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L’orizzonte della comunità ai tempi di Internet

28 ottobre 2014

È stato consegnato da poco all’editore e uscirà nelle prossime settimane il volume Il tunnel e il kayak [1], lavoro collettivo frutto della collaborazione fra il l’associazione Contorno Viola, e il Cremit (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media all’Informazione e alla Tecnologia) dell’Università Cattolica coordinato dal prof. Pier Cesare Rivoltella. Il testo, come specifica il sottotitolo (Teoria e metodo della Peer&Media Education), intende proporre un nuovo sviluppo della prevenzione fra pari (peer education) di fronte all’espansione del mondo digitale e alla sua pervasività, in particolare nel mondo giovanile.

Ne riporto di seguito un paragrafo che ho scritto riprendendo una tematica a me cara: quella della “Comunità”. C’è spazio di (nuova) comunità nel mondo digitale o questo produce solo frammentazione individualistica e dissocialità? Affrontare questo tema significa individuare il possibile contesto entro cui collocare la prevenzione “ai tempi di internet” e, più in generale, i nuovi scenari di cittadinanza digitale.

bozza della sopertina

bozza della copertina

 

L’orizzonte della comunità ai tempi di Internet

 La esplicitazione del concetto di comunità e la sua contrapposizione a quello di società [2] è stata elaborata, com’è noto, da Ferdinand Tönnies (1887).

 Nella società – diceva Tönnies – «ognuno sta per conto suo e in stato di tensione contro gli altri». La comunità, invece è «con­vivenza confidenziale, intima, esclusiva», «vita reale e organica… organismo vivente». La società è, per contro, una costruzione ar­tificiale concepita a freddo, «un aggregato meccanico». Nella co­munità l’individuo si trova sin dalla nascita e si lega ai suoi nell’am­bito di un «sentire comune e reciproco» fondato sulla tenerezza, sul rispetto e sulla dignità. Nella società tutti sono separati «no­nostante i legami» apparenti; in essa non si nasce ma «si va»: «si va come in una terra straniera».

In realtà, il luogo in cui gli esseri umani vivono (al tempo di Tönnies e al nostro) è ovviamente la società e non la comunità. Cosicché quest’ultima finisce per apparire come una specie di mi­tico luogo felice ma che non possediamo più: «un paradiso perdu­to» (…). Così, la concezione di Tönnies, al di là di ogni altro suo aspet­to, si mostra anche come piuttosto pericolosa, perché spinge non verso un possibile impegno nel cambiamento (…) ma piuttosto verso il rimpianto. Eppure l’idea di comunità, nonostante già da settant’anni sia riconosciuta con­cettualmente debole e di modesta capacità analitica nella teoria so­ciologica, ha registrato una massa di studi, ed è rimasta tuttora ben viva, sempre veicolando (pur tra precisazioni, rettifiche, mu­tazioni ecc.) il senso di un luogo sociale in cui si può vivere «uma­namente» meglio. Potremmo quasi dire il luogo di una socialità umanizzata. (Amerio, 2004, p. 366-367)

 Il tema della comunità ricompare infatti di continuo nel dibattito sociale come in quello politico. E non è privo di ambivalenza. Anche l’etimologia oscilla fra due possibili origini: da un lato comminitas da commune, neutro da communis, ad indicare il possesso / bene comune – o per dirla con Bauman (2012) “cose che abbiamo in comune”; dall’altro la possibile derivazione da cum munus (o cum munia) dove munus indica un obbligo, un dovere, una legge, un incarico e anche un dono, “ma un dono da fare, e non da ricevere; e dunque, anche in questo caso, da un “obbligo” e dunque “i membri di una comunità sono tali perché vincolati da una legge comune” (Esposito, 2009).

Il legame che unisce i membri di una comunità è originario, è un ethos, una legge morale costitutiva o non invece frutto della stessa convivenza (Amerio, 2000) e pertanto passibile di sviluppi e integrazioni? Secondo i teorici del Movimento Antiutilitarista nelle Scienze Sociali, che si rifanno esplicitamente a Marcel Mauss e al suo Saggio sul dono [3], all’origine del legame comunitario si colloca il rituale del dono, in quanto nella permuta reciproca di doni ciò che propriamente viene scambiato non sono gli oggetti ma una forza, un’alleanza orizzontale che nello stesso tempo è sì un vincolo, ma fondato su di un atto gratuito.

È donando che ci si dichiara concretamente pronti a giocare il gioco dell’associazione e dell’alleanza e che si sollecita la partecipazione degli altri allo stesso gioco. (…) L’obbligo che ci fa il dono è un obbligo di libertà. Una esortazione, si sarebbe tentati di dire … (Caillé, 1998)

 Diversa la concezione di Esposito secondo cui il munus in quando dono che si deve dare (diversamente dal donum, regalo spontaneo che si può dare o ricevere) è costitutivo di un vincolo in contrasto con la libertà personale e pertanto quest’ultima deve passare attraverso l’immunitas quale fondamento di una società libera:

 … se i membri della communitas sono vincolati dalla stessa legge, dallo stesso onere o dono da dare – i significati di munus immunis è, invece, chi ne è esente o esonerato; chi non ha obblighi rispetto all’altro e può dunque conservare integra la propria sostanza di soggetto proprietario di se stesso. (2009, p. 106)

 Certo oggi si è superato il concetto di una successione temporale (dalla Comunità alla Società) e semmai Comunità e Società sono concepite come due tensioni presenti all’interno della stessa comunità sociale. Tensione verso la comunità perlopiù in una concezione ben diversa da quella originaria, chiusa e rigidamente locale descritta da Tönnies e ripresa negli anni ’80 dal filone dei communitarians statunitensi (Ferrara, 1992).

Uno spazio comunitario che spesso nasce come risposta all’isolamento, alle difficoltà e alla fatica del vivere sociale, magari proprio laddove maggiori sono le difficoltà culturali, sociali od economiche – quartieri degradati, comunità di immigrati ecc. – frutto di un impegno più che di una appartenenza precostituita, di una collaborazione che può trovare fondamento (Sennett, 2012) in una fede (religiosa o politica), nella ricerca della semplicità quale risposta ad una società sempre più complessa, oppure nella piacevolezza stessa di una relazione orizzontale liberamente costruita dove è possibile ridare un senso alla propria identità quale individualità socialmente utile e attiva e ricostruire un rapporto paritario con l’altro, al di là delle differenze e barriere sociali:

 … vogliamo immaginare la comunità come un processo di presenza nel mondo, un processo in cui le persone prendono atto sia del valore delle relazioni faccia a faccia, sia dei limiti di tali relazioni. (…) Anche se non può riempire tutta l’esistenza, la comunità può essere fonte di piaceri profondi. (p. 299)

Ritroviamo qui, implicitamente, quanto abbiamo detto sopra relativamente al ruolo del peer educatoe nel momento “magico” in cui si mette in gioco all’interno del gruppo dei pari: la sua azione è intrinsecamente orizzontale e comunitaria e permette la (ri)scoperta del piacere di un legame sociale liberamente costruito, frutto di impegno e collaborazione.

Di più, ci pare che questa prevalenza della ricerca di un legame orizzontale-paritario caratterizzi quella che molti hanno definito, a cavallo del nuovo millennio, la “nuova adolescenza” con un ruolo prevalente del gruppo dei pari quale principale riferimento identitario e normativo.

Le indagini dello IARD sulla condizione giovanile, a partire dal quella effettuata nel 2000 (quinto rapporto), parlano della “irresistibile ascesa della socialità ristretta” riferendosi al

 … crescente peso dato dai giovani alle relazioni interpersonali, in particolare, a quel­le amicali e affettive accanto a quelle familiari. È come se intorno alla famiglia si andasse progressivamente strut­turando un nucleo forte di valori tutti riferiti all’intorno sociale immediato della persona. Nucleo che pervade di sé e qualifica l’intero sistema valoriale delle giovani gene­razioni. (Buzzi et al., 2002, p. 41)

 L’evolvere del sistema dei valori nell’ambito della “socialità ristretta” avviene soprattutto a scapito dell’impegno collettivo (civile, politico, religioso …) e gli stessi valori tipici delle “virtù civiche” come eguaglianza, libertà, solidarietà e democrazia vengono riletti e reinterpretati in questo contesto di spazio amicale. Il sesto rapporto (rilevazione del 2004) conferma e rinforza quello di quattro anni prima

 … nel senso che le tendenze allora rilevate si vanno confermando. Crescente attenzione verso le aree della socialità ristretta (famiglia, amore, amicizia), diminuzione del ruolo del lavoro nella scala delle priorità, scarso interesse verso l’attività politica e, più in generale, verso l’impegno sociale e la vita collettiva. (Buzzi et al., 2007, p. 140)

 Ma, è corretto parlare di “socialità ristretta” per caratterizzare le relazioni dei giovani e l’ambito dove si formano i valori a cui in gran parte si riferiscono? Un conto è parlare del ruolo del gruppo dei pari nel fondare valori e identità. Infatti “gruppo dei pari” ha un’accezione neutra: è il luogo in cui si costruiscono relazioni significative e rapporti di fiducia (parte rilevante del proprio capitale sociale) ma può essere anche un luogo dove si impongono costrizioni, violenze ed emarginazioni che possono, ad esempio, dare origine al fenomeno del bullismo.

L’accezione “socialità ristretta” sembra invece esser tutta connotata in negativo rispetto alle tradizionali agenzie di socializzazione: famiglia, Scuola, Chiesa, Istituzioni pubbliche. Ora il tratto comune di queste ultime è che si basano su di una relazione asimmetrica o, in altri termini, verticale, mentre la forma di socializzazione che sembra caratterizzare in modo prevalente le generazioni giovanili da almeno due decenni è appunto quella amicale, del gruppo dei pari, insomma una socializzazione orizzontale. Il che, tra l’altro, ha anche molto a che vedere con quella che molti chiamano la scomparsa del padre o, per usare una terminologia utilizzata da Lacan (1938), con l’evaporazione del padre. Un padre che dovrebbe assumere, nel dettato freudiano, il ruolo terzo di intermediazione tra l’ambito affettivo familiare e la società e le sue leggi; ruolo appunto che sembra esser “evaporato”, almeno nei suoi connotati tradizionali.

Ulteriore dubbio: siamo proprio sicuri che questa orizzontalità del gruppo dei pari sia “ristretta”? Indagini sia nazionali che locali indicano una rete di relazioni “orizzontali” densa ed estesa [4]. Per non parlare di quella che è stata chiamata “generazione Erasmus” (Cappé, 2011) con oltre due milioni di studenti in 33 Paesi: una rete sociale che travalica lingue, culture e confini e investe di intense nuove relazioni ospiti e ospitanti. Reti giovanili dense ed estese che con il crescente diffondersi dell’accesso al web e ai social network si allargano a nuove diramazioni.

rete

Ma c’è uno spazio nel web per la (ri)costruzione di ambiti comunitari nell’accezione sopra ricordata di Sennett di relazioni “faccia a faccia” caratterizzate da impegno e piacere? In altri termini la rete è solo dis-socialità, fonte di identità frammentate (Lanier, 2010) o può diventare uno spazio di “comunità a venire”? Senza richiamare la sempre più vasta letteratura sul mondo digitale che non sembra riuscire ad uscire dalla classica dicotomia fra apocalittici e integrati, proviamo schematicamente a fare un confronto fra il concetto di comunità e quello di società con le caratteristiche della rete digitale.

Tab. 1

Comunità Società Rete digitale
Origine Trasformazione (fluidità) Anticipazione
Legame naturale Ruoli e contratti Assenza di mediazione
Organicità Gerarchia Orizzontalità (P2P)
Sicurezza Precarietà (insicurezza) Libertà
Confini dal basso Confini dall’alto (istituzionali) Tendenzialmente senza confini
Beni comuni naturali Beni privati / beni pubblici Beni comuni della conoscenza (o dell’informazione)
Comunitarismo Società dello scambio Società della conoscenza
Gerontocrazia Potere economico e politico Capitalismo cognitivo

Se la comunità ha il sapore di una mitica origine (il paradiso perduto) e la società è il luogo (faticoso) delle trasformazioni più subite che realizzate dove è sempre più difficile trovare un senso nella sua liquidità (Bauman 2002 e 2005), il web si apre a ciascuno di noi come uno spazio di possibilità di nuove conoscenze, di nuovi contatti, di nuove relazioni, di nuove sperimentazioni dove è possibile superare legami e vincoli sia naturali che sociali, saltando le mediazioni a cui siamo sottoposti nell’interrelazione sociale.

Non più il mondo olisticamente chiuso della comunità che dà calore e sicurezza ma appunto anche chiusura verso l’esterno e il nuovo, né l’ordine gerarchico della società – di una gerarchia i cui vertici, nel mondo globalizzato, sono sempre più lontani e imperscrutabili – che genera sempre più spesso, alla sua base, precarietà e insicurezza, ma una orizzontalità (amplificata dagli sviluppi peer-to-peer della rete) che ci permette libere interrelazioni in un orizzonte tendenzialmente senza confini; una libertà che inebria ma in cui ci può anche smarrire, dissolversi in una perdita di identità o avvilupparsi in un loop ripetitivo da cui non si riesce (o si ha paura) ad uscire.

I beni comuni (commons in inglese) nella comunità sono costituiti essenzialmente da risorse naturali comuni a disposizione della collettività; il passaggio alla modernità coincide con la loro recinzione (enclosures) e pertanto la loro privatizzazione e, in parte, la loro assunzione da parte dello stato (beni pubblici); solo alcune risorse, considerate marginali (o non “recintabili” e non commerciabili), hanno mantenuto la loro caratteristica di beni a libera disposizione. Solo recentemente si è data rilevanza sia economica che politica e sociale ai beni comuni anche nel nostro contesto socio-economico. E ci si è resi conto “che il concetto di ‘beni comuni’ poteva aiutare a concettualizzare i nuovi problemi emergenti dell’affermarsi dell’informazione digitale distribuita” (Hess e Ostrom, 2007) [5].

Nelle comunità locali preindustriali i beni comuni costituiscono una risorsa limitata (la legna di un bosco, il foraggio delle terre comuni ecc.) a disposizione di tutti ma che ha anche bisogno di una “cura” perché non si esaurisca, in un equilibrio precario che si riesce a mantenere solo in assenza di incremento demografico. Lo sviluppo economico delle società mercantili e industriali incrementa a scala crescente le risorse che si rendono disponibili attraverso il mercato in una società dove però i dislivelli economici (e pertanto le diverse possibilità di accesso ai beni) sono sempre più marcati. Nell’era dell’accesso (Rifkin, 2000) i beni diventano sempre più immateriali (servizi, informazioni, conoscenze), in continua crescita esponenziale e sempre più a libera disposizione. L’era digitale del libero accesso sembra coincidere con la Società della conoscenza dove le risorse si auto implementano (conoscenza produce conoscenza) e dove il consumo non esaurisce il bisogno ma lo amplifica: come esplicitato dal dettato socratico più conosco più so di non sapere e pertanto più aumenta il mio desiderio, il mio bisogno di nuova conoscenza.

Dal paradiso perduto al paradiso preannunciato? Non è tutto così lineare: dietro l’orizzontalità della rete digitale, dietro il libero accesso c’è chi controlla le piattaforme e le loro regole. Se nella comunità preindustriale il potere è prevalentemente quello degli anziani, nel mondo sociale moderno si identifica con quello politico e soprattutto economico e finanziario, mentre nel mondo digitale abbiamo quello che è stato definito “capitalismo cognitivo” (Paulré, 2002), un potere economico che passa attraverso (e si nasconde dietro) la tecnologia strutturandosi con alto grado di orizzontalità in basso e centralizzazione del controllo molto in alto.

Insieme di Sennett

C’è spazio in questo mondo digitale per la creazione di ambiti “di comunità”, di gratuito e piacevole impegno, per un accesso coordinato di una nuova generazione di peer attrezzata per navigare nel web? uno spazio salubre, impregnato dall’ethos della collaborazione, in cui sperimentare interventi di prevenzione in risposta ai rischi che i giovani incontrano (e spesso cercano) al di qua e al di là dello schermo?

La risposta non è agevole. Di certo questa è la nostra scommessa, la scommessa di una possibile Peer&Media Education.

————————-

 Note

 

  1. Edizioni Franco Angeli, 2014. Il significato del titolo – intuibile dall’immagine di copertina – e, soprattutto, l’origine della metafora viene esplicitato nella Prefazione del volume da Pier Cesare Rivoltella.
  2. Sulla polarità dei due concetti e sul loro “fondamento” cfr. il mio precedente post Il bisogno di Comunità.
  3. Saggio del 1924, ora in Teoria generale della magia e altri saggi (trad it. 1965).
  4. Ad esempio una ricerca sul territorio della provincia verbanese afferma: “È interessante notare come il 44,1% degli intervistati ha un gruppo di amici piuttosto ampio, composto da almeno 9 persone … Non solo quindi siamo di fronte ad un territorio in cui tutti i giovani sono di fatto inseriti all’interno di una rete amicale, ma siamo anche di fronte a reti significativamente estese nella loro composizione. Dati importanti, che sembrano delineare una condizione decisamente lontana da quella ‘società degli individui’ spesso identificata come caratterizzante la convivenza sociale dell’epoca presente.” (C. Genova, 2008)
  5. Le due autrici precisano inoltre che impiegano “le espressioni beni comuni della conoscenza e beni comuni dell’informazione in maniera intercambiabile”.
Copertina edita

Copertina edita

 Testi citati:

Amerio P. (2000), Psicologia di Comunità, Il Mulino, Bologna.

Amerio P. (2004), Problemi umani in comunità di massa, Einaudi, Torino.

Bauman Z. (2002), Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari.

Bauman Z. (2003), Voglia di comunità, Laterza, Roma-Bari.

Bauman Z. (2005), Vita liquida, Laterza, Roma-Bari.

Bauman Z. (2012), Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido, Laterza, Bari.

Buzzi C., Cavalli A., de Lillo A., a cura di (2002), Giovani del nuovo secolo. Quinto rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna.

Buzzi C., Cavalli A., de Lillo A., a cura di (2007), Rapporto Giovani. Sesta indagine dell’Istituto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna.

Caillé A. (1998), Le thiers paradigme. Anthropologie philosophique du don, Desclée de Brouwer, Paris (trad. it.: Il terzo paradigma. Antropologia filosofica del dono, Bollati Boringhieri, Torino, 1998).

Cappè F., a cura di (2011), Generazione Erasmus: l’Italia dalle nuove Idee, Franco Angeli, Milano.

Croce M., Ottolini G. (2004), L’orizzonte della comunità e la strategia del capitale sociale, in Dalle Carbonare E., Ghittoni E., Rosson S.: 99-118.

Dalle Carbonare E., Ghittoni E., Rosson S., a cura di (2004), Peer educator. Istruzioni per l’uso, Franco Angeli, Milano.

Esposito R. (2006), Communitas. Origine e destino della comunità, Einaudi, Torino.

Esposito R. (2009), Termini della politica. Comunità, Immunità, Biopolitica, Mimesis, Milano.

Ferrara A., a cura di (1992), Comunitarismo e liberalismo, Editori Riuniti, Roma.

Genova C. (2008), Pausa caffè. Essere giovani nel Verbano Cusio Ossola, Università di Torino (dispensa).

Hess C., Ostrom E. a cura di (2007), Understanding Knowledge As a Commons, MIT, Cambridge (Mass) (trad. it.: La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla pratica, Bruno Mondadori, Milano, 2009).

Lacan J. (1938), I complessi familiari nella formazione dell’individuo. Saggio di analisi di una funzione in psicologia, Encyclopédie française, Einaudi, Torino, 2005.

Lanier J. (2010). Tu non sei un gadget. Tr. it. Mondadori, Milano.

Mauss M. (1965), Teoria generale della magia e altri saggi, Einaudi, Torino.

Paulré B. (2002), Le capitalisme cognitif; disponibile online: http://webcom.upmf-grenoble.fr/regulation/Forum/Forum_2001/Forumpdf/01_CORSANI_et_alii.pdf

Rifkin J. (2000), L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Mondadori, Milano.

Sennett R: (2012), Together. The Rituals, Pleasures and Politics of Cooperation, Yale University Press, New Haven, CT (trad. it. Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, Feltrinelli, Milano, 2012).

Tönnies F. (1887) Gemeinschaft und Gesellschaft, Reislad, Leipzig (trad it., Comunità e società, Laterza, Roma – Bari, 2011).

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3 commenti
  1. I partiti hanno perduto la fiducia dei cittadini. Come, dove trovare gli strumenti per il suo recupero, la sua “rinascita come comunità”? Forse nel mondo digitale? E’ un mondo che unifica o divide le generazioni all’interno di uno spazio comunitario condiviso?
    Luigi Morini

  2. Certo stiamo vivendo un clima di sfiducia nei confronti della politica e dei partiti in particolare. Nell’altro mio post, quello sull’Ossola e le repubbliche partigiane ho parlato di “tempi di stanchezza della democrazia”. La responsabilità dei partiti (e di quelli più grossi in particolare) è enorme. Se i partiti erano nati come orgamismi di massa in grado non solo di orientare e mobilitare i cittadini, ma soprattutto di costituituire comunità politiche di confronto, formazione ed elaborazioni collettive, si è poi passati ad una fase personalistica, dove il “capo” (segretario, premier ecc.) è tutto e tutto si basa sulla fiducia nei suoi confronti. Ma i segretari e i premier sono pro tempore, durano al massimo per qualche legislatura (e spesso molto meno) mentre un partito dovrebbe ragionare e vivere sul medio lungo periodo. Il risultato è che i partiti sono diventati comitati elettorali. L’eliminazione delle preferenze ha poi fatto il resto.
    Che fare?
    Pensare, immaginare e dar vita a nuovi strumenti di confronto ed elaborazione collettiva. Sul territorio, ma anche sul web. Non come alternativa ai partiti ma come loro stimolo – ed anche dura critica.
    Non sono per l’antipolitica. Abbiamo visto sinora dove porta l’antipolitica: a partiti peggiori di quelli contro cui si scagliavano: Forza Italia, Popolo delle libertà, Lega, Movimento cinque stelle.
    Mi auguro che l’era dei partiti “antipolitici” che si autodefiniscono “movimenti” ma sono ancor più centralizzati ed autoritari dei “vecchi” partiti sia giunta al tramonto.
    Il web in questo senso aiuta: nell’epoca della comunicazione e dell’informazione diffusa (“società informazionale” dice Castells) si sa subito tutto di tutti e i modi personalistici di gestione del potere nonché accordi più o meno segreti, hanno breve durata. Il “patto del Nazareno”, a parte il riferimento blasfemo, ti dice qualcosa?

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  1. Peer & Media education | fractaliaspei

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