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Cadorneide, ovvero nemesi monumentale

Trasloco, diciotto anni fa. Come prevedibile un po’ di oggetti, documenti e altro, non si son mai più trovati.

Tra questi una lettera a mio nonno del generale Luigi Cadorna. Fin quando, dove non avrebbe dovuto essere, insieme a reperti medici, nello specifico audiometrici, eccola rispuntar fuori.

Ne avevo un ricordo vago. La rilettura mi è parsa interessante.

È del dicembre 1905, allora mio nonno Eugenio era al suo secondo dei tre mandati successivi quale Sindaco di Stresa [1].

La riproduco con successiva trascrizione.

Lettera Cadorna busta   Lettera Cadorna f 1

lettera cadorna 2 001 (2) Lettera Cadorna f 4

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Ill.mo Signor

Cav.re Eugenio Ottolini

Sindaco di

Stresa

(Lago Maggiore)

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Ancona 23/12. 905

Ill.mo Signor Cav.re

Nel ringraziarla della comunicazione fattami col pregiato di lei foglio del 10 corr. pervenutomi con molto ritardo, mi pregava parteciparle che per parte mia plaudo di gran cuore all’idea di rappresentare effigiati nel marmo e nel bronzo i due sommi italiani che su codeste amatissime sponde strinsero i loro amichevoli legami. Temo però che la soluzione del problema artistico riuscirà di gran lunga più difficile. Comunque, o si vogliano entrambi rappresentare, o che si voglia dedicare il monumento al solo Rosmini, l’essenziale sarà la scelta di un bozzetto che corrisponda alla grandezza dei personaggi, e non costituisca un attentato all’arte ed al buon gusto come sono una gran parte di quelli che dovrebbero ornare ed invece deturpano le piazze delle città italiane, ed in particolar modo – mi duole il dirlo – quello che fu innalzato nella prospiciente Pallanza alla memoria del mio compianto zio.

Ella mi chiede pure l’indirizzo di persone che possano convenientemente far parte del Comitato. Ed io mi permetto di proporre, come persona che a me pare particolarmente adatta fra i militari, sia per una posizione sociale, sia per la sua elevata intelligenza e cultura, sia perché compatriota del gran Lombardo che ora si vorrebbe pure onorare, il Conte Carlo Porro, milanese, il quale attualmente è Colonnello di Stato Maggiore a Roma, ma quanto prima sarà promosso Maggior Generale. Egli appartiene, come si sa, a famiglia molto nota nel fasto del patriottismo lombardo.

La prego, Signor Cav.re, di gradire gli atti della mia perfetta osservanza.

Dev.mo

Generale L. Cadorna

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Pur non avendo la possibilità di leggere la lettera del Sindaco di Stresa, dalla risposta del Generale se ne intuisce facilmente il contenuto: si vorrebbe innalzare un monumento a Manzoni e Rosmini (i due sommi italiani che su codeste amatissime sponde strinsero i loro amichevoli legami) e si chiede il parere a Luigi Cadorna e l’indicazione di persone autorevoli che possano far parte dell’apposito Comitato promotore.

La risposta di Cadorna è scritta da Ancona dove per due anni ebbe il comando della locale Divisione militare. La sua carriera arriverà al culmine solo nove anni dopo quando, nel luglio 1914, verrà nominato Capo di Stato Maggiore in seguito alla morte del generale (e rivale) Alberto Pollio. Il Colonnello Carlo Porro che Cadorna propone per il Comitato – e del quale preannuncia rapida promozione a “Maggior Generale” – quando Cadorna con l’entrata in guerra assumerà il ruolo Comandante Supremo, diverrà il suo vice a tutti gli effetti nello Stato Maggiore del Regio Esercito e ne seguirà la sorte dopo la disfatta di Caporetto. Non solo Porro fu l’uomo di fiducia di Cadorna, me ne condivise strategia militare, filosofia e stile di comando [2].

 

Il “compianto zio” citato nella lettera è Carlo Cadorna (Pallanza 1809 – Roma 1891) [3] avvocato e magistrato dalla lunga e intensa carriera politica: deputato dal 1848 e senatore dieci anni dopo, fu ministro della Pubblica istruzione con Cavour (1858-59), ministro dell’interno con Menabrea (1868) e ebbe anche numerosi altri incarichi (prefetto di Torino, ambasciatore a Londra …). Cattolico liberale sosteneva la netta separazione Stato chiesa e fu relatore della Legge di soppressione degli ordini religiosi (1855).

Carlo Cadorna con dida

Carlo è il fratello maggiore del Generale Raffaele (Milano 1815 – Moncalieri 1897), padre di Luigi noto in particolare per la “Breccia di Porta Pia” (20 settembre 1870); di lui (e della di lui famiglia) scrive Isnenghi:

            Cadorna: una famiglia di piccola nobiltà piemontese, fedele a casa Savoia, e dunque allo Stato anche nei momenti di massima tensione e – diciamolo pure – di tragedia, come quando spetta a Raffaele Cadorna, il padre di Luigi, ordinare il fuoco contro le mura di Roma, il 20 settembre 1870, perché cessi di essere la città del papa, e prenda ad essere la Città del Re e la capitale di tutti gli italiani; e prima ancora, meno gloriosamente, nelle rimosse operazioni repressive nei confronti del “brigantaggio”, della rivolta di Palermo nel 1866 e dei moti del macinato. Anche alla liberazione di Roma – notiamolo di passata – l’atto conclusivo del Risorgimento nazionale si compie lasciando volutamente a casa Mazzini e Garibaldi, cioè le teste calde di allora, e facendo quel che c’è da fare tramite i regolari, in maniera più istituzionale e a temperature politiche depotenziate” (Convertirsi alla guerra, cit. p. 38)

Raffaele Cadorna

_______ Raffaele Cadorna _______

L’accenno alla “rivolta” di Palermo penso vada in particolare sottolineato, perché storia meno nota e, appunto, meno gloriosa: ne parla Enrico Deaglio nel suo Storia vera e terribile tra Sicilia e America (Sellerio, Palermo 2015). La rivolta di Palermo

Deaglio storia terribile 001

“scoppiò nel settembre 1866, a seguito dell’imposizione del monopolio dei tabacchi, di nuove e più pesanti imposizioni alla leva militare e restrizioni dei festeggiamenti di Santa Rosalia. L’Italia era appena uscita da una umiliante sconfitta militare e tornavano nell’isola, raccontando il terrore della scampata morte, i reduci della battaglia di Lissa, centinaia di marinai rimandati a casa. (…)

Per sette giorni, Palermo fu circondata e messa alla fame, compagnie di carabinieri vennero assalite e massacrate, davanti al porto venne mandata la flotta militare che cannoneggiò la città, comandata proprio da quell’ammiraglio Persano, lo sconfitto di Lissa. Alla fine il generale Raffaele Cadorna ottenne la vittoria. In un solo giorno a Palermo ci furono 2.000 morti e vennero fatti 3.600 prigionieri. Per giustificare la brutalità della repressione (la rivolta, da sola, fece apparire tutta l’epopea garibaldina come un innocuo aperitivo prima di un massacro) Cadorna diffuse storie raccapriccianti e totalmente false. Esecuzioni di piemontesi, la crocifissione di un soldato, la vendita, nelle strade di Palermo, di carne umana, e per la precisione di un carabiniere, la cannibalizzazione di un poliziotto ad opera di una muta di donne siciliane”. (p. 74 – 75).

E passiamo al di lui figlio, il Generalissimo Luigi. Il discorso sarebbe lunghissimo e la letteratura immensa. Il mio primo ricordo va in particolare ad un libro. Nel 1968 infatti (non casuale la data) uscì il testo di Forcella e Monticone Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale (Laterza), ripubblicato poi in edizione economica (Universale Laterza) nel 1972. Se non fu il primo libro a incrinare il mito della Grande Guerra, della guerra “patriottica”, fu senz’altro quello che maggiormente vi contribuì.

Ricordo come, nella seconda metà degli anni ’70 tenemmo a Palazzo Flaim (sede del Consiglio Comunale di Verbania) un convegno intitolato “ʄ ʄ Maledetto sia Cadorna ʆ ʆ” con diretto riferimento alla canzone di protesta [4] dedicata al generale di Pallanza. Convegno partecipato con numerosi interventi – fra cui quello di Cesare Bermani che quella canzone aveva raccolto – e con un sentire comune condiviso (anche dai consiglieri comunali presenti): Luigi Cadorna non è certo un vanto per la nostra città.

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Il giudizio più severo su Luigi Cadorna è senz’altro quello di Angelo del Boca [5] espresso in Italiani, brava gente? Un mito duro a morire (Neri Pozza, Vicenza 2005). Riprendo alcuni passi del sesto capitolo (Le colpe di Cadorna).

        “Della guida dell’esercito italiano era stato incaricato il generale di corpo d’armata e senatore del Regno Luigi Cadorna, dal 27 luglio 1914 capo di stato maggiore dell’esercito. Per quanto non fosse mai stato su un campo di battaglia, aveva fatto una rapida carriera ed era considerato un brillante studioso di tattica. Dal temperamento freddo, riservato, era autoritario con i subordinati, non tollerava dissensi ed era estremamente sicuro di sé. «Cadorna rappresentava sotto tutti gli aspetti le qualità meno felici del corpo ufficiali italiano» osserva lo storico americano John R. Schindler. «La scelta di porre la sua persona alla guida dell’esercito italiano nella guerra più vasta che si fosse mai combattuta fino ad allora, non fu certo felice».

Oltretutto Cadorna entrava nel conflitto con un esercito che non era preparato a sostenere prove di lunga durata e di intensa durezza.

        “Il piano di Cadorna, sulla carta, era quanto di meglio si potesse concepire. Il generale piemontese partiva dalla constatazione che in un anno di guerra gli austriaci avevano già perso 800.000 uomini, che erano stanchi, prossimi al collasso e difficilmente avrebbero potuto sostenere l’onere di un terzo fronte. In base a queste considerazioni pensava di dare una poderosa «spallata» alle deboli forze nemiche (25000 uomini e 100 cannoni) attestate al di là dell’Isonzo, impiegando la III armata per attaccare Ie posizioni austriache sul Carso e Ia II armata per premere sulla linea dell’Isonzo, da Gorizia a Plezzo. Secondo Ie sue previsioni, Io sfondamento del fronte sarebbe stato rapidissimo, non avrebbe richiesto più di una settimana. In seguito la III armata si sarebbe impossessata di Trieste mentre la II si sarebbe spinta sino a Lubiana portando al collasso l’impero asburgico.” (p. 126 – 128)

Il piano – prosegue Del Boca – non teneva conto della impreparazione dell’esercito italiano e dei tempi di dislocazione delle truppe: passò pertanto un mese che lasciò il tempo agli austriaci di prendere le contromisure. L’attacco del 21 giugno alle linee austriache si rivelò pertanto fallimentare.

Italiani brava gente copertina

        “Sin dall’esordio del suo comando, il generalissimo Cadorna aveva rivelato di essere un uomo particolarmente testardo, incapace di fare autocritica, insensibile alle perdite umane anche quando erano immani, indifferente alle sofferenze e al morale dei soldati. Egli ostentava inoltre, nei confronti della gran massa di militari di estrazione contadina, un atteggiamento che sfiorava la sufficienza. Convinto assertore delle misure disciplinari più severe, era disposto a vincere quella che riteneva l’indisciplina cronica degli italiani ricorrendo pure ai plotoni di esecuzione e alla pratica barbara della decimazione. Anche con gli ufficiali, non importa quale grado ricoprissero, era durissimo se non rispondevano totalmente alle sue aspettative. … Come ha giustamente messo in evidenza Ernesto Ragionieri,

la pretesa di Cadorna di sovrapporsi al potere politico non solo per ciò che concerneva le operazioni militari, ma anche la direzione del paese, trovava una base oggettiva nelle incertezze e nelle carenze del governo e di queste si alimentava per accentuare l’aggressività nei confronti di tutte le forze sociali e politiche che mostrassero la benché minima oscillazione di fronte allo sforzo di guerra.” (p. 129 – 130)

E Del Boca così conclude il suo giudizio su Cadorna:

“Cadorna è stato per ventinove mesi il vero, indiscusso padrone dell’Italia. Nessuno, prima di lui e dopo di lui (Mussolini compreso), si è arrogato il diritto di vita e di morte su tutti gli abitanti della penisola. Disponeva, a suo piacimento, di uno degli eserciti più potenti del mondo, continuamente rafforzato con immani trasfusioni di sangue. Disponeva di propri tribunali di guerra, che imponevano la sua legge. Attraverso la censura militare metteva un bavaglio a combattenti e a civili. In accordo con Sidney Sonnino, poteva senza battere ciglio decretare la morte per fame di 100.000 prigionieri [italiani detenuti in Austria]. Per finire, era l’uomo che non aveva il minimo imbarazzo nel diramare direttive di questo tenore: «Deve ogni soldato essere certo di trovare, all’occorrenza, nel superiore il fratello o il padre, ma anche deve essere convinto che il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti ed i vigliacchi».” (p. 141 – 142)

Mario Isnenghi, nel suo sopra citato Convertirsi alla guerra, ci fa conoscere aspetti meno noti di Cadorna; innanzitutto i suoi precedenti piani militari in difesa della Triplice Alleanza con Germania e Austria, con trasporto in ferrovia delle truppe sul fronte del Reno contro la Francia (cinque corpi d’armata e due divisioni di cavalleria), piani considerati positivamente sino all’inizio dell’agosto 1914 quando verrà dichiarata la neutralità dell’Italia; Cadorna non fa una piega e si prepara a far la guerra ai suoi (e nostri) ex alleati (ivi, p 5-9). Non ama gli interventisti, sia che provengano dalla destra che dalla sinistra, per non parlare degli irredentisti, teste calde come Cesare Battisti e dei politicanti al governo (Salandra, Boselli, Orlando, …) sempre indecisi e pressati da un parlamento prevalentemente neutralista (ivi, p. 34 – 37). Il suo principale referente politico è Luigi Albertini, direttore del giornale-partito Il Corriere, uomo liberal-conservatore ma autonomo politicamente ed in grado di influenzare, con il giornale più diffuso in Italia, l’opinione pubblica e di condizionare lo stesso governo. Il rapporto di convergenza è reciproco.

            “L’idea che delle funzioni della stampa ha Albertini, e precipuamente in tempo di guerra, è quello di un organo del consenso, non però di una semplice cinghia di trasmissione. Rispetto a quale centro del potere o istituzione, in effetti? L’Italia, la patria, la nazione, l’interesse nazionale: al «Corriere» si è patrioti, indubitabilmente. E – più concretamente – alle autorità militari, che il generale Cadorna credibilmente invera” (p. 124)

L’altro aspetto, decisamente poco noto, che Isnenghi mette in luce, è il suo cattolicesimo alimentato anche dalla fitta corrispondenza con le donne di casa, tutte religiosissime: la moglie, la sorella e le tre figlie di cui due suore e la terza, Carla, terziaria – l’intellettuale della famiglia – che non poca influenza ebbe nelle scelte del padre il quale, superando la “laicità” dell’esercito sabaudo, reintrodusse la figura del cappellano militare e si circondò, al comando supremo di religiosi come i padri Giovanni Semeria e Agostino Gemelli che, pur molto diversi fra loro (modernista il primo, scienziato e cattolico conservatore il secondo), sono entrambi concordi nel propugnare attivamente l’unitarietà fra cattolicesimo e patriottismo.

Isnenghi convertirsi 001“Politici no, intellettuali no, interventisti no, ecclesiastici sì. Cadorna, come primo atto politico assumendo il potere quale successore del generale Pollio, compie – oltre a quella della ridislocazione militare delle truppe, da occidente a nord-est – un’altra   smobilitazione e rimobilitazione all’incontrario: ripristina la figura dei cappellani militari. Non è decisione e – più in generale – non è metafora da poco nei modelli e rapporti di potere che si disegnano per un esercito di popolo basato sull’obbligo. Lo Stato liberale ne aveva orgogliosamente fatto a meno per mezzo secolo. Ora non si scherza più, con le fisime dell’autonomia e della laicità dello Stato: ci sono i contadini-soldati da mandare al fuoco, quelli ubbidiscono solo al prete, bisogna tenerli buoni, dargli dei parroci in divisa. Un buon migliaio di sacerdoti cattolici per cominciare – che poi supereranno il doppio –, qualche unità, fra pastori e rabbini, e naturalmente, in questa condizione militare autorevole e protetta, pareggiata a quella degli ufficiali, c’è la fila dei candidati per entrarci.” (p. 37)

 

E concludo questa rassegna di giudizi su Luigi Cadorna riportando alcuni passi di Paolo Crosa Lenz, oratore ufficiale il 4 novembre scorso a Verbania [6]. Terra di tristi primati la nostra!

        “Quello che gli storici seri hanno concluso in tanti anni di lavoro, ma non era penetrato nella coscienza collettiva, poteva farlo solo la poesia. Ermanno Olmi (“Torneranno i prati”) ha detto in un film semplice e bellissimo due cose: quei ragazzi (i giovani per noi arruolati nel Battaglione Intra) morirono inutilmente, perché i nemici non erano gli austriaci (ragazzi come loro), ma logiche di guerra che non tenevano in alcun conto la vita dei soldati. Il generale Luigi Cadorna non fu un grande stratega obbligato a scelte difficili dai tempi bellici, come un certo revisionismo storico vuole far credere.

La “rotta” di Caporetto, che Cadorna attribuì alla vigliaccheria dei soldati, non fu la “allegra passeggiata” del padre Raffaele attraverso la “breccia” di Porta Pia, ma un disastro che vide il nostro esercito arretrare di 150 chilometri e lasciare indietro trecentomila uomini (morti, feriti, prigionieri). Cadorna amava dire: “Le uniche pallottole che non ci mancano sono gli uomini”! E che, come ogni cosa che “non manca”, si può sprecare.

Ti viene un male sottile nel pensare a queste cose. Il primo morto della prima guerra mondiale fu un anzaschino (Giovanni Bionda di Vanzone), il primo morto della seconda guerra mondiale fu un vigezzino (Luigi Rossetti di Craveggia), i primi letali gas tossici sono stati prodotti qui (alla Rumianca di Pieve Vergonte).

Siamo una terra di record tristi! Giovanni Bionda morì all’alba del XXIV Maggio 1915 (ore 4,30) sul monte Hernic, al Passo Zagredan nella zona del Monte Nero (alta valle dell’Isonzo). Era di pattuglia e i soldati italiani non avevano ancora sparato un colpo. Pronti e via! Aveva vent’anni. Era del 1895.”

