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L’Olocausto del Lago Maggiore dalla Memoria collettiva alla Storia

6 novembre 2013

A settant’anni da quello che giustamente viene definito Olocausto del Lago Maggiore [1] si può tentare di trarre una sintetica valutazione dello stato della Memoria collettiva mentre stanno concludendosi le iniziative per il settantesimo della prima Strage di ebrei in Italia durante l’ultima guerra mondiale.

Se per lungo tempo si è trattato di una “strage dimenticata” [2], nel 2011, in un articolo su Nuova Resistenza Unita [3], dopo la grande partecipazione di pubblico alle proiezioni di Even 1943. Olocausto sul Lago Maggiore mi pareva di poter affermare che probabilmente quella non sarebbe più stata una strage rimossa dalla memoria (riporto per intero in calce l’intero articolo che tentava anche di individuare i molteplici motivi di quella “dimenticanza”).

Olocausto del Lago Maggiore: i luoghi dell'eccidio.

Olocausto del Lago Maggiore: i luoghi dell’eccidio.

Oggi dopo che tutti i nove Comuni coinvolti [4] si sono coordinati per celebrare il settantesimo anniversario dell’eccidio con numerose e partecipate iniziative, come la posa sul lungolago di Baveno, davanti all’albergo che fu sede del comando delle SS autori delle stragi, di un monumento a ricordo di quelle vittime; dopo che la scuola elementare-media di Meina è stata dedicata ai tre giovani fratelli Fernandez Diaz, e quella di Trecate a Becky Behar, la sopravvissuta che ha dedicato la propria vita a portare nelle scuole la sua testimonianza, dopo che la Casa della Resistenza in questi mesi di ottobre e novembre ha dato vita ad un corso di aggiornamento per insegnanti [5] sulla shoah con ampi riferimenti alle tragiche vicende sul Lago – e l’elenco non è certo completo – possiamo con certezza affermare che la Memoria collettiva delle nostre comunità si è riappropriata di quegli eventi iniziando a saldare un debito a lungo rimosso.

Il memoriale di Aldo Toscano

 “Io non posso dimenticare.

Domenica 3 ottobre. “Oltre la rete!” Ci riscaldiamo al sole come lucer­tole, nella mattinata. Attendiamo la sera per muoverci con tutta pru­denza. Scendiamo zigzagando tra masso e masso, e solo a notte alta entriamo nella prima baita svizzera …

Lunedì 4 ottobre. “S. Francesco, patrono d’Italia”. È una giornata per noi decisiva e di movimento. S’inizia alle dieci del mattino … Renzo cerca inutilmente una barca che ci traghetti a Sannazzaro Alabarda, dove abita il nostro amico dottor Fau­ser. Purtroppo però, nonostante i suggerimenti, Franco e Giorgio sono stati pescati ed è giocoforza per tutti di costituirci. …

Finalmente, alle 19.30, facciamo il nostro ingresso in un campo di smistamento svizzero: il Francesco Soave di Bellinzona. Si chiude così per noi la prima parte dell’avventura, per aprirsi quella nuova dei campi, tra “la perduta gente”, dove la clessidra del tempo molto lentamente scan­dirà per me alla rovescia i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni! Il continuo monotono ripetersi degli atti quotidiani per 605 interminabi­li giorni, diventerà abitudine. Con essa accetterò ogni cosa con rasse­gnazione, vivendo in baracche di legno, dormendo sulla paglia in let­ti a castello, mangiando sbobba e patate lesse, amministrate con pi­gnolesca militare precisione.

Ma, sia stata fortuna, fatalità, o destino, ho evitato l’olocausto, di­ventando – come dirà Primo Levi – un salvato perché scrivessi e, scri­vendo, portassi testimonianza. La testimonianza vera – però – non è già la mia, ma quella di chi oggi non c’è più, e l’ha scritta col proprio sangue, prima, e col silen­zio, poi.” [6]

Così, con poche pagine di riferimento al suo internamento in Svizzera, Aldo Toscano introduce la sua ricerca sull’Olocausto del Lago Maggiore. Ebreo novarese, transitato inconsapevolmente per Baveno nei giorni del rastrellamento mentre col fratello Franco e altri segue il suo itinerario di salvezza verso la Svizzera, delle stragi sul Lago saprà solo dopo la guerra. E dedicherà oltre quarant’anni della sua vita a raccogliere informazioni ed articoli, in particolare dopo il pensionamento e durante il processo celebrato a Osnabrück (8 gennaio – 5 luglio 1968). Il suo meticoloso lavoro uscirà nel 1993 (l’anno stesso della sua morte) sul Bollettino Storico per la provincia di Novara, una rivista locale e specialistica e pertanto poco diffusa. Le fotocopie di quel saggio serviranno all’équipe di Even 1943 (Lorenzo Camocardi, Claudia De Marchi e Gemma Lucchesi, oltre al sottoscritto) come traccia di partenza per la sceneggiatura del documentario.

io mi sono salvato

È pertanto decisamente opportuna e meritoria la attuale ripubblicazione di quel lavoro [7], ripubblicazione che riporta inoltre per esteso il Diario dell’internamento di Aldo e due testi introduttivi del figlio Alberto Toscano e dello storico Mauro Begozzi.

Dice il figlio:

“Più il tempo passava e più le vicende vissute tra le ignobili leggi razziali del 1938 e il ritorno in Italia nel 1945 gli venivano insistentemente alla memoria. Scriverne è stato per lui anche un modo per riconciliarsi con un passato che era stato duro da vivere e che continuava a essere difficile da spiegare. Aldo Toscano lo ha fatto con il suo stile, che era quello di una persona precisa e puntigliosa, pronta a riflettere e al tempo stesso esitante nel mettersi in luce”. (p. 12)

Il ritardo storiografico

Tutto bene dunque? Niente affatto: se la Memoria collettiva delle località coinvolte ha iniziato a saldare il debito, molta resta ancora a fare e da ricordare. Non tutte le località hanno posto un monumento o una lapide a ricordo: non c’è una memoria materiale di quegli eventi né a Stresa né a Pian Nava, né in modo specifico a Novara; molti aspetti e alcuni episodi non si sono ancora ricostruiti con sufficiente precisione: le biografie delle vittime, i salvati e i giusti che li hanno aiutati, così come il capitolo triste dei collaboratori e probabilmente dei delatori, il destino dei beni delle vittime ecc..

Ma il ritardo maggiore è quello degli storici, come Mauro Begozzi ha con forza sottolineato, sia nel saggio introduttivo alla nuova edizione del testo di Toscano, sia nella coinvolgente lezione che ha tenuto il 23 ottobre scorso alla Casa della Resistenza nell’ambito del Corso di aggiornamento sopra ricordato.

La strage del Lago Maggiore, non solo è la prima strage antiebraica nazista in Italia e la seconda per numero di vittime (57) dopo quella delle Fosse Ardeatine (76), rappresentando quasi un terzo del totale dei 188 ebrei uccisi direttamente in Italia dai nazi-fascisti. L’Olocausto del Lago Maggiore è stata anche l’unica strage in Italia a carattere esclusivamente antiebraico: sia alle fosse Ardeatine che negli altri casi come a Forlì tra le vittime vi erano anche civili non ebrei.

In sostanza, a ridosso dell’8 settembre, la strage del Lago Maggiore costituisce il “biglietto da visita” dell’occupazione nazista del nostro Paese che preannuncia il progetto nazista e repubblichino di soluzione finale tramite la deportazione in massa dei circa 44.000 ebrei presenti nel nostro paese poi avviata con l’Ordinanza di polizia n. 5 del 30 novembre 1943 (internamento di tutti gli ebrei e sequestro dei beni).

Eppure dell’Olocausto del Lago Maggiore gli storici non si sono occupati se non marginalmente; l’altro testo importante oltre a quello di Toscano, uscito anch’esso nel cinquantenario della strage, è di un giornalista, Marco Nozza [8].

Manca un inquadramento complessivo della strage e delle linee di comando relative alla 1ª Divisione Panzer SS “Leibstandarte SS Adolf Hitler”, uno studio accurato delle biografie delle vittime e la ricostruzione di coloro che si salvarono. Si fa tuttalpiù cenno all’episodio di Meina, l’episodio più noto e che rischia di coprire con le sue sedici vittime le restanti quarantuno [8]. È estremamente pericoloso – dice Begozzi – collegare una strage ad un luogo. Per il luogo stesso e per la Storia.

Il risultato è che i manuali di Storia (scolastici e non) non parlano dell’Olocausto del Lago Maggiore (o fanno un rapido cenno perlopiù a Meina) e il ritardo della ricerca e dell’analisi storica si riverbera anche sulla Memoria collettiva nel resto del nostro paese.

Molto in sostanza c’è ancora da ricercare; nel 2022 si potranno liberamente consultare i documenti del processo di Osnabrück; ci sono poi gli incartamenti dell’”armadio della vergogna” e, aggiungo, quelli dei processi torinese ed austriaco a Gottfried Meier, responsabile dell’eccidio a Intra della famiglia Ovazza. E poi il contesto, come le leggi razziali si siano diffuse anche localmente ad abbiano creato un clima di sospetto antiebraico o di indifferenza per la sorte degli arrestati.

Alcune piste da seguire, dice Begozzi, sono anche accessibili ad un lavoro di ricerca nelle scuole: ad esempio quella degli allontanamenti da ruoli pubblici o dall’insegnamento in seguito alle leggi razziali (non revocate dal governo Badoglio).

A Novara ad esempio tra il 5 settembre 1938 e il gennaio successivo, a seguito della circolare “provvedimenti in materia di difesa della razza” quattro insegnanti delle scuole superiori dovettero abbandonare l’insegnamento: Giulio Reichembach docente di lettere al Liceo Classico “Carlo Alberto”, noto studioso; Virginia Finzi Lombroso, straordinaria insegnante di lettere al medesimo ginnasio; Ester Levi, docente di economia all’IT Mossotti; Benvenuta Treves, nota docente di ruolo anche lei all’IT Mossotti. La Treves durante l’occupazione tedesca riuscì a raggiungere la Palestina e, rientrata nel dopoguerra, fu reintegrata nell’insegnamento e, nelle file socialiste, fu vicesindaco e assessore all’Istruzione della giunta del sindaco Sandro Bermani.

Degli altri tre docenti allontanati non si hanno ulteriori notizie.

Queste vicende degli insegnati allontanati costituiscono un buon esempio che ci fa capire come la memoria non si eserciti solo nelle cerimonie ed iniziative ufficiali o sia da reperire unicamente nei libri di storia, ma possa (e direi debba) incarnarsi in un lavoro attivo di recupero (testimonianze orali, documenti, reperti, fotografie …) che, localmente, è alla portata di tutti.

A ulteriore dimostrazione – e tutta la storia dell’Olocausto del Lago Maggiore ne è una riprova – che contrariamente al senso comune, col tempo la memoria non necessariamente decade ma, grazie all’impegno sia singolo che collettivo, può crescere sensibilmente in conoscenza e consapevolezza.

Even 1943

EVEN 1943 Una strage non più dimenticata?

di Gianmaria Ottolini

La scelta è stata impegnativa e rischiosa. Documentare in tempi accettabili (meno di due ore), mettendo al centro testimonianze e interviste senza scorciatoie filmiche, tutti gli eccidi nelle 9 località e affrontare anche temi concomitanti: i processi di Torino ed Osnabrück, i salvati dai giusti, i beni delle vittime, il dibattito storico, le responsabilità italiane. Aprendo problemi e cercando possibili risposte.

Un tema rimanendo implicito, quello sottolineato nella lettera del Presidente Napolitano: “un eccidio pressoché dimenticato”.

Perché questa è stata a lungo “una strage dimenticata”?

Francamente non saprei dare una risposta inequivoca. L’esser stata la prima strage nazista di ebrei in Italia e la seconda per numero di vittime, l’aver coinvolto personalità di rilievo e in più casi con parentele di ampia notorietà – quali Primo Levi e Alain Elkann – avrebbero dovuto esser naturali motivi per una risonanza nella storiografia e nella memoria collettiva sia locale che nazionale, al pari ad esempio delle Fosse Ardeatine.

Azzardo alcune delle possibili risposte: la tendenza generale del dopoguerra a dimenticare; l’esser le vittime in gran parte non del luogo e considerate “straniere” per religione e nazionalità; la scomparsa per quasi tutte le vittime dei loro corpi in modo tale – e questo era il disegno – di lasciare incertezza sul loro destino; l’esservi stati, dopo l’autunno ’43, eventi bellici ed eccidi che ben più marcatamente hanno lasciato il segno; il non voler aprire il difficile tema delle nostre responsabilità (collaborazione con le SS, possibili delazioni ed appropriazioni ecc.); la parcellizzazione dell’eccidio in più località e pertanto la difficoltà a considerarlo un unico evento; la difficoltà ad abbinare il turistico paesaggio lacustre con una strage; l’assenza, almeno sino ai relativi processi, di una documentazione scritta che ne facilitasse la ricostruzione storica. Forse un po’ di tutte queste insieme.

C’era probabilmente bisogno di un momento di memoria collettivamente vissuto che riportasse all’oggi quegli eventi. La partecipazione oltre ogni previsione, l’attenzione e il coinvolgimento del pubblico alla Casa della Resistenza e alle altre proiezioni del documentario sembrano dirci che l’Olocausto del Lago Maggiore non sarà più una strage dimenticata.

(Nuova Resistenza Unita, n. 2, marzo-aprile 2011, p. 6)

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Note

[1] L’espressione per indicare l’insieme degli eccidi di ebrei avvenuto nel settembre-ottobre in nove località dell’allora provincia di Novara è dovuta ad Aldo Toscano che così li denomina nel suo studio pubblicato nel 1993. Della sua ricerca e della sua recente ripubblicazione ne parlo in seguito.

[2] Così indicata nel convegno tenuto a Meina nel 2001 a cura della Comunità di Sant’Egidio e nella conseguente pubblicazione: La strage dimenticata. Meina Settembre 1943. Il primo eccidio di ebrei in Italia, a cura della Comunità di Sant’Egidio, Interlinea, Novara 2003.

[3] L’archivio storico della rivista è consultabile integralmente on-line.

[4] Nell’ordine Baveno, Arona, