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Frammenti similari di speranza.

4 febbraio 2013

Fractalia spei, frattali di speranza.

 Nel quinto anno di utilizzo di facebook e nel terzo di twitter ho sentito l’esigenza di una presenza on-line  che andasse oltre la sinteticità di un cinguettio e la velocità del social network più diffuso; tenendo anche conto che il social network di lettori aNobii ha cambiato natura ed è ormai alla deriva.

Un luogo dove depositare i piccoli frammenti di speranza che, similmente ai frattali, nel micro riflettono (e illuminano) il macro  della Speranza: quella di una società migliore di donne ed uomini giuste e giusti, libere e liberi e soprattutto eguali.

Imparare a sperare

La speranza non (solo) sogno né tantomeno fuga. Come ci ha insegnato Ernst Bloch non è passività (lo è la rinuncia e la paura) ma azione che interagisce col divenire, è un affetto contagioso e moltiplicatore:

«L’affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all’esterno può essere loro alleato. Il lavoro di questo affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono » (Ernst Bloch, Il principio Speranza, Garzanti 2005)

Corruptio optimi pessima (Sallustio)

Il percorso della speranza non è né lineare né ingenuo, sa dispiegarsi al vento favorevole ma sa anche arroccarsi in condizioni avverse, soprattutto sa evitare trappole e scorciatoie.

Nel dibattito con György Lukács (Intellettuali e coscienza di classe. Il dibattito su Lukács 1923-24, Feltrinelli 1977) al filosofo ungherese che sosteneva, in difesa del cosiddetto “socialismo reale”, che il peggior  socialismo è sempre meglio del miglior capitalismo, Bloch rispondeva citando Sallustio: Corruptio optimi pessima.
Il socialismo dell’est, che si è corrotto, non è più per niente socialismo, è peggio del capitalismo dell’ovest.

Ora questa citazione di Sallustio per me va ben oltre la vicenda conclusa dei socialismi dell’est Europa (o degli stati che ancora si definiscono socialisti o comunisti, a cominciare dal capitalismo nazionalista e comunista cinese).

Quando il lavoro non è più realizzazione e libertà, non è più lavoro ma schiavitù.

Quando l’educazione è ridotta a nozione e/o condizionamento, non è più educazione ma corruzione.

Quando la cultura non è più patrimonio per il futuro ma merce per l’oggi …

Quando la gioventù non è più proiezione nel futuro …

Quando la bellezza non è più la pienezza dell’essere di ambienti e persone ma abbellimento posticcio …

Quando la società non è più socialità …

Quando la pace diventa una parola per giustificare interventi militari …

Quando la democrazia non è più partecipazione di tutti …

Quando la politica non è ricerca del bene comune  …

E potrei continuare …

Germi di speranza

Per converso la speranza non ha sede solo nei rifugi del sogno e delle concretizzazioni artistiche, filosofiche o religiose, ma anche (e soprattutto) nella quotidianità. Occorre imparare a guardare per imparare a sperare. Laddove le cose son quello che devono essere e le persone riescono a compiere quello che devono compiere (il lavoro realizzazione, l’educazione scambio e crescita reciproca, la bellezza dimensione naturale di cose, luoghi e persone, la pace quotidianità d’interazione fra persone e gruppi, la politica passione e impegno ecc. ecc.).

L’apprendimento della speranza penso passi di lì.

Ma passa anche lanciando talvolta lo sguardo laddove la corruptio ha dominato e domina, nei luoghi del declino e della violenza: nessuno ne è immune e tutti abbiam bisogno di generare i nostri anticorpi.

9 novembre 1989

 La scelta dell’immagine. La Trabant, l’utilitaria familiare della  Germania orientale, che sfonda il muro di Berlino nel giorno della sua caduta. Tra le numerose immagini che decorano l’ex muro nella attuale East Side Gallery [1] diventato memoriale artistico per la libertà, mi è sembrata quella più significativa.

Quello che stava al di là e prima di quel 9 novembre non solo era corruptio di un’idea, ma frutto avvelenato che contamina anche l’oggi e che rende ormai inservibili le parole comunismo e socialismo, nate sotto tutt’altro segno.

Un discorso per la speranza della sinistra non può che ripartire da quel muro abbattuto e da quella data.

Gianmaria

PS. Aggiunta del settembre 2015.

Quell’immagine mi sembra oggi più che mai attuale. Quel muro è caduto ma la storia purtroppo si ripete, e non sempre in farsa. Dalla Palestina, al sud degli USA, all’Ungheria e paesi limitrofi. Certo i muri prima o poi sono destinati a cadere ma provocano sofferenze, intolleranze, emarginazioni.

Colpisce che proprio i paesi che nella loro storia li hanno abbattuti li ricostruiscano oggi. Commenta la filosofa Ágnes Heller, in riferimento alla situazione ungherese, suo paese natio:

Nell’89 sognavamo veramente un’Europa senza barriere e frontiere, caratterizzata dalla libera circolazione di persone e beni ma non è andata così. Ora vado in Messico a tenere una conferenza sul tema delle rivoluzioni. La domanda è: le rivoluzioni vengono tradite? Io dico di sì.” (2).

————–

  1. Berliner Mauer: East Side Gallery
  2. Intervista: La filosofa ungherese Ágnes Heller “Orbán è il Bonaparte dell’odio”, Il manifesto 25.09.2015.
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From → Editoriali

3 commenti
  1. claudio zanotti permalink

    Ciao Gianmaria e grazie per i contenuti del tuo editoriale d’esordio. L’antitesi sallustiana nella citazione di Bloch giganteggia sulla mediocrità dei nostri giorni…… Buon lavoro!

  2. Grazie e buon lavoro anche a te.

Trackbacks & Pingbacks

  1. Frammenti di centrosinistra | fractaliaspei

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