Ed è soprattutto degno di nota che queste parole volte a “smantellare la retorica dei mausolei” siano state ufficialmente pronunciate proprio nella “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate”.

E, a proposito di mausolei, è ora di ritornare alla lettera al sindaco di Stresa da cui eravamo partiti.

20150619_160037Il monumento a Carlo Cadorna, che secondo il nipote Luigi costituirebbe “un attentato all’arte ed al buon gusto”, non è un monumento qualsiasi, ma degna opera in marmo bianco di Paolo Troubetzkoy che, oltre rendere omaggio al senatore pallanzese, lo rende anche alla “Bella Pallanza” rappresentata da una slanciata ed eterea figura femminile che sovrasta una corona di fiori e il busto del Cadorna che si erge da un medaglione riproducendone con verosimiglianza le fattezze; Il tutto poggiante su un piedestallo riportante la dedica:

“A Carlo Cadorna, pensatore scrittore statista sommo, per l’indipendenza della patria, per ogni libertà nel diritto, fra gli eccelsi, combattente, re e popolo nella città nativa eressero. VI ottobre MDCCCXCV, 1895.”

Certo il monumento nel suo complesso non è molto equilibrato, con un piedestallo liscio che, specie se visto da vicino, contrasta un poco con la movimentata parte superiore; quest’ultima è senz’altro la caratteristica opera di un artista internazionalmente noto e, vista nell’insieme della piazza, l’opera contraddistingue artisticamente il lungolago.

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Nel Museo del Paesaggio sono custoditi i modelli in gesso della “Bella Pallanza” e del busto di Cadorna che Troubetzkoy [7], non conoscendo il senatore, realizzò tramite una fotografia.

Deceduto a Roma il 2 dicembre 1891 i funerali di Carlo Cadorna si svolsero nella capitale con grande partecipazione; la salma fu poi traslata al cimitero di Pallanza. Anche l’inaugurazione del monumento a Pallanza (6 ottobre 1895), in una piazza molto più spoglia di quella attuale, vide un’affluenza significativa.

funerali Carlo Cadorna ebay monumento-carlo-cadorna-inaugurato-pallanza

In sostanza un giudizio sostanzialmente infondato quello di Luigi sul monumento dello zio e soprattutto, come vedremo, un giudizio decisamente improvvido.

Mi riferisco, naturalmente, al mastodontico mausoleo del generale che spezza il litorale precludendo, per chi viene dal lungolago, la vista del porto, del litorale successivo e, per un tratto, dell’Isolino di San Giovanni.

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Progettata dal teorico del monumentalismo Marcello Piacentini, il mausoleo è certamente opera che stride con la dolcezza del lungolago e ancor più con il vicino monumento del Troubetzkoy dedicato agli oltre cento caduti di Pallanza nella prima guerra mondiale che rappresenta nella parte superiore una vedova di guerra, con in braccio il figlio, mentre deposita un fiore sulla tomba del marito.

Dice di quest’opera Mario Bertolo [8]

Monumento caduti PallanzaIl 21 ottobre 1923, alla presenza del principe Umberto di Savoia, Pallanza inaugurò il suo monumento ai Caduti per la Patria.

La scultura, opera di Paolo Troubetzkoy, rappresenta, nella donna che, mentre regge il figlioletto, depone un fiore sulla tomba del congiunto caduto, la profonda differenza fra il dolore materno consapevole e l’inconscia presenza infantile, partecipe della mestizia.

La modesta statura delle figure in confronto alla consistenza del macigno fa pensare all’enormità del dolore che schiaccia l’umanità nell’orrore della guerra.

Nessun trionfalismo o retorica per la Vittoria, non svolazzo di ali o corone di gloria. Troubetzkoy, alieno dalle grandi celebrazioni, ha voluto ricordare così coloro che non sono tornati vivi dal fronte.

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L’esatto opposto del Mausoleo retrostante, monumentale e retorico che esalta la guerra e, soprattutto, chi di quei caduti è il principale responsabile. Quattro scalinate portano al sarcofago in porfido rosso che contiene la salma del generale. All’esterno dodici statue che “vegliano la salma” sono dedicate ai vari corpi militari e tipologie di combattenti, milizia fascista compresa.

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Monumento dicevo che stride paesaggisticamente con il lungolago, architettonicamente e artisticamente con la contigua delicata opera del Troubetzkoy, storicamente e moralmente per la volontà implicita di sovrastare con la propria mole le vittime della guerra ricordate lì accanto. A parte l’orrendo e macabro gusto di porre in piena vista sul lungolago un sarcofago con tanto di salma.

Cadorna, morto a Bordighera il 21 dicembre 1928, fu dapprima tumulato nel cimitero di Pallanza; il trasferimento della salma al Mausoleo avvenne oltre tre anni dopo, con solenne cerimonia, il 24 maggio 1932. Erano presenti il Duca Amedeo d’Aosta, l’ammiraglio e ministro Costanzo Ciano, che legge un messaggio di Mussolini, e il presidente dell’Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra e parlamentare Carlo Delcroix, oratore ufficiale.

Grazie all’archivio storico dell’Istituto Luce di Cinecittà è possibile visionare online i Giornali Luce sul Funerale di Cadorna (dicembre 1928); la Cerimonia di traslazione della salma al mausoleo (maggio 1932),e, questa volta anche con l’audio, la Stessa cerimonia con alcuni passaggi dei discorsi ufficiali.

Immagini (e parole) davvero eloquenti di cosa abbia rappresentato il mito della Grande Guerra e con questa il capovolgimento del ruolo di Cadorna: dal responsabile di Caporetto all’organizzatore e capo che non disperò mai (Mussolini); e nelle parole del monarchico, mutilato e cieco di guerra Delcroix, il mito della vittoria mutilata (gli alleati che non ricambiarono la nostra solidarietà), mito foriero di una ancor più drammatica guerra che travolgerà l’Italia e il mondo intero.

A Pallanza ho sentito più volte ironicamente dire (e ho talvolta ripetuto) durante una esondazione: “Speriamo che la prossima volta che esce il Lago si trascini con sé quell’orrendo mausoleo”. Ovviamente nessuno pensa di smantellarlo, fa parte anche quello della nostra storia che è bene conoscere e non dimenticare; lo stesso vale per la Via a lui dedicata. Non amo le furie iconoclaste che si rinnovano di stagione in stagione e che voglion divellere lapidi e monumenti; ognuno di loro ricorda non solo gli eventi e i personaggi che rappresentano ma anche chi, quando e perché li ha voluti celebrare. E c’è spesso molto da imparare. Un discorso diverso farei per le intestazioni alle scuole: lì la denominazione dovrebbe avere in sé un messaggio educativo positivo; una Scuola Media intestata a Luigi Cadorna mi sembra portare in sé un messaggio educativo altamente contradditorio. Visto che l’Istituto Comprensivo di riferimento ha assunto un ben più educativo nome, quello di Rina Monti Stella, ci si potrebbe, senza clamori, man mano dimenticare del vecchio nome e assorbire quello nuovo del Comprensivo.

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E passeggiando lungolago a Pallanza, dopo aver ammirato i due monumenti di Troubetzkoy, con una sbirciata all’orrido mausoleo considerarlo “un attentato all’arte ed al buon gusto come sono una gran parte di quelli che dovrebbero ornare ed invece deturpano le piazze delle città italiane”, giusta nemesi monumentale per chi fu portatore di tanti lutti e … di improvvido giudizio artistico.

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Note

[1] Eugenio Ottolini, nato a Stresa il 18 aprile 1862 da Agostino e Teresa Bolongaro. Laureato in Giurisprudenza a Torino l’11 dicembre 1885, esercitò quale avvocato presso il foro di Pallanza. Per venti anni fu Sindaco di Stresa con tre successivi mandati dal 1894 al 1913. In tale veste partecipò dal 1897 al Comitato per la linea di raccordo al Sempione Arona-Gravellona nato per ottenere un collegamento diretto fra Milano e la construenda galleria del Sempione, in alternativa alla linea Gozzano – Domodossola che penalizzava i paesi lacustri e aveva mostrato criticità per i trasporti pesanti. Fu inoltre Sindaco della Società ferrovie del Mottarone che gestiva la ferrovia a cremagliera Stresa – Mottarone, iniziata nella primavera 1910 e ultimata nel luglio 1911. Morì all’Alpino, sopra Stresa, a 73 anni il 19 agosto 1935.

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Eugenio Ottolini da giovane

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Avv. Eugenio Ottolini

Avv. Eugenio Ottolini

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Il Sindaco Eugenio Ottolini accoglie a Stresa la Regina Margherita

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[2]. Scriverà Ugo Ojetti, pochi mesi dopo l’entrata dell’Italia in guerra, riportando in particolare il giudizio del Generale Francesco Saverio Grazioli: “Non si va avanti che a metro a metro con perdite enormi sproporzionate allo scopo. Tutti i generali sono contro Cadorna e più contro Porro che non si vedono mai, coi quali non riescono mai a parlare; mancano di lanciabombe, di buoni tubi, di telefoni ecc. Non s’è, a tempo, imparato niente dai dieci mesi di guerra altrui. E nessuno osa parlare.” (M. Isnenghi, Convertirsi alla guerra. Liquidazioni, mobilitazioni e abiure nell’Italia tra il 1914 3 il 1918, Donzelli, Roma 2015, p. 147).

[3] Nel portale del Senato è presente la sua scheda biografica e politico amministrativa, con in calce i discorsi di commemorazione al Senato (3 dicembre 1891).

[4] Questo il testo:

Cadorna

Maledetto sia Cadorna, / prepotente come d’un cane, / vuoI tenere la terra degli altri / che i tedeschi sono i padron.

E i vigliacchi di quei ignori, / che la credevano una passeggiata, / quando sentirono la loro chiamata / corse a Roma e s’imboscò.

E quei pochi che ci resteranno, / quando poi verranno a casa, / impugneranno la loro spada / contro i vigliacchi di quei padron.

O vile Italia, come la pensi / del tuo popolo così innocente, / che non ti ha mai fatto niente / e tu, vigliacca, lo vuoi tradir?

Dagli ufficiali siamo mal trattati / e dal governo siamo mal nutriti; / in quattro stati si sono riuniti / per distruggere la povertà.

L’origine e le altre versioni sono reperibili su una scheda del sito Inutile strage.

[5] Oltre che giornalista e storico, in particolare del colonialismo italiano, Del Boca è partigiano che ha narrato la sua esperienza in più testi: si possono ricordare Viaggio nella luna (La mandragora, Imola 2011) e Nella notte ci guidano le stelle. La mia storia partigiana, (Mondadori, Milano 2015). Nel 2003 fu l’oratore ufficiale al 59° anniversario dell’eccidio di Fondotoce (qui il suo intervento).

[6] Il testo completo dell’intervento di Paolo Crosa Lenz – che da questo gennaio è presidente dell’Ente di gestione delle Aree Protette dell’Ossola che comprende i parchi naturali “Alpi Veglia e Devero” e “Alta Valle Antrona” – è stato pubblicato sul primo numero di Nuova Resistenza Unita del 2016 ed è reperibile anche in rete sul sito di Verbania Notizie.

[7] Online sono visionabili due video su Paolo Troubetzkoy: il primo sulla sua Gipsoteca al Museo del Paesaggio, il secondo una monografia complessiva sulla sua opera (con sottotesto in spagnolo).

[8] Mario Bertolo, Quando le camicie erano nere. Verbania, città nuova dalla storia antica – Vol. V, Studio Azzurro, Verbania 1996, p. 15.

 

Lincoln, il film *

lincoln_poster_ita 2Un film ambivalente. Pienamente convincente nell’interpretazione storica della figura di Lincoln (con uno straordinario Daniel Day-Lewis) e nel ripercorrere il dibattito e l’azione politica che hanno portato alla approvazione del XIII emendamento che abolì definitivamente la schiavitù, ma che si dilunga inutilmente e con scarsa efficacia sulle relazioni di Lincoln con la moglie e i figli.

 

Premetto che ho visto il film tramite DVD e, grazie anche ai contenuti speciali e alle interviste qui riportare, mi pare da confermare, al di là del numero spropositato di premi e di nomination ricevuti in patria, il giudizio ambivalente dato da molti. Con alcuni punti deboli e, tutto sommato, una prevalenza di punti di forza.

Mi spiego. Nell’intervista l’autrice (Doris Kearns Goodwin) del libro (Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln) da cui Tony Kushner ha tratto la sceneggiatura spiega bene le caratteristiche del suo lavoro. Aveva voluto ritrarre Lincoln al di là del mito indagandone la personalità sul piano umano nei rapporti con le persone a lui più vicine, a partire dai familiari. Ma, sottolinea l’autrice, si rese presto conto che Abramo Lincoln passava infinitamente più tempo con i suoi collaboratori e ministri che con la sua famiglia. E visto che questi collaboratori hanno lasciato dettagliati diari e numerosi episodi quotidiani ed impressioni personali sulla figura del Presidente, è stato possibile farne un ritratto originale e approfondito sul piano politico più di quanto potesse emergere sui suoi rapporti con moglie e figli.

Quando Steven Spielberg seppe del lavoro della Goodwin, prima ancora che fosse ultimato, ne chiese l’esclusiva perché da tempo aveva in mente un Lincoln regista Spielbergprogetto sul presidente che aveva abolito la schiavitù. Non appena ebbe in mano il dattiloscritto (oltre 700 pagine) si rese conto che doveva fare una scelta e subito intuì che questa doveva concentrarsi sugli ultimi quattro mesi di vita e sulla battaglia abolizionista (il XIII emendamento della Costituzione) che corrispondono anche al periodo conclusivo della guerra civile **.

E qui sorge appunto la domanda: perché insistere anche sui rapporti familiari con la moglie e i figli. Non aggiungono niente sulla figura del Presidente; su questo fronte la sceneggiatura è fragile, i conflitti non dicono nulla di particolarmente interessante e i personaggi sono delineati in modo superficiale, senza spessore psicologico; il conflitto padre figlio è stato tematizzato con ben altra intensità ad esempio da Elia Kazan ne La valle dell’Eden. Per non parlare delle interpretazioni sia del figlio maggiore che della moglie a dir poco imbarazzanti.

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Sally Field, che interpreta la moglie, più che alla recitazione sembra concentrata a indossare i bellissimi vestiti preparati da una attenta scenografia (scenografia molto curata ma talora sin troppo ricercata nei dettagli; comunque l’oscar vinto dagli scenografi ci poteva stare).

Il siparietto in calesse con la moglie, collocato tra la fine della guerra civile e la morte violenta, dove parlano di un possibile viaggio a Gerusalemme, ad esempio, poteva benissimo esser tralasciato: non aggiunge nulla e spezza in modo incongruo l’intensità della narrazione.

 

 

 

E veniamo ai punti di forza. Innanzitutto la magistrale interpretazione di Daniel Day-Lewis (in questo caso un Oscar pienamente meritato): grazie anche alla sceneggiatura ci rende l’immagine di un uomo politico complesso, travagliato, melanconico e ironico al tempo stesso. Oratore sintetico ed efficace, dalla grande capacità di ascolto (a partire dai più umili) e in grado di valutare alla perfezione le persone che ha davanti. Idealista convinto e nello stesso tempo, pur di raggiungere il suo obiettivo, capace della più scaltra realpolitik.

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Capisce al volo se il rappresentante del Congresso che ha davanti va convinto con argomenti etici e/o politici oppure serva maggiormente acconsentire alle sue aspirazioni personali. E nei momenti più impensati, ad esempio nel mezzo di un acceso dibattito politico con i suoi collaboratori, o prima di intraprendere una decisione, capace di distanziarsi con ironia per dar voce ad uno dei suoi racconti, delle sue storielle (che tanto irritavano i suoi collaboratori). In sostanza un uomo complesso e profondo, in grado di assumere decisioni tragiche, come quella di posporre l’incontro con i delegati del sud mandati a trattare la fine della guerra, pur di realizzare l’obiettivo principale. In gioco non era solo la centralità del principio di eguaglianza, ma la natura stessa che la Nazione avrebbe assunto dopo guerra civile.

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E le figure che lo accompagnano nella sua impresa politica sono credibili e ben delineate, a partire dal Segretario di Stato William Seward (interpretato in modo dignitoso da David Strathairn).

 

 

E veniamo all’altro aspetto che mi ha convito e, direi, anche appassionato: la battaglia al Congresso per il XIII emendamento.

 

 

I dibattiti e gli scontri sono decisamente ben ricostruiti grazie anche ad interpretazioni credibili tra cui spicca la figura di Thaddeus Stevens, il deputato abolizionista, originario del Vermont, interpretato in modo magistrale da Tommy Lee Jones.

I suoi duelli oratori sono memorabili come la sua capacità di mettere a freno la sua pulsionalità egualitaria ed antirazzista per metterla al servizio dell’obiettivo condiviso con Lincoln di allargare il fronte dei sostenitori e mettere alle corde i rappresentanti avversi. A mio parere se queste sequenze incentrate sul dibattito alla Camera, che si concludono con una approvazione dell’emendamento sul filo del rasoio, avessero trovato più spazio (a scapito magari dell’inutile vicenda del figlio maggiore e di molte sequenze con la moglie) il film nel suo complesso ne avrebbe guadagnato in unitarietà e profondità.

"LINCOLN" 526141 Tommy Lee Jones stars as Republican Representative Thaddeus Stevens in this scene from director Steven Spielberg's drama "Lincoln" from DreamWorks Pictures and Twentieth Century Fox. ©DreamWorks II Distribution Co., LLC.  All Rights Reserved.

Certo molti lo criticano perché troppo “documentario”; io penso che proprio l’interpretazione storica sia della figura di Lincoln che del passaggio epocale della abolizione della schiavitù con il XIII emendamento sia la dimensione più convincente del film. Un film storico (ovviamente in “storia” si parla di interpretazioni, sempre passibili di revisioni e contestazioni: la successione dei fatti, la cronaca qui è puntuale ma siamo appunto di fronte a “una” interpretazione) un film storico dicevo in grado di dare un quadro efficace di un momento cruciale della storia statunitense. La sua debolezza sta proprio nel non voler essere appieno tale, nel cimentarsi nelle dinamiche padre/figli e marito/moglie in modo superficiale, senza alcuna profondità psicologica, e spezzando l’unitarietà narrativa.

