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Leggendo LEVIATANO di Paul Auster

28 settembre 2018

La libertà può esser pericolosa?

L’io narrante del “Leviatano[1], Peter Aaron, è chiaramente l’alter ego dell’autore Paul Auster: oltre all’esplicito gioco linguistico (stesse iniziali e un totale di 10 lettere per entrambi) ambedue sono scrittori, vivono e scrivono a New York, hanno passato alcuni anni giovanili in Francia, si sono sposati, separati e risposati ecc. L’io narrante più propriamente è un io scrivente perché quello che si legge si presenta come un romanzo-indagine sull’amico più caro dell’autore-narratore Aaron: Benjamin Sachs, altro possibile alter ego di Auster. Il titolo “Leviatano” oltre all’evidente riferimento biblico-hobbesiano è anche quello del romanzo incompiuto che Sachs non è riuscito a (non ha voluto) portare a termine. Indagine scritta per (e alla fine consegnata) l’FBI. E il gioco degli specchi (versione narrativa di quelli escheriani: chi guarda e chi è guardato?) potrebbe continuare: l’autore è un personaggio e il personaggio è un autore come già in Trilogia di New York (tre romanzi, esempi di giallo metafisico) pubblicata cinque anni prima dove il gioco delle traslazioni fra i personaggi e fra questi e l’autore era ancora più spiazzante ed intricato.

Anche qui i generi narrativi si mescolano, all’apparenza iniziale si tratta di un giallo con una morte (un uomo saltato in aria) e se ne ricostruisce la storia in una indagine che vuole, per spirito di verità e per lealtà a un’amicizia, anticipare i tempi di quella parallela dell’FBI. Ma ciò che esce dalle parole scritte è soprattutto molto altro perché è solo nella lingua (Lacan) e, per Auster-Aaron, soprattutto nella lingua scritta, che può emergere la verità. Perché la realtà è complessa e il nostro sguardo non fa che mostrarcene un aspetto superficiale. In questa densa scrittura gli aspetti politici, etici, psicologici, artistico letterari, esistenziali ecc. si intrecciano di continuo fra loro. Ne accenno qualcuno.

La bomba e la libertà

“Sachs nacque il sei agosto del 1945. Ricordo la data perché ci teneva moltissimo a farla sapere, e spesso nelle conversazioni parlava di sé come del «primo bimbo di Hiroshima d’America», del «figlio della bomba originale», del «primo bianco a emettere i primi vagiti nell’era nucleare». … Era capace di interpretare il mondo come se fosse un’opera dell’immaginazione e trasformava avvenimenti documentati in simboli letterari, in tropi che indicavano qualche oscuro, complesso disegno incastonato nella realtà. Non riuscivo mai a sapere con certezza quanto prendesse sul serio questo gioco, ma lo faceva spesso, e a volte sembrava quasi incapace di fermarsi. Anche la storia della sua nascita faceva parte di questa coazione. Da un lato era una sorta di umorismo macabro, ma era anche un tentativo di definire la sua identità, un modo di coinvolgere se stesso negli orrori della sua epoca. Sachs parlava spesso della bomba. Per lui era una realtà fondamentale del mondo, una demarcazione ultima dello spirito che a suo vedere ci distingueva da tutte le altre generazioni della storia. Una volta acquisito il potere di distruggere noi stessi, il concetto stesso di vita umana era stato alterato, perfino l’aria che respiravamo era contaminata dal fetore della morte. Sachs non fu di certo il primo a farsi venire in mente questa idea, ma considerato quello che gli è successo nove giorni fa, la sua ossessione ha un che di soprannaturale, quasi fosse una sorta di bisticcio mortale, una parola scompaginata che ha messo radici dentro di lui e ha cominciato a proliferare sfuggendo al suo controllo.” [p. 31 – 33]

Il massimo potere raggiunto dall’uomo è quello di dare la morte agli altri e/o a se stessi. È solo qui che parrebbe realizzarsi la nostra libertà. Quanto avviene a ciascuno di noi, nel corso della nostra vita, è prodotto dal caso; il libero arbitrio ci permette di cogliere o non cogliere le occasioni che le circostanze ci offrono ma poi non sappiamo dove queste occasioni ci possano condurre. E allora ci adagiamo e la libertà rimane un’icona senza più senso. Sachs non crede più nelle parole, nella sua vocazione di scrittore, lascia il suo romanzo Leviatano incompiuto e vuole ridar vita all’icona, a quella Statua della Libertà che sin da bambino, quando a sei anni era stato a visitarla con sua madre salendo sino alla cima all’interno della torcia, aveva colpito la sua immaginazione e prodotto riflessioni sulle contraddizioni (“rendere omaggio al concetto della libertà” mentre sua madre l’aveva costretto a vestirsi in un modo – calzoncini e calzettoni bianchi – per lui odioso) e sui pericoli della libertà (da lassù in cima a quella torcia si può cadere).

«Fu la mia prima lezione di teoria politica … Imparai che la libertà può essere pericolosa. Se non stai in guardia può ucciderti.»

Si autoproclamò come il “Fantasma della libertà” e intraprese a girare in incognito facendo periodicamente saltare in aria una delle tante copie, disseminate in tutti gli States, della statua che si erge nella baia di Manhattan. Non per distruggere un simbolo ma per ridargli vigore, per sottolineare quanto i valori che rappresenta siano stati abbandonati e traditi.

La scrittura e la vita

Se quello accennato è il percorso di Sachs, quello di Aaron è in qualche modo inverso: scrivere per ridar vita. E la vita di Sachs che rivive nel “Leviatano redivivo” si intreccia con la sua stessa vita: per ricostruire quella dell’amico, deve ripercorrere la sua e per ripercorrere la sua deve interpellare, dar parola, a quanti e soprattutto a quante con queste due vite si sono intrecciate ricostruendo situazioni e relazioni che non hanno mai una sola faccia, una sola verità. Lo stesso evento (ad esempio il precipitare di Sachs dall’alto di un edificio durante una festa e il suo salvarsi con non molto danno grazie a delle corde per la biancheria) viene descritto e interpretato in modi diversi. Più punti di vista nessuno dei quali è falso e pertanto nessuno, da solo, è vero; Aaron ce ne rappresenta l’articolazione lasciando più volte a noi lettori il compito di interpretarli e valutarli.

“Mi avevano presentato due versioni della verità, due realtà separate e distinte, e per quanto mi fossi sforzato non sarei mai riuscito a farle collimare. Io mi rendevo conto di questo, ma allo stesso tempo sapevo anche che entrambe le storie mi avevano convinto”.

Quello che ne emerge da questi intrecci di amicizie e relazioni è uno spaccato della intellettualità radicale newyorkese degli anni ’70 e ’80 fatta di fragilità, incostanza relazionale e perdita di senso complessivo. Fragilità nelle relazioni sessuali e sentimentali, dove i rapporti si vivono senza capire le motivazioni del partner e pertanto senza capire se stessi dentro quella relazione. Scrittori, come Aaron e lo stesso Sachs, che faticano a trovare il senso di quello che scrivono, artisti – come Maria Turner – che inseguono progetti sempre nuovi, senza un filo conduttore. Maria

“era semplicemente eccentrica, un’originale che viveva seguendo una complessa serie di bizzarri rituali personali. Per lei ogni esperienza era regolata secondo un sistema, era un’avventura compiuta che generava i propri rischi e le proprie limitazioni, e ogni suo progetto rientrava in una categoria diversa, separata da tutti gli altri.” [p. 69]

Per non parlare della evanescenza dei padri – e talvolta delle madri – dove i figli propri e altrui, quando vi sono,  sembrano dei piccoli alieni evanescenti.

In questo mondo dal futuro privo di senso ogni evento, ogni nuovo incontro ci coglie alla sprovvista e può diventare del tutto destabilizzante.

Scrive Aaron:

“Ho passato tutta la mia vita da adulto a scrivere storie, a mettere persone immaginarie in situazioni inaspettate e spesso improbabili, come fece Sachs quella notte a casa di Maria Turner. Se mi turba ancora raccontare quello che accadde è perché la realtà supera sempre ciò che riusciamo a immaginare. Per quanto sfrenati pensiamo che possano essere, i frutti della nostra fantasia non potranno mai tener testa all’imprevedibilità delle cose che il mondo reale erutta in continuazione. Adesso questa lezione mi sembra inevitabile. Tutto può succedere. E in un modo o nell’altro, succede sempre.” [p. 174]

 

Il Caos, il Caso e l’inanità dei progetti

Se la cifra dell’universo è il caos, la ricerca del vero (o se vogliamo del “senso”) è illusoria; in ambito letterario il giallo classico, razionalistico, dove tutti i tasselli alla fine si ricompongono, lascia progressivamente posto al giallo metafisico dove il detective non solo non trova né l’assassino né le sue motivazioni, ma si perde in un labirinto (nella trilogia quello delle strade di New York). La narrazione travalica il genere per diventare altro a metà strada tra il Nouveau Roman che si perde nei dettagli del quotidiano e il romanzo filosofico che si sofferma a riflettere sulla perdita dei significati.

Se il tutto è caotico, la vita dei personaggi (immagini possibili ci ciascuno di noi) è dominata dalla casualità e sono gli eventi casuali a strutturare la narrazione.

L’inizio della Città di vetro[2] è esplicito:

“Cominciò con un numero sbagliato, tra squilli di telefono nel cuore della notte e la voce all’apparecchio che chiedeva di qualcuno che non era lui. Molto tempo dopo, quando fu in grado di pensare a ciò che gli era accaduto, avrebbe concluso che nulla era reale tranne il caso. Ma questo fu molto dopo. All’inizio non c’erano che il fatto e le sue conseguenze.”

Ed allora Quinn, al ripetersi di quelle telefonate – lui scrittore di libri gialli con lo pseudonimo di William Wilson – un po’ per curiosità, un po’ per l’ebrezza di immedesimarsi nel ruolo di uno dei suoi personaggi (il detective Max Work), sceglie di assumere il ruolo dell’investigatore privato Paul Auster, il destinatario di quelle erronee chiamate notturne. Al di là del gioco degli specchi (cfr. sopra) per cui il personaggio assume il nome (e l’identità?) dell’autore, egli legge il caso come coincidenza e possibile occasione da cogliere senza comunque sapere (né immaginare) dove ci possa portare. In un labirinto senza fine possiamo deviare da un lato o dall’altro e comunque si scoprirà che non c’è via d’uscita. E del falso Paul Auster si perderanno le tracce.

Il caso, anzi una successione di casualità, struttura anche la narrazione di Peter Aaron a partire dall’incontro con Benjamin Sachs che, complice una inaspettata nevicata, permise ai due, ospiti di un reading letterario andato a monte, di conoscersi a fondo dando il via ad una profonda amicizia (“Il caso volle che il venerdì notte arrivasse una tremenda tempesta dal Midwest , e il sabato mattina la città era sepolta sotto quaranta centimetri di neve. …)[3].

Ma l’evento casuale decisivo è l’incontro-scontro di Ben con Reed Dimaggio. Sachs si era perso nel bosco e un giovane, Dwight McMartin, si era offerto con il suo camioncino di riportarlo a casa attraverso una strada sterrata. Ed è qui che uno sconosciuto, fermo con la sua auto, blocca la strada; il giovane Dwight scende per vedere se ha bisogno di aiuto ma questi estrae una pistola e incomincia a sparare. Ben interviene con una mazza tentando di difendere il giovane e colpisce a morte lo sconosciuto. Nel bagagliaio di quest’ultimo Ben trova i documenti intestati appunto a Red Dimaggio e, in una borsa, almeno 160.000 dollari in rotoli da cento.

Quando la sua amica Maria gli dice di sapere chi è questo Dimaggio e di conoscere la sua moglie Lillian

“… aveva capito che quella coincidenza da incubo in realtà costituiva una soluzione, una occasione sotto forma di miracolo. L’essenziale era accettare la misteriosità dell’avvenimento – di accoglierla anziché di negarla, di infondersene come fosse una forza nutriente. Là dove prima tutto gli appariva oscuro, ora vedeva una chiarezza bella e solenne.” [p. 181-182]

In sostanza Ben legge l’avvenimento non come casuale coincidenza ma come miracoloso segnale della propria missione da compiere. Prima interpretata quale sostegno alla moglie e alla figlia dell’ucciso, poi nell’identificazione con la sua vittima: quella dell’anarchico “bombarolo”. Diventerà allora quel Fantasma della Libertà che con i suoi sabotaggi alle copie della Statua della Libertà tenterà di risvegliare un’America che ha perso i valori che quella statua rappresenta. E naturalmente quel percorso lo porta alla fine che l’incipit del romanzo aveva preannunciato.

“Sei giorni fa un uomo è saltato in aria per sbaglio sul ciglio di una strada del Wisconsin del nord. Non ci sono testimoni, ma pare che fosse seduto sull’erba accanto alla sua macchina intento a costruire una bomba, quando questa gli è esplosa fra le mani.” [p. 9]

La tematica della casualità era stata centrale – a partire dallo stesso titolo – in un altro romanzo di Auster, pubblicato due anni prima: La musica del caso[4]. Il protagonista, Jim Nashe, dopo esser stato abbandonato dalla moglie e aver trasferito sua figlia dalla sorella in Minnesota, riceve inaspettatamente una cospicua eredità (duecentomila dollari) dal padre deceduto e scomparso da quando lui aveva due anni. Anche questa volta, come per Ben Sachs, il caso assume la forma del dio maligno; non la divinità ultraterrena o infernale delle tradizione, ma una divinità tutta terrena che si diverte a sconvolgere vite e destini: il dio dollaro[5].

Apre un conto fiduciario con parte della somma per la figlia ormai inserita nella nuova famiglia, “andò a comprarsi una macchina nuova (una rossa Saab 900 a due porte – la prima auto non usata che avesse posseduta)” [p. 9] e si mise a viaggiare per gli States.

“Nashe non aveva nessun piano definito. Tutt’al più l’idea era di lasciarsi andare alla deriva per un po’, viaggiare da un posto all’altro a vedere cosa succedeva. Pensava di stancarsi in un paio di mesi, e a qual punto si sarebbe seduto a riflettere sul da farsi. Ma i due mesi passarono e lui non era ancora pronto a smettere. A poco a poco, si era innamorato della sua nuova vita libera e irresponsabile, e una volta che questo accadde, non c’era più nessuna ragione di smettere.

La velocità era la cosa essenziale, la gioia di sedersi in macchina e precipitarsi avanti attraverso lo spazio. Divenne il bene primario, una fame da saziare a ogni costo.” [p. 17]

Se per Quinn/Auster l’evento casuale dà il via ad un progetto di indagine/conoscenza (inconcludente e necessariamente inconcluso), per Ben Sachs ad una sorta di progetto-missione salvifico, per Nashe l’evento lo spinge a lasciarsi andare all’alea di una successione interminabile di casualità, guidato solo dalla “fame insaziabile” del desiderio. E anche per lui il percorso, che si incrocia anche con l’alea del gioco d’azzardo, si rivelerà autodistruttivo sino all’evento tragico finale ed ineluttabile.

 

Postilla

Quella che emerge dai romanzi di Auster è una immagine desolata dell’America (e della attuale modernità occidentale, e non solo): se tutto è caso non c’è futuro ma solo un continuo presente ripetuto, destinato prima o poi a interrompersi drammaticamente. In questo scenario, prodotti essi stessi dal caso, si delineano Progetti inconcludenti, privi della forza di indirizzare la vita (individuale e collettiva) o, peggio ancora, la scelta della casualità come scelta di vita (che poi non è altro che il lasciarsi andare alla rincorsa dei propri desideri o dei propri rancori momentanei).

Non è un certo fortuito che, in modo ricorrente, i personaggi di Auster siano senza figli o li abbiano abbandonati, se ne siano sbarazzati.  È un indicatore forte. Una società senza figli (e pertanto senza genitori) o che comunque ne mette al mondo sempre meno, sta rinunciando al proprio futuro, non è più in grado di delinearlo. La casualità di una vita senza futuro in un presente ripetitivo dominato dai desideri a breve termine e dalle meschinità rancorose sembra ormai prevalere. Una società dissanguata.

E veniamo a noi, un paese che, come gran parte d’Europa, fa sempre meno figli, con un tasso di fecondità tra i bassi del mondo (1,34) che non solo determina un calo demografico, ma soprattutto un invecchiamento crescente della popolazione. E allora le energie vive ci vengono da altrove: avevo già accennato, commentando Infiniti passi di Gianluca Grossi alla

“spinta a suo modo rivoluzionaria di chi ha lasciato alle spalle una precedente “vita fatta a pezzi” decidendo che quella vita non si poteva più sopportare e che era meglio rischiare il tutto per tutto per trovare, per sé e soprattutto per i figli, la possibilità di un futuro più decente. Rompendo con il passato. Consapevolmente, almeno per i più determinati.”

Le testimonianze, anche letterarie, oramai sono molteplici. Mi ha colpito in particolare quella di Enaiatollah Akbari raccolta da Fabio Geda[6].

Differentemente dai personaggi di Auster, la madre di Enaiat non lo ha abbandonato, non se ne è sbarazzata; lo ha portato al di là del confine afgano, a Quetta, per dargli la possibilità di salvarsi, di non essere ucciso o arruolato dai fondamentalisti. Si potrebbe dire che lo ha lasciato in balia del caso e di fronte alla prospettiva di grandissimi rischi. Ma non è così perché nel doloroso commiato ha fornito al figlio una bussola, tre basilari direttive, che lo hanno accompagnato ed orientato nel lunghissimo viaggio che lo ha portato sino a Torino.

Sono questi i nuovi cittadini che possono riaprire un futuro ad un’Italia – e ad un’Europa – esangue.

Chi vuole ricacciarli, chi fa di tutto perché non vengano salvati e magari affoghino impedendo alle ONG di raccoglierli in mare, non solo vuole annullare il loro possibile futuro ma cancella anche il nostro. Una società sempre più chiusa, sempre più incapsulata in se stessa (e gli scenari raffigurati da Auster non sono solo newyorkesi o statunitensi ma appunto anche nostri), “sovrana” magari delle proprie piccolezze ma incapace di progettare un futuro, non ha bisogno di inconcludenti azioni eclatanti (le bombe del Fantasma della Libertà) ma della linfa vitale di questi “maledetti” migranti che, lasciando alle spalle miserie e tragedie, testardamente intendono progettarsi un futuro. Ne abbiamo un sacrosanto bisogno.

Con una consapevolezza: non solo la natura ma anche la demografia aborre il vuoto e, volenti o nolenti tanti meschini governanti d’Europa, il vento non si può fermare.

—————————————-

 

[1] Paul Auster, Leviathan, Viking Press, New York 1992. Edizione italiana: Leviatano, Guanda, Parma 1995.

[2] Paul Auster, trilogia di New York. Città di Vetro. Fantasmi. La stanza chiusa, Einaudi, Torino 1966, p. 5. Evidenziazione mia.

[3] Leviatano cit., p. 18.

[4] The Music of Chance, Viking Penguin, New York, 1990. Edizione italiana: Guanda, Parma 1991.

[5] Dio malefico che non appartiene solo al mondo occidentale. Nel bellissimo film Al di là delle montagne di Jia Zhang-ke, a Fenyang, la dolce Tao tra i due pretendenti sceglie il ricco Zhang che darà poi al loro figlio il nome di Dollar. Nome che ne segnerà il destino di vuoto affettivo “al di là delle montagne”, in Australia, dove il padre, separato dalla moglie, lo porterà a vivere. Una bella ed articolata recensione qui.

[6] Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2010. Online sono reperibili più siti che permettono di leggerlo e scaricarlo gratuitamente in versione e-book o Pdf: ad es. qui.

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