che ne fece il medium più popolare prima negli Stati Uniti (anni ’50), poi in Gran Bretagna (anni ’60) e nei decenni successivi negli altri paesi: ad esempio “Negli anni ’80, circa l’80% della popolazione brasiliana aveva accesso alla televisione.”[11]

Certo vi sono state delle differenze, ad esempio tra i paesi dove l’emittenza era monopolio (o comunque in prevalenza) dell’ente pubblico e dove/quando la prevalenza è stata privata e in concorrenza fra più network. La moltiplicazione dei canali e la preponderanza del privato (unite a telecomando e alla videoregistrazione con possibilità di fruizione in differita) con la conseguente “libertà” di costruirsi un palinsesto personalizzato, non significa che il medium abbia perso la sua capacità di influenza e condizionamento. L’utilizzo da parte dei governi e del potere politico per certi versi è più esplicito nelle sue finalità e ha prevalso nei periodi di conflitto e nei paesi meno democratici; quello privato è naturalmente più in sintonia con le finalità commerciali della società dei consumi con un influsso che ovviamente non avviene soltanto nelle pause pubblicitarie. Senza dimenticare i molteplici esempi – da Reagan a Berlusconi – dove personaggi o detentori dei media si sono trasformati in potenti personaggi politici in un cortocircuito fra condizionamento e potere mediatico, economico e politico.

 

Ma se capacità di persuasione e condizionamento sono veicolati tramite i media “dall’esterno all’interno” degli spettatori, secondo Alain Ehrenberg

Alain Ehrenberg

negli anni ’80 vi è un momento di rottura, a suo modo rivoluzionario (e che avrà poi larga diffusione nel periodo dei new mdia) in cui non è il messaggio pubblico che irrompe nel privato dello spettatore ma, con la frantumazione della barriera fra privacy e pubblico dominio, si attiva il percorso inverso. Questo, secondo il sociologo francese, si è concretizzato per la prima volta una sera degli anni ‘80 allorquando, in una popolare trasmissione televisiva seguita da milioni di spettatori, una certa Vivienne ha tranquillamente ammesso di non aver mai provato l’orgasmo perché il marito era affetto da eiaculazione precoce.[12] È il tema che Serge Tisseron descrive come passaggio dalla intimità alla “estimità” ovvero alla tendenza a rendere pubblici aspetti ed esperienze della propria intimità[13]. Tendenza che permeerà nell’epoca digitale i social network più popolari.

 

E arriviamo, in questa rapida carrellata, a quello che possiamo considerare come il manifesto della frantumazione e superamento dei mass media e della loro epoca. È il 22 gennaio del 1984 quando viene trasmesso per la prima (e unica) volta in televisione 1984, spot della Apple per Macintosh.

 

                                  

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Il 24 gennaio Apple Computer presenterà Macintosh. E vedrete perché il 1984 non sarà come «1984».”

Lascio il commento a Ruggero Eugeni:

“Il filmato 1984 è oggi un caposaldo della storia della pubblicità audiovisiva: diretto da Ridley Scott (reduce dal film Blade Runner), osteggiato dalla Apple, fortemente voluto da Steve Jobs in persona, è senza dubbio molto più di un commercial: si tratta della visione teoricamente lucidissima di cosa sarebbero stati i media del futuro — ovvero i media di oggi. E della profezia altrettanto lucida che i media, oggi, non ci sarebbero più stati.

Il riferimento alla satira distopica di Orwell è sintomatico. … Dietro il Grande Fratello del commercial Apple si apre, infatti, l’intero panorama dei media Otto-novecenteschi e della loro stretta alleanza con i regimi totalitaristi che hanno contraddistinto il Secolo breve. Media … utilizzati da istituzioni e da Stati come strumenti di propaganda, di massificazione, di depersonalizzazione dell’individuo.”[14]

Il Mac non sarà un semplice PC, un calcolatore, ma un “nuovo media” che decreterà il tramonto dei “vecchi media” e il Grande fratello non potrà più ipnotizzare una massa passiva di sudditi con il suo grido totalizzante “We shall overcome”. Ma perché la profezia si compi saranno necessari due eventi paralleli: il crollo del Muro di Berlino (9 novembre 1989) cui segue nel biennio successivo la disgregazione dell’URSS e la nascita, tra il 1990 e il ’91, del World Wide Web.

Nello stesso anno indicato da Hobsbawm quale fine del Secolo breve, con l’apertura di una nuova fase storica (di transizione?) definita da Todorov come Il nuovo disordine mondiale[15], nasce infatti il Web che ibrida comunicazione telefonica (bidirezionale) e broadcasting. Il PC diventa un nuovo media, anzi un “meta-media” che non collega più centro-emittente e periferia di riceventi, ma infiniti punti fra loro (la rete) e rimette in circolo (ri-mediazione) i singoli media (fotografia, musica, giornale, televisione, cinema …) e li contamina fra loro generando ipertesti interattivi. E se, come sottolineava Walter Benjamin, l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica[16] faceva sì che l’originale perdesse la sua aura, con il digitale la riproduzione (e la sua diffusione tramite il web) di un’opera digitale non dà vita a “una copia” ma a un “gemello” perfettamente identico. In sostanza non solo l’opera d’arte perde definitivamente l’aurea, ma si genera anche la scomparsa dell’originale: tanti originali, nessun originale.

Tramonta la gerarchia emittente/ricevente: ogni punto, ogni soggetto che opera in rete è sia emittente che ricevente; tramonta parallelamente l’autorevolezza (auctoritas) dell’autore in quanto con il web è possibile per chiunque la pubblicazione di testi, video, foto, ipertesti e di conseguenza nasce la figura del produttore/consumatore: il cosiddetto prosumer.

Se con il cinema avevamo un testo lineare e finito, con i mass media un testo lineare infinito (broadcasting) con il web e i social media ci troviamo (non di fronte ma immersi) in un ipertesto multimediale interattivo, reticolare e infinito.

Avevo già sottolineato in un post di cinque anni fa come il mondo digitale non sia affatto “virtuale” ma reale, una espansione del reale, come d’altronde è sempre avvenuto per tutti i prodotti della tecnologia; è doveroso aggiungere come, grazie al wireless e al moltiplicarsi delle strumentazioni di connessione, alla loro portabilità (tablet, smartphone, navigatori …) e indossabilità (Google Glass, smartwatch, sportwatch con GPS, ecc.), oggi risulti sempre più difficile distinguere ciò che è digitale da ciò che non lo è. I new media sono sempre più onnipresenti e sempre connessi: se all’inizio con il PC fisso potevo entrare e uscire dalla rete (online e offline) oggi ne siamo immersi; Ruggero Eugeni definisce questa nuova situazione come Condizione postmediale o amoderna mentre Luciano Floridi la chiama Condizione onlife (né online offline): siamo infatti immersi in quella che lui chiama “Infosfera[17], un mondo in cui analogico e digitale, organismi naturali e prodotti artificiali  interagiscono e fondono senza soluzione di continuità. E se prima il digital divide indicava la frattura fra chi aveva accesso alla tecnologia e a Internet e chi ne era escluso, oggi, secondo Floridi, indica la divisione fra chi è onlife (costantemente connesso) e chi invece no.

 

Alcuni interrogativi[18]

  • La tendenza alla frantumazione degli Stati plurinazionali (e tutti almeno un po’ lo sono) e la conseguente proliferazione di nuovi Stati, è inarrestabile? L’osservazione di Hobsbawm “Il mondo più comodo per i giganti multinazionali è un mondo popolato da staterelli nani o un mondo del tutto privo di stati” (p. 331) è anche una profezia? E tale tendenza va sempre contrastata? O non è “giusto” sostenere ad esempio la necessità di uno Stato Curdo e di altri popoli senza stato?
  • In un mondo dove i conflitti proliferano, le armi sono di sempre più facile accesso e gli organismi internazionali (ONU in primo luogo) privi di effettivo potere, come intervenire per limitare guerra e conflitti? I movimenti pacifisti hanno sinora dimostrato non solo altalenante capacità di mobilitazione ma, anche nei momenti migliori, scarsa incidenza.
  • L’Ottocento e in particolare il Novecento sono stati secoli di laicizzazione e i conflitti a base religiosa sono stati sostituiti da quelli nazionali e ideologici (l’età degli estremi). Oggi la dinamica sembra inversa, con la rinascita di conflitti religiosi e con un processo di de-laicizzazione che sta riportando il mondo (per vari motivi, compreso quello demografico: “in tutto il mondo i gruppi più religiosi hanno il più alto tasso di natalità[19]) a una prevalenza di popolazione credente e osservante nelle diverse religioni. Ha senso e come va impostata una battaglia laica oggi?
  • La “frantumazione” generata dal capitalismo finanziario e dal neoliberismo non ha colpito solo gli Stati, ma anche (e per certi versi soprattutto) le società con il progressivo declino dei “corpi intermedi” e delle strutture della società civile (sindacati, associazioni, ecc.) lasciando gli individui e i gruppi sociali sempre più soli. In più casi questa “disintermediazione” è stata sostenuta anche da forze politiche di origine operaia (il laburismo a trazione blairiana e il partito democratico a guida renziana) nella illusione che favorendo in questo modo lo sviluppo si sarebbe accresciuto il benessere di tutti. Sono invece aumentate le diseguaglianze. Come rigenerare questi “corpi sociali intermedi” e come eventualmente dar vita a nuovi?
  • Un interrogativo che è soprattutto un dubbio: la fase attuale del capitalismo finanziario e la globalizzazione sono fra loro intrinseche e vanno rifiutate (o accettate) entrambe o è possibile contrastare il primo e accettare i vantaggi della seconda?
  • La tendenza alla frantumazione, accompagnata dall’irruzione dei social network, rende deboli le comunità locali e l’identità collettiva. Siamo sempre più di fronte a quella che io chiamo “la società degli io” con la debolezza e fragilità di un qualsiasi “noi”. Non ovunque è così, ma sembra che gli unici “noi” consistenti siano quelli plebiscitari di regimi e stati non (o assai poco) democratici. C’è una terza via fra il fragile individualismo (proprietario?) che ricerca una propria identità nell’estimità narcisisticamente esibita nei social, e l’identificazione totalitaria in un leader energico e potente?
  • È possibile dar vita a comunità nuove, non chiuse e non fragili, in grado di progettare il proprio futuro e dare una base più solida alle identità plurime in cui ognuno di noi è interrelato? Le comunità territoriali sono sottoposte a processi economici e sociali di disarticolazione, quelle online sono instabili e si succedono con una rapidità che le rende aleatorie (oppure si rinchiudono in nicchie irrilevanti). Si possono ipotizzare nuove comunità in grado di integrare territorio e partecipazione online all’interno di visioni progettuali chiare? E i new media possono essere declinati in questa prospettiva?

 

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Il secolo breve[20] (Scheda di lettura)

 

Riporto di seguito, le note ed appunti che ho trascritto durante la lettura, soffermandomi sugli aspetti che più mi paiono pregnanti per leggere e tentare di capire il mondo d’oggi. Non un riassunto né una schematizzazione organica: molti spunti senza alcuna pretesa di ordine o sistematicità unitamente (>> fra parentesi) a qualche osservazione e considerazione personale.

Il secolo: uno sguardo a volo d’uccello (pp. 13-30)

Ironia della storia: è stata l’URSS a salvare il capitalismo spingendolo ad autoriformarsi (>> e dopo la disintegrazione dell’impero sovietico il capitalismo non sarà più capace di riformarsi di propria iniziativa)[21].

Nel corso del secolo breve si delinea un mondo dove la maggioranza umana non è più contadina; un mondo più ricco ma più diseguale.

Con un’economia mondiale integrata l’umanità non è più artefice del suo destino (>> Il controllo sfugge non solo ai singoli ma sempre più anche agli Stati).

Tre le diversità fondamentali fra il mondo del 1914 e quello successivo al 1991:

  1. Non è più un mondo eurocentrico con spostamento del baricentro dall’Atlantico al Pacifico.
  2. Cresce la consapevolezza di vivere in un mondo globale ma che la politica è incapace di governare.
  3. Disintegrazione dei vecchi modelli sociali, ancora fortemente presenti nel 1914, di rapporto di continuità fra le generazioni per dar vita a un individualismo asociale: “una società che consiste nell’assemblaggio di individui egocentrici fra loro separati” (29) (con la perdita autodistruttiva di ogni bene comune).

(>> La società degli “io”: mi vien da pensare che i nuovi movimenti autoritari non saranno costruiti su miti collettivi – patria, tradizione, ecc. – ma su sulla assolutizzazione egoistica degli interessi individuali. Un “me ne frego” totalmente autocentrato).

Il vecchio secolo non è finito bene.” (30)

 

L’età della catastrofe (pp. 31-265)

L’epoca della guerra totale. Nella prima guerra mondiale gli obiettivi delle nazioni belligeranti non erano più “delimitati” a determinate questioni e

Trincea (Grande guerra)

annessioni territoriali: la posta in gioco era il futuro di espansione delle rispettive economie e pertanto “aveva come posta scopi illimitati” (43).

Ancor più della Grande Guerra, la seconda guerra mondiale fu combattuta sino alla resa finale, senza che si pensasse seriamente a soluzioni di compromesso da nessuna delle due parti … Si trattava infatti per entrambi gli schieramenti di una guerra di religione o, per usare una terminologia moderna, di una guerra di ideologie. Per molti paesi coinvolti era anche, palesemente, una guerra per la vita” (58) schiavitù o morte era il destino dei popoli invasi dal Reich. “Perciò la guerra venne condotta senza limiti. La seconda guerra mondiale rappresenta l’allargamento della guerra di massa in guerra totale”. Coinvolgimento di tutta la popolazione, non solo al fronte.

Crescita della brutalità a partire dal 1914 sia in guerra che oltre: ricomparsa della tortura come consuetudine.

L’accrescersi delle brutalità non si dovette tanto allo scatenamento del potenziale di crudeltà e di violenza latente nell’essere umano, che la guerra naturalmente legittima … Una ragione rilevante della crescita della barbarie fu piuttosto l’inedita democratizzazione della guerra. I conflitti generali si trasformarono in ‘guerre di popolo’ sia perché i civili e la vita civile diventarono obiettivi diretti e talvolta principali della strategia militare, sia perché nelle guerre democratiche … gli avversari sono naturalmente demonizzati” (66).

Minor brutalità di era invece nelle guerre aristocratiche o condotte da professionisti.

Un’altra ragione fu la nuova conduzione impersonale della guerra, in base alla quale uccidere e ferire diventavano conseguenze remote del premere un pulsante o del muovere una leva. La tecnologia rendeva invisibili le sue vittime mentre ciò non accadeva quando si sventravano i nemici con la baionetta … Laggiù, al suolo sotto i bombardieri, non c’erano persone che stavano per essere bruciate o maciullate, ma obiettivi. Giovanotti gentili, ai quali non sarebbe certamente piaciuto affondare la baionetta nel ventre di una donna incinta di qualche villaggio, potevano assai più facilmente sganciare tonnellate di esplosivo su Londra o su Berlino o bombe atomiche su Nagasaki e Hiroshima,” (67)

(>> Il rapporto – assai stretto – fra democrazia e guerra andrebbe approfondito a partire dalla democrazia ateniese: ad es. il pugno di ferro contro la ribelle Mitilene e il “democratico” dibattito se punire con la morte tutti gli abitanti – o quanti – della colonia ribellatasi. Non è solo il problema dei limiti da porre alla democrazia o stabilire se essa sia un fine oppure un mezzo[22] ma il richiamo alla consapevolezza di quella che io chiamo “dialettica del rovesciamento” per cui idee, ideologie, istituzioni possono rovesciarsi nel loro esatto contrario, la libertà nella soppressione della libertà, l’eguaglianza nella più radicale diseguaglianza e così via. Un esempio che mi ha particolarmente colpito è il rovesciamento di ruoli che Gesuiti e Francescani hanno avuto (e ancora ne permangono effetti e comportamenti) nel passaggio dall’Europa al Nuovo mondo: a fianco delle popolazioni locali i primi, a sostegno del potere coloniale i secondi. A Quito la Chiesa del Gesù richiama sia all’esterno che all’interno il culto solare degli Inca, mentre la Chiesa di San Francesco campeggia a fianco dei palazzi del potere.

Non è un caso che Adorno e Horkheimer iniziarono la loro Dialettica dell’illuminismo[23] nel 1942, nel pieno della guerra: “…è sempre accaduto al pensiero vittorioso, che, appena esce volontariamente dal suo elemento critico per diventare uno strumento al servizio di una realtà, contribuisce, senza volerlo, a trasformare il positivo che si è eletto in qualcosa di negativo e di esiziale. … Se l’illuminismo non accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, firma la propria condanna”.)

Il modello leninista di partito “paragonabile agli ordini monastici e cavallereschi nel Medioevo cristiano … conferì un’efficacia sproporzionata anche a piccole organizzazioni” (96): modello di partito costituito da élites (avanguardie) particolarmente diffuso nei paesi extraeuropei.

Ruolo della prima guerra mondiale nella nascita della estrema destra fascista e nazista: “impatto su uno strato sociale medio e medio-basso, composto di soldati e di giovani che, dopo il novembre 1918, erano frustrati per aver perso la loro occasione eroica” (153); non solo pertanto come reazione al comunismo.

Populismi latino-americani che fondono il mito del popolo con nazionalismo e fascismo: “devono essere considerati come parte del declino del liberalismo nell’Età della catastrofe”. (165)

Tra le due guerre le democrazie erano fragili e non in grado di produrre governi stabili; “la democrazia parlamentare negli stati che succedettero ai vecchi imperi, come pure in molti paesi mediterranei e nell’America latina, era una pianta debole che cresceva in un terreno sterile. … Per quanti oggi guardano dietro al periodo tra le due guerre, la caduta dei sistemi politici liberali può sembrare come una breve interruzione nella loro conquista secolare del pianeta. Purtroppo mentre si avvicina il nuovo millennio, le incertezze sul futuro della democrazia non appaiono più così remote. Può darsi che il mondo stia infelicemente entrando in un periodo in cui, di nuovo, i vantaggi della democrazia non appariranno così ovvi com’è accaduto fra il 1950 e il 1990.” (171)

(>> Tragica e attendibile previsione: la democrazia dove c’è – e in molti stati, dall’Egitto alla Turchia alla Russia, il modello di elezioni plebiscitarie dà vita a regimi che è difficile definire democratici – è sempre più a rischio per le minacce che provengono sia dall’alto – dalla sempre più evidente insofferenza da parte del capitale finanziario per le ‘pastoie’ della democrazia – che dal basso: i movimenti sovranisti e xenofobi che prepongono paure e “sicurezza” a libertà ed eguaglianza civile.)

Durante la seconda guerra mondiale si realizzò l’alleanza fra USA e URSS. Non più (per il momento) capitalismo VS comunismo (o socialismo), ma progresso vs reazione (gli eredi dell’illuminismo contro i suoi oppositori): guerra internazionale e guerra civile interna (ma anche una sorta di guerra civile internazionale) oltre i nazionalismi.

La guerra civile spagnola fu l’anticipo della guerra mondiale. Facilitò poi l’alleanza antifascista.

La seconda guerra mondiale modificò più o meno tutti gli stati, salvo USA e URSS.

Dopo il 1914 cambiò anche il mondo dell’arte; le avanguardie furono essenzialmente due il dadaismo (ironia e gioco) che sfociò poi nel surrealismo (sogno e inconscio); mentre in ambito architettonico il costruttivismo che influenzò la Bauhaus. Siamo nell’ambito delle avanguardie (e delle élites).

Non fu però lo stimolo dell’avanguardia a conferire importanza alle forme artistiche di massa dell’epoca … Lo sviluppo più interessante in questo settore di media cultura fu la straordinaria esplosione di un genere che aveva già dato qualche segno di vita prima del 1914, ma senza far presagire i successivi trionfi: la storia poliziesca, ora scritta in forma di libro. … Il genere poliziesco è interpretabile come una sorta di curiosa invocazione a un ordine sociale minacciato (dall’omicidio), ma non ancora infranto. … L’ordine è restaurato dalla ragione applicata per risolvere il caso dall’investigatore. … Era un genere profondamente conservatore, ma ancora molto ottimistico …” (232-233)

Già nel 1914 nei paesi occidentali l’esistenza su vasta scala dei mezzi di comunicazione di massa poteva esser data per scontata. Tuttavia la loro crescita fu spettacolare nell’Età della catastrofe” (233): la stampa (che riguarda sostanzialmente un’élite anche se sempre più numerosa), il cinema che con il sonoro contribuì a rendere l’inglese lingua universale, e la radio potente strumento di condizionamento (per es. gli orari di vita) utilizzato sempre più consapevolmente dai governanti. La diffusione dei mass media corrisponde alla crescita dell’egemonia culturale degli USA.

Nel 1937 Hollywood sfornava 567 film, quasi più di dieci film alla settimana. La differenza tra la capacità egemonica del capitalismo e il socialismo burocratizzato sta tutta nel divario fra questa cifra e i 41 film che l’URSS affermava di aver prodotto nel 1938.” (234)

L’Età della catastrofe, con le due guerre mondiali, portò alla fine degli imperi e del colonialismo; la rivoluzione russa ebbe più influsso nei paesi coloniali che in quelli occidentali e agì da potente stimolo alla decolonizzazione.

 

L’età dell’oro (pp. 265-468)

Dal 1945 alla fine dell’Unione Sovietica (1991) “la storia dell’intero periodo è stata saldata in un unico contesto … dal costante confronto delle due superpotenze: la cosiddetta Guerra fredda”. (267) Corsa degli armamenti, guerre locali: quelle pareggiate (Corea) e quelle perse dalle superpotenze (Vietnam, Afganistan).

Dopo un periodo di crisi (Berlino, Congo, Cuba) “il risultato conclusivo di quella fase di minacce reciproche e di sfida vertiginosa fu un sistema internazionale relativamente stabilizzato e un tacito accordo fra le due superpotenze a non terrorizzare se stesse e il mondo, simbolicamente rappresentato dall’installazione della linea telefonica ‘calda’ che dal 1963 collegò direttamente la Casa Bianca e il Cremlino.” (287)

La crisi si riaccese all’inizio degli anni ’80 con la presidenza Reagan e le umiliazioni subite (soprattutto in Iran) con azioni militari (Granada 1983; Libia 1986; Panama 1989.)  

La Guerra fredda finì quando … le superpotenze riconobbero la sinistra assurdità della corsa alle armi nucleari e quando … accettarono di credere nel sincero desiderio dell’altra di porvi fine.” (294) Ruolo fondamentale di Gorbačëv. “Ai fini pratici la Guerra fredda finì con i due vertici di Reykjavík (1986) e di Washington (1987).” (295)

Non la guerra fredda ma la distensione fece crollare l’URSS.

Cambiamenti prodotti guerra fredda:

  1. Oscurate tutte le rivalità e conflitti internazionali precedenti mettendo ovunque al primo posto quello fra comunismo e capitalismo.
  2. Congelamento della situazione internazionale: ad es. Germania divisa per 46 anni. “Gli Stati Uniti non erano disposti a tollerare che in Italia, in Cile o in Guatemala andassero al governo i comunisti i filocomunisti più di quanto l’URSS fosse disposta a rinunciare al proprio diritto di inviare truppe nei paesi fratelli retti da governi dissidenti come l’Ungheria o la Cecoslovacchia.” (299)
  3. La Guerra fredda ha riempito il mondo di armi in modo superiore ad ogni immaginazione. Tutti esportano armi e tutti si armano.

(>> La fine dell’equilibrio fra le due superpotenze ha aperto il mondo a scenari instabili e imprevedibili: cambiano le motivazioni dei conflitti con il ritorno anche di nazionalismi e conflitti religiosi in un mondo “non più congelato” dove i soggetti in grado di modificare gli equilibri regionali e globali si moltiplicano e si succedono rapidamente. L’accesso ormai agevole ai grandi arsenali di armi facilita il proliferare dei conflitti. La priorità del mondo attuale mi pare la lotta alla guerra e alle armi (tutte le armi). Se si intravede una speranza, in un mondo che sembra lasciarne assai poche, è nell’azione “irriducibile” di alcune ONG, nel coraggio di alcuni reporter che non smettono di porci davanti agli orrori dei conflitti e nei giovanissimi statunitensi del March for our lives che in modo assai più deciso e prorompente che in passato sono scesi in piazza contro la lobby delle armi dopo l’ennesima strage, a Parkland in Florida, in una scuola.)

Dall’inizio degli anni ’50 sino a metà degli anni ’70 nel mondo occidentale furono gli Anni d’oro. Sviluppo dell’economia e dei consumi non solo basata sul laissez faire. Tendenza dell’economia a emanciparsi dagli stati nazionali; integrazione economica su scala planetaria e proliferazione di nuovi (piccoli) stati.

Il mondo più comodo per i giganti multinazionali è un mondo popolato da staterelli nani o un mondo del tutto privo di stati”. (331) Inizia un processo di delocalizzazione delle industrie che da allora in avanti sarà inarrestabile.

Non fu solo una rivoluzione economica ma una vera e propria la rivoluzione sociale che investe la seconda metà del secolo. “Quando gli uomini si trovano di fronte a qualcosa di nuovola parola chiave fu post … Il mondo, o i suoi aspetti più rilevanti divenne post-industriale, post-imperiale, post-strutturalista, post-marxista, post-Gutenberg e affini … In tal modo la più grande, veloce e universale trasformazione della storia umana entrò nella coscienza di chi la stava vivendo” (339-340)

Declino della classe contadina sia in occidente che nei paesi “arretrati” grazie allo sviluppo di produttività agricola, biotecnologia e meccanizzazione. Le città si riempiono: il mondo è sempre più un mondo urbanizzato. Aumento delle occupazioni che richiedono istruzione medio alta con esplosione iscritti all’università. Ribellione del ’68; universitari non più piccola élite ma nemmeno sufficienti per “rivoluzionare” la società. Diventano detonatori verso strati più vasti (ceti operai). Qualora agiscano da soli danno vita al terrorismo.

Fino agli anni ’80 la popolazione operaia non subì grandi “terremoti” ma rimase stabile (eccetto USA): almeno un terzo degli occupati, e parzialmente crebbe (specie nei paesi del terzo mondo); subì invece le conseguenze delle nuove tecnologie con crescenti differenziazioni al suo interno. Da qui la parziale trasformazione e il declino della sua coscienza.

Le donne, specie sposate, che lavorano passano dal 14% del 1940 alla metà e anche più del 60% in alcuni casi nel 1980. Più lavoro, accesso crescente all’università; diritto voto, divorzio e aborto, in politica. Nel mondo socialista alta è l’occupazione femminile ma quasi nessuna donna ha cariche politiche.

Alla rivoluzione sociale corrisponde una rivoluzione culturale che fa declinare le concezioni tradizionali.

Le manifestazioni che hanno successo non sono necessariamente quelle che mobilitano il maggior numero di persone, ma quelle che mobilitano il maggior interesse tra i giornalisti. Con appena un po’ di esagerazione si potrebbe dire che cinquanta persone intelligenti, che con una iniziativa di successo ottengono cinque minuti in TV, possono avere un effetto politico paragonabile a quello di mezzo milione di dimostranti.” (Pierre Bourdieu, 1994) (377)

Alla base vi è la crisi del modello di famiglia stabile e patriarcale con separazioni, divorzi, coppie di fatto e famiglie mono-genitoriali.  Non solo in occidente ma in tutto il mondo.

La Gioventù diventa un agente sociale indipendente. Icona dell’eroe che muore prima che termini la giovinezza (es. James Dean) e che pertanto rimane eternamente giovane. Anticipo della pubertà: l’età giovanile vista come fulcro della vita (come nello Sport) anche se il potere (specie politico) era ancora dei vecchi. L’età adula passa dai 21 ai 18 anni.

I genitori non più come modello e depositari di conoscenze. Cultura giovanile sempre più internazionale (ad egemonia USA): fra le due guerre l’egemonia USA è diffusa dal cinema. Poi dalla TV e dalla musica (dischi, cassette).

Il tutto è stato favorito dall’allungamento dell’età degli studi e dal potere d’acquisto dei giovani (e delle giovani). Mercato per i giovani che favorisce la diffusione di una specifica identità giovanile. L’età dell’oro accentuò il divario fra le generazioni. Nel terzo mondo il divario generazionale (per l’alta natalità) divenne ancora più ampio.

La cultura giovanile divenne la matrice di quella più ampia rivoluzione culturale che, modificando i costumi, il modo di trascorrere il tempo libero e la grafica pubblicitaria, creò sempre di più la particolare atmosfera nella quale era immersa la vita di uomini e donne che abitavano nelle città.” (388)

Due le caratteristiche della cultura giovanile dagli anni ’50:

  • cultura demotica” (da demos, popolo) ovvero i giovani del ceto medio alto imitano la cultura ceti bassi (vestiti, musica, linguaggio ecc.). Se prima i ceti bassi copiavano quelli alti ora avviene l’inverso: dal blues, ai blue jeans ecc., all’intercalare con parolacce;
  • cultura antinomiana (avversa alle regole, alle norme); al centro nel 1968 (vietato vietare): esaltazione della soggettività (“il personale è politico”, amore&rivoluzione”). Il sesso come attività dove più immediatamente si infrangono le regole”. Poi alcol e droghe (prima leggere poi eroina e cocaina). Omosessualità (da render pubblica) che emerse negli anni ’70. Autonomia illimitata del desiderio individuale. Analogia con la società dei consumi: centralità del soddisfacimento dei desideri.

“La rivoluzione culturale degli anni ’60 e ’70 può dunque essere intesa come il trionfo dell’individuo  sulla società, o piuttosto come la rottura dei fili che nel passato avevano avvinto gli uomini al tessuto sociale. … da ciò anche il senso di incomprensione tra coloro che avvertivano questa perdita e coloro che erano troppo giovani per aver conosciuto qualcos’altro che non fosse una società anomica.” (393-394)

Diffusione del neoliberismo e dell’individualismo di matrice statunitense (ma non solo). Margaret Thatcher: “La società non esiste; esistono solo gli individui”. (396)

L’individualismo ha colpito, soprattutto in occidente, le comunità cattoliche (es. Québec, Irlanda, Italia): crollo dei numero dei figli, calo della partecipazione alla messa ecc. (laicizzazione). Famiglie sempre più nucleari. Crollo delle vocazioni al sacerdozio.

Il ruolo della famiglia era centrale per sorreggere l’economia agricola e la prima economia industriale. Anche per garantire il rispetto dei contratti; solo successivamente questo ruolo sarà assunto dalla Stato: in sua assenza era garantito dai legami di sangue e di comunità (es. gruppi religiosi).

Lo stato assistenziale sopperisce al dissolversi dei legami familiari e comunitari di aiuto. “Il ruolo della famiglia e della parentela diminuisce con il crescere dell’importanza delle istituzioni statali” (399). Ricomparsa della “sottoclasse” (gli emarginati non in grado di guadagnarsi da vivere. Es. neri negli USA, immigrati, ecc.); poveri senza legami di aiuto. Nei periodi di crisi la parcellizzazione sociale (assenza di reti di aiuto) mostra i suoi limiti. L’ideologia individualistica capitalistica ha remato contro se stessa.

 

La decolonizzazione e la rivoluzione trasformarono vistosamente la mappa politica del pianeta. In Asia il numero degli stati indipendenti, riconosciuti a livello internazionale, si quintuplicò. In Africa, dove nel 1939 c’era un solo stato indipendente, dopo la decolonizzazione ce ne furono una cinquantina. Persino nelle Americhe, dove la decolonizzazione dell’inizio dell’Ottocento si era lasciata alle spalle in America latina circa venti repubbliche, un’altra dozzina se ne aggiunsero dopo la decolonizzazione novecentesca. Il fatto importante riguardo a questi nuovi stati non era però il loro numero, quanto l’enorme peso e la crescente pressione demografica che essi collettivamente esercitavano.” (405)

Diffusione del capitalismo ma con assetti politici diversi dalle democrazie occidentali: ruolo importante dei militari e delle autorità (e organizzazioni) religiose. Aumento delle differenze fra Nord e sud. Dagli anni ’70 si sviluppa il processo di globalizzazione dell’economia. Corruzione delle élite locali e reazioni fondamentaliste, antimoderniste. Migrazioni massicce dalle campagne alle città. Rivoluzione verde nelle campagne: coltivazione di varietà di cereali selezionate e sviluppo di coltivazioni destinate all’esportazione. Migrazioni e rimesse degli emigrati che trasformano le economia e le tradizioni di quei paesi. Nell’Area asiatica dell’URSS e nel Caucaso vi era però un terzo mondo tradizionale che fu conservato perché “la rivoluzione comunista fu una macchina che funzionò in senso conservatore” (432). Le masse giovani inurbate entrarono in conflitto con le vecchie élite occidentalizzate e laicizzate; in quelli asiatici e in quelli islamici con il conflitto si espresse “tra i vecchi leader laici e la nuova democrazia di massa islamica”. In altre aree con movimenti di lavoratori non socialisti (es. PT brasiliano) sostenuti dal clero cattolico. Estrema varietà di esiti e indirizzi in tutto il “terzo mondo”: unico fattore comune l’instabilità.

Il socialismo reale (436-468). Dopo la prima guerra mondiale l’unico impero sopravvissuto fu quello russo, non più sotto gli zar, ma sotto i bolscevichi. Area dei paesi socialisti, separata politicamente ed economicamente come sul piano della conoscenza e dell’informazione. L’ostracismo occidentale favorì la separazione e anche il riparo dalla crisi di Wall Street. Solo negli anni ‘70 e ‘80 l’universo economico del “campo socialista” incominciò ad integrarsi col mondo occidentale. Ma questo fu l’inizio della sua fine. L’isolamento era considerato una necessaria difesa prima dell’esportazione della rivoluzione a livello mondiale. Per prima cosa era necessario superare l’arretratezza: modello di pianificazione per paesi arretrati (come per le ex colonie) con sviluppo accelerato. La base venne posta durante la guerra civile (economia di guerra).

Due tendenza a confronto: gradualismo (Bucharin) vs accelerazione. NEP optò per una crescita economica equilibrata. Con Stalin invece prevalse l’industrializzazione forzata (Economia pianificata: piani quinquennali) e lo sfruttamento dei contadini con la collettivizzazione. Industrializzazione rapida e mantenimento della popolazione di poco al di sopra della sussistenza. Il tutto portò ad una rottura con la tradizione democratica del socialismo europeo: centralizzazione non solo economica ma anche politica (centralismo “democratico”). Sotto Stalin prevalse l’autocrazia con la fine della divisione dei poteri. Culto del capo (Mausoleo di Lenin): Lenin non pensava (come poi invece Stalin) alla teoria come una sorta di religione di stato (il “marxismo-leninismo”). Stalin “trasformò i sistemi politici comunisti in monarchie non ereditarie” (456).

Nel XVII congresso PCUS (1934) vi era la presenza di una opposizione a Stalin. Nel XVIII (1939) solo 37 delegati dei 1827 del ’34 erano ancora presenti mentre gli altri tutti epurati: la repressione di Stalin fu soprattutto contro il suo stesso partito. Sembrerebbe aver prevalso la paranoia rispetto al machiavellismo, al fine che giustifica ogni mezzo; c’era la volontà di eliminare ogni contrappeso e ogni altro possibile potere. Rinascita delle barbarie nel XX secolo rappresentata dal gulag. Però il sistema sovietico non era “totalitario”, non imponeva un pensiero unico a tutta la popolazione (a parte il partito e l’apparato statale) ma alla classe dominante (partito-stato): questo spiega il gran peso che assunse la cultura dissidente negli anni ’60-70.

Ungheria 1956

Gli altri stati comunisti si uniformarono al modello sovietico: partito unico e centralismo economico; in Germania est, Romania, Polonia e Ungheria fu imposto dalle truppe sovietiche; altrove da spinte e forze locali. Anche nei primi quattro paesi inizialmente ci fu appoggio popolare.

In Cina autonomia dall’URSS e appoggio formale (rottura poi con Chruščëv). Nel 1948 rottura con Tito ma il modello sostanzialmente non differiva. La crisi del blocco comunista si ebbe dal 1956 col XX congresso. Leadership riformiste in Polonia; rivoluzione in Ungheria con Nagy: no al partito Unico, no al patto Varsavia e neutralità; questo non fu accettabile per l’URSS e nel novembre scattò l’invasione e repressione sovietica. Non ci furono ripercussioni da parte occidentale: prevalse il principio di non ingerenza reciproca fra campo comunista e occidente (con l’eccezione di Cuba).

Nel 1968 emerge il movimento operaio polacco: un percorso classico di sindacalismo ma in funzione “antisocialista”.

(>> Un altro esempio di dialettica del rovesciamento: gli operai contro coloro che si autoproclamavano quali rappresentanti del potere proletario e del movimento operaio. Ne ho un ricordo netto anche visivamente: le immagini rimbalzate in occidente degli operai polacchi del tutto simili nei comportamenti di lotta, e sin modo di vestire, a quelli italiani mentre la “controparte” rappresentata dai sindacati ufficiali che si comportava (e vestiva) come i nostri rappresentanti del patronato.)

In Cecoslovacchia l’opposizione fu soprattutto interna al partito e in particolare slovacca (Dubcek): gli obiettivi erano la decentralizzazione economica congiunta ad una liberalizzazione culturale. Riflesso del ’68 anche all’est: primavera di Praga. Accoglienza calorosa a Praga di Tito e Ceausescu alla ricerca di una “terza via” comunista; anche in questo caso l’URSS effettuò l’intervento militare e in questo modo, per altri 20 anni, impose la compattezza del blocco comunista con la minaccia delle armi. Da sottolineare come fino agli anni ’50 l’economia di questi paesi crebbe, poi rallentò e l’occidente la superò nettamente (cosa ad es. visibilissima nel confronto fra lo sviluppo delle due Germanie).

 

La frana (pp. 469-675)

(>> Questa, a mio parere, è la sezione più interessante, o meglio la più attuale, per la grande capacità di Hobsbawm di descrivere e anticipare processi che ancora caratterizzano il mondo odierno. Seguo pertanto la scansione del testo con maggiore corrispondenza e lasciando più spazio alle citazioni dell’autore.)

 

I decenni di crisi (cap. XIV)

[1] La crisi globale iniziò dopo il 1973, ma venne riconosciuta solo dopo il crollo dell’URSS; in quei 20 anni si parlò di recessioni, per non richiamare la grande catastrofe del ’29. Crisi per certi versi inspiegabile date le innovazioni (es. rapidità delle informazioni e flessibilità nelle produzioni in modo da rispondere alla mutazioni della domanda). Crescita più lenta e crisi in Africa, Asia occidentale e America latina. Nell’Est Europa calo del prodotto

Coefficiente Gini

lordo. Diverso il caso della Cina che nello stesso periodo cresce rapidamente. In Europa la crescita economica si accompagna con l’aumento della disoccupazione nonostante la stagnazione della popolazione. Aumento della povertà anche nei paesi più ricchi. Aumento delle diseguaglianze registrabile con il Coefficiente Gini. Fine dell’aumento quasi automatico delle retribuzioni. La spesa assistenziale moderò gli effetti della crisi, ma la sua crescita incise negativamente sull’economia. Il fattore più dirompente era l’incontrollabilità del sistema.

Nessuno sa come affrontare le variazioni capricciose dell’economia mondiale né possiede gli strumenti per controllarle. Lo strumento più importante usato nell’età dell’oro, cioè la politica direttiva dello stato, coordinata a livello nazionale o internazionale, non funziona più. I decenni di crisi hanno segnato la perdita del potere economico da parte dello stato nazionale.” (477)

Non lo si capì subito e si riproposero vecchie ricette. All’opposto i liberisti erano all’offensiva (premi Nobel a liberisti, es. Milton Friedman nel 1976). Colpo di Stato in Cile nel 1973 e applicazione nel paese del totale laissez faire a dimostrazione che il libero mercato che non implica affatto la democrazia politica. Novità come la stagflazione (stagnazione economica e inflazione).

Confronto fra opposte concezioni. Keynesiani: alti salari, pieno impego e stato assistenziale alimentano espansione: bisogna stimolare la domanda. Neoliberisti: solo l’incremento dei profitti è il vero motore della crescita economica (in economia capitalistica): la mano nascosta del libero mercato che alla fine produrrà il benessere per tutti.

Scontro più ideale che “fattuale”. Divaricazione fra le richieste dei capitalisti e quelle dei lavoratori (mentre nell’età dell’oro l’aumento dei profitti e quello dei redditi potevano procedere parallelamente).

Il modello Svedese (piena occupazione, espansione pubblico impiego, assistenza con scarsa crescita redditi e tasse alte) senza crescita entrò in crisi dalla metà anni ’80. Ciò che incise maggiormente fu però la mondializzazione dell’economia (salvo negli USA per la sua grandezza) che metteva le singole economie alla mercé del mercato mondiale. Politiche di austerità nel tentativo di ridurre la spesa pubblica. (480)

Il Neoliberismo sferrò la sua critica all’economia mista: il privato è bello mentre lo stato è il problema. Ormai la spesa pubblica era il 25% negli USA e almeno il 40% in Europa. E non bastava introdurre criteri imprenditoriali nel pubblico (finzione ideologica). Anche la Thatcher aumentò le tasse.  E Reagan aumentò la spesa pubblica (spese militari) pur adottando ufficialmente il monetarismo (criterio della parità di bilancio). E si venne a scoprire che in quegli anni l’economia maggiormente in crescita era quella cinese e i manager … si misero a studiare Confucio.

I nuovi processi alla base del instabilità: la sostituzione progressiva dell’abilità dell’uomo con quella delle macchine con la conseguente crescita disoccupazione. La eliminazione di manodopera a un ritmo elevato si produsse anche nei settori industriali in espansione (es. dipendenti della telefonia in calo nonostante l’aumento esponenziale delle telefonate). Non fu solo il trasferimento delle produzioni all’estero nei paesi a basso costo di mano d’opera a produrre disoccupazione. Ovunque l’automazione costava meno della forza lavoro. “Più alta è la tecnologia, più dispendiosa diventa la componente umana del processo produttivo in confronto a quella meccanica. … la produzione eliminava manodopera più di quanto l’economia di mercato generasse nuovi posti di lavoro” (484).

Privatizzazioni da un lato e indebolimento dei sindacati dall’altro. L’economia mondiale si stava espandendo “ma si era rotto quell’automatismo per cui l’espansione produceva occupazione per uomini e donne che si affacciavano al mercato del lavoro senza una qualifica professionale” (484). Se la rivoluzione agricola aveva fornito ex contadini (senza qualifica) alla nascente industria, l’automazione a chi cedeva la massa di ex operai? il settore informatico richiede alta qualifica.

Nei paesi capitalisti ricchi la manodopera in esubero poteva ripiegare sull’assistenza pubblica, anche se i lavoratori permanentemente assistiti diventarono oggetto del rancore e del disprezzo di coloro che sapevano di guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro. Nei paesi poveri i disoccupati entrarono nella oscura ma vasta area dell’economia ‘sommersa’ o ‘parallela’, nella quale uomini, donne e bambini vivevano non si sa bene come, grazie a lavorucci, servizi di vario tipo, espedienti, compravendite e furti.” (485) L’economia sommersa si diffuse progressivamente anche nei paesi più ricchi.

[2] Dall’espulsione degli operai si passò a quella dei ceti impiegatizi: anche qui per effetto dell’automazione.  Crescente insicurezza e “crescita dell’odio” e del rancore sociale. La critica ai partiti al governo non andò più a favore dei partiti di opposizione. Divaricazione nell’elettorato dei partiti socialdemocratici: chi mantiene i salari, chi li vede deprezzati dalla concorrenza internazionale e chi cadeva nella “sottoclasse”, vittime disprezzate da tutti. Crescita dei partiti xenofobi e razzisti, autonomisti/secessionisti su base etnica (e non solo). Crisi delle politiche universalistiche (liberali o socialdemocratiche), ostilità crescente verso gli immigrati. Crollo dei partiti tradizionali.

[3] Crisi parallela dei paesi socialisti e fine della “interdipendenza della guerra fredda” che garantiva l’equilibrio interno delle due parti “che stabilizzava sia le superpotenze sia il mondo che da loro dipendeva e, quando crollò, gettò nel disordine tutti gli equilibri. Il disordine non fu soltanto di natura politica, ma anche economica.” (489) Non solo i singoli paesi entrarono, non attrezzati, ciascuno per suo conto nel mercato globale, ma anche l’occidente non era pronto ad integrarli (es. la Germania e la Finlandia). I riformatori dell’est pensavano di imitare e proporre un modello di socialdemocrazia ma il crollo dell’est coincideva con la crisi dell’ovest e quel modello era obsoleto per cui i paesi ex-socialisti abbracciarono il neoliberismo più sfrenato (che era anch’esso irrealizzabile). Le società dell’est erano rimaste più conservatrici e meno moderne (per minore ricchezza o per più rigido controllo?). “Il paradosso del comunismo una volta giunto al potere è stato quello di essere conservatore”. (493)

[4] I paesi del Terzo mondo dal 1970 sprofondarono tutti nel debito e con tasso imposto delle banche al 9,6% ad un certo punto non riuscivano più a pagare nemmeno gli interessi. Il risultato fu l’allargamento del divario fra paesi ricchi e paesi poveri. Gli investimenti divennero sempre più selettivi (specie in area asiatica).

[5] L’economia transnazionale (e il sistema complessivo delle comunicazioni) hanno favorito l’indebolimento degli stati e il neoliberismo ha fatto assorbire dal mercato buona parte dei servizi di welfare. Paradossalmente si registrarono parallelamente fermenti separatisti che spezzarono gli stati in entità più piccole e pertanto ancora più deboli. Il modello degli stati (micro) “nazionali” tese a prevalere di contro agli stati plurinazionali. I motivi erano soprattutto economici: le aree più ricche tendevano a separarsi per non sobbarcarsi più il “peso” di quelle meno ricche. Micro comunità identitarie che di fatto indeboliscono l’identità collettiva.

La politica dell’identità e il nazionalismo di fine secolo non sono perciò programmi, e ancor meno sono programmi efficaci per affrontare i problemi della fine del ventesimo secolo, ma sono piuttosto reazioni emotive a questi problemi.” (502)

Ma chi può affrontare questi problemi? gli stati nazionali sempre meno. Debolezza dell’ONU e degli altri organismi internazionali (nonostante il loro proliferare). Potere crescente degli organismi finanziari (Fondo monetario internazionale, Banca mondiale) che hanno imposto politiche liberiste e monetariste senza curarsi delle conseguenze nei singoli stati.

 

Terzo mondo e rivoluzione (cap. XV)

Crisi del modello marxista e del suo influsso, in particolare dopo il ’56; instabilità di tutto il terzo mondo. Problema del debito: molti stati non riuscivano più a pagare nemmeno gli interessi. Ascesa con Khomeini dell’islamismo… Declino delle élites rivoluzionarie (in genere marxiste) e manifestazioni di massa (ruolo crescente delle masse: Cina, paesi arabi …) contro il potere ma con scarso esito e comunque difficoltà a creare nuovi assetti stabili; tendenza crescente alla urbanizzazione.

Il mondo che entra nel terzo millennio non è un mondo di stati o di società stabili.

 Anche se è quasi certo che il mondo, o almeno gran parte di esso, sarà scosso da mutamenti violenti, la natura di questi mutamenti resta oscura. Alla fine del Secolo breve il mondo si trova in uno stato di crollo sociale piuttosto che di crisi rivoluzionaria ….” “Oggi …uno scontento verso lo status quo focalizzato in senso rivoluzionario è meno comune di quanto lo siano il rifiuto generico della condizione presente, l’assenza di partecipazione alla vita politica o la sfiducia verso le organizzazioni politiche, o semplicemente un processo di disintegrazione al quale le politiche statali interne e internazionali si adattano al meglio delle loro possibilità.

Il mondo attuale è anche pieno di violenza, più che nel passato, e, cosa altrettanto importante, è pieno di armi. … la facilità con la quale oggi è possibile entrare in possesso di armi ed esplosivi altamente distruttivi è tale che il consueto monopolio dello stato sugli armamenti nelle società sviluppate non può più essere dato per certo.

Il mondo del terzo millennio quasi certamente continuerà a essere un mondo di politica violenta e di violenti mutamenti politici. La sola cosa incerta è la direzione in cui ci porteranno”. (535-536)

La fine del socialismo (cap. XVI)

  1. Il comunismo cinese “non poteva essere considerato semplicemente come una sottospecie del comunismo sovietico” (538); precedente ricchezza culturale di uno stato unitario e omogeneo e sua autosufficienza. Il confronto con il Kuomintang e la lunga marcia portarono alla ribalta l’utopismo collettivista di Mao (che conosceva più Stalin e Lenin che Marx). Il cemento del suo partito non era tanto l’ideologia ma l’organizzazione. Fasi alterne e talora contradditorie delle sue politiche. Rottura con l’URSS nel ’56, la collettivizzazione dell’agricoltura (1955-57), il grande balzo dell’industria (’58), carestia del 59-61 e i dieci anni di Rivoluzione culturale fino alla morte di Mao (1976). Nonostante tutti gli errori e le forzature, la Cina, che rimase essenzialmente paese agricolo (la popolazione rurale fino agli anni 80 non scese sotto l’80%), aveva un tenore di vita superiore alla gran parte dei paesi del terzo mondo. Con la morte di Mao si cambiò rotta (arresto della Banda dei quattro) e si impose il nuovo corso pragmatico di Deng Xiaoping.
  2. Qualcosa non funziona nei socialismi reali; in URSS l’economia rallenta dal 1970, si esporta energia e si importano macchinari, sintomo di una carenza di innovazione. Anche gli indicatori sociali non migliorano (es. il tasso mortalità). Il termine “nomenklatura” si diffuse dall’Urss all’occidente: espressione di un cambiamento di visuale (ora negativa) sull’apparato. Maggiore influenza e ripercussioni delle crisi di mercato occidentali. Periodi di stagnazione (periodo di Brežnev) in URSS e di debolezza degli altri paesi del blocco sovietico: l’Ungheria e la Polonia sempre più indebitate con l’Occidente.
  3. Michail Gorbaciov divenne segretario nel 1985. La sua volontà riformatrice era indubbia e venne riconosciuta anche dall’occidente. “Se ci fu un uomo che da solo pose fine a quarant’anni di Guerra fredda mondiale quello fu Gorbaciov.” (557)
  4. Perestrojka (ristrutturazione dell’economia e del sistema politico) e glasnost (libertà di informazione) furono le sue parole d’ordine ma tra loro vi era un conflitto insanabile: presupponevano una “riforma dal basso” a cui il paese non era preparato per la sua lunga tradizione centralista impressa prima dallo zarismo e poi da Stalin.
  5. Il 1989 sembra richiamare a distanza di due secoli l’89 francese. Gli ultimi anni del sistema sovietico e dei paesi satelliti furono invece una catastrofe al rallentatore.
  6. Due osservazioni. Il comunismo (marxismo leninismo) come ideologia si diffuse rapidamente, ma ancor più rapidamente scomparve dal pensare collettivo. Perché non era una “religione” di massa e non vi era stata “conversione”: era più che altro la “fede dei quadri”, il loro presupposto identitario, che un fatto di massa.

Con il crollo dell’URSS l’esperimento del ‘socialismo reale’ è terminato” (577)

Comunque “Il fallimento del socialismo sovietico non intacca la possibilità di altri tipi di socialismo”. (578) L’isolamento della Rivoluzione russa impedì che si aprisse un’altra strada (socialismo di mercato).

Morte dell’avanguardia. L’arte dopo il 1950 (cap. XVII)

  1. L’arte non va considerata in modo separato dal resto della società. Sempre più sfumato se non del tutto scomparso il confine tra ciò che è arte e ciò che non lo è.

La tecnologia rivoluzionò le arti nel modo più ovvio rendendole onnipresenti”: radio, radioline a transistor, grammofono, giradischi, audiocassette (anni ’70). E mutò l’impatto della politica: De Gaulle contro il golpe militare nel 1961 (messaggio alla radio) oppure l’Ayatollah Khomeini che poté propagare i suoi discorsi rivoluzionari tramite audiocassette.

Con la televisione si diffondono immagini in movimento in “diretta”; rapidità della sua diffusione: ad. es. negli anni ’80 circa l’80% dei brasiliani aveva ormai accesso alla TV. Sostituì la radio e il cinema quale forma di intrattenimento più diffusa; negli Usa dagli anni ’50; in Gran Bretagna dagli anni ’60. Il passaggio successivo fu realizzato dal videoregistratore. “Con la diffusione dei personal computer il piccolo schermo sembra esser diventato il più importante collegamento visivo dell’individuo con il mondo esterno”. (582) Onnipresenza dell’arte e sua diversa percezione da parte del “pubblico”.

Rottura della linearità del tempo. “È impossibile … per chi vive in questa realtà audiovisiva riappropriarsi della semplice linearità della sequenza percettiva dei tempi passati. Oggi, in pochi secondi, ci si sposta lungo tutta la gamma dei canali televisivi disponibili, mutando in maniera rapidissima i contesti percettivi”. (582)

Questo ha inciso soprattutto sull’arte popolare e meno su quella colta (specie quella più tradizionale).

  1. Spostamento geografico dell’arte dall’Europa occidentale agli Stati Uniti e poi a tutto il mondo (Asia, America latina, Africa). In URSS gran peso ha avuto la poesia e, in generale, la creatività dei paesi dell’Europa orientale ha fatto dell’arte uno strumento di opposizione.

Aumento crescente, con lo sviluppo economico dei paesi occidentali, delle spese pubbliche per l’arte e fiorire del mercato dell’arte con il suo rapporto ambiguo fra arte e denaro. Declino dei generi tradizionali in tutti i settori dell’arte.

Declino della lettura: per i bambini il gusto della lettura non è più spontaneo. “Le parole che dominano la società dei consumi in Occidente non sono più le parole della Bibbia e tanto meno quelle di scrittori laici, ma i marchi dei beni di consumo” (595); la Pop Art ha espresso “coil massimo possibile di accuratezza e impassibilità” le immagini diventate icone della società dei consumi.

Crisi del modernismo delle avanguardie che concepivano l’arte come progresso e nascita del “postmodernismo”: con il suo atteggiamento scettico nei confronti della modernità e del progresso. Mutamento del modo di percepire l’opera d’arte: non più momenti di “adorazione” nei musei, nelle pinacoteche, nei teatri e nelle sale da concerto che costituivano le chiese laiche della civiltà borghese: Walter Benjamin ha chiarito come l’epoca della “riproducibilità tecnica” ha mutato il nostro modo di percepire l’arte (perdita dell’aura).

La novità rispetto a questa percezione tradizionale è rappresentata dal fatto che la tecnologia ha immerso nell’arte la vita quotidiana, privata e pubblica. Mai come nel nostro secolo è stato così difficile evitare l’esperienza estetica”. (603)

La commercializzazione ha fatto sì che non ci sia più distinzione (o si faccia finta che non ci sia più) “tra ciò che è serio e ciò che è insulso, tra il buono e il cattivo, tra ciò che è professionale e ciò che è dilettantesco … in base all’assunto che la sola misura di merito sono le cifre delle vendite o che queste distinzioni sono elitarie…”. (604) Tutto questo porta a chiedersi: c’è un futuro per l’arte?

Stregoni e apprendisti stregoni: le scienze naturali (cap. XVIII)

Potere della scienza e sua autonomia. “La verità è che la scienza … è troppo grande, troppo potente, troppo indispensabile per la società in generale e per i finanziatori in particolare perché possa essere lasciata a se stessa. Il paradosso della sua situazione è che, in ultima analisi, l’enorme centrale di energia costituita dalla tecnologia del ventesimo secolo, e l’economia che essa alimenta, dipende sempre più da una comunità di persone relativamente piccola, per le quali le conseguenze titaniche delle loro attività sono secondarie e spesso insignificanti.” (643) Solo con l’autonomia la scienza è produttiva; ai governi non interessa la verità ultima, ma quella strumentale.

Verso il terzo millennio (cap. XIX)

  1. Siamo all’inizio di una nuova era, caratterizzata da una grande insicurezza, da una crisi permanente e dall’assenza di ogni tipo di status quo” … [M. Stürmer, 1993)

Il secolo breve è terminato lasciando aperti problemi per i quali nessuno ha o neppure dice di avere le soluzioni. Mentre i cittadini di questa fine di secolo cercano nella nebbia globale che li avvolge la strada per avanzare nel terzo millennio, tutto ciò che sanno con certezza è che un’epoca della storia è finita. La loro conoscenza non va oltre.

Per la prima volta in due secoli, il mondo manca del tutto di ogni sistema o struttura internazionale. È indicativo di questa mancanza proprio il fatto che, dopo il 1989, sono comparse decine di nuovi stati territoriali, senza che vi sia un qualche meccanismo indipendente per la fissazione dei loro confini e senza neppure che sia stata accettata la mediazione imparziale di terzi. (645-646)

Dopo le due guerre mondiali il mondo veniva ridisegnato dalle grandi potenze.

Dove sono, insomma, le potenze internazionali, vecchie o nuove, alla fine del millennio?”

(Usa, Russia, Comunità Europea ecc. non sono più tali). Il pericolo di una terza guerra mondiale sembra scomparso ma le guerre proliferano.  “Questa novità consiste nella democratizzazione o privatizzazione dei mezzi di distruzione, che hanno cambiato dovunque nel mondo la probabilità che avvengano episodi di violenza rovinosa. È ormai possibile per gruppi abbastanza piccoli, che si oppongono all’ordine esistente per ragioni politiche o per altri motivi, portare dovunque lo sconquasso …” (647)

Costi crescenti per “la sicurezza” che in realtà è sempre più problematico assicurare.

Il divario crescente fra i paesi ricchi e quelli poveri ha prodotto un rancore reciproco: fondamentalismo da un lato e xenofobia contro gli stranieri immigrati dall’altro. “Tuttavia, politicamente e militarmente, ognuna delle due parti è al di là della capacità dell’altra di imporre il proprio potere” (649).

Il primo mondo, nonostante la superiorità economica e militare può magari vincere una guerra ma non è poi in grado di garantirsi il controllo di quei territori. È finito il periodo del colonialismo dove le popolazioni si lasciavano governare.

In breve il secolo è finito in un disordine mondiale di natura poco chiara e senza che ci sia un meccanismo ovvio per porvi fine o per tenerlo sotto controllo” (650)

  1. La ragione di questa impotenza non sta solo nella profondità e complessità della crisi mondiale, ma anche nel fallimento apparente di tutti i programmi, vecchi e nuovi, per gestire o migliorare la condizione del genere umano”.

Il fallimento del comunismo sovietico ha trascinato nel discredito i socialisti e in genere il marxismo. Le cure liberiste si sono rivelate altrettanto fallimentari. Scarsa presa delle teorie economiche sulla realtà. “I Decenni di crisi hanno rivelato che le istituzioni avevano perso il controllo sugli effetti delle azioni umane collettive.” (652)

Declino in occidente delle religioni tradizionali, non compensato, se non in piccola parte, dalle nuove sette militanti e dai nuovi culti (appariscenti ma costituiti da piccole percentuali). I fondamentalismi dei paesi terzi sono il sintomo di un rifiuto “arcaico” del mondo occidentale (per certi versi una sorta di lotta di classe) ma “non offrono alcuna guida per la risoluzione di quei problemi. I movimenti fondamentalisti sono sintomi di quella malattia di cui pretendono di essere la cura”. (654)

Lo stesso vale per le politiche identitarie dei nuovi (micro) nazionalismi.

Il principio dell’autodeterminazione dei popoli in un mondo dove tutto è interrelato non ha più senso (o produce guerre a non finire e dispute sui confini, sulle enclave ecc.). Nuove forze politiche possono rovesciare quelle vecchie ma non hanno maggiori probabilità di offrire soluzioni. Sono impermeabili alle teorie economiche del liberalismo e del libero mercato e magari opteranno per qualche nazionalizzazione ma … “anche se sono pronti a fare qualunque cosa, come chiunque altro non sanno che cosa si debba fare.” (655)

(>> Non credo serva sottolineare l’attualità oggi – aprile 2018 – di queste parole. Le forze politiche “nuove” parlano “a vuoto” di cambiamento senza precisare di che tipo di cambiamento si tratti e pertanto sanno dire cosa non vogliono e pochissimo quello che vorrebbero con una disponibilità alle più svariate alleanze che non è sintomo di “centralità” ma di vaghezza. E le forze tradizionali sono paralizzate dalla incapacità di capire quello che sta succedendo.)

  1. Dove stiamo andando? Neppure l’autore, dichiara Hobsbawm, lo sa. “Tuttavia alcune tendenze di lungo periodo sono così chiare che ci consentono di abbozzare un elenco dei problemi mondiali più importanti e di definire almeno alcune delle condizioni richieste per la loro soluzione” (656)

Demografia: previsione di una stabilizzazione sui 10 miliardi intorno al 2030 con squilibri ulteriori tra le regioni e conseguenti nuove migrazioni; gli stati tenteranno di rispondere o con sistemi di apartheid o con forme di migrazioni temporanee.

Ecologia: purtroppo i cambiamenti climatici sono lenti e non esplosivi per cui si tende a rimandarli. Servono invece risposte globali, anche se quelle dei paesi più sviluppati, come gli USA, risulteranno maggiormente decisive. Hanno ragione i sostenitori di politiche ecologiche basate sul concetto (opportunamente impreciso, in quanta va adattato alle diverse situazioni) di sostenibilità.

  1. Economia: continuerà (oscillando) lo sviluppo, specie nel terzo mondo ma con diseguaglianze crescenti.

Un’economia mondiale che si sviluppa attraverso la produzione di diseguaglianze crescenti, quasi inevitabilmente genererà grossi problemi” (659)

Tre gli aspetti che creano allarme:

  • la tecnologia continua ad espellere dalla produzione di beni e servizi il lavoro umano, senza procurare nello stesso settore abbastanza lavoro per gli espulsi dal circuito produttivo e senza neppure garantire un tasso di crescita economica sufficiente ad assorbirli in altri settori. Pochissimi osservatori si attendono seriamente un ritorno sia pure temporaneo alla piena occupazione dell’Età dell’oro in Occidente”. (659-660)
  • Globalizzazione e spostamento della produzione industriale dove i salari sono più bassi: ne derivano delocalizzazione o/e calo dei livelli salariali per la concorrenza salariale mondiale.
  • Storicamente si rispondeva con il protezionismo anche se oggi la dimensione mondiale e l’ideologia liberista pura sembrano rendere difficile tale direzione. “L’economia mondiale è un motore sempre più potente e incontrollato”. La crescita dell’età dell’oro si basava su redditi alti dei consumatori (salariati): oggi questi redditi sono a rischio. La crescita del terziario in generale ha rallentato questi processi, ma oggi questi fattori stabilizzanti sono minati.

Nel corso dell’Ottocento il libero commercio aveva prodotto recessione (depressione) e il protezionismo (nei paesi occidentali) sviluppo. Il capitalismo oramai non riesce più a riformare se stesso: oggi non ha più una spinta esterna come furono comunismo e nazismo e nemmeno interna (movimento operaio). Il compito principale del nuovo millennio è “di considerare … i difetti intrinseci del capitalismo” (663).

  1. Gli analisti statunitensi pensavano che il crollo dell’URSS ratificasse il trionfo sia del capitalismo che della democrazia liberale. La realtà ha ampiamente dimostrato il legame non necessario fra capitalismo e democrazia e la possibilità di modi molto diversi di interpretare la democrazia (spesso formale o ridotta). Si apre un periodo di instabilità di tutti gli stati con esiti incerti:

La politica non è un ambito di previsioni futurologiche incoraggianti” (664)

Alcuni tratti “che si stagliano con forza nel paesaggio politico mondiale”:

  • Indebolimento dello Stato nazionale: erosione dall’alto (mercato, organismi sovranazionali) e dal basso (spinte autonomiste e indipendentiste, stati più piccoli, privatizzazioni di servizi che erano esclusivi dello stato come le Poste).
  • Eppure lo Stato è indispensabile per contrastare le tendenze all’ineguaglianza.

La distribuzione sociale e non la crescita dominerà la politica del nuovo millennio. È essenziale che non vi sia alcuna ripartizione delle risorse attraverso il mercato o, almeno, che vi sia una spietata restrizione del ruolo redistributivo del mercato se si vuol fronteggiare l’incombente crisi ecologica. In un modo o nell’altro il destino dell’umanità del nuovo millennio dipenderà dalla restaurazione dell’autorità pubblica”. (666-667)

  1. Quale natura e raggio d’azione potranno avere le autorità decisionali (nazionali e sovranazionali)? Come, ad esempio, si svilupperà l’Unione Europea? nasceranno altre strutture regionali simili (magari nell’ex URSS ecc.)? Gli organismi finanziari hanno oggi grande potere ma operano per rafforzare il libero mercato e pertanto aggravano tutti i problemi indicati.

E come la “democrazia” può invece risolvere i problemi? Siamo di fronte ad una crisi della democrazia: vi sono decisioni da prendere che non sempre (spesso) sono condivise dall’opinione pubblica (influenzata dai mass media). Ad esempio la necessità di aumentare le tasse. E molte decisioni sono su questioni su cui la maggior parte della popolazione non ha alcuna competenza; tanto più che sempre più spesso i tecnici non concordano fra loro.

Crisi nella identificazione collettiva in governi che perseguono in modo condiviso l’interesse comune. Anarchismo individualistico da una parte (USA) e corruzione delle classi dirigenti (Terzo mondo ma non solo; ad es. in Italia). Crisi della capacità di decisione delle democrazie mentre è sempre più forte il potere degli organismi come le banche centrali e quello degli stati autoritari. Il modello (non auspicabile) potrebbe essere quello della democrazia plebiscitaria; in sostanza una situazione non incoraggiante per il futuro della democrazia parlamentare liberale.

7. Conclusione. Impossibile fare previsioni. Siamo di fronte ad una crisi più lunga di quelle avutesi alla fine delle due guerre mondiali.

Il mondo rischia sia l’esplosione che l’implosione. Il mondo deve cambiare. Non sappiamo dove stiamo andando” (674)

Comunque una cosa è chiara. Se l’umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato o il presente. Se cerchiamo di costruire il terzo millennio su questa base, falliremo. E il prezzo del fallimento, vale a dire l’alternativa a una società mutata, è il buio.” (675)

 

Note

[1] Corso di Alta formazione – Livello avanzato Peer&Media Education (Cremit, Contorno Viola, ASL VCO): lezione “Dalla Peer Education alla Peer&Media Education” tenuta a Verbania, Villa Giulia il 28 ottobre 2016.

[2] Enzo Traverso, Il secolo di Hobsbawm (tratto da http://alencontre.org/ e tradotto dal francese da Titti Pierini).

[3] Il secolo di Eric Hobsbawm (MicroMega).

[4] G. Arrighi, The Long Twentieth Century. Money, Power and the Origins of Our Times [1994], Verso, Londra 2010.

[5] Da Il secolo di Hobsbawm (cfr. nota 3). Altre due presentazioni dell’opera di Arrighi, reperibili online, sono quelle di Pierfranco Pellizzetti (in MicroMega) e di Benedetto Vecchi (ne il manifesto).

[6] Eric Hobsbawm, “Conclusioni”, in Silvio Pons (a cura di), L’età degli estremi. Discutendo con Hobsbawm del Secolo breve, Carocci, Roma. 1998, p. 33.

[7] Il titolo originale è infatti Age of extremes. The short Twentieth century 1914-1991.

[8] La Fine della Cultura. Saggio su un secolo in crisi d’identità, Rizzoli, Milano 2013, p. 7.

[9] Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Garzanti, Milano 1967, p. 95.

[10] Ruggero Eugeni, La condizione postmediale. Media, linguaggi e narrazioni, La Scuola, Brescia 2015, p. 20.

[11] Il secolo breve, BUR, Milano 2000, p 581.

[12] Cfr. Zygmunt Bauman, Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 29.

[13] Serge Tisseron, L’intimité surexposé, Hachette, Paris 2002.

[14] La condizione etc. cit., p. 8.

[15] Tzvetan Todorov, Il nuovo disordine mondiale. Riflessioni di un cittadino europeo, Garzanti, Milano 2003.

[16] Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Arte e società di massa, Einaudi, Torino 1966.

[17] Luciano Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Cortina, Milano 2017. Per un commento articolato cfr. Dal mondo all’infosfera: così è cambiato il nostro habitat di Remo Bassetti.

[18] Senza pretesa di ordine né tantomeno di completezza. Magari su alcuni di questi interrogativi riuscirò a ritornare in qualche prossimo post.

[19] Jonathan Sacks, Non nel nome di Dio. Confrontarsi con la violenza religiosa, Giuntina, Firenze 2017, p. 30.

[20] Faccio riferimento all’edizione SB Saggi /BUR del novembre 2000.

[21] Afferma Rossana Rossanda, intervistata da Tommaso di Francesco su il manifesto del 5 aprile 2018: “Credo che bisognerebbe riflettere sul fatto che più che aggredire un comunismo che in Europa occidentale non c’è mai stato, quel che è stato aggredito dopo la caduta del muro di Berlino è stata una certa interpretazione keynesiana che ha caratterizzato le costituzioni europee post-belliche.”

[22] Cfr. Gustavo Zagrebelsky, Il “Crucifige!” e la democrazia, Einaudi, Torino 2007.

[23] Einaudi, Torino 1966 (2^ ed. Riveduta). La citazione alle pp. 4-5.

Tre parole*

Resistenza.

Le parole sono pietre (Carlo Levi)

Parola esplicita e profonda.

Mentre in altre lingue, ad esempio l’inglese (resistance), il primo significato è quello fisico (di un corpo, di un circuito elettrico …), nella lingua italiana, già in numerosi scritti dal duecento in poi, prevale il suo significato politico ed etico civile.

Guido Cavalcanti: “I cittadini di Firenze …cercarono che i sottoposti fussero accatastati …, a questo facevano grandissima resistenza. Opposizione ad un’autorità, ad un suo provvedimento, contrasto a ciò che viene percepito come oppressivo e lesivo di un diritto; contrasto che ha implicito in sé il suo carattere di legittimità (giuridica o comunque etica).

Francesco Guicciardini “… essendo una città un corpo gagliardo e di grande resistenza, bisogna bene che la violenza sia estraordinaria e impetuosissima a atterrarla”.

Diversamente da parole come lotta, ribellione, guerra e simili, in cui prevale il momento dell’azione (sociale, politica, militare), resistenza prima ancora di un’azione energica di difesa e di contrasto indica un atteggiamento fermo e risoluto e una attitudine, una “saldezza”, una forza in primo luogo morale, di fronte ad aggressione e violenza.

Un significato morale e civile che precede quello militare, dunque.

L’origine è dal tardo latino resistentia, derivata dal verbo re-sistere: star fermo, fermare, contrapporsi, star saldo contro qualcosa o qualcuno, ed anche rialzarsi, rimettersi in piedi, risorgere.

C’è una affinità di origine con un altro composto di sistere (fermarsi): ex-sitere (sorgere, nascere, esistere) per cui sembra legittima una connessione con esistenza: ribadire, riaffermare la propria esistenza, la propria individualità e diversità nei confronti di un regime totalitario e totalizzante.

Un esempio per tutti: Cleonice in prima fila tra i 43 di Fondotoce; una donna a cui la vita ha concesso ben poco; dalla violenza nelle mura familiari a quella subita nelle case dell’aristocrazia romana; dal dolore per la malattia e morte del suo compagno milanese, all’arresto e alle percosse nei sotterranei di Villa Caramora. Travolta a forza, forse umiliata, ma visibilmente non piegata, fino all’ultimo tesa a riaffermare la sua identità e a sollecitare orgoglio e coraggio nei compagni.

 

Shoah

 Non permettete alle parole di oltrepassare il pensiero (Anton Čechov)

Shoah (anche Shoa’ o Sho’ah) termine di origine biblica che significa “desolazione, distruzione, catastrofe, annientamento”. Venne utilizzato dalla comunità ebraica di Palestina nel 1938, riferendosi al pogrom della “Notte dei Cristalli” (9-10 novembre) che segnò l’avvio della fase più violenta della persecuzione antiebraica. Da allora definisce il genocidio della popolazione ebraica d’Europa, perpetrato dal nazismo durante la Seconda guerra mondiale.

Viene preferito al sinonimo Olocausto in quanto quest’ultimo (dal greco holòkauston, da hòlos, tutto, e kaustòs , bruciato) nella tradizione ebraica indica il Sacrificio alla divinità di un animale e, per estensione, sacrificare la propria vita per un ideale religioso o civile; un significato che assimilerebbe lo sterminio del popolo ebraico ad un sacrificio offerto a (e voluto da) Dio. Inoltre Olocausto viene utilizzato anche in riferimento agli altri gruppi etnici, religiosi e sociali oggetto di sterminio sistematico da parte del nazismo: Rom (che hanno un termine analogo a Shoah: Porajmos “divoramento”), Slavi, Testimoni di Geova, omosessuali, disabili fisici e psichici ecc. Per estensione viene infine riferito anche ad altri stermini (olocausto armeno, nucleare …).

Primo Levi ne I sommersi e i salvati ricorda che le SS ammonivano cinicamente i prigionieri in questo modo: “In qualunque modo questa guerra finisca, …abbiamo vinto noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà …la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti.”

Parlare della Shoah è parlare dell’indicibile. Si è anche detto che non si può educare contro Auschwitz, in quanto segna una frattura non cancellabile della nostra storia, ma solo dopo Auschwitz. La pedagogista Clotilde Pontecorvo1 afferma che insegnare la Shoah significa immergersi in un duplice dilemma. Quello appunto fra la non riducibilità alle normali categorie di spiegazione (fra spiegazione e giustificazione il passo è breve) e la necessità di una compiuta ricostruzione storiografica. Il dilemma, inoltre, fra unicità e comparazione. La Shoah è comparabile? Su questa strada possono trovare il varco revisionismi e negazionismi. “E d’altra parte noi non vogliamo porre questo evento al di fuori della storia perché significherebbe rendere possibile la sua riproduzione. È quindi un rischio vederlo come un evento unico, così come è un rischio vederlo come uno dei tanti stermini. … C’è un conflitto, o se vogliamo un dilemma. E il dilemma è per definizione qualcosa che non si risolve, con cui ci si confronta continuamente e che ci deve guidare nell’analizzare, nel capire, nel fare capire.”

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1 “Il mio nome” in Una Città n. 46, dicembre 1995.

 

 

Scelta

Ci sono porte al mare che si aprono con parole (Rafael Alberti)

Parola cruciale. Il significato è chiaro: dal verbo tardo latino ex-eligere, ‘eleggere fra’, e pertanto l’elezione fra più candidati, lo scegliere fra più possibilità, ed anche l’oggetto di tale scelta.

Il nodo è semmai teorico ed etico. Affermare la propria possibilità di scelta significa affermare la propria libertà. Al di là di ogni ipotizzato condizionamento e determinazione (teologica, biologica, sociale o psicologica). Ed affermare la libertà comporta, altrettanto radicalmente, il dichiarare la responsabilità delle scelte effettuate.

L’uso quotidiano della parola non aiuta: ci sono “scelte” non realmente tali, ma banali preferenze.

La “Scelta” comporta individuare ciò che è meglio, ciò che è giusto; una valutazione di cui ci assumiamo il “peso”. Non è un aut aut (un o … o …), una decisione di fronte ad un bivio di possibilità equivalenti, ma, nell’espressione del danese Kierkegaard, un Enten-Eller: “questo, od invece quello”. Dove “questo” è la vita come è, la mera esistenza trascinata dalle circostanze. Mentre “quello” è altro, una deviazione, un salto, il prendere un’altra strada. La vera Scelta si pone allora fra il scegliere e il non scegliere. Scegliere individualmente e, talora, collettivamente.

Racconta Bruna Giardini del fratello Ermanno: “L’8 settembre tutti scappavano e lui si è rintanato in casa … tutti gli altri amici anche loro che erano a militare … si sono ritrovati a casa mia. Sono stati otto dieci giorni perché quelli della polizia pressavano perché dovevano presentarsi perché erano disertori. E loro, tutti, molti erano, han deciso: – Noi non andiamo, andiamo in montagna.”

Dove la “montagna” nell’uso corrente di quegli anni è contemporaneamente un luogo, un simbolo e una scelta di libertà. E la parola più usata all’inizio non è “partigiani”, ma “ribelli”.

Nei titoli dei memoriali della Resistenza e dell’Internamento, la parola “Scelta” ricorre, non a caso, con frequenza: “… accettare di continuare una guerra …o ribellarsi1.

Angelo Del Boca, nel suo bellissimo testo di recente ripubblicato2, in sedici narrazioni passa in rassegna altrettante scelte (e non scelte) dell’uno e dell’altro campo. Per rendere esplicita l’impossibilità di una equiparazione fra i due campi, ed anche per sottolineare il diverso spessore che una giusta scelta può assumere. E tanto più si trattava di spessore significativo, quanto più corrispondeva ad un uso proporzionato e consapevole della pur necessaria violenza. E tanto più ha lasciato segni duraturi.

Risponde Guido ai suoi ex-commilitoni “…ci sono vari modi di scegliere: si può scegliere per un giorno e si può scegliere per la vita. Io non sono tipo da scegliere per un giorno …3.

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1.F. Sciomachen e altri, La scelta 1943-1945, Alberti, Verbania 2001, p. 11.

2 A. Del Boca, La scelta, Neri Pozza, Vicenza 2006.

3 Ivi, p. 236.

 

 

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* Pubblicate in una rubrica titolata “In una parola” rispettivamente sui numeri 6/2006, 1/2007 e 2/2007 di Nuova Resistenza Unita.