E comunque, come ogni buona narrazione e interpretazione storica, in grado non solo di ricostruire il passato ma passibile di insegnamenti e riflessioni contemporanee. Ne butto lì qualcuna di quelle che mi son venute in mente durante e dopo la visione.

La complessità: il tema della schiavitù e della guerra civile, dell’emancipazione introdotta inizialmente per proclama da Lincoln (giustificata anche come necessità militare) ma proprio per questo in modo non irreversibile alla fine della guerra. Doveva diventare un dettato costituzionale e in quanto tale non più modificabile … a costo di rendere più difficile la pace con gli stati secessionisti. Un intrico drammatico e difficilmente districabile: solo una figura di alto livello, complessa e profonda come quella di Lincoln era in grado di dipanarla.

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Oggi come oggi molti pensano che di fronte alla complessità servano soprattutto le scorciatoie, le semplificazioni, gli uomini dal cinguettio twitter facile … col risultato che le situazioni complesse si aggrovigliano sempre di più. Una grande nostalgia di personalità politiche di quel livello che oggi sembrano scomparse.

La guerra civile: oltre alla sua intrinseca drammaticità (il bagno di sangue fratricida) una guerra civile appunto non è una guerra fra Stati e questo rende impossibile un trattato di pace, una mediazione. Può terminare solo con la sconfitta e resa definitiva di una delle parti. Lincoln ne è consapevole, nel film lo spiega ai delegati sudisti che pensavano di esser venuti per trattare: non vi può esser trattativa ma solo la resa. E questo rende drammaticamente il vincitore pieno e unico responsabile del dopo, di una difficile ma necessaria riconquistata unità dello Stato e di una ancor più difficile riconciliazione; questo il senso dell’incontro, alla fine della guerra fra Lincoln e il Generale Grant.

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Possiamo, venendo a tempi più recenti, pensare agli errori e alle fratture del nostro ultimo dopoguerra o all’opposto della capacità di Nelson Mandela di unire il suo paese dopo la vittoria sull’apartheid. E ancora volgere lo sguardo alle guerre di oggi, alle cosiddette guerre asimmetriche che se non sono sempre definibili come guerre civili, hanno comunque la caratteristica di vedere da una parte degli Stati e dall’altra un nemico senza statualità definita e pertanto un nemico “con cui non si può trattare”. Con il rischio di impantanarsi in grovigli da cui non si sa più come uscirne, di guerre senza fine.

Infine un particolare, che conoscevo, ma che mi ha comunque colpito. La storia (anche quella più recente) è fatta talora di rovesciamenti e bisogna stare attenti ad usare le parole nel loro contesto. Nello specifico vedere come i più strenui difensori dell’abolizionismo fossero esponenti del Partito Repubblicano e viceversa i principali sostenitori della schiavitù di quello Democratico. Letto con gli occhi della politica statunitense attuale crea un certo effetto di straniamento. Ma la storia è piena di simili ribaltamenti. Per non ridursi alla cronaca non entusiasmante dei nostri giorni, ricordo la vicenda dei missionari gesuiti in America latina, che, da Ordine religioso in Europa affiancato al potere e ai potenti, nell’altro mondo divenne sostenitore dei diritti e della cultura dei nativi oppressi (il film Mission ce lo ha ben ricordato) e viceversa i Francescani che nelle colonie portoghesi (dimentichi del loro fondatore) divennero sostenitori dei conquistadores e degli stati coloniali. Insomma i bei dibattiti al Congresso rappresenti dal film di Spielberg mi hanno ricordato che bisogna diffidare delle parole, delle etichette, dei semplici nomi perché il loro significato cambia (e talvolta si rovescia) e che necessita sempre guardare al di là, a cosa realmente c’è dietro.

Per concludere, se un film riesce a far pensare, ad accendere qualche lampadina, vuol dire che tutto sommato non è un brutto film.

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——–

* di Steven Spielberg, USA 2012. Commento postato su FilmTV qui parzialmente rivisto e linkato.

** Sulla Guerra civile americana la letteratura è immensa; on line sembrano prevalere i siti e le interpretazioni più favorevoli ai sudisti. Il revisionismo non è solo europeo: una lettura interessante di questo rovesciamento postumo e sulle figure di Grant e Lee su il il Post. Anche la voce di Wikipedia è stata messa sotto accusa di un atteggiamento filoconfederato e la discussione è tutt’ora in atto. Di seguito alcuni link in merito alla Guerra di Secessione:

Linkografia sulla guerra civile americana

Due siti per gli appassionati del tema: GCA e Forum

Una cartina di Limes

Due sintesi: PBMStoria e TuttoAmerica

Il più famoso discorso di Lincoln: il Gettysbury Address

Due articoli sulla Guerra di secessione come prima guerra moderna: TuttoStoria e Il Fatto Storico

Swing Jugend *

La Giornata memoria all’Istituto Cobianchi, con la proiezione del film Swing Kids- Giovani ribelli (cfr. scheda), ha permesso di ricordare una vicenda poco nota del regime nazista: la repressione della Swing Jugend (i “giovani dello swing” denominati anche swing boys o swing kids).

Tutto nasce oltreoceano, secondo la vulgata nell’agosto 1935 in un locale di Hollywood, dove si esibivano Benny Goodman e Gene Krupa; vista l’ora tarda e il pubblico annoiato si misero a suonare con i nuovi arrangiamenti molto ritmati di Fletcher Henderson; si racconta che le cameriere del locale si misero a ballare in modo scatenato coinvolgendo i clienti. Era nato lo Swing, che subito si diffuse nelle sale da ballo USA e rapidamente anche in Europa.

1 swing kids foto d'epoca

Swingjugend. Foto d’epoca

Il fatto singolare è che tale musica non solo si diffuse nella Germania nazista alla vigilia della guerra, ma diede vita ad un vero e proprio movimento giovanile presente in particolare ad Amburgo e Berlino.

I giovani swing boys non solo amavano il jazz e si ritrovavano nelle sale da ballo che suonavano lo swing, ma avevano dato vita ad uno stile di vita antagonista a quello della gioventù hitleriana. Portavano i capelli lunghi, vestivano all’inglese con lunghi cappotti o impermeabili, portavano l’ombrello anche quando non pioveva e propugnavano una sessualità libera e gioiosa.

Il loro motto era Swing Heil, in aperta derisione del Sieg Heil nazista. Numerosi gli scontri con la Gioventù Hitleriana.

2 musica degenerata

Manifesto nazista contro la “Entartete musik” (musica degenerata)

 

Con l’inizio della guerra la repressione della “musica degenerata” (entartete musik) e del movimento della Swing Jugend si fece sempre più decisa sino a culminare nel 1940 con l’assalto ad una sala di Amburgo dove si svolgeva un festival Swing, episodio richiamato nella scena finale del film. Oltre 500 giovani furono arrestati e mandati nei campi di lavoro o al fronte.

Del movimento, che era culturale, di costume, più che politico, non rimase quasi più niente; alcuni dei suoi seguaci si avvicinarono poi alla opposizione politica della Rosa Bianca.

Quello che meraviglia della vicenda degli swing boys è come, nonostante il duro controllo di tutta la vita del giovane tedesco (dalla scuola al doposcuola al controllo caseggiato per caseggiato come ben descritto ad esempio da Erika Mann ne La scuola dei barbari), questo movimento si sia diffuso grazie a semplici strumenti di comunicazione quale la radio e i dischi in vinile. Solo una durissima repressione e la mobilitazione bellica è riuscita a porvi fine.

3 divieto di ballare swing

Divieto di ballare lo swing

Questo ci fa capire come oggi, quando gli strumenti di comunicazione si sono moltiplicati grazie alla multimedialità e al web, i regimi totalitari ed autoritari abbiano vita breve (ultimo il caso dell’Ucraina) e che per sopravvivere sempre più spesso scelgano la strada non solo della repressione sistematica ma anche della guerra. La via della pace e quella della democrazia sono proprio per questo un tutt’uno.

 

 

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Il film

Swing Kids – Giovani ribelli

Titolo originale Swing Kids. 112′ min. – USA 1993

Regia Thomas Carter, regista di colore noto per serial tv (Miami Vice) e film polizieschi e musicali.

Sinossi

Amburgo 1939. Tre Swing Kids, Peter (orfano di un musicista fatto morire dal regime), Thomas (figlio di un industriale) e Arvid (giovane chitarrista), si ritrovano nei locali dove si balla la nuova musica e si scontrano con la Gioventù hitleriana.

Dopo una bravata Peter e Thomas sono costretti ad arruolarsi nel corpo paramilitare mentre Arvid, già menomato ad una gamba, viene pestato dai nazisti e gravemente ferito ad una mano; come Django Reinhardt (chitarrista che per la sua parziale infermità ha dato vita ad uno stile jazz del tutto personale) continuerà nella sua passione.

Thomas si avvicina al nazismo; con i hitlerjugend irrompe nel locale swing e ha un duro scontro con Peter, ma quando lo vede portar via destinato ai lavori forzati, lo saluta con il grido Swing Heil!.

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* Pubblicato su Nuova Resistenza Unita n. 2, marzo aprile 2014. Il riferimento iniziale è naturalmente alla Giornata della Memoria del 2014.

 

Immagini dal film

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7 Swing Kids 4 8 Swing Kids 6

11 Swing Kids 7  6 Swing Kids 5

9 Swing Kids 9

 

Link

La Swingjugend su Electro Swing Italia

Swing Jugend su Wikipedia

Presentazione del film su Wikipedia

Scheda del film su Film TV

 

Placido Rizzotto

Rizzotto locandina

Diretto da Pasquale Scimeca, il film sul segretario della Camera del lavoro di Corleone, ex partigiano e socialista, ucciso dalla mafia nel marzo del 1948, uscì nel 2000.

Il film non ebbe molto successo nonostante l’attualità della tematica e le modalità innovative con cui il regista la affronta, forse oscurato da un film su analogo tema, uscito poco dopo, che ebbe maggior diffusione e fortuna: I cento passi di Marco Tullio Giordana.

Recentemente, dopo i funerali di Stato del sindacalista corleonese, il film è stato riproposto sia in TV che in formato DVD.

 

Questa la mia recensione su Nuova Resistenza Unita n. 2 del marzo–aprile 2001.

 

Placido Rizzotto: per una nuova filmografia civile

 

 Il giovane contadino corre nell’inutile speranza di ostacolare l’arresto del padre Carmelo, piccolo “gabellotto” del feudo Drago[1]; corre il partigiano della Carnia nel tentativo tardivo di impedire un ultimo gratuito eccidio nazista; più pacata e distesa la corsa dei contadini che, sotto la guida del sindacalista socialista, occupano le terre incolte dei latifondisti. Una vita intensa e breve quella di Placido Rizzotto che terminerà la sera del 10 marzo 1948, gettato in una “ciacca” della campagna di Corleone. Il corpo sparirà per sempre; i pochi indumenti ritrovati giacciono ancora oggi in un sotterraneo del palazzo di giustizia di Palermo.

Da questa vita, oggi ricostruita[2], il regista siciliano Pasquale Scimeca ha costruito un film[3] duro, generoso, atipico e, soprattutto, “civile”. Non è facile riproporre oggi un film di formazione civile e, tantomeno, su di un tema (la mafia) filmicamente abusato.

 

Il ritorno a Corleone

Il ritorno a Corleone

La struttura narrativa nel neorealismo del dopoguerra era perlopiù incentrata sulla simmetria fra la storia dell’eroe (popolare) e la Storia; la vicenda individuale confluiva nella visione della grande Storia dove altri, con le stesse bandiere, ne avrebbero raccolto l’eredità. Il cinema politico e civile degli anni successivi ha oscillato tra la denuncia drammatica, evoluzione politica del documentario, e la riproposizione, con nuovi scenari e soggetti, della struttura neorealista. Con l’esaurirsi della visione storicistico progressiva della Storia, in un contesto politico del tutto diverso, negli ultimi anni il genere si era ormai esaurito.

Il tentativo di Scimeca è senz’altro nuovo e, al di là di toni naif che richiamano filmografie non occidentali, tutt’altro che elementare.

La cornice narrativa è quella di un cantastorie odierno che si rivolge ad un ridottissimo pubblico; i suoi riquadri illustrati segnano le tappe (le sequenze), temporalmente discontinue, della vita e morte del protagonista. Ci accorgiamo, ad un certo punto che l’attore-cantastorie è lo stesso (Carmelo di Mazzarelli) che impersona il padre di Placido: l’ex mafioso che assumerà su di sé il compito della memoria e la rivendicazione di giustizia per la morte del figlio.

La cornice si presenta così sotto la forma del mito e i personaggi diventano figure etiche simbolicamente esemplari richiamando ora la tragedia greca ora la sacra rappresentazione popolare.

Rizzotto è il sacrificio: il simbolismo più che esplicito è esasperato: rivede il paese all’ombra di una enorme Croce di legno; qui ancora si ritrova con Lia; la sera della sua scomparsa una sacra rappresentazione della Passione anticipa la fine di una vita breve che non può che concludersi … a trentatré anni … in un sepolcro vuoto…

 

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Lia: la fedeltà che non potrà rimaner tale se non abbandonando per sempre la propria terra.

Lo “sciancato” (Luciano Liggio): il male nella forma più odiosa di viscida brutalità.

Il giovane pastore, testimone involontario (sembra uscito direttamente da un film di Pasolini): l’innocenza. E così via.

 

Rizzotto pastorello

 

Altri quadri della narrazione si allargano però ad una più rigorosa ricostruzione storica: dai conflitti sociali e sindacali, che si presentano in primo luogo come conflitti interiori fra opzioni di valore e successivamente come frattura fra generazioni, sino alle minuziose indagini del giovane capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ci troviamo di fronte ad una “microstoria” che esplicitamente ci proietta non solo verso altre innumerevoli microstorie del tutto analoghe (il regista all’inizio ci aveva avvertito che solo casualmente la terra di cui si narrava era terra di Sicilia: avrebbe potuto esserlo di qualsiasi altra parte del mondo), ma che soprattutto ci rimanda direttamente al presente.

 

L'assemblea alla Camera del Lavoro

L’assemblea alla Camera del Lavoro

Il cantastorie che, dopo aver illustrato l’ultima scena in cui Dalla Chiesa e Pio La Torre si stringono la mano, rimasto solo, si immerge sconsolato la testa nelle mani, parla silenziosamente del dopo e dell’oggi, del destino tragico di quei personaggi, della continuità e delle trasformazioni del potere mafioso.

Non ci dà nessun insegnamento, né tanto meno sventola bandiere. L’azione raccontata si è conclusa e non mostra visibili eredi, non si è incolonnata in nessun vittorioso progresso. Eppure parla, parla talmente forte che lo spettatore rimane inchiodato: si sente richiamato alle proprie personali responsabilità, sente il bisogno di interrogarsi e di esprimersi con un chiaro giudizio etico.

 

Rizzotto La terra

 

Una formazione civile che pertanto non proietta più ad un diretto (e talora univoco) impegno, ma che passa prioritariamente attraverso la maturazione etica, e pertanto civile e politica, del proprio giudizio.

Le diverse microstorie possono allora fra loro collegarsi al di là delle fratture dello spazio e del tempo. Ci piace ricordare che, subito dopo la morte di Rizzotto e prima che a Corleone arrivasse il giovane Pio La Torre, a sostenere la Camera del Lavoro, nei giorni infuocati delle elezioni del ’48, si prodigò un altro partigiano, il novarese Vermicelli che, della Sicilia di quegli anni, ci ha lasciato alcune pagine eticamente e politicamente indimenticabili[4].

 

Note

 [1] D. Dolci, Spreco, Einaudi, Torino, 1960, p. 167.

[2] D. Paternostro, Placido Rizzotto, il sogno spezzato, Adarte, Palermo, 2000.

[3] Italia, 2000; il sito ufficiale si trova all’indirizzo http://www.luce.it/placidorizzotto (nel 2016 non più attivo).

[4] G. Vermicelli, Babeuf, Togliatti e gli altri, Tararà, Verbania, 2000, pp. 154–170, 205–216.

 

Postilla 2016

 

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 Placido Rizzotto ha rappresentato l’altra Sicilia, quella che da sempre ha lottato contro la mafia. Non è un caso che Giuseppe (Pippo) Fava, nella sua ultima intervista prima di cadere anche lui sotto i colpi di sicari mafiosi, intervista condotta da Enzo Biagi, si soffermi a lungo sulla figura di Rizzotto, indicata appunto quale emblema della Sicilia antimafiosa.

 Grazie all’insistenza mai rassegnata dei familiari le ossa di Placido Rizzotto sono state ritrovate nel 2009 appunto in una “ciacca” (una foiba) e riconosciute nel 2012 con il test del DNA confrontato con quello tratto dalla tomba del padre. Il 24 maggio 2012 i resti di Placido Rizzotto sono stati sepolti con funerali di Stato nella tomba di famiglia. Funerali a cui hanno partecipato il capo della Stato Napolitano, la segretaria nazionale della CGIL Susanna Camusso, il presidente di Libera don Ciotti e soprattutto la popolazione di Corleone.

Non furono comunque funerali “tranquilli”: nella parte religiosa della cerimonia il vescovo di Palermo Monsignor Salvatore Di Cristina nell’omelia non pronuncia mai la parola mafia e arriva a storpiare il nome di Rizzotto in Rizzuto; inoltre a don Ciotti non è stata consentita la concelebrazione del rito religioso. Parlerà invece, dopo i familiari, le autorità, la Camusso, con uno splendido intervento sul dovere cristiano e civico della “denuncia”, a conclusione della successiva cerimonia civile nella piazza di Corleone.

 

Link

Placido Rizzotto su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Placido_Rizzotto

Placido Rizzotto raccontato da Pippo Fava: https://www.youtube.com/watch?v=kTgl6xAwSP4

Ultima intervista a Giuseppe Fava: https://www.youtube.com/watch?v=2a89Km8mGi0

Giuseppe Fava su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Fava

Placido Rizzotto, le radici del coraggio (video): https://www.youtube.com/watch?v=irOrtS-29SI

Ritrovati i resti di Rizzotto (La Repubblica Palermo): http://palermo.repubblica.it/cronaca/2012/03/09/news/trovate_le_ossa_di_placido_rizzotto-31212133/?ref=HREC1-5

Le ossa di Placido Rizzotto (ivi, rassegna fotografica): http://palermo.repubblica.it/cronaca/2012/03/09/foto/trovate_le_ossa_di_placido_rizzotto-31210985/1/

I Funerali di Stato di Placido Rizzotto (video di Vincenzo Barbagallo): https://www.youtube.com/watch?v=CdlZsRwV3TM

La scheda del film di Scimeca su FilmTV: http://www.filmtv.it/film/20568/placido-rizzotto/

Presentazione e trailer del film (Liliana e Francesco Calabrese): https://www.youtube.com/watch?v=z9OWUWLLWzY

Bello e malefico l’ovulo

Ultimo sabato di settembre. È una bella giornata e ne approfittiamo per andare a chiudere la baita prima dell’inverno. Sono 1700 metri e il freddo può arrivare di colpo. Un po’ di provviste per la fine dell’anno, l’antigelo, la copertura delle tubature e quant’altro.

Nel vialetto d’ingresso accanto al filare di faggi, quasi in filare parallelo a distanza regolare una sequenza di Amanita muscaria ben aperte e ormai rinsecchite. Insolito: normalmente si trovano nel bosco; segno di una “buttata” intensa anche se breve. Sul lato opposto, nel pendio tra l’erba, sotto un abete, di fianco al cumulo d’aghi di un formicaio, un esemplare più piccolo, fresco e dal cappello rosso vivo.

 

Amanita muscaria baita

 

Lo inquadro con lo smartphone e lo posto su Instagram (e in automatico su Facebook). La sera leggendo i commenti sulla sua più o meno elevata tossicità mi tornano a mente frammenti di immagini e ricordi.

È certo il fungo più bello e più rappresentato. Non c’è pubblicazione, anche agile, dedicata ai funghi che non ne riporti qualche fotografia. Non c’è illustrazione di gnomi e boschi fatati che non metta in primo piano la sua cappella rossa punteggiata di bianco. E, mi suggeriscono, i Puffi non abitano forse in case che assomigliano molto al fungo in questione?

Nell’Alice di Carroll e nelle sue illustrazioni, ad esempio del capitolo V (I consigli del bruco), il fungo magico su cui stava seduto il “grosso Bruco turchino … fumando una lunga pipa turca” viene in genere rappresentato appunto come una Amanita muscaria; lo stesso nel film di Tim Burton: sia il fungo del bruco sia quello su cui è posato l’oracolo che Alice deve consultare.

Un fungo appariscente, misterioso e magico nel consolidato immaginario collettivo.

 

alice 1

 

Ed anche utile.

A partire del nome “muscaria”, moscaria, che ricorre in gran parte delle lingue – dall’inglese Fly agaric, al castigliano Matamoscas, al tedesco Fliegenpilz (Fungo delle Mosche), al francese Amanite tue-mouches, per citane alcune – e che richiama il suo utilizzo quale moschicida. Spezzettata in un po’ di latte, oppure fatta macerare in un piatto dovrebbe catturare ed uccidere le mosche; vi ho provato parecchi anni fa ma con poco risultato e soprattutto ho dovuto rinunciarci per le fetide esalazioni rilasciate dopo pochi giorni.

No, l’utilità maggiore per la mia esperienza è un’altra che mi rimanda ad un vivo ricordo di quand’ero ragazzo.

Alla Piana di Vocogno (come allora più propriamente veniva chiamata l’attuale “Piana di Vigezzo”) mio padre aveva intrecciato uno stretto rapporto con Remo, il proprietario della locale locanda che lui stesso si era costruito: il Ratagin (nel dialetto “Stella Alpina”). Remo, persona conosciutissima in valle, l’ultimo che con sua moglie Giacoma ha tenuto sino agli anni ’90 le bestie al pascolo su quei prati, si rivolgeva alla nostra famiglia in un correttissimo italiano ed aveva anche – ricordo – una calligrafia particolarmente curata. In molti lo chiamavano “Il Sindaco della Piana”.

 

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Remo De Ambrosis e su moglie Giacoma. Festa della Piana. Agosto 2001

 

Potevo avere un dodici o tredici anni e, in un sentiero vicino alla baita, gli faccio notare “quei funghi”. Mi corregge: “Quelli non sono funghi ma segna funghi: vicino a loro sono facili da trovare i funghi ”. Non ho capito subito che per Remo, come per molti in valle, “funghi” sono solo i Porcini. Quando dico che ho trovato dei funghi e mi riferisco a Mazze di tamburo, Gallinacci, Badius, Ferrè (per non citare i Bedulit), gli altri funghi che di solito raccolgo, ancora oggi molti in valle, a differenza dei non locali, mi guardano con una certa commiserazione.

Comunque l’indicazione di Remo l’ho da allora tenuta sempre presente e quando intravedo una moscaria – il rosso lucido della cappella è visibilissimo – batto con attenzione il terreno e non sono poche le volte che effettivamente nelle vicinanze vi ho trovato uno o più porcini.

Ho sempre pensato che l’espressione “segna funghi” fosse stata coniata da Remo, o magari usata anche da altri in valle. Scopro in rete che in altre regioni (Trentino, Romagna, Toscana …) la muscaria è anche chiamata “segnabrise” proprio per avere in comune con le “brise” (uno dei nomi comuni dei porcini) sia l’habitat che il periodo di crescita.

 

Ovulo malefico, l’altro nome comune italiano richiama la sua nota caratteristica di tossicità allucinogena.

Era la prima metà degli anni ’80 e a scuola ci interrogavamo su come affrontare il problema delle droghe. Ero da poco passato dai corsi serali al triennio sperimentale e nelle classi pluri-indirizzo, in area comune allora insegnavo storia prima che i colleghi e le colleghe di lettere mi sostituissero (ahimé) nella disciplina. Impostammo un’Unità didattica pluridisciplinare sulle droghe; allora non sapevamo niente dell’effetto boomerang e ingenuamente pensavamo che prevenzione equivalesse a conoscenza.

Nell’ambito storico organizzai appunto un’unità sull’Amanita muscaria: l’utilizzo delle sue proprietà allucinogene presso molte popolazioni, in particolare del continente euroasiatico, in tempi, contesti e con modalità e finalità diverse.

Probabilmente l’allucinogeno per molti secoli più conosciuto ed utilizzato. A partire da un utilizzo religioso assunto sia da sacerdoti e sciamani per ottenere visioni mistiche che dai loro fedeli all’interno di specifici riti. Come anestetico in grado di indurre una sorta di coma farmacologico in pazienti di particolare gravità. Come stimolante ed eccitante per affrontare lavori particolarmente pesanti o per indurre un furore marziale durante il combattimento (1). Come inebriante di massa, succedaneo dell’alcol, massicciamente diffuso in Siberia prima della sua sostituzione con la Vodka in epoca staliniana.

Le modalità di assunzione erano le più varie, in genere con modalità indiretta sia per il sapore disgustoso sia per limitare i gravi effetti nocivi dei suoi principi attivi: poltiglia già masticata da streghe e sciamani o assunzione della loro urina, diluzione in succhi dopo l’essicazione; macerazione con carni e pesci lasciati appositamente marcire, cottura di carni di animali che avevano da poco mangiato il fungo ecc. L’ampio utilizzo e la scarsa presenza nelle aree più nordiche ne aveva in particolare fatto una merce di notevole valore: ad es. una muscaria in cambio di un intero animale cacciato (cervo, renna …).

 

Avevo messo a punto una piccola antologia di testimonianze (allora non particolarmente facili da reperire), utilizzando soprattutto un testo che è ancora presente nello scaffale in alto della mia libreria (2).

 

Piante allucinogene

 

Il senso della mia unità didattica voleva esser questo: ciò che è droga (e ciò che non lo è) così come i suoi utilizzi cambiano nelle diverse culture come nel corso della storia . Le vicissitudini e il percorso dell’Ovulo malefico a questo proposito sono esemplari. “Oggi, qui da noi – concludevo – non è una droga ma un semplice e diffuso fungo che manuali ed enciclopedie micologiche indicano, con una certa variabilità, come tossica, velenosa, velenosa con esito anche mortale e che, essendo ben riconoscibile, viene facilmente evitato dai raccoglitori”.

 

Oggi dovrei aggiungere una precisazione: l’Amanita muscaria legalmente non è una droga e non lo è per la maggior parte delle persone, è però inseribile all’interno delle Smart Drugs, altrimenti definibili come “droghe furbe”, cioè di quelle sostanze, in gran parte naturali, che contengono principi attivi e che come tali vengono consumate e commercializzate (online o negli smart-shops) ma che non sono classificate legalmente come droghe (3). Per cui oltre alle intossicazioni di raccoglitori particolarmente sprovveduti (4) vi sono quelle “di nicchia” di consumatori volontari, un po’ perché coinvolti in controculture ormai obsolete e un po’ perché caduti nell’equivoco (ingenuo) secondo cui tutto ciò che è naturale è di per sé benefico.

 

Smart Drugs ISS

Studio dell’Istituto Superiore di Sanità. Dipartimento del Farmaco.

 

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(1)  Si parla in particolare dei Berserkir, feroci guerrieri scandinavi. L’utilizzo a fini militari di sostanze atte ad aumentare l’eccitazione, la resistenza e la sopportazione del dolore e più in generale indurre uno stato di euforica dissociazione dalla realtà, non è certo propria solo delle tribù primitive. Basti ricordare la grappa distribuita a piene mani ai nostri alpini prima della battaglia durante la prima guerra mondiale e, caso meno noto, l’utilizzo massiccio e programmato di Pervitin (metanfetamina) da parte dei soldati della Wehrmacht durante la seconda guerra mondiale testimoniato da una recente ricerca dello storico tedesco Norman Ohler richiamata dai nostri quotidiani (La Stampa, Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano).

(2)  Daniel S. Worthon, Conoscere le piante allucinogene, Savelli, Milano 1980.

(3)  Per una definizione articolata di Smart Drugs rimando al sito dell’Istituto Superiore di Sanità che in un documento specifico (qui scaricabile in pdf) rappresenta in modo approfondito sia il fenomeno che, in apposite schede (tra cui naturalmente quella dell’Amanita muscaria), le caratteristiche chimiche, le proprietà e gli effetti di queste “droghe furbe” .

(4)  Nel sito Sostanze.Info (afferente alla Regione Toscana) trovo la testimonianza di uno di questi consumatori involontari che mi pare degna di interesse:

Re: quali sono gli effetti dell’amanita muscaria?

2 Maggio, 2014 – 01:30 da Anonimo

Io una volta la mangiai perché scemo com’ero l’avevo scambiato per quel fungo commestibile OVOLO BONO a causa della pioggia che aveva rimosso tutti i puntini bianchi. Sconsiglio a tutti di farlo, sono stato all’ospedale 5 giorni tra flebo e tutto. Poi stai veramente male, avete in mente quando fate uso di dosi eccessive d’alcool , bene non c’è paragone. L’effetto di questo fungo è molto più forte e superiore all’effetto dell’alcool bevuto a quantità eccessive. Quando lo mangiai i primi 30 minuti non sentivo nulla, dopo cominciò a girarmi la testa, poi sbalzi d’umore molto repentini (mi sentivo bene d’umore poi male allo stesso tempo), poi cominciai a sputare chiazze di vomito impressionanti, poi dopo cominciai a sentirmi caldo, debole e cominciai a perdere i sensi a percepire le forme delle cose reali in maniera molto più grande, compresa l’erba che la percepivo come se si stesse movendo rapidamente. Sentivo suoni e odori strani….poi dopo un po’ mi risvegliai all’ospedale, per fortuna ero nel giardino di casa mia e dei vicini realizzarono il fatto e mi aiutarono. Mi dimisero dall’ospedale cinque giorni dopo ma per 2 anni andavo a fare gli esami per vedere se tutto era apposto, e durante questi due anni avevo cibi specifici che dovevo mangiare, non potevo mangiare tutto quello che volevo a causa del consumo di quel fungo che oltretutto mi compromise persino la parte della digestione, impedendone successivamente il consumo di certi cibi (tipo funghi commestibili, salumi, dolci a quantità eccessive). Quindi non pensare nemmeno che dopo la “sbornia di questo fungo” basti poco tempo per stare meglio ( non è alcool ma qualcosa di molto molto più forte) e gli effetti possono anche ripetersi nel corso anche di qualche anno e a me andò bene perché se ne mangi quantità eccessiva puoi anche lasciarci la pelle. CONSIGLIO: NON PROVARE QUESTO FUNGO!

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Interdizioni, scippi … e oblii

 La recensione che segue era stata postata su aNobii e nelle mie note su Facebook alla fine del dicembre 2009 dopo la pubblicazione di questo testo allora introvabile (Carlo Cattaneo, Interdizioni israelitiche, 1836) da parte di Caribou, un piccolo editore locale che poi purtroppo non ha avuto lunga vita (1).

Il testo era stato curato e introdotto dal compianto Paolo Guidera (2) che dell’editore era attivo collaboratore e testa pensante. L’abbiamo presentato alla Casa della Resistenza il 14 dicembre di quell’anno.

 Presentazione Cattaneo Interdizioni

 pres Interdizioni

Il riferimento che facevo sei anni fa allo “scippo dei presunti federalisti” è ormai da archiviare; abbandonato l’indipendentismo padano e i richiami a qualche lettura indiretta di Cattaneo, originata dagli iniziali legami con Gianfranco Miglio, i leghisti attuali sotto la guida del loro nuovo capo hanno traslato il loro razzismo in un nazionalismo che ai richiami seppur indiretti a qualche libro privilegiano l’auspicio di ruspe e l’indossar magliette tamarre, mentre i loro capiscuola politici sono più dalle parti di Putin e Orbán ed i loro privilegiati compagni di strada i neofascisti di Casa Pound.

Per Carlo Cattaneo rimane l’oblio, a destra come a manca.

Interdizioni e Scippi

Una nuova edizione di un testo ormai introvabile, curata da Paolo Guidera con una precisa ricostruzione storica del contesto in cui il libro è stato scritto e chiari riferimenti alle relazioni culturali di Cattaneo: il maestro Romagnosi in particolare e, d’altro canto, la polemica, molto aspra, con Rosmini. Su quest’ultimo aspetto viene pubblicata una lettera aperta, a suo tempo censurata, in cui Cattaneo contrattacca molto aspramente le accuse ateismo, slealtà, plagio ecc. rivolte da Rosmini a Romagnosi. Il tema sottostante è quello dell’empirismo lockiano con la negazione delle idee innate e della sua compatibilità in un contesto culturale cristiano. Di fronte alla esaltazione acritica odierna sia di Rosmini che di Cattaneo, rivivere “in diretta” il confronto, fa emergere chiaramente la modernità del secondo (tanto esaltato a parole quanto ignorato nei fatti, come disse Bobbio) rispetto al primo.

Questa edizione riporta anche un articolo di Mazzini sullo stesso tema affrontato da Cattaneo: le leggi “di interdizione” agli ebrei, ossia divieti e limitazioni (possesso di terre ed edifici, di culto, di residenza, di matrimonio con cristiani ecc. ecc.). La differenza di metodo fra i due ne risulta del tutto evidente. Mazzini parte da principi universali etici e politici da cui ne deriva le obbligate conseguenze: “la nostra è un’epoca di emancipazione e di riabilitazione universale” e, se vogliamo che gli Israeliti diventino dei “buoni cittadini” il solo mezzo “è quello di farne dei fratelli con eguali diritti con tutti gli altri”.

Interdizioni copertina

Cattaneo, pur pervenendo a conclusioni simili, procede in modo diverso: l’avvio è dato da un caso specifico (l’acquisto da parte dei fratelli Wahl, cittadini francesi di origini ebraiche, di un terreno del Cantone svizzero di Basilea-Campagna dove la “possidenza” è interdetta agli israeliti ma anche dove un trattato Franco Svizzero equipara i cittadini francesi – e gli ebrei francesi sono, dopo la rivoluzione e le leggi napoleoniche, cittadini a tutti gli effetti – ai cittadini svizzeri e l’opposizione condotta verso questo atto di acquisto da parte del Consiglio Cantonale) e procede attraverso analisi storiche (origini e sviluppo delle interdizioni) giuridiche ed economiche. La conclusione è che le leggi di interdizione, costringendo gli ebrei alle sole attività commerciali e finanziarie, hanno storicamente prodotto effetti esattamente opposti a quelli che quelle leggi si proponevano; sono inoltre in contrasto con le leggi prevalenti del periodo e producono un danno sia privato che pubblico ai cittadini non ebrei. Infatti il divieto di acquisto da parte di ebrei produce anche una limitazione al diritto di vendita (e perciò di proprietà effettiva) dei proprietari di terreni; inoltre l’agricoltura del periodo (specie in Svizzera ma anche in Italia e altrove) per uscire dall’arretratezza ha bisogno dell’investimento di nuovi capitali, capitali che potrebbero facilmente affluire dai ceti mercantili ebraici se le interdizioni fossero abolite. Insomma in una società basata sui principi liberali della libera cittadinanza e del libero scambio la limitazione dei diritti di alcuni produce un danno e una limitazione di diritti a tutta la comunità.

Tutto questo produce conseguenze nefaste anche al livello più alto della vita collettiva, quello della qualità della convivenza all’interno di una comunità. Lascio la parola a Cattaneo:

“«Convivere non è meramente coesistere sullo stesso suolo. Gli schiavi della persona e della gleba propriamente non convivono cogli ingenui [i nativi, gli uomini liberi], ma servono ai medesimi. Il bue ed il cavallo non convivono con noi» [Gian Domenico Romagnosi]. La convivenza dunque diffe­rendo assai dalla mera coesistenza, consiste nel ricambio delle leali transazioni, degli officj civili e delle sociali carità.

Ora questi officj, queste carità si rendono maggiori a chi tiene una condotta più buona e cordiale e si mostra più capace di giovare altrui. L’aspettativa del ricambio spinge gli uomini a fare i primi passi. Epperò chi stringe i legami della convivenza, chi avvicina gli uomini agli uomini e ne avvalora la reciproca dipendenza, costringe l’individuo a con­dursi lodevolmente per provocare colle buone e generose azioni l’assistenza e la cordialità altrui. Allora il pensiero che un solo atto vituperevole può privarlo dell’assistenza sociale e dei vantaggi e dei piaceri che ne ridondano, gli diviene un saldissimo freno.

Perché questa perpetua responsabilità pesi su tutti gli uomini, è necessario che la convivenza sociale li congiunga tutti. Epperò quelle leggi che proscrivono un ceto qualunque, e lo escludono dalla sociale convivenza, lo sciolgono eziandio dalla necessità di rendersi utile e ac­cetto agli altri ceti, e lo abbandonano alla spinta gros­solana e immorale dell’egoismo. Se poi alle esclusioni si aggiungono distinzioni odiose e affliggenti, l’egoismo degenera in ostilità. Allora il ceto proscritto diviene un inimico accampato nel grembo della nazione, il quale nel secreto delle transazioni private rende a più doppj quel male che gli viene inflitto dalle publiche ordinanze.” (pp. 137-138)

Come ha sottolineato Franco Restaino “Cattaneo è senz’altro il più lucido e attento intellettuale del periodo postnapoleonico, e l’unico che, insieme a Leopardi, può essere letto con piena e immediata fruibilità dei suoi scritti caratterizzati da una chiarezza e da una accessibilità senza confronti.” [Storia della Filosofia, UTET. Torino 1999, vol. 4/1]

Oggi, con evidenza, Carlo Cattaneo scriverebbe delle “interdizioni islamiche” riferendosi ancora, come allora, sia alla Svizzera che all’Italia. E ribadirebbe che il modo migliore per alimentare ostilità e fondamentalismo di una minoranza è quello di negarle diritti e libertà di culto.

Che presunti federalisti, nel loro furore xenofobo e anti islamico, esaltino Cattaneo come loro padre teorico non desta meraviglia; non possiam pretendere che perdan tempo a leggere testi di 170 anni fa. Com’è noto preferiscon gazebo e ronde a librerie e biblioteche.

Che da parte della cultura laico democratica non vi sia una reazione verso questo “scippo” leghista del rigoroso intellettuale illuminista repubblicano Cattaneo, leader indiscusso delle giornate di Milano e deputato eletto nel primo parlamento italico (superando in due collegi lombardi su tre il moderato Cavour), ma mai insediatosi per non dover prestar giuramento alla “codina” monarchia sabauda, questo si!, che desta profonda preoccupazione.

Ci hanno scippato e stravolto parole come libertà, federalismo (che unisce e supera gli Stati e non li frammenta), popolo, comunità, ecc. ecc.; perlomeno non lasciamoci portar via le fonti su cui è possibile ri-alimentare il nostro pensiero.

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(1) Altre edizioni recenti del testo di Cattaneo sono reperibili presso gli editori Einaudi, Fazi, Le Monnier e Mondadori Oscar (all’interno di La Lombardia di Carlo Cattaneo).

(2) Paolo, collega di Filosofia al Liceo Cavalieri di Pallanza, rigorosamente laico nonché lettore e studioso dalle conoscenze vastissime, ci ha lasciato nel novembre 2013. Sul sito La natura delle cose vi è una pagina a lui dedicata dove sono linkabili alcuni dei suoi scritti.

Per una identità di territorio (ovvero “VCO addio?”)

Quanto segue è in gran parte in debito ad un confronto avvenuto nei mesi scorsi all’interno di Agenda 20 20 sul tema Cultura e territorio e su quello della nostra identità. Confronto che dovrebbe sfociare in un momento pubblico di studio e discussione con la presenza di esperienze e pratiche significative.

Una prima versione l’avevo fatta girare tra membri dell’associazione. La ripropongo qui in nuova versione.

 

Dentro un paradosso borgesiano

 Da tempo mi riproponevo di scrivere qualcosa di organico sull’identità in relazione alla nostra appartenenza territoriale, ma più leggevo, rileggevo e riflettevo, più le idee mi si aggrovigliavano. Tra gli scritti che avevo sottomano c’era “Intervista sull’identità” di Zygmunt Bauman che avevo lasciato da parte per un pregiudizio negativo sull’autore: da un po’ di tempo mi pareva che la sua categoria di “liquidità” fosse diventato un mantra omniesplicativo e ripetitivo. Non è il caso di questo testo, ormai di dodici anni fa, che sin dalle prime pagine è pieno di spunti illuminanti.

A pagina 19 l’autore richiama uno dei racconti di Borges che fa parte dell’Aleph: La ricerca di Averroè dove si narra del filosofo arabo di Cordova, impegnato nella traduzione della Poetica di Aristotele, all’interno di una cultura – quella islamica – che non conosce il teatro.

Come ci spiega lo stesso Borges al termine del racconto:

Nella storia che precede ho voluto narrare il processo di una sconfitta. Pensai, al principio, a quell’arcivescovo di Canterbury che si propose di dimostrare che c’è un Dio; poi agli alchimisti che cercarono la pietra filosofale; in seguito, alle vane trisezioni dell’angolo e quadrature del cerchio. Poi riflettei che è più poetico il caso di un uomo il quale si propone un fine che non è vietato agli altri, ma a lui soltanto. Ricordai Averroè, che chiuso nell’ambito dell’Islam non poté mai sapere il significato delle voci tragedia e commedia”.

 

1 Bauman e Borges

 

Bauman lo cita in riferimento ad un censimento, avvenuto nella sua Polonia poco prima della seconda guerra mondiale, che si proponeva di registrare le appartenenze nazionali di tutti gli abitanti (oltre i polacchi, tedeschi, ebrei, ucraini, bielorussi …). Ebbene una quota consistente degli intervistati (circa un milione), nonostante le insistenze degli addetti, non erano in grado di rispondere se non “siamo di qui”, “questa è la nostra terra” e simili.

Alla fine i responsabili del censimento dovettero arrendersi e aggiungere la voce “locali” alla lista ufficiale delle nazionalità …”

Scrivevo cinque anni fa in un articolo sul VCO come comunità:

“Il Vco è o può effettivamente diventare una comunità? È vissuto come tale dai propri abitanti? Le forze politiche e sociali hanno sinora lavorato in questa direzione? Pare evidente la risposta negativa.”

La risposta di oggi sarebbe ancor più negativa: se allora tra i motivi della difficoltà, oltre quelli socio economici, c’era quello della differenziazione politica fra i governi locali e fra questi e quello provinciale e regionale, oggi nonostante tutte le rappresentanze significative del territorio (sindaci, presidenza provincia, parlamentari regionali e nazionali) siano tutte dello stesso partito, la frammentazione e le dispute campanilistiche sono ancora più accentuate e – proprio perché non più mascherabili dalle differenze politiche – ancor più trasparenti.

 

In sostanza il VCO non è stato in grado di essere/diventare una Comunità.

Oggi ci interroghiamo sull’identità, ma è evidente che fra identità e comunità c’è un legame strettissimo. Perché mi è parso illuminante l’esempio del censimento polacco richiamato da Bauman?

Mi pare che la situazione nostra sia analoga e inversa a quella degli intervistati “locali” della Polonia pre-guerra per i quali l’appartenenza (e identità) locale, territoriale, era chiara, ma per nulla quella nazionale: per loro quella domanda non aveva senso.

Se chiediamo ad un napoletano, a un bergamasco o a un valdostano se si identifichino con quell’appellativo e nella cultura che quel nome rappresenta, nella maggior parte dei casi la risposta probabilmente sarebbe positiva. Ma come chiederlo ad un abitante del VCO?

 

Non c’è il nome (solo a provarci fa spavento: vcionese? Verbancusiossolano? …) e pertanto … non c’è, non è pensabile, “la cosa”.

All’opposto dei “locali” polacchi di Bauman: la nostra identità nazionale di Italiani non ci pone problemi, ma quella territoriale ci pare preclusa. A noi soltanto!

Inseriti a nostra insaputa in un paradosso borgesiano.

Anche l’intervista ai giovani del VCO realizzata nel 2012 nell’ambito di Paesaggio a colori, conferma questa assenza di identità territoriale. Alla domanda sulla “realtà geografico – culturale a cui si sente maggiormente di appartenere” (due risposte possibili) al primo posto viene il Comune di residenza (27,7%), al secondo l’Italia (21,4%), seguiti da Il mondo in generale (18%) e Il nord Italia (15,2%). Solo al quinto posto La provincia in cui vivo con un misero 8,9%.

L'assurda frammentazione comunale del VCO

L’assurda frammentazione comunale del VCO

 

Il VCO ha dimostrato – e dimostra tutt’ora – di non essere una comunità; cercarne l’identità sarebbe allora impresa vana.

Fine del problema?

All’opposto. Se la nostra identità territoriale non c’è, è certamente inutile “cercarla” … possiamo però (tentare di) costruirla. Non è un “dato”, è un “compito”.

Come dice Bauman a proposito della crisi delle identità nella società globalizzata:

“…la “identità” ci si rivela unicamente come qualcosa che va inventato piuttosto che scoperto; come il traguardo di uno sforzo, un “obiettivo”, qualcosa che è ancora necessario costruire da zero o selezionare fra offerte alternative, qualcosa per cui è necessario lottare e che va poi protetto attraverso altre lotte ancora … (p. 13)

L’identità può entrare nella Lebenswelt [nel concreto “mondo della vita”, nella quotidianità] solo come un compito ancora non realizzato, non compiuto, come un appello, come un dovere e un incitamento ad agire …(p. 19-20)”

Con un problema che rimane comunque aperto: qual è il nostro territorio di riferimento? Identità territoriale … di dove? L’attuale provincia non pare più consona e sue tre porzioni (Verbano, Cusio ed Ossola), con territori ancor più limitati, risulterebbero decisamente asfittiche. In sostanza la costruzione della nostra identità territoriale non è solo un compito “culturale”, necessità anche di una perimetrazione (o ri-perimetrazione) territoriale e di un “nome della cosa” riconosciuto (dall’interno) e riconoscibile (dall’esterno).

Da questo punto di vista la permanenza o meno dell’istituzione Provincia del VCO è ininfluente, e fors’anche ostativa.

 

Identità individuale e collettiva

L’etimo di “identità” (idem) permette una oscillazione di significati:

  • da un lato “il medesimo, lo stesso” ad indicare la permanenza e l’eguaglianza di un ente con se stesso (e pertanto, in riferimento alle persone, “individualità”);
  • dall’altro “identico a …” (e nel contempo, implicitamente, “diverso da …”) e pertanto “identità” come relazione di eguaglianza / similarità con altro / i.

L’identità, nella sua accezione socio-antropologica, non va così confusa con “individualità”, ossia con l’unicità dell’individuo, della singola persona, con la sua riconoscibilità ed identificazione (es. “Carta di identità”).

Non c’è cioè identità socio culturale antropologica se non nella relazione dell’individuo con la collettività di riferimento; questa si forma e consolida attraverso il riconoscersi ed identificarsi con il gruppo (familiare, sociale, locale, nazionale ecc.) di cui si condividono, assimilano ed imitano caratteristiche, comportamenti ed idealità. Identità individuale e identità collettiva si rimandano pertanto l’una con l’altra.

Il processo di formazione sociale dell’identità è stato modellizzato da Henri Tajfel con la sua Teoria dell’Identità Sociale (Social Identity Theory o, in forma breve, SIT) come un processo a tre fasi tendente a scindere nettamente il gruppo sociale di appartenenza (ingroup) dagli altri gruppi (outgroups):

  • Categorizzazione: massimizzazione delle uguaglianze interne e delle differenze esterne;
  • Identificazione: costruzione della propria identità come appartenenza al gruppo;
  • Confronto sociale: valorizzazione del proprio gruppo e corrispettiva de-valorizzazione dei gruppi esterni.

Nello sviluppo del pensiero socio antropologico si è progressivamente passati da una concezione statica di identità, e analogamente di cultura, (una identità “culturale” è un sistema definibile e stabile, ben distinto da ogni altro), ad una concezione processuale dove le identità (individuali e collettive) sono sottoposte alle dinamiche relazionali e trasformative del complesso sociale (le identità si formano, consolidano, trasformano, escono di scena dando spazio/vita a nuove identità ). Per arrivare infine, con particolar riferimento all’attuale società globalizzata e complessa, a identità plurime che convivono e si intersecano sia a livello individuale che collettivo.

Ogni identità si forma e consolida attraverso un duplice processo di riconoscimento: interno e esterno, auto-riconoscimento ed etero-riconoscimento (come mi vedo, come “noi” ci vediamo e dall’altro lato come “gli altri” mi e ci vedono). Una identità solida / forte presenta elevata congruenza fra auto riconoscimento ed etero riconoscimento. Viceversa la dissonanza fra i due lati dello specchio è indice di una identità fragile o comunque ancora non pienamente formata.

Vi sono identità ascritte, attribuite ed identità assunte o tendenzialmente tali (desiderate).

Il riconoscimento (esterno) può inoltre venire dall’alto (verticale) o lateralmente, dai contesti limitrofi (orizzontale).

L’identità nazionale rappresenta l’esempio primo di identità ascritta e di riconoscimento verticale. Lo stato moderno ha sostituito il “cuius regio, eius religio” con il laico “cuius regio, eius natio”. Il criterio religioso di identità (ascritta) ha lasciato il passo a quello di nazionalità.

 

Con la globalizzazione e la progressiva perdita di forza degli Stati nazionali il ruolo delle identità locali, territoriali può sopperire alla più generale crisi di identità (le attuali identità incerte e fluttuanti). Identità locali, territoriali non certo come riscoperta (fittizia) di “radici” e originarie purezze destinate a sfociare in messe in scena folkloriche prive di spessore.

Identità territoriale (assunta) invece da concepire come un processo culturale di ricostruzione della propria storia (il territorio non come natura attribuita e determinante, ma come natura coltivata, antropizzata), delle proprie reti e relazioni, e come costruzione condivisa di un proprio possibile futuro.

Una identità in grado non solo di riconoscersi collettivamente ma anche di capace di garantirsi un etero-riconoscimento orizzontale in reti corte, medie e lunghe. Riconoscimento orizzontale che oggi passa anche (e sempre più) attraverso il digitale.

Se i mediatori, i segni distintivi dell’identità sociale originariamente passavano attraverso la corporeità (tatuaggi, ornamenti, vestiti, prossemica e gestualità), attraverso icone, simboli, linguaggio nonché attività lavorative ed artistiche, nella società mondializzata delle pluriappartenenze la narrazione assume un ruolo sempre più centrale nella costruzione e nel riconoscimento interno ed esterno delle identità.

L’identità come compito e come processo può così riflettersi nel percorso di una narrazione sempre ridefinibile ed incrementabile di nuovi capitoli.

 

Alla ricerca di un nuovo perimetro

 Lasciando ad un successivo momento di approfondimento (possibilmente collettivo) l’individuazione di un progetto culturale in grado di ridefinire le linee di fondo – e una congruente narrazione – della nostra identità territoriale, c’è una domanda di fondo a cui non è possibile sottrarsi.

Qual è il nostro territorio? Qual è il perimetro in cui collocare la nostra identità?

Il VCO non è (stato) tale. Abbiamo sbagliato tutti a non capirlo. Una sommatoria non dà una unità. Non era “pensabile” e non è stato vissuto realmente come tale. Ripercorrerne le vicende non aiuta molto. A partire da un capoluogo (Verbania) che non è mai stato in grado di assumerne il ruolo e che probabilmente non ha mai voluto farsene realmente carico; con il paradosso invece di esser stato spesso accusato del contrario.

Rifluire ai singoli componenti (Il Cusio, il Verbano e l’Ossola) mi pare privo di prospettive.

Il tramonto delle province (Quando? Vero o sulla carta?) può aiutare ad uscire dall’impasse. Tenendo conto che nelle fasi di transizione vi può essere una discrepanza fra identità assunta (e vissuta) e identità istituzionale, nel medio periodo i due livelli non possono che allinearsi.

L’esempio prima ricordato della Polonia lo evidenzia in modo significativo. Se prima dell’ultima guerra la popolazione della Polonia era costituita da un 30% di non polacchi (oltre al 2,5% circa di “locali”), attualmente il 97,6% si definisce polacca. Vi sono certo stati gli eventi drammatici dell’ultima guerra, lo sterminio degli ebrei, le migrazioni ecc., ma vi è poi stata una serie significativa di eventi (da Solidarność al papa polacco) che hanno favorito (e narrato) un forte autoriconoscimento ed analogo etero riconoscimento di identità nazionale.

Quale, nel nostro piccolo, può essere il percorso istituzionale in grado di accompagnare la costruzione di una identità, locale ma non asfittica?

Penso all’Unione dei Comuni (che col tempo può anche portare alla fusione).

Ad esempio il patto sottoscritto di un Piano strategico della Città dei Laghi fra i Comuni di Baveno, Casale C.C., Gravellona Toce, Omegna e Verbania perché non pensarlo nella prospettiva di una Unione di Comuni? Se esiste una “conurbazione” in atto fra questi ed è giusto, come opportunamente si dibatte, che tale conurbazione non sia subita e tantomeno assecondata nei suoi aspetti di consumo e deterioramento del territorio, ma “governata”, forse, nel medio periodo, un piano strategico non è sufficiente. Certo andrebbe coinvolto qualche altro Comune: in primo luogo Mergozzo che della conurbazione in atto fa certo parte. Avremmo così una meglio definibile “Città dei 3 Laghi” che potrebbe costituire un orizzonte non solo istituzionale ma anche, in una prima fase, di identità territoriale.

Una Unione dei Comuni (dall’alto) da accompagnare (dal basso) con adeguati progetti culturali e da pensare come una fase intermedia, non in contrasto con altre parti del territorio circostante, ma appunto come tappa in cui altri Comuni (per esempio quelli Ossolani) procedano nella stessa direzione.

Perimetri transitori verso un perimetro più ampio (e direi più appetibile) che, alla lunga, potrebbe essere quello di tutti i territori che afferiscono (al di qua e al di là del confine) alle Alpi Lepontine.

3 Alpi Lepontine

Un sogno. Certo, finché solitario.

Ma i sogni collettivi non si chiamano più tali. Diventano aspirazioni, narrazioni e progetti e prima o poi realtà.

La butto lì, alla ricerca di possibili co-sognanti.

 

Testi consultati

 Pollini, Appartenenza e identità. Analisi sociologica dei modelli di appartenenza sociale, Franco Angeli, Milano 1987.

  1. L. Borges, L’Aleph, Feltrinelli, Milano 2001
  2. Bauman, Intervista sull’identità, Laterza, Bari 2003.
  3. Salsa, Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi, Priuli & Verlucca, Scarmagno [To], 2009.

 

Testi online:

Un paesaggio a colori: http://images.vb.camcom.it/f/Varie/55/5528_CCIAAVB_13122012.pdf

Report Agenda Cultura: https://agendaverbania2020.files.wordpress.com/2014/05/agenda-vb-2020-report-sport-e-turismo.pdf

Bellezza, paesaggio e sviluppo; problematiche e prospettive nel VCO di A. Biganzoli: http://pensieridizorro.blogspot.it/2015/03/civilta-rurale-montana.html

Identità personale e collettiva di L. Sciolla: http://www.treccani.it/enciclopedia/identita-personale-e-collettiva_%28Enciclopedia_delle_scienze_sociali%29/

Il carattere necessario e riduttivo delle identità. Un’intervista a Franco Crespi: http://www.fupress.net/index.php/smp/article/view/13585/12672

Cleavage e identità di C. Colloca: http://www.fupress.net/index.php/smp/article/view/8464

Che cosa è l’identità collettiva di L. M. Daher: http://www.fupress.net/index.php/smp/article/view/13580

Indovina Chi: identità contemporanee da ri-conoscere di G. Sarra: http://www.fupress.net/index.php/smp/article/view/13587

VCO: una comunità senza futuro? (1): https://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/vco-una-comunit%C3%A0-senza-futuro-1/279814194996

C’è un futuro per la comunità del VCO ? (2): https://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/c%C3%A8-un-futuro-per-la-comunit%C3%A0-del-vco-2/280180119996

 

Citazioni

4 smp_cover & altri

“…Tönnies precisa infatti che il sentimento di appartenenza alla comunità territoriale non si costituisce meramente in relazione alla condivisione, da parte di un certo numero di individui, della medesima località di residenza o in relazione alla vicinanza di abi­tazione, ma anche in relazione alla cultura, ossia al complesso di valori e di simboli che sono in qualche modo legati alla terra, al suolo e al territorio. In questa prospettiva Tönnies sottolinea, ai fini del sentimento di appartenenza alla comunità territoriale, la funzione primaria della « terra coltivata» o, in altri termini, del pae­saggio antropizzato e del territorio trasformati dal lavoro degli uomi­ni di diverse generazioni. È infatti attraverso e mediante il lavoro umano che il suolo acquista una rilevanza e una signi[ìcanza simbo­lica per i medesimi individui che ad esso hanno contribuito o per quelli che riconoscono e prendono coscienza del lavoro di individui che li hanno preceduti. “

(Gabriele Pollini, Appartenenza e identità, Franco Angeli, Milano, 1987. pp. 204-205)

 

“Va tassativamente bandita qualsiasi rappresentazione romantica di una cultura/identità alpina con caratteristiche di originarietà, di autoctonìa o peggio di purezza, quasi si trattasse di un patrimonio consustanziale alla realtà indigena”

(Annibale Salsa, Il tramonto delle identità tradizionali, Priuli & Verlucca, Scarmagno [To], 2009, p. 26)

 

“Nella sua capacità riflessiva di elaborazione dell’esperienza e nella sua memoria, l’attore sociale costruisce la sua identità nel tempo come una continuità narrativa. … Proprio perché si tratta di una narrazione, l’identità è suscettibile di costanti variazioni e riformulazioni connesse ai mutamenti dell’esperienza e delle condizioni sociali.”

(Il carattere necessario e riduttivo delle identità. Un’intervista a Franco Crespi” in “Società Mutamento Politica” vol. IV, n. 8, 2013)

 

 

Peer & Media education

Ho già presentato in un precedente post il volume Il tunnel e il kayak (*), lavoro collettivo frutto della collaborazione fra l’associazione Contorno Viola, e il Cremit (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media all’Informazione e alla Tecnologia) dell’Università Cattolica coordinato dal prof. Pier Cesare Rivoltella.

Riporto di seguito due paragrafi incentrati sulla Peer & Media education e sulla sua genesi quale evoluzione della Peer education ai tempi di internet e della sua “alleanza” con la Media education. Paragrafi scritti materialmente dal sottoscritto, ma frutto di confronto ed elaborazione collettiva, in particolare il secondo.

( * Edizioni Franco Angeli, 2014.)

 

 

Copertina edita

 

6.2  P&M: la genesi del concetto

La PE si è fondata proprio su di un rovesciamento del maternage adulto, in una cessione di responsabilità e in un conferimento di fiducia che ha investito i peer e la loro capacità di interagire con il gruppo dei pari, la loro naturale capacità comunicativa, il loro far leva su competenze e abilità personali, il loro far emergere una dimensione valoriale ed educativa caratterizzata da impegno prosociale.

Ed è in particolare su questi quattro assi (gruppo, comunicazione, competenze e valori) che la PE in questi ultimi due decenni, nel contatto diretto con il succedersi delle generazioni e dei cambiamenti che le nuove tecnologie digitali hanno di continuo introdotto, si è progressivamente trasformata mettendo in luce convergenze e punti di contatto con la parallela evoluzione della Media Education.

 

Il gruppo dei pari. La pratica della PE interseca la dimensione del gruppo a più livelli. Abbiamo innanzitutto il “gruppo progetto” dove la parità non necessariamente è d’età, ma di apporto di competenze fra operatori e giovani che danno vita a una progettazione partecipata[1]. Abbiamo poi il “gruppo dei peer” dove alla pari età si aggiungono la condivisione del ruolo e una esperienza comune; gruppo che sostiene l’agire dei singoli peer con un continuo scambio reciproco: riflessioni sull’azione comune, competenze e motivazioni in un processo a spirale di learning-by-doing. Abbiamo infine il “gruppo target” che, come più volte sottolineato, si è spesso identificato con una classe scolastica. Anche in questo caso abbiamo più livelli su cui l’intervento di PE deve saper interagire:

Il gruppo classe è vissuto come un luogo forte di coinvolgimento emotivo, sia in positivo (le amicizie, le fedeltà, le esperienze forti) che in negativo (rifiuto, sofferenza, solitudine). Inoltre fra il gruppo classe “formale” (l’elenco del registro) e quello informale (quello delle amicizie e degli af­fetti) può esserci una forte discrepanza; quest’ultimo può assumere il carattere del gruppo classe “segreto” che accetta e include ma, in alcuni casi, rifiuta e ostracizza (compagni di classe e tal­volta insegnanti)… (Ottolini et al., 2007).

 

La centralità del gruppo dei pari come luogo di formazione e di costruzione dell’identità è stata non a caso fortemente sottolineata da Piero Amerio in apertura del primo Convegno nazionale sulla Peer Education[2] sia per l’aspetto orizzontale ed egualitario, sia – a differenza di quanto avviene nel più ampio contesto sociale – per la possibilità di un controllo diretto degli effetti delle proprie parole e delle proprie azioni: «Nel gruppo lo si sa, perché il gruppo è piccolo…: di ogni azione abbiamo subito il controllo del feedback, del ritorno indietro»[3].

 

CPE 1b

 

Cosa cambia nel gruppo classe (o in un gruppo extrascolastico) con l’irrompere della dimensione digitale? La connessione permanente estende lo spazio sociale al di là della presenza: il gruppo classe “segreto” può inglobare amici digitali con cui si interagisce di continuo. Il feedback di cui parlava Amerio non è più ristretto al solo gruppo fisico e una conferma (o disconferma) digitale può pesare altrettanto, e spesso più, di quella in presenza, anche perché la “platea” si è di gran lunga allargata. Inoltre, se il sovrapporsi di identità plurime caratterizza in particolare le generazioni del nuovo millennio, il proliferare delle community online permette di dar spazio a nuove identità, anche di nicchia, che nell’ambito del gruppo in presenza o nel contesto sociale circostante, non potrebbero trovare espressione.

Sottolineano Gardner e Davis (2013) come:

… i giovani abbiano oggi maggiore libertà nell’adottare e ammirare modelli identitari che erano sconosciuti o disprezzati nei decenni precedenti. C’è una maggiore accettazione di coloro che sono in qualche modo diversi. … Le organizzazioni e i Club degli anni cinquanta-sessanta non sono semplicemente spariti: sono stati sostituiti da un numero molto più elevato di comunità online che rappresentano un’ampia gamma di interessi diversi. Per quanto il tuo interesse possa essere di nicchia, potrà trovare espressione e approvazione online, sia che questo avvenga sotto casa o in giro per il mondo. … Le nuove tecnologie della comunicazione possono offrire opportunità inedite per l’espressione di sé… (pp. 87-91).

Il gruppo in presenza va allora decodificato, non solo per far emergere il “gruppo nascosto” delle relazioni significative, ma anche per farlo interagire in modo esplicito con le sue connessioni con altri gruppi sia del territorio che digitali. Un peer&media educator è allora un peer che agisce con la consapevolezza che il gruppo su cui interviene, al di là della sua fisicità, costituisce un insieme di intersezioni con altri gruppi presenziali e digitali; e che possiede un bagaglio di base che gli permette di interagire a questi diversi livelli.

 

Capacità comunicativa. Il peer educator, in quanto “risorsa non professionale” faceva affidamento soprattutto sulla propria “naturale” capacità di interagire con i propri pari; la formazione era volta a rinforzare questa capacità in particolare sul versante della gestione dei gruppi attraverso le tecniche proprie della psicologia sociale (brain storming, role playing…). L’introduzione del video negli interventi ha già costituito un salto dalla “naturalità” a una comunicazione mediata dalla tecnologia. In più casi ai peer si è affiancato un tecnico (operatore e/o regista) per le riprese e soprattutto per la postproduzione. Bisogna però osservare come le tecnologie digitali siano sempre più a bassa soglia e produrre un video ben confezionato, anche nella fase più complessa del montaggio, diventi sempre più facile grazie alle risorse direttamente reperibili in rete. Tanto più per i giovani che generalmente hanno agile dimestichezza con le nuove tecnologie.

 

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Lo stesso vale per tutte le forme di comunicazione e presenza online: il problema non consiste nella capacità di accesso, partecipazione e utilizzo che rapidamente avviene in modo spontaneo, ma nella consapevolezza delle diverse specificità dei molteplici strumenti (un social network generalista è cosa ben diversa da una community dedicata a una tematica/interesse specifico ad es. musicale, o da un servizio di messaggistica istantanea come WhatsApp). Il peer&media educator sarà allora un peer in grado di muoversi agilmente tra i diversi registri comunicativi e i diversi codici propri della multimedialità digitale.

 

Abilità e competenze. Abbiamo altrove sottolineato le contraddizioni[4] fra mondo scolastico – in particolare, si può aggiungere, se caratterizzato dal “codice della collezione”[5] – e mondo digitale e indicato, nella prospettiva di una Peer Education 2.0, l’esigenza di far proprie le caratteristiche comunicative dei new media non per contrapporle a quelle scolastiche ma per aiutare i giovani – ma anche gli adulti – a convivere e travalicare quelle contraddizioni con lo spirito del passatore che si trova altrettanto a suo agio al di qua e al di là del confine.

Si potrebbe obiettare come la scuola stia già andando in tale direzione e l’uso delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) sia sempre più diffuso; come l’utilizzo delle LIM e dei tablet con la loro multimedialità e connettività stia soppiantando gesso e cancellino, dizionari e libri di testo; come in sostanza si stia superando l’atteggiamento di chiusura e prevalgano apertura ed entusiasmo. Dalla demonizzazione alla mitizzazione verrebbe da dire. Sulla base di una mole ormai consistente di ricerche a livello internazionale Calvani (2012) sottolinea come le nuove tecnologie man mano introdotte nella scuola non abbiano di per sé prodotto miglioramenti nell’apprendimento e come, dopo una fase di entusiastica promozione e accettazione, succeda una fase in cui emergono le criticità, le incompatibilità e le lamentele, ad esempio sull’assenza di tempo. L’innovazione tecnologica di per sé non produce un salto di qualità soprattutto se non si supera l’ambiguità fra il concepirla come mezzo (learning with technologies) o come oggetto dell’apprendimento (learning about technologies) e non si è consapevoli «che sono le metodologie (e gli insegnanti che le impiegano) a fare la differenza». Di per sé la tecnologia può anche avere effetti negativi quale, ad esempio, la perdita di competenze cognitive che vengono delegate allo strumento (estroflessione cognitiva)[6].

Le nuove tecnologie, in sostanza, abbisognano di innovazione didattica e metodologica: questo vale per la scuola come per l’educazione in genere. Non è pensabile una Peer&Media Education senza una profonda riflessione e adeguate sperimentazioni in questa direzione.

Facendo riferimento agli sviluppi della new media literacy Jenkins (2009) individua, nell’ambito delle competenze digitali, undici nuove abilità e per ciascuna di queste suggerisce attività e percorsi (in presenza e online) per svilupparle. Si può sottolineare come quattro di queste facciano già parte del patrimonio acquisito della Peer Education: Gioco, Simulazione, Performance (impersonare identità alternative), Intelligenza collettiva (confrontare opinioni e unire conoscenza); in questi casi si tratta di orientarle e sperimentarle anche in ambito digitale. Le restanti consistono nel campionare e miscelare contenuti mediali (Appropriazione), volgere l’attenzione contemporaneamente in più direzioni (Multitasking), interagire con gli strumenti espandendo le competenze cognitive (Conoscenza distribuita), valutare l’affidabilità delle diverse fonti (Giudizio), seguire e utilizzare una pluralità di piattaforme mediali (Navigazione transmedia), cercare, sintetizzare e immettere in rete informazione (Networking). Dell’ultima (Negoziazione) parleremo fra poco. Abilità e competenze di pertinenza in primo luogo della New Media Education e che la P&M potrà implementare e collaudare con attività e sperimentazioni, in ambito sia presenziale che, soprattutto, digitale, orientandole nell’orizzonte della prevenzione nella sua più ampia accezione.

Ultima osservazione, anzi interrogativo: facendo riferimento a Gardner (1983, 1993) e alla sua teoria sulla pluralità delle intelligenze, l’insieme di queste abilità digitali richiede la messa in campo di una pluralità di intelligenze o sono congruenti con una particolare forma di intelligenza? La seconda ipotesi è sostenuta da Battro e Denham (2007) i quali sostengono vi sia una specifica intelligenza digitale, da aggiungere alle nove indicate da Gardner[7], che essi chiamano appunto “intelligenza digitale” caratterizzata da specifici codici e icone e da una struttura di attività binaria: clic (porta aperta) / non clic (porta chiusa). Intelligenza che preesiste alle tecnologie digitali ma che trova in queste il suo ambiente, il suo contesto privilegiato. A significare come non basti esser “nativi” per esprimere talento digitale né utilizzare di continuo (smanettare) le nuove tecnologie per sviluppare questa intelligenza, ma sia necessaria una adeguata educazione; certo con l’eccezione (l’eccezionalità) dei talenti precoci che manifestano prestissimo una spiccata specifica intelligenza – per l’intelligenza musicale Gardner indica quale esempio Mozart – che nel campo digitale potrebbero identificarsi in qualche giovanissimo hacker[8].

 

Dimensione valoriale. La PE ha una dimensione valoriale insita nel suo stesso dna: la prevenzione quale azione nella comunità e per la comunità, la cooperazione all’interno del gruppo dei peer e a quello dei pari che comporta un proiettarsi verso una cittadinanza attiva e solidale.

Lo sviluppo digitale 2.0 orienta le attività online nella direzione di una cultura partecipativa (Jenkins, 2009) con possibilità “a bassa soglia” di esprimere attività informativa, artistica e civica in un ambiente «in cui la linea di demarcazione tra consumatori e produttori è sempre più sfocata» e dalla normatività “opaca” e comunque differenziata fra le diverse community. È il tema dell’autorialità e del suo esercizio consapevole.

Tra le competenze digitali Jenkins indica anche quella della Negoziazione definita come «l’abilità di viaggiare attraverso differenti comunità, riconoscendo e rispettando la molteplicità di prospettive e comprendendo e seguendo norme alternative»[9]. Si tratta di una competenza che ha di certo aspetti cognitivi (la capacità di passare attraverso codici e registri diversi, connessa alla abilità di navigazione transmedia; quella di esplicitare norme implicite ecc.) ma che ha soprattutto una valenza etica basata sul rispetto delle norme (della netiquette) e dei valori di riferimento delle diverse community a cui si partecipa.

Di fronte agli sviluppi della “civiltà tecnologica” e alla possibilità che produca ripercussioni drammatiche sull’ambiente e di riflesso sulle future generazioni, Hans Jonas (1979) ha ritenuto inadeguata l’etica tradizionale fondata sul rapporto con l’altro (il “prossimo”) e sulla reciprocità («il mio dovere è l’inverso del diritto altrui» e viceversa); il dovere assume una dimensione ecologica e si proietta nel futuro sulla base del “Principio responsabilità” che ci rende eticamente imputabili non solo delle nostre azioni ma anche delle loro conseguenze future. Possiamo, in modo traslato, applicare il Principio responsabilità anche alle tecnologie digitali: la nostra attività nel web può modificare l’ambiente digitale sia nella direzione della trasparenza, incremento delle conoscenze, solidarietà e civismo che in direzioni del tutto contrarie con ripercussioni che possono andare molto al di là di ogni possibile reciprocità; si può fare l’esempio di un video virale postato su YouTube.

Se la PE «è per sua stessa definizione ecologica… e rappresenta un buon esempio di ecologia sociale» (Croce et al., 2011, p.12) lavorando nella direzione di un riequilibrio fra gruppo dei pari e contesto sociale, una P&M matura avrà il compito di estendere questa dimensione ecologica all’ambiente digitale.

Abbiamo dunque visto, focalizzando questi quattro aspetti (gruppo, comunicazione, competenze, valori), come la PE, nel momento in cui si proietta nel digitale (PE 2.0), non possa far a meno di integrarsi con l’ambito teorico e metodologico della New Media Education e come una Peer Education 2.0 costituisca pertanto solo una tappa provvisoria verso il logico traguardo della Peer&Media Education.

 

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6.3    Una definizione praticabile

La Peer&Media Education (P&M) – nell’accezione del Gruppo di Verbania e del CREMIT che ne hanno fissato idea e metodo – è un modello di prevenzione e intervento socio-educativo basato su una metodologia attiva che integra metodi e tecniche della Peer Education con gli approcci e gli strumenti della Media Education.

Questa integrazione si basa sull’obiettivo comune della Peer e della Media Education ovvero lo sviluppo di percorsi di riflessione e di prevenzione partecipata su tematiche di interesse condiviso che prevedano l’empowerment dei soggetti e dei gruppi coinvolti nei processi in funzione dello sviluppo di consapevolezza critica e responsabilità.

 

I protagonisti dell’intervento sono i peer, ovvero membri di pari status dei destinatari, che vengono formati sui temi della prevenzione dei comportamenti a rischio in presenza e nel web e sulle competenze:

  • della gestione del gruppo presenziale e digitale;
  • della comunicazione tra pari;
  • dell’analisi dei media;
  • della produzione mediale;
  • delle metodologie di intervento e collaborazione online.

 

Gli obiettivi perseguiti sono:

  • promuovere percorsi di prevenzione e promozione di comportamenti consapevoli, stimolando il protagonismo giovanile (e non solo) rispetto ai temi della promozione/prevenzione e della cittadinanza attiva;
  • attivare percorsi nel contesto scolastico ed extrascolastico e nel web, sperimentando i nuovi linguaggi sia durante gli interventi in presenza sia nei social network e nelle community digitali;
  • comprendere come le dinamiche educative nel presenziale e nel digitale possano integrarsi;
  • fornire elementi di gestione del gruppo dei pari presenziale e digitale;
  • fornire strumenti e tecniche di conduzione per intervenire sui pari, analizzando le differenze e le congruenze tra gruppo presenziale e digitale.

 

Il risultato è una forma innovativa di presenza educativa e di prevenzione che riconosce nei media, in particolare nei social network e nelle online community, una protesi identitaria fondamentale per il gruppo dei pari che trova altri spazi di espressione dove integrare e ridefinire i propri vissuti nell’ottica di una socialità espansa. In questo contesto i social network e le comunità online divengono uno spazio e uno strumento di intervento grazie all’attivazione di competenze sociali diffuse, nella prospettiva di un superamento della dicotomia tra presenziale e digitale.

 

Tale modello, nato e sviluppato soprattutto in ambito giovanile, si deve comunque ritenere trasversale rispetto a target diversi di età (età adulta, età anziana) e ai differenti ambiti della prevenzione (comportamenti sessuali a rischio, dipendenze, devianze) e dell’intervento educativo (cittadinanza digitale, identità di genere, sviluppo armonico della persona).

I percorsi di P&M prevedono l’interazione di risorse professionali e non che, grazie a corsi di formazione atti a sviluppare e valorizzare le doti naturali, le competenze e le risorse individuali e collettive del gruppo dei pari, mantengono le rispettive sfere di autonomia, sviluppando nuove forme di alleanza intergenerazionale.

 

La prospettiva. La P&M si caratterizza come una pratica educativa e sociale che incentiva la cooperazione e la partecipazione favorendo il progressivo sviluppo di capitale sociale (i peer delle successive generazioni) orientato alla cittadinanza attiva sia nelle comunità territoriali che nelle community (cittadinanza digitale).

 

 

Bibliografia citata

Battro, A.M. & Denham, P.J. (2007). Hacia una inteligencia digital. Buenos Aires: Academia Macional de Educación.. Trad. it. (2010). Verso un’intelligenza digitale. Milano: Ledizioni.

Calvani, A. (2012). Alla ricerca di una ragion d’essere per le ICT nella scuola. Psicologia dell’educazione, 6, 3, 293-300.

Croce, M., Lavanco, G. & Vassura, M. (Eds.). (2011). Prevenzione tra pari, Modelli, pratiche e processi di valutazione. Milano: FrancoAngeli.

Dalle Carbonare, E., Ghittoni, E. & Rosson, S. (Eds.). (2004). Peer educator. Istruzioni per l’uso. Milano: FrancoAngeli.

Gardner, H. (1983). Frames of mind: the theory of multiple intelligences. New York: Basik Books. Trad. it. (1987). Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza. Milano: Feltrinelli.

Gardner, H. (1993). Multiple Intelligences: the Theory in Practice. New York: Basik Books. Trad. it. (1994). Intelligenze multiple. Milano: Anabasi.

Gardner, H. & Davis, K. (2013). Generazione App. La testa dei giovani e il nuovo mondo digitale. Trad. it. (2014). Milano: Feltrinelli.

 Jenkins, H. (2009). Confronting the Challenge of Participatory Culture: Media Education for the 21st Century. Cambridge, Ma: MIT Press. Trad. it. (2010). Culture partecipative e competenze digitali. Milano: Guerini & Associati.

Jonas, H. (1979). Das Prinzip Verantwortung, Insel Verlag, Frankfurt am Main. Trad. it. (1990). Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica. Torino: Einaudi.

Ottolini, G. (2011a). La strategia dell’ipotenusa. La prevenzione tra rete adulta e mondo giovanile. In G. Ottolini (Ed.), 43-54.

Ottolini, G., Beretta, M., Boschini, G. & Pesce, B. (2007). Pratiche di formazione e manutenzione del gruppo classe. In C. Pontecorvo & L. Marchetti (Eds.). Nuovi saperi per la scuola. Le scienze sociali trent’anni dopo. Venezia: Marsilio Editori, 157-175.

 

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 Note

[1] Nell’esperienza verbanese tale fu ad esempio l’iniziale “Tavola rotonda” del 1996 che diede origine a tutta l’esperienza successiva (cfr. sopra cap. 1.1).

[2] Cfr. sopra cap. 1.2.2.

[3] P. Amerio, Gruppi, persone e istituzioni, 16.10.2003. Intervento al Convegno nazionale “Peer Education. Adolescenti protagonisti di quale prevenzione?” (Registrazione video). Cfr. anche, sempre di Amerio, la prefazione in Dalle Carbonare et al. (2004).

[4] In Ottolini, 2011a: p. 48-51; in sintesi queste le principali contraddizioni individuate: comunicazione verticale e orizzontale; monomedialità e multimedialità dei testi; monofunzionalità e isolamento delle diverse attività di contro a plurifunzionalità (attività multitasking); compiti risolutivi (a 1 soluzione) e compiti adattivi (a n soluzioni); lavoro individuale e lavoro cooperativo; concezione del sapere lineare e deduttiva di contro ad concezione organica e integrata; spiegazione come esplicitazione e dilatazione di tutti i passaggi logici e di tutte le connessioni di contro a spiegazione come agile ricapitolazione in grado di suggerire – più che esplicitare – passaggi e connessioni implicite e pertanto ritmo dilatato che richiede prolungata attenzione di contro a ritmo accelerato che richiede una concentrazione più intensa seppur di breve periodo.

[5] Cfr. sopra cap. 4, nota 6.

[6] Esempio tipico l’utilizzo della calcolatrice prima di aver acquisito le abilità di calcolo.

[7] Linguistica, Logico-matematica, Musicale, Spaziale, Corporeo-cinestetica, Intrapersonale, Interpersonale, Naturalistica, Esistenziale.

[8] Mi piace ricordare Aaron Swartz, programmatore già a 13 anni, precursore di Wikipedia, attivista dei diritti digitali, perseguitato come hacker per aver “praticato” il libero accesso su contenuti scientifici da database accademici protetti, morto suicida a 26 anni nel gennaio 2013.

[9] Jenkins, 2009, trad it. p. 166. Tra le attività online che l’autore suggerisce per sviluppare tale competenza, viene indicata la partecipazione ad una discussione connessa ad una voce di Wikipedia per rispettare al meglio le regole Wiki e, in particolare, quella (difficile) della neutralità.

(L)ode dell’Accompagnatore di carrelli

Pubblicato il 4 luglio 2010 su Facebook e fatto circolare via mail, questo post divenne a suo modo virale con ripubblicazione su altre pagine facebook e su alcuni blog, in alcuni dei quali è ancora reperibile (*). Venne anche pubblicato (in versione cartacea) sulla rivista Animazione sociale.

Rileggendolo mi pare ancora attuale, al di là del sindaco leghista di turno salito agli effimeri onori della cronaca. Se ne trovano di simili ancor oggi: ad esempio quello di Mortara che se la prende con la squadra di calcio dei giovani rifugiati.

Al tempo dei muri di Orban e consoci questi episodi potrebbero sembrare piccola cosa, ma razzismo e intolleranza si costruiscono proprio a partire da piccoli episodi quotidiani ed è assolutamente sbagliato sottovalutarli.

 carrelli-dei-bagagli-

 

Aeroporto di Amburgo, primo pomeriggio del 23 settembre 2000. Sono di fianco alla scala mobile che sale nell’area di imbarco mentre aspetto le quattro ragazze della mia scuola che ho accompagnato nella settimana precedente ad Emden per un workshop internazionale (Germania, Austria, Italia, Russia) sulla figura dell’educatore svoltosi presso il locale l’Istituto professionale (Berufsbildende Schulen I).

Le ragazze sono in giro per l’aeroporto a far fuori gli ultimi marchi prima di imbarcarsi. Sfoglio un giornale mentre curo tre carrelli con i nostri bagagli. La coda dell’occhio mi fa percepire uno strano movimento nell’area alle mie spalle. Alzo lo sguardo e osservo uno strano turista – tra i 60 e i 65 anni – che, proprio di fronte a me e alla scala mobile, va a ad appoggiarsi alla balaustra delle scale che scendono al piano inferiore.

Ha l’aria tranquilla di chi sa che deve aspettare e passa il tempo ad osservare il via vai. Mi colpisce il suo abbigliamento che era certo quello del turista (forse un inglese, penso) ma con qualche incongruenza. Un po’ trasandato ma a suo modo di un’eleganza vecchia maniera. Pantaloni di velluto, scarpe larghe e scamosciate, un soprabito un po’ fuori stagione visto che quel fine settembre era ancora abbastanza caldo e un cappello di feltro grezzo, mi pare di ricordare verde. Al suo fianco, appoggiata, una borsa di plastica larga ed alta che sembra contenere uno o due pacchi.

Ad un certo punto, ero ritornato al mio giornale, lo intravedo muoversi celermente ma senza scomporsi nel correre. All’inizio non capisco, la borsa era rimasta al suo posto e vedo il nostro “turista” prendere un carrello abbandonato a fianco della scala mobile e sistemarlo nelle guide dell’apposito deposito. Naturalmente recuperando la moneta di due marchi.

Allora capisco. Il nostro è una sorta di “barbone snob”. Quello è il lavoro che si è inventato: recuperare i carrelli abbandonati e riportarli a loro posto con un guadagno netto di due marchi a carrello; e magari il recupero di qualche oggetto, rivista od altro dimenticati. Nella mezzora che segue sono altri quattro o cinque i carrelli abbandonati da viaggiatori frettolosi di imbarcarsi. Faccio mentalmente un rapido calcolo e penso che se la media è quella, il nostro può guadagnarsi almeno dai 10 ai 20 marchi all’ora.

Quando tornano le quattro ragazze, senza dare a vedere, spiego loro l’attività del nostro dirimpettaio. Decidiamo di abbandonare a nostra volta i tre carrelli, tanto le monete in banca non le cambiano e tra poco più di un anno si sarebbe passati all’euro.

Mentre stiamo salendo sulla scala mobile mi volto ed incrocio lo sguardo del nostro; ha un mezzo sorriso d’intesa. Ci siamo capiti.

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29 giugno 2010. La giunta leghista di Montecchio Maggiore (comune già famoso per il caso della mensa che aveva tenuto a pane e acqua i bambini non in regola con la retta) approva il regolamento di polizia urbana che all’art. 34, intitolato « Divieto dell’esercizio del mestiere girovago del cosiddetto “accompagnatore di carrelli della spesa” »– così recita: “È vietato su tutto il territorio comunale l’esercizio del mestiere girovago di “accompagnatore di carrelli della spesa”.

Chiunque viola le disposizioni del presente articolo è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria, da euro 25,00 ad euro 500,00.

Leggendo questa notizia segnalatami da Facebook la prima cosa che ho pensato è che alla definizione di Carlo M. Cipolla secondo cui gli stupidi sono coloro che riescono a recar danno contemporaneamente a se stessi e agli altri si potrebbe anche aggiungere: coloro che non si rendono conto del ridicolo del loro agire.

Mi è poi visivamente tornato alla mente l’Accompagnatore di carrelli di Amburgo. Nella scala di Cipolla è certamente un rappresentante dell’intelligenza umana: capace di perseguire allo stesso tempo il vantaggio proprio e quello altrui. Mettere al loro posto carrelli che sarebbero di intralcio ai viaggiatori traendone un non insignificante guadagno.

Chissà se è ancora al suo posto? Mi piace pensare che la sua scelta dell’aeroporto non fosse casuale o solo frutto dell’ingegno, ma una sorta di preparazione al suo grande viaggio. Me lo immagino in qualche paese esotico a godersi, con meritato riposo, i marchi (e poi gli euro) accumulati carrello dopo carrello. Alla faccia degli stupidi intolleranti che non sanno apprezzare varietà e diversità dell’essere e dell’agire umano.

 

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* Ad es. i blog di Marco Rossi Doria, Verbania Settanta di Claudio Zanotti e Una Verbania possibile.

 

 

Vco: una comunità senza futuro?

Pubblicato in due successive note sulla mia pagina di Facebook il 13 e il 21 giugno 2010, fatto circolare anche tramite mail e ripreso su altri profili facebook e su un notiziario locale online.

Al di là del titolo (la seconda “puntata” era titolata più ottimisticamente C’è un futuro per la comunità del VCO?) il contenuto era abbastanza fiducioso nel futuro della nostra provincia.

Oggi (settembre 2015) tale fiducia mi pare mal riposta e, come scrivo in un altro recente post, frutto di un equivoco.

Non cambierei comunque (o aggiungerei molto) a quanto allora scrissi su Comunità e Politica di comunità.

Le brevi proposte finali hanno dato vita alla Video inchiesta Giovani e lavoro di cui ho reso conto nel relativo post.

 

VCO futuro

 

Vi sarà ancora una provincia del VCO?

Nelle scorse settimane si è assistito, sull’onda della politica dei sacrifici “lacrime e sangue” alla pantomima sul futuro delle province. Dove tutti in linea di principio sono per abolire e/o tagliare, purché non a casa propria.

C’era chi sosteneva che tutte le province debbon esser abolite, ma senza chiarire quali le future articolazioni territoriali tra i Comuni e le Regioni. Subito insorge Bossi : “Guerra civile se toccano Bergamo!”

Arriva poi la proposta di abolire solo quelle inferiori a 220 mila abitanti. Atri insorgono ed allora la “furbata” di escludere regioni autonome e province di confine. Furbata “nordista” perché non si capisce qual differenza c’è fra una provincia che “confina” con le montagne ed una che “confina” col mare. Storicamente è sempre stato più difficile varcare i monti che il mare e le città marinare sono da sempre intersezione fra culture.

Scorporato all’ultimo momento dalla manovra anticrisi, il taglio delle province si ripropone poi per tutte quelle sotto i 200 mila abitanti con un apposito disegno di legge. Ma subito arrivano emendamenti ed emendamenti di emendamenti: prima (8 giugno) si salvano quelle a territorio prevalentemente montano per le quali il limite scende a 150 mila abitanti; ed infine, del gran taglio rimanendo solo quattro province (Vercelli, Fermo, Isernia e Vibo), si decide (10 giugno) che non se ne fa più nulla.

Non voglio qui entrare nel merito province Si/No (ed eventualmente quali) né limitarmi a deprecare il meschino spettacolo dei politici che invocano i tagli solo per gli altri, esaltando ognuno la irriducibile specificità del proprio territorio provinciale.

Il quesito principale non mi sembra: VCO provincia Si o No e, se No, con chi aggregarsi (Novara per tradizione, Vercelli per maggiore affinità, oppure provincia quadrante – VB, VC, BI, NO – per dar forte contrappeso al Torino-centrismo?).

Il quesito politico principale mi pare sia un altro: il Vco è o può effettivamente diventare una comunità? È vissuto come tale dai propri abitanti? Le forze politiche e sociali hanno sinora lavorato in questa direzione? Pare evidente la risposta negativa.

Le comunità non sono semplici ripartizioni amministrative, non si proclamano per decreto, ma nemmeno sono entità eterne ed immutabili. Le comunità cambiano e, se vi è una volontà collettiva, si costruiscono nel corso del tempo.

Il destino del VCO mi pare essenzialmente legato (permanga provincia o meno) proprio a questo: riuscire a diventare (ed agire come) una effettiva comunità. Quel che sinora non è stato.

 

Il VCO o è / diventa una comunità o è senza futuro

È abbastanza evidente come i partiti della nostra provincia abbiano sinora giocato a quella che può esser definita quale “politica dei campanili contrapposti”. Le principali scelte (e spesso “non scelte”) si sono appunto basate su preclusioni, campanilismi, alleanze trasversali “contro” (sanità, economia, politica del territorio, designazione dei candidati ecc. ecc.) attraverso veti e fragili equilibri che poco avevano a spartire con l’interesse dell’intera comunità provinciale. Naturalmente questo non riguarda solo i partiti ma l’intero tessuto sociale ed associativo (i sindacati ad es.), culturale ed informativo (ad es. gli organi di stampa locali che, a parte quello vescovile, non sono provinciali ma dividono/accorpano le aree di riferimento secondo altri criteri), ecc. ecc.

Emblematico che il capoluogo sulla carta (Verbania) non si sia mai sentito tale (e tanto meno come tale accettato) e che il nuovo sindaco invece di pensare a Verbania come capoluogo (ruolo non necessariamente centralistico) del VCO, si inventi una fantomatica “Capitale dei Laghi Europei”: tra la fuga di responsabilità da un lato e lo spot turistico vuoto di effettivi contenuti dall’altro. O che il (l’ex) sindaco di Domodossola, probabilmente per mettere in secondo piano le difficoltà di successione, rinfocoli oggi la polemica sulla scelta del capoluogo.

In effetti non ci vuole molto a sottolineare le diversità fra i tre territori che compongono la nostra provincia sia per il per paesaggio (montagne ossolane, Lago Maggiore, Lago d’Orta), che per le attività produttive e lavorative e, non ultima, per la diversità degli insediamenti e dei flussi migratori sia nei tempi che per provenienza.

Sostenere che il VCO non è una comunità, ma come dice il nome stesso, la somma di (almeno) tre comunità ben diverse è assai facile. Ancor più facile agire di conseguenza.

Ma forse qualcosa sta cambiando e, soprattutto, qualcosa deve cambiare. La crisi occupazionale ha messo in evidenza la fragilità strutturale del nostro territorio e non è un caso che i lavoratori abbian messo alla testa dei loro cortei prima del nome delle fabbriche in crisi o delle loro città, la parola d’ordine “vertenza VCO”. La singola fabbrica, il singolo comune, la singola zona cusiana/ossolana/verbanese non ce la può fare da sola. Il conflitto principale non è più operai/padrone, non è più interno alla comunità, ma tra la comunità stessa e processi decisionali esterni (delocalizzazione, finanziarizzazione, globalizzazione). O fronteggiamo tutti insieme la crisi e siamo in grado di pensare ad un diverso futuro unendo forze e risorse o il declino di tutto il VCO sarà inarrestabile. Permanga o meno la Provincia.

Il fatto stesso che Provincia e tre “capoluoghi” siano oggi amministrati con lo stesso segno politico di centrodestra può favorire il superamento degli antichi vizi di campanile spingendo le amministrazioni ad un progetto e un’azione unitaria. Così come le forse politiche di opposizione possono lavorare su di un progetto comune di alternativa, innestando una dialettica generale fra progetti per l’intero territorio e non più fra esigenze (o, peggio, ripicche) localistiche.

Ma la strada da fare è tanta mentre i tempi stringono.

Pensare ad una politica per il VCO non significa principalmente, a mio parere, trovare fondi, finanziamenti, sgravi fiscali, leggi autonomistiche ecc. (in sostanza aiuti/privilegi provenienti dall’esterno) ma “contare sulle proprie forze”, progettare il proprio futuro sulla base delle proprie risorse umane, professionali e culturali, delle ricchezze territoriali, ambientali ed artistiche che possano prospettare un futuro diverso il più possibile autonomo e non dipendente da processi economici sovrastanti.

mappa_comuni_vco

Cos’è una comunità?

Scrivevo non tanto tempo fa1 che

“il tema della comunità costituisce una sorta di ‘buco nero’ nell’orizzonte tematico delle cultura politica italiana (della sinistra in particolare). La prevalenza di culture universalistiche (cattolicesimo, liberalismo, socialismo) ha messo ai margini le riflessioni e le esperienze sviluppatesi in questo ambito (il Movimento di Comunità nel Canavese, l’omonima casa editrice, Danilo Dolci, la scuola di Psicologia di Comunità di Amerio ecc.). Con il risultato che ci si è trovati del tutto impreparati – lasciando lo spazio al comunitarismo rozzo e premoderno della lega – quando, di fronte agli attuali processi di mondializzazione economica e culturale, il bisogno di comunità emerge con prepotenza.”

Certo il termine “comunità”, e soprattutto il suo uso, non è esente da ambiguità, ma sono sempre più convinto che è questo oggi un terreno (una dimensione) fondamentale della politica. Ossia che oltre al confronto fra destra e sinistra (il tema dell’eguaglianza fra le persone e fra i ceti sociali), fra autorità e libertà (di pensiero, di scelta e di azione individuale e collettiva), fra centro e periferia (stato e autonomie locali), fra economia ed ambiente, sia sempre più centrale il tema della comunità e del suo rapporto con gli individui, il territorio, l’ambiente, le reti interne ed esterne che le permettono, attraverso la partecipazione di perseguire il “bene comune”2.

Certo, vi è un comunitarismo rozzo ed identitario che concepisce la “comunità” come un aggregato di “identici” che affonda le sue “radici” nel territorio (sangue e suolo), che pensa di rafforzarsi chiudendosi rispetto all’esterno, che esalta in modo ideologico l’essere identici e a tal fine inventa miti e simboli identitari (magari mescolando simbologie celtiche, neopagane e cristiane). Un comunitarismo conservatore che può anche avvicinarsi a qualcosa di simile al nazismo (i miti celtici/ariani della razza). Comunitarismo che va affrontato in primo luogo smascherandone il suo carattere ideologico che nasconde la realtà effettiva (nessuna comunità è comunità di identici) sia la sua fragilità teorica: la teoria dei sistemi per prima cosa ci insegna che un sistema chiuso è un sistema fragile, non in grado di rinnovarsi e riadattarsi ai mutamenti, al contrario dei sistemi aperti; la psicologia sociale sottolinea la “forza dei legami deboli” ovvero la capacità di apertura ed innovazione di cui possono esser portatori quei collegamenti (ponti) anche episodici che un individuo, una rete sociale, una comunità hanno con individui, reti e comunità esterne; la storia ci mostra come le grandi civiltà (da quella greca a quella nord americana) siano nate da un “crogiolo” (melting pot), da una fusione creativa di culture, lingue, tradizioni diverse; e si potrebbe continuare.

Comunitarismo che va però soprattutto affrontato con la capacità di concepire (e costituire) una diversa idea di comunità: articolata al suo interno, aperta, dinamica, in grado di individuare e perseguire il “bene comune” attraverso il confronto e la partecipazione democratica. Mi sembra questo oggi il principale terreno di confronto fra forze politiche e soggetti sociali e culturali del VCO: interrogare noi stessi per immaginare, progettare, costruire un possibile futuro della nostra comunità provinciale.

 

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C’è un futuro per la comunità del VCO?

 

Appunti per una politica di comunità

Gli elementi di fondo per una politica di comunità mi sembrano essenzialmente quattro:

 

  • Valorizzazione del capitale umano e sociale

Il benessere di una comunità è in stretto rapporto con il proprio capitale umano (le conoscenze, le competenze e le esperienze degli individui) e soprattutto con il capitale sociale (l’insieme di relazioni di fiducia e sostegno che permettono alle persone singole e ai soggetti collettivi – quali una associazione o una istituzione – di sostenersi attraverso relazioni extraeconomiche di aiuto). Se il capitale umano è un patrimonio che “risiede nelle persone”, il capitale sociale è un patrimonio collettivo che “risiede tra le persone”3. Le implicazioni sono a tutto campo e tutti gli studi hanno sottolineato come il capitale umano costituisca il patrimonio primario a disposizione di una collettività e come un elevato capitale sociale favorisca identità collettiva ed integrazione da un lato e maggior capacità di un territorio a fronteggiare cambiamenti quali quelli prodotti dalla globalizzazione.

Cosa può significare allora valorizzare il capitale umano e sociale? In sintesi significa porre al centro il tema dell’istruzione e della ricerca da un lato e dell’associazionismo e del volontariato dall’altro. Temi spesso lasciati in secondo piano dalla politica tradizionale. Eppure la nostra provincia è particolarmente ricca sia di scuole e istituti di ricerca di qualità che di una realtà associativa particolarmente estesa.

Non basta “difendere” le nostre scuole e le strutture di ricerca e/o mettersele all’occhiello: occorre individuare in questo settore il terreno prioritario di investimento reperendo risorse sia umane che economiche, valorizzarne le iniziative, sostenere e favorire il raccordo reciproco e con l’insieme delle istituzioni culturali. Pensare in sostanza all’insieme del “settore della conoscenza” come all’ambito primario di investimento per lo sviluppo futuro.

Per quel che riguarda l’ambito del volontariato e dell’associazionismo in tutti i suoi settori (da quello sportivo a quelli di aiuto alle persone, di soccorso, di prevenzione e tutela del territorio, a quello culturale ecc.) la prima osservazione è che questo ambito è stato perlopiù considerato (dalla sinistra in particolare) come un “fratello minore” rispetto alla politica, costituito da persone che si occupano di aspetti secondari e non come ricchezza primaria della comunità, come il terreno appunto dove il perseguimento del “bene comune” avviene in modo spontaneo e solidale. La conseguenza è che è stato spesso ignorato ed abbandonato a se stesso, poco sostenuto e soprattutto poco valorizzato dalle istituzioni lasciandolo in questo modo talvolta scivolare verso gestioni personalistiche e/o privatistiche.

 

  • Sviluppo delle reti sociali

Non solo valorizzare il capitale umano e sociale, ma soprattutto favorire il confronto e l’aggregazione, la messa in rete sia attraverso nuove connessioni e raccordi tra soggetti e gruppi che attraverso l’estensione della rete “on line”, non solo quale finestra sull’esistente, ma come grande opportunità di estensione di relazioni. Ad esempio uno o più portali internet, servizi collettivi di messaggistica ecc. ecc. Avendo come cura e preoccupazione di pensare sempre all’intero VCO come orizzonte di partenza e di guardare fuori, di stabilire legami con realtà significative ed innovative anche al di là della provincia, della regione e della nazione. Ponendosi talvolta finalità ed obiettivi espliciti, ma essendo consapevoli che le nuove proposte e i nuovi progetti spesso sorgono proprio dalla “semplice” messa in relazione di realtà diverse. Pensare ad esempio agli eventi promossi dalle associazioni non solo come occasioni di svago e di una pur significativa “messa in mostra” delle proprie attività e realizzazioni, ma soprattutto come grosse occasioni di relazione ed arricchimento fra realtà ed esperienze diverse.

 

  • Tutela, gestione e valorizzazione dei “beni comuni”

È probabilmente questo l’ambito di maggior novità che obbliga a riparametrare molte delle categorie politiche (in particolare di economia politica) sin qui utilizzate. Comunità e “bene comune” sono strettamente connessi: la etimologia di “communitas” deriva infatti da “commune” vocabolo neutro latino che indica appunto il possesso o bene comune. Ma se sulla “comunità” una adeguata riflessione sociologica si ha già a partire dall’Ottocento (es. Comunità e società di Ferdinand Tönnies del 1887), una adeguata riflessione sui “beni comuni” è del tutto odierna: è di meno di un anno fa l’assegnazione del premio Nobel per l’economia ad Elinor Ostrom4, l’eterodossa economista che si batte per la difesa dei beni comuni sia naturali che culturali e virtuali affermandone con forza sia l’esistenza che la efficacia economica della loro gestione. In molti casi, laddove i beni comuni sono comunitariamente presenti e riconosciuti, la loro gestione collettiva è più efficace ed economica sia di quella pubblica (statale) che di quella privata. In sostanza non bisogna più ragionare in termini di economia privata e pubblica, ma di economia privata, pubblica e comunitaria. Quest’ultima da valorizzare e tutelare difendendola dalle privatizzazioni (dalle nuove “recinzioni”). Né bisogna pensare ai “beni comuni” come residuo arcaico, premoderno, presente solo in società scarsamente “sviluppate”. Se un certo tipo di beni comuni legati al territorio e alle sue risorse (le acque, i pascoli, i boschi, ecc.) sono certo più presenti in società a minore industrializzazione, c’è tutta una vasta gamma di beni comuni del tutto moderni ed in estensione. Pensiamo all’insieme del settore della conoscenza nonché ad internet ed in particolare a quanto oggi si sta aprendo tramite web 2.0 ed i nuovi media; ed anche qui, non a caso, si affacciano i sostenitori di nuovi vincoli e nuove recinzioni.

Ma cos’è un bene comune?

“Un bene comune (commons) vale a dire una risorsa condivisa da un gruppo di persone e soggetta a dilemmi (ossia interrogativi, controversie, dubbi, dispute ecc.) sociali. “5

“La grande virtù dei beni comuni come scuola di pensiero è la loro capacità di far riferimento all’organizzazione sociale della vita, la cui creatività è in larga misura autonoma dal mercato e dallo Stato. I beni comuni rivendicano la sovranità di questa attività culturale, la con­siderano un’economia separata che lavora in tandem con il mercato, svolgendo il proprio ruolo significativo (e spesso più importante). I beni comuni non sono un manifesto, un’ideologia, uno slogan: sono un modello flessibile per parlare della ricca produttività delle comu­nità sociali, e delle recinzioni del mercato che la minacciano.

L’ampiezza dell’interesse nei confronti dei beni comuni sta rag­giungendo nuovi livelli, il che suggerisce che essi rispondano in modi culturalmente attraenti ad alcune esigenze molto concrete. I beni co­muni permettono di articolare nelle discussioni di politica pubblica un nuovo sistema di valori; offrono strumenti utili e un vocabolario che aiuta la collettività a riaffermare il controllo sulle proprie risorse comunitarie; contribuiscono a dare un nome al fenomeno di “recin­zione” da parte del mercato e a identificare meccanismi legali e istitu­zionali per proteggere le risorse condivise.”6

È sufficiente aprire un banchetto contro la privatizzazione dell’acqua, vedere l’interesse che immediatamente suscita per capire come questa tematica dei beni comuni costituisca un nervo scoperto della nostra società.

Quali i beni comuni della nostra comunità del VCO?

Indico alcuni dei principali con la consapevolezza che il confronto su questo ambito è ancora tutto da iniziare e che per ognuno di questi beni comuni andrebbe sviluppata una apposita strategia politica di riconoscimento, libero accesso, valorizzazione e sviluppo.

  • Risorse idriche, energetiche, forestali ecc. del nostro territorio.
  • L’ambiente quale bellezza naturale da tutelare/usufruire/valorizzare (dalle montagne ai laghi)
  • Il patrimonio artistico, architettonico, insediativo (la bellezza prodotta dall’uomo)
  • I beni culturali quali musei, biblioteche, enti di ricerca ecc.
  • La conoscenza e i prodotti scientifici ed artistici, quali beni comuni di libero accesso (sia materialmente che on-line)

Può sembrare un discorso molto teorico, ma si potrebbero fare molti esempi. Uno per tutti. Un bene artistico di pregio quale Villa Poss7 a lungo abbandonato al declino e che vede oggi l’avanzare di una devastante speculazione edilizia8, riconoscerlo come patrimonio collettivo assumendo come prospettiva l’ormai decennale progetto del Museo del Paesaggio (un centro di studi, anche a livello universitario, e di ricerche sul paesaggio, sui giardini, sulla botanica e sull’orticultura) e/o pensarlo come futura sede dell’Università del VCO che è attualmente in crisi e che va ripensata e ristrutturata. Il tutto con un ruolo attivo nella progettazione e nella gestione delle associazioni culturali e di tutela ambientale e di enti di ricerca sia locali che nazionali.

 

  • Progettare il futuro

Mi pare questo il punto maggiormente dolente/carente di tutta la politica della nostra provincia. Premesso che progettare il futuro significa parlare delle (e con le) nuove generazioni, quello che sconcerta è la totale assenza di una politica giovanile che non sia solo ancorata all’oggi e ad elementi tutto sommato marginali (es. il tempo libero ecc.). Ma su temi quali il lavoro, l’occupazione, le nuove attività lavorative, la valorizzazione e l’estensione del capitale sociale e delle reti, i giovani non sembrano presi in considerazione. I punti indicati in precedenza, così come tutto il dibattito su lavoro e occupazione nella nostra provincia9, se non vengono riferiti in modo prioritario alle politiche giovanili, rischiano di essere asfittici, senza apertura e senza prospettiva.

Le conoscenze sulla condizione e le aspettative dei giovani del VCO sono assi ridotte e quelle significative effettuate prive di effettiva ricaduta10. Le reti di capitale sociale ormai consolidate (es. quella della peer education) prese in considerazione in modo tutto sommato marginale.

 

Di seguito alcune indicazioni e proposte molto provvisorie:

  • Pensare alle politiche giovanili come politiche non solo settoriali (es. il disagio, il tempo libero, l’associazionismo, la scuola ecc.), ma quali “politiche a tutto campo” rivolte al complessivo futuro produttivo, lavorativo, culturale e sociale della nostra provincia;
  • Pensare alle politiche giovanili sempre (almeno) a livello di intero VCO: una provincia che può diventare, esser proposta ed esser vissuta come un’unica città policentrica ed ecocompatibile;
  • Un’unica città che abbia un trasporto pubblico efficiente e diffuso a tutta la Provincia, a partire da quello che è attualmente l’asse di trasporto più “intasato” di Verbania-Omegna. Il “vecchio” progetto di una metropolitana leggera Verbania Intra, Stazione Fondotoce, Omegna era davvero così futuribile?
  • Sviluppare “luoghi” ed occasioni che diano ai giovani (e alle associazioni prevalentemente giovanili) possibilità di incontro e di aggregazione non solo per il tempo libero ma come possibilità di scambio di conoscenze ed esperienze: il giovane isolato è quello che più difficilmente “trova” (o “si inventa”) un lavoro.
  • Individuare nuovi settori di sviluppo dell’occupazione giovanile (energie rinnovabili, turismo ambientale e culturale, turismo scolastico, sviluppo di servizi per attività sportive legate all’ambiente, creatività artistica, nuove tecnologie e nuovi media, ecc.).
  • La messa in opera di strumenti di conoscenza della effettiva condizione e delle aspirazioni dei giovani nelle più diverse situazioni: dalla precarietà ai nuovi lavori, da chi rimane nel VCO a chi è emigrato altrove.

 

Una piccola proposta a breve termine:

  • Nascita di un organismo (una “officina del futuro”) che aggreghi giovani di tutta la provincia e provenienti da diverse esperienze;
  • Organizzazione (progettazione e ricerca finanziamenti) di una video inchiesta sociale, condotta e gestita da giovani, sulla condizione giovanile ed occupazionale nel VCO incentrata su:
    • Disoccupazione e precarietà lavorativa giovanile
    • “Fuga” dei giovani dal VCO
    • Nuovi lavori e nuove occupazioni

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Postscriptum

Rileggendo l’insieme di questi miei due interventi sul possibile futuro del VCO mi rendo conto della grossa discrepanza fra il quadro delle riflessioni e le proposte accennate. Lo scopo era però quello di avviare un dibattito.

Proposte e progetti possono delinearsi e trovare gambe per camminare solo attraverso il confronto fra i diversi soggetti: soggetti individuali e collettivi; soggetti sociali, culturali, economici e politici.

È una scommessa. Ce la possiamo fare.

 

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  1. Nuove dimensioni per la politica?: https://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/nuove-dimensioni-per-la-politica-noterelle-parte-2/68759889996
  1. Il bisogno di comunità : https://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/il-bisogno-di-comunit%C3%A0/68745054996 oppure L’orizzonte della comunità e la strategia del capitale sociale (con Mauro Croce) http://www.lasocietainclasse.it/oldpassaggi/sites/default/files/peereducation.pdf
  2. OCDE [OCSE] (2001), Du bien-être des nations. Le rôle du capital humain et social. Enseignement et compétences, Paris
  3. Elinor Ostrom ha vinto il premio Nobel per l’economia: https://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/elinor-ostrom-ha-vinto-il-premio-nobel-per-leconomia/85727849996 e Contro le enclosures digitali per una nuova utopia : https://www.facebook.com/note.php?note_id=34695264996
  4. HESS – E. OSTROM (a cura), La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla pratica, ed. italiana a c. P. Ferri, Bruno Mondadori, Milano 2009 , p. 3
  5. ivi, 43
  6. le schede del Museo del Paesaggio: http://www.museodelpaesaggio.it/it-it/home/paesaggio/schede/villa_poss_1
  7. Verbania News: http://www.verbanianews.it/joomla/fatti/politica/1170-poss (link non più attivo)
  8. il doc. La crisi del lavoro nel Verbano Cusio Ossola (di Carlo Alberganti per SEL) http://www.facebook.com/home.php?#!/note.php?note_id=421107732291 (link non più attivo)
  9. Es. la bella ricerca “Essere giovani nel Verbano Cusio Ossola” di Carlo Genova e Valentina Volonté (coop.