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Alcune riflessioni sul femminicidio e sulla violenza

7 febbraio 2013

Alcune riflessioni sul femminicidio e sulla violenza.

di Andrea Bocchiola * e Sonia de Cristofaro *

(* Psicoanalisti)

Premessa

Le considerazioni che seguono richiedono alcune, scontate premesse, che tuttavia vale la pena richiamare alla mente.

Innanzitutto vorremmo ricordare che il problema di fondo non è già il femminicidio, reato oltremodo esecrabile, ma l’omicidio e l’uso della violenza reale (fisica). Il problema è la prevenzione e l’interdizione dell’omicidio e casomai la punizione del reato. Si tratta con ogni evidenza di una questione di legalità e di ordine sociale: semplicemente è vietato uccidere e ciò indipendentemente dalla connotazione che l’omicidio assume nella sua concretezza fattuale.

Poi vi sono le figure che l’omicidio di volta in volta assume e che occorre ogni volta avvicinare con tutta la delicatezza del caso ma nella consapevolezza che il divieto di uccidere vige malgrado le condizioni particolari che portano all’omicidio o all’uso della violenza e malgrado le argomentazioni psicologiche o sociologiche che rendono intelligibile il suo scoppio.

L’osservazione sarà banale ma non è scontata. Non lo è dal punto di vista della costruzione dei dispositivi di legge preposti a regolare l’ordine sociale e che sempre più dipendono dalla consulenza degli esperti “scientifici” e dai loro modelli teorici (ed ideologici) di riferimento. Non lo è dal punto di vista della sorveglianza sociale, anch’essa sempre meno garantita dai dispositivi di legge e sempre più delegata alle schiere degli esperti, che dal punto di vista delle loro pratiche di scrittura scientifica stabiliscono cosa è possibile fare o non fare (ciò che la sociologia e la filosofia della politica chiamano “sorveglianza a bassa intensità”). Ed ancor più non lo è dal punto di vista soggettivo. Tutti noi conosciamo la perversa collusione tra il classico “spostato” che uccide un migrante e poi si giustifica parlando come uno psicologo od un assistente sociale (l’infanzia difficile, il padre assente, la povertà d’origine), e il nostro desiderio o bisogno di comprendere (ed alla fine giustificare) quell’azione affinché questa possa essere incasellata e non giunga a turbare la visione che abbiamo di noi stessi. In questa situazione il desiderio di evacuare l’orrore trova sin troppo terreno fertile nel corpo di apparati disciplinari che forniscono al primo gli argomenti a discarico, ed a noi una chance di comprensione “pulita” della violenza, che alla fine “salva tutti”.

E con questo veniamo alla terza premessa. Se vogliamo provare ad oltrepassare il confine delle stigmatizzazioni morali o fare qualcosa di più cogente che una semplice autocritica di genere, se vogliamo evitare di incasellare ed alla fine allontanare da noi stessi atti mostruosi come l’omicidio, dobbiamo mettere in conto che essi in qualche modo ci toccano e ci riguardano molto da vicino. Che, in certo modo, parlano di noi a noi stessi.

L’assenza di un “terzo”

Veniamo dunque al femminicidio. Tutti noi sappiamo che l’alveo in cui esso precipita è quello negletto e silenzioso della violenza sulle donne, e tutti noi intuiamo che la violenza sulle donne è sovente, sebbene implicitamente sostenuta, se non culturalmente, almeno ideologicamente, cose se costituisse uno degli sfondi osceni del patto sociale che unisce i membri di una cultura o di una società (quella occidentale avanzata inclusa). Da questo punto di vista e per evitare divagazioni che ci porterebbero troppo lontano, c’è una domanda che non può non essere sollevata e che riguarda la relazione tra le donne (e le vittime della violenza) e le istituzioni preposte alla sua prevenzione, alla protezione dell’ordine sociale ed alla giustizia. A questo riguardo dovremmo interrogarci sul tipo di accesso alla giustizia che le donne hanno o possono coltivare. Bisognerebbe chiedersi che dialogo esse hanno con i rappresentanti dell’ordine? Se sono questi un interlocutore possibile per le donne e per le donne in condizioni di pericolo personale? Se una donna in pericolo, minacciata dal partner, da un estraneo, da chiunque, sente di avere un interlocutore nelle forze dell’ordine e nella giustizia di un tribunale, oppure no. Ancora dovremmo interrogarci su come questi ultimi rispondano alle richieste di aiuto e protezione rivolta loro dalle donne, poiché, come purtroppo molti di noi sanno, non pochi sono i casi in cui una simile richiesta è caduta nel vuoto o rimandata ad un “quando si sarà calmata ci richiami”. E duole ancor di più riconoscere che non così è in altri paesi occidentali, dalla Francia agli Stati Uniti.

Ad ogni modo, queste scontate domande forniscono sia una prima risposta operativa al rischio della violenza e del femminicidio, sia il destro ad una possibile e cogente riflessione.

Quanto alla risposta operativa c’è sicuramente un rapporto tra le donne e la giustizia, tra le donne e le forze dell’ordine che va più costruito che ricostruito. Anche perché è inutile illudersi, nessuna autocritica di genere (maschile) metterà mai al riparo le donne dalla violenza maschile. L’autocritica, al più ripulirà la coscienza maschile ma non la proteggerà dall’agito violento. Quello che è indispensabile invece è che le istituzioni si offrano alla donna come un suo reale e utilizzabile interlocutore, siano capaci di intercettare la loro domanda di aiuto e per questa via possano fungere da elemento regolatore nella relazione tra le donne e gli uomini.

Ovviamente tutto questo non lo si fa dispiegando indebite ed alla fine patetiche oltre che intrusive strategie di comunicazione psicologica ed invito alla denuncia, o campagne di comunicazione che lasciano il tempo che trovano. Lo si fa invece costruendo per tutti, non solo per le donne, ma anche per gli uomini, una relazione di fiducia con delle istituzioni che, a partire dalla scuola, mostrano di saper tenere la propria posizione, di essere all’altezza del loro mandato simbolico, di non essere intrusive od arbitrarie (di non essere, insomma, quello che fondamentalmente sono le istituzioni in Italia), e più ancora di saper partecipare non solo un interlocutore in caso di necessità, ma un elemento attivo nella formazione stessa degli individui e dei cittadini.

Quanto alla riflessione che ne segue, proveremo a formularla con due constatazioni e con una domanda. La prima constatazione riguarda la necessità che vi sia, nella relazione tra uomini e donne un elemento “terzo” (la giustizia) che funga da regolatore e che questo “terzo” sia accessibile e presente ad entrambi. Cosa che evidentemente non è. La seconda constatazione ci fa dire che questo elemento terzo dovrebbe già essere presente nei pensieri e nel comportamento di una donna, e che il suo potere regolatore dovrebbe essere innanzitutto soggettivo e quindi, solo in seconda battuta, esterno e poliziesco. Ogni donna dovrebbe disporre di un campanello di allarme interno che, dinanzi a certe situazioni gravide di violenza le fa dire “no” prima ancora di incespicarvi.

Di qui la domanda conseguente: non dovremmo forse pensare che se una donna si trova invischiata in una relazione pericolosa e gravida di violenza, questo “terzo” è anche e innanzitutto, almeno dal punto di vista soggettivo, assente nei suoi pensieri? E che proprio questa assenza costituisce la prima minaccia e il primo produttore delle relazioni a rischio? Di qui il passo verso una seconda e delicata questione è breve.

La responsabilità

Ciò che allora va preso in considerazione è quella posizione soggettiva femminile che espone la donna al rischio di una relazione o di una situazione pericolosa e violenta.  Poiché ancor prima della concretezza fattuale della minaccia, si assiste ad un precipitare soggettivo della donna in essa. E ciò in un diabolico cortocircuito tra ideologia e realtà, tra fantasie soggettive e fantasie di massa.

Proviamo a procedere con ordine e consideriamo il caso della violenza sessuale. Come tutti sanno l’obiezione machista e reazionaria è che la donna se la sia cercata. Come ebbe modo di dire non ricordiamo quale esponente religioso islamico, il problema è la “carne esposta” e se la carne è per strada – questo il ragionamento – poi non ci si deve lamentare che arrivino i gatti. Ovviamente l’argomentazione è moralmente inaccettabile, ma contiene un granello di verità. Ora, pensare  di essere libere di fare ciò che si desidera – dalla scelta dell’abbigliamento, agli orari ed alle frequentazioni, alla spontaneità di incontro – significa  semplicemente presumere due cose. La prima quella di essere un soggetto autonomo, libero e consapevole, indipendentemente dai vincoli della realtà. La seconda che l’uomo sia altrettanto libero, autonomo e consapevole e soprattutto sempre in grado di controllare il proprio comportamento sessuale (in armonia con il buon senso comune che ritiene che in effetti l’uomo è in grado di controllare fino in fondo la propria pulsionalità). Ma il punto è proprio questo. Non è affatto detto che l’uomo sia in grado di controllare il proprio comportamento sessuale (che sia libero, autonomo e consapevole anche davanti alla propria sessualità). È anzi proprio il contrario. L’uomo, e purtroppo la storia lo conferma tristemente, non è in grado di controllare fino in fondo la propria sessualità. La sessualità, è il duro insegnamento freudiano, rimane fondamentalmente insociable e facilmente risponde a logiche che non sono quelle coscienti. Sia nell’uomo che nella donna; da qui la constatazione che neppure la donna deve presumere di avere il controllo completo della sua stessa pulsionalità. Cosa che, del resto, le condotte – maschili e femminili – sessualmente a rischio, i comportamenti protosuicidari aventi una configurazione sessuale o sessualizzata, od anche le contemporanee resistenze che i corpi delle donne spesso appongono alla fecondazione, i disturbi dell’identità di genere testimoniano ampliamente.

La conseguenza di tutto ciò ci porta ad uno strano cortocircuito tra ideologia ed esame di realtà, tra posizione e fantasia soggettiva e fantasia di massa. L’ideologia ci dice che tutti siamo soggetti autonomi e consapevoli e quindi liberi; l’esame di realtà ci dice che gli uomini spesso non sono in grado di controllare né la violenza né la loro sessualità (in questi termini lo psicoanalista francese J. Lacan, poneva il problema e le basi per una critica dell’idea stessa di soggetto libero e consapevole). La cultura di massa e la fantasia sottostante, degrada la donna ad oggetto di godimento – in Italia quasi più che altrove e di certo, lo abbiamo detto, ben più che nei paesi anglosassoni – e scambia la libertà soggettiva per la chance di porsi come si desidera,  indipendentemente dalla realtà e spesso od anzi per lo più, nella totale inconsapevolezza di ciò che si sta facendo.

Ma perché allora una donna dovrebbe fidarsi dell’ideologia e della cultura di massa, e non dei suoi stessi occhi? Perché dovrebbe prendere alla lettera una visione astratta della soggettività, di sé e dell’altro, e non invece tenere in debito conto l’esame di realtà?

Ciò non significa affatto rassegnarsi a che le cose siano così, ma prendere invece consapevolezza della propria ed altrui posizione soggettiva e del legame che essa rischia di intrattenere con il nostro universo simbolico. Significa poter coltivare dentro di sé una riflessione “prudente” capace di fungere da terzo rispetto ad un registro sessuale potenzialmente fuori controllo nell’uomo e nella donna stessa.

La violenza simbolica e la violenza reale

Veniamo quindi ad un tasto ancora più dolente e particolarmente delicato, che, temiamo, ci attirerà le ire del politically correct.

È purtroppo un difficile insegnamento della psicoanalisi quello secondo il quale, sebbene non giustificata sul piano della norma sociale, la violenza reale segue e risponde alla violenza simbolica. Il significato della prima è evidente. Il significato della seconda non è però meno importante. La violenza simbolica designa quei legami in cui l’uno non lascia all’altro  né lo spazio di espressione della propria particolarità né quello per una soggettivazione della propria esperienza, o nelle quali il nostro interlocutore è così ben disposto a fare sue le nostre ragioni o desideri, che alla fine noi non sappiamo più se sono nostre o sue, talché il solo modo che ci rimane per dare espressione alla nostra “particolarità” soggettiva sarà quello di un eccesso di violenza senza pensiero. In breve, se l’altro mi depaupera da tutti i pensieri, se nel suo modo di comprendere le cose non c’è spazio, non già per i miei pensieri ma per la mia stessa chance di riconoscerli come miei e di soggettivare la mia stessa posizione davanti a lui, la sola possibilità di esistenza e risposta individuata sarà quella della violenza reale.

A questo punto, dinanzi ai casi di femminicidio o di violenza sulle donne, la domanda viene da sé e si tratta di una domanda più clinica che morale: a che tipo di violenza simbolica  – sovente sostenuta dal contesto culturale e dalle microculture familiari – risponde la violenza omicida reale? E che tipo di rapporto tra uomini e donne si produce allorché si innesca quell’uragano di una violenza (simbolica) che porta ad altra violenza (reale). Per essere più chiari, ci si dovrebbe interrogare sulla qualità delle relazione che la donna – e di regola malgrado se stessa – mette in atto nei casi in cui la relazione che la vede coinvolta comporta il rischio di una violenza reale. Una tale domanda è tanto più importante in quanto, ed anche qui dalla psicoanalisi proviene un ben poco consolatorio insegnamento, non si può chiedere all’altro di fare ciò che noi non siamo disposti a prenderci in prima persona, ad esempio una relazione senza violenza (simbolica e reale). Va da sé che la  donna emancipata dal bisogno interno che porta a questo genere di relazioni con violenza, difficilmente ne sarà vittima.

Naturalmente il contraltare a tutto questo è la domanda circa la posizione maschile in questi legami esplosivi; la facilità con cui gli uomini possono colludere con essi e la modalità di uscita da essi che tendono a prediligere, ossia la violenza. Il che ci porterebbe, ma non è qui il caso, ad alcune considerazioni sul rapporto tra violenza sulla donna e genitorialità. Come è noto infatti la presenza di un bambino funge sovente da collettore della violenza reale e questo dovrebbe far riflettere sulla posizione maschile in questi quadri familiari, e sulla funzione più sregolatrice che regolatrice, che questa può assumere.

La conoscenza non fa la virtù e l’autocritica reitera la violenza

Abbiamo già accennato a questo punto dirimente. Purtroppo, da che mondo è mondo, la conoscenza non produce la virtù, non ci mette al riparo dagli agiti (nostri e degli altri, degli uomini e delle donne). L’autocritica e pure l’(auto)critica di genere anche condotta con le migliori intenzioni, lascia sempre il tempo che trova. In tutti questi casi, purtroppo, saremo di fronte ad una nuova versione del romanzo familiare, della fiction che ci piace coltivare su di noi e sul mondo, mentre quello che conta rimarrà fondamentalmente immutato. Essa non sarà in grado di incidere sul fronte “interno” di emancipazione dal rischio della violenza reale e dalla tentazione della violenza simbolica. E non sarà nemmeno in grado di incidere di per sé sulla collusione collettiva che, nell’immaginario sociale e con la partecipazione di tutti e di ognuno, riduce la donna ad oggetto di godimento tanto maschile quanto femminile (ed anche qui dovremmo fare entrare in gioco le differenze culturali, poiché ciò che i media italiani propongono non ha riscontro, quanto a degradazione del femminile, nel mondo anglosassone – e non solo in quello). In ogni caso il ritorno di immagine prodotto dall’autocritica sarà cosmetico ma gli agiti, le violenze si ripeteranno. In altre parole, qualsiasi autoanalisi che rimane nella dimensione del foro interiore, della psicologia non porta, duole dirlo, da nessuna parte.

Ma il nocciolo della questione, la ragione per cui ogni autocritica di genere (maschile) rischia di essere poco efficace è ancora un altro. Al riguardo andrebbe considerato il fatto eminentemente clinico che l’autocritica di genere (maschile) rischia di reiterare la violenza di cui vorrebbe invece mondarsi. Ciò non solo perché si tratterebbe qui di un allontanamento intellettuale, ossia senza soggettivazione, senza il riconoscimento del fatto che questa violenza riguarda tutti, ma proprio tutti noi , per quanto la possiamo con veemenza stigmatizzare). Ma perché questa assunzione di autocritica non farebbe che rimarcare l’evento stesso della violenza ed aumentare la perversione della relazione.

Da una parte non potrebbe che rendere una seconda volta passiva la vittima della violenza. Non farebbe cioè che rimarcare alla vittima il suo esser-vittima, la sua passività di fronte a ciò che ha subito o rischia di subire e la necessità che ancora una volta ci pensino attivamente loro, i maschi, a porvi rimedio. Escludendo per questa via che la donna vittima o potenziale vittima possa invece soggettivare il grado di coinvolgimento nella violenza che la minaccia, ciò che essa ha attivamente fatto sia per inciamparvi sia, una volta precipitatavi, per sopravvivervi.

Dall’altra ingiungerebbe alla donna la credenza, perversa a questo punto, che l’uomo, se vuole, è in grado di controllarsi. È banale a questo punto constatare la violenza simbolica   (di genere maschile) in due tempi che ne scaturisce.

Primo tempo: “scegli di credere alle mie parole – peraltro animate dalle migliori intenzioni -, ossia che controllerò il mio comportamento sessuale – o scegli di credere ai tuoi occhi – (che invece hanno visto la violenza)? “

Secondo tempo: “ma come, non credi alle mie parole che sono animate dalle migliori intenzioni?” “dunque mi credi cattivo, non ti fidi di me?”

È buona norma della critica all’ideologia, che quando non posso dissentire da un argomento senza sentirmi in qualche modo malvagio (ad esempio seguitando a non credere all’autocritica di genere), è probabile che sia l’argomento ad essere sbagliato.

Come clinici vorremmo far presente che questo dialogo immaginario tra un uomo ed una donna, vittima di violenza, con la sua inevitabile conclusione (allora ti fidi o non ti fidi di me?) ben raffigura il diabolico dispositivo che inchioda la vittima al suo aguzzino, causando un tragico cortocircuito tra l’evidenza della violenza reale e la violenza simbolica dell’argomentazione. E vorremmo anche far presente che si tratta di una vignetta trasversale rispetto ad estrazione sociale e intelligenza. Solo la cultura sembra poter arginare questa dinamica perversa. O meglio solo la cultura là dove questa va a braccetto con la possibilità di soggettivare la propria esperienza e di accettare i vincoli che essa a tutti impone (anche solo in termini di norme prudenti dell’agire).

Una risposta politica

Contro la violenza sulle donne e contro il femminicidio servono a nostro parere due cose. Innanzitutto serve la ricostruzione di un patto sociale tra le donne e le istituzioni dello stato e quindi l’assicurazione della presenza di un “terzo” simbolico (interno, cioè psichico, ed esterno, cioè legale) come assetto minimo di prevenzione della violenza maschile. Non si tratta solo del poliziotto la cui presenza è hobbesianamente giustificata dal comportamento di quelli che non sanno controllarsi da soli. Si tratta della possibilità femminile di concedere a se stesse di non esporsi a situazioni e relazioni a rischio, avendo ben chiaro l’esame di realtà, ossia il fatto che, visto che la realtà ci dice che gli uomini non è detto abbiano la responsabilità del loro comportamento (sessuale), allora la donna non può e non deve derogare dall’essere responsabile in prima persona e innanzitutto di se stessa.

Conosciamo la controargomentazione liberal-progressista che oppone a tutto questo la pretesa libertà di un io autonomo, portatore di diritti ed uguale a tutti gli altri, per la quale si deve essere liberi di agire spontaneamente. Ma il punto è proprio questo: questa immagine della libertà è fondamentalmente astratta e non tiene conto esattamente della realtà, ossia del fatto che gli individui non sono fondamentalmente autonomi Ad esempio, per restare al campo della sessualità”, non possono mai essere certi di poter controllare la loro pulsionalità.

Quindi serve un passaggio dall’autocritica (maschile) e dalla protesta morale (femminile) alla politica, nel senso nobile del termine.

Come tutti noi sappiamo la vera dimensione politica di un atto pubblico non riguarda la mera amministrazione della cosa sociale, ma designa quelle azioni che sono in grado di  fare due cose. Innanzitutto di rendere possibile ciò che le coordinate culturali e simboliche della società ritenevano fino a quel momento impossibile (per fare un esempio banale: il divieto di fumare nei locali pubblici). Quindi, in seconda battuta, di disturbare la collusione profonda che  rende tanto inattaccabili le qualità dei legami sociali. In termini psicoanalitici, di disturbare il fantasma che alimenta dall’interno i legami sociali regolati simbolicamente sul piano manifesto.

Per fare un esempio: la vera rivoluzione politica nella storia dell’Esercito non è stata la sua professionalizzazione, ma l’inserimento nei suoi ranghi delle donne, con conseguente disturbo del fantasma omosessuale che regolava le relazioni tra i militari e che prendeva la forma del “nonnismo”.

Per fare un esempio pertinente alla nostra discussione, bisognerebbe trasformare la stigmatizzazione morale e l’autocritica di genere in un gesto politico in grado di rendere inaccettabile la violenza sulle donne a la forma culturale contemporanea che la produce. Ciò potrebbe significare la diserzione femminile di massa dagli schermi TV e la trasformazione di questa assenza in una presenza ed in un silenzio deflagranti ed in grado di disturbare il fantasma sottostante. Quello della riduzione della donna ad oggetto di godimento, ad opera e degli uomini e delle donne.

La domanda conseguente è però se le donne sono disposte a soggettivare la loro condizione di soggetti esposti a violenza e di farlo considerando tanto la loro collusione con essa almeno quanto la follia maschile. E quindi se sono in grado di elevare questa loro condizione particolare a metafora universale di ogni caso di violenza omicida, di sopraffazione e di abuso, producendo per questa via quell’inaudito sovvertimento a livello delle coordinate sociosimboliche condivise e delle fantasie sottostanti, che, sola, potrà in qualche modo incidere sulla piaga del femminicidio.

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2 commenti
  1. Ho inserito le mie considerazioni di risposta al contributo di Sonia e Andrea in un successivo post: Risposta politica al femminicidio: https://fractaliaspei.wordpress.com/2013/04/24/risposta-politica-al-femminicidio/

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  1. Risposta politica al femminicidio | fractaliaspei

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