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Alla ricerca del padre

1 ottobre 2013

Ho pensato di aprire una sezione dedicata a “Padri & figli” non solo per poter inserire in questa “categoria” commenti a letture e riflessioni che stanno un po’ a cavallo fra Peer & new media e Violenze di genere, ma soprattutto perché mi pare l’ora di affrontare quello che è un nervo scoperto della nostra società e, per quel che ci riguarda direttamente, della mostra comunità locale. Ci siamo molto interrogati sui giovani, sulla adolescenza (problema o risorsa? …). Il problema, le domande più urgenti, stanno forse da un’altra parte: quella di noi adulti, dei padri (come persone e come funzione) che non ci sono più o che, se ci sono, non sanno più cosa ci stanno a fare. Non penso sia un problema di singoli ma di un’intera comunità e mi auguro che commenti e contributi di molti (qui o altrove) ci aiutino a trovare le risposte (e le azioni) adeguate.

 

Il peregrinare fra altri padri e nuovi fratelli

Dodici anni fa (26-27 ottobre 2001) avevamo organizzato al Cobianchi un Convegno dal titolo “Come noi nessuno mai. Nuovi adolescenti fra scuola e società civile”.

Di fronte ai cambiamenti delle nuove generazioni sentivamo (insegnanti e operatori del territorio) l’urgenza di leggere con occhi nuovi l’adolescenza (le categorie tradizionali sui libri non ci soddisfacevano più).

Dicevo nella presentazione:

È un incontro tra docenti e operatori dei servizi sociali e di associazioni formative, presenti qui in gran numero; poche in passato le occasioni di confronto fra scuola e formatori nel territorio: si trattava in genere di incontri focalizzati sul disagio e sulla devianza. Oggi vogliamo invece interrogarci sulla “norma”, su una “normalità” che è cambiata …

E nella presentazione della nostra indagine nella scuola sul bullismo veniva scritto:

Caratteristica saliente della società che chiamiamo “moderna” è la sua inarrestabile dinamica di trasformazione, delle strutture organizzative, delle relazioni e dei comportamenti. Cambiamenti che non sempre avvertiamo nella loro continuità, ma da cui periodicamente siamo colpiti per la loro profondità non appena riusciamo a focalizzarli e raffrontarli con quanto eravamo riusciti a delineare e concettualizzare tempo addietro. Ambito privilegiato del cambiamento sono i soggetti sociali più dinamici e ricettivi, gli strati giovanili in primo luogo; le modalità della frattura generazionale possono modificarsi anche radicalmente, talora persino rovesciarsi nell’esatto contrario (ad esempio dalla rottura precoce e spesso conflittuale con l’ambito familiare, alla attuale lunga adolescenza spesso caratterizzata  dal prolungamento della permanenza in famiglia del giovane adulto), ma la costanza di tale frattura, a partire dai moduli comportamentali e comunicativi, attraversa l’esperienza di tutte le generazioni. [1]

 

Qual era il senso complessivo di quelle riflessioni? – riflessioni che tra l’altro, per il sottoscritto significarono l’instaurarsi di un rapporto fecondo e duraturo con la peer education e l’associazione Contorno Viola –.

Era il ruolo crescente del gruppo dei pari, in positivo ma anche in negativo, quale prevalente riferimento normativo e identitario mentre le agenzie tradizionali, famiglia e scuola, si percepivano sempre più come inadeguate. Di qui l’individuazione del gruppo dei pari (e del gruppo classe nell’ambito della scuola) quale risorsa educativa.

Sintetizzando questa trasformazione dicevo non molto tempo fa ad un mio amico: la mia generazione, quella del ’68, era alla ricerca di altri padri – ed alcuni di noi hanno avuto la fortuna di trovarli – mentre gli adolescenti a cavallo del nuovo millennio si sono posti alla ricerca di nuovi fratelli maggiori.

Il gruppo dei pari come risorsa, il peer educator quale fratello maggiore. Il quadro era chiaro.

Ma ancora una volta la società cambia, cambia molto rapidamente, e le nostre chiavi di lettura, le nostre categorie sono perennemente in ritardo.

Il gruppo dei pari in una società fluida è sempre più un insieme instabile, non solo  (da tempo) le appartenenze (e pertanto le identità) sono multiple, ma l’universo digitale allarga, compone e scompone i gruppi dove, tra l’altro, l’esser pari può spesso aver poco a vedere non solo con il luogo ma anche con l’età. La ricerca per gli adolescenti di punti di riferimento rischia di essere un peregrinare senza meta e con punti di arrivo che si dimostrano rapidamente tappe provvisorie.

Museo Archeologico di Napoli: busto virile (Dioniso o Platone?)

Museo Archeologico di Napoli: busto virile (Dioniso o Platone?)

La funzione del terzo

Dall’altro lato la funzione del padre è da tempo in crisi: il suo ruolo “terzo” si poneva come autorità in grado di porre un limite al rapporto simbiotico madre-figlio, indirizzando al  differimento del piacere attraverso la scoperta del mondo sociale e delle sue regole. La crisi di quel modello è sotto gli occhi di tutti e sono del tutto inutili i richiami nostalgici che vorrebbero riproporlo.

Ma non penso nemmeno che sia da accettare come ineluttabile (o addirittura da esaltare) la “società senza padri”. Le ripercussioni sono tanto a livello individuale con la crescente fragilità sia dei padri che dei figli (in alcuni casi dall’esito tragico) quanto a livello di comunità, in particolare nel rapporto fra scuola e famiglia con la messa in crisi del reciproco ruolo educativo.

Genitori o che sono del tutto assenti o che assumono unicamente il ruolo (materno) protettivo o (fraterno) difensivo/controffensivo nei confronti degli insegnanti e della scuola di cui vengono disconosciuti professionalità e mission educativa. Istituzioni scolastiche che di fronte alle competenze digitali di gran parte dei nuovi allievi (i nativi digitali) rispondono talora in modo puramente difensivo ed autoritario (i divieti), talaltra con proposte puramente tecnologiche (LIM, libri di testo digitali ecc.): in entrambi i casi senza assumersi un ruolo specificamente educativo e senza interagire in modo complementare con le funzioni genitoriali.

Reinventare la paternità è difficile: non si può riprodurre l’im­possibile modello del padre detentore di saperi sociali e di identità consolidate, ma neanche inseguire una “femminilizzazione” del rap­porto con i propri figli. Insomma non è più possibile né la finzione del pater familias, che generazioni di madri hanno tentato di assecon­dare anche quando i maschi avevano sostituito il trono dell’autorità con la poltrona davanti al televisore, né quella del mammo, che … scimmiotta spe­cificità materne.. [2]

Ripensare, reinventare la funzione paterna e farlo a livello di comunità; questa penso sia la difficile sfida che abbiamo di fronte.

——–

[1] ITI Cobianchi, Scherzi, nonni e bulli. Indagine conoscitiva, Verbania 2001, p. 5

[2] S. Ciccone, Essere maschi. Tra potere e libertà, Rosenberg & Sellier, Torino 2009, p. 170

 

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3 commenti
  1. il tema mi piace, ma credo che dobbiamo parlarne con parole più semplici, reali, quotidiane. Non con meno significato: bisogna ricordare che complichiamo le cose quando siamo confusi.
    Io credo che non si possa, e non si debba, parlare del padre senza parlare della madre, e dei figli: in altre parole, bisogna parlare della famiglia, nella sua complessità, nel suo essere un sistema complesso, non lineare, nel quale non funzionano le approssimazioni per comprendere. La famiglia è fatta dai genitori e dai figli, di questo dobbiamo parlare. Poi potremo insistere sull’aspetto paterno, ma tenendolo dentro al modello, non estraendolo/astraendolo.
    Per parlare della famiglia dobbiamo cominciare dalla biologia, dai dati evoluzionistici, altrimenti non sappiamo chi siamo, da dove veniamo, perchè ci comportiamo in certi modi, perchè ci sono relazioni di un certo tipo, dove gli antichi riconoscevano gli Archetipi. Nella tua analisi vai direttamente su un livello di comportamenti e strategie che non possiamo capire se non li analizziamo: e per analizzarli non è sufficiente il modello psicologico, quale esso sia: dopo l’irruzione delle Neuroscienze nel campo degli studi umani tutto è cambiato, tutto si è arricchito. Abbiamo visto come i nostri comportamenti nascano da funzioni del nostro cervello primitivo, inconscio, automatico, che funziona in questa triplice modalità per permetterci di sopravvivere. Le strategie di sopravvivenza sono certamente individuali, ma modulate da istruzioni geneticamente tramandate. La maternità, il modo femminile di essere genitore ha un’ampia base biologica, che si manifesta all’Equatore come in Scandinavia,ed il padre tenderà sempre a educare, nel figlio, certe capacità invece che altre. Senon partiamo da qui, ogni analisi dei modelli famigliari, ma anche sociali, sarà forzatamente incompleta, perchè analizzerà solo la punta dell’iceberg, non ciò che immediatamente non è visibile. Non possiamo capire il tema del bullismo, o il danno che necessariamente produce l’esposizione continua ai media violenti, se
    non studiamo questi aspetti dal punto di vista neurobiologico.Bene, eccomi

  2. Sto leggendo alcuni articoli del tuo blog, molto interessante. Sono un giovane padre sempre alla ricerca…Leggendo questo articolo, in particolare, mi sono venuti in mente alcuni lavori dedicati al Maschile ed al paterno che aveva fatto Risè. Comunque grazie e a presto!

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  1. Socialità ristretta dei giovani? In Italia e nel Verbano Cusio Ossola | fractaliaspei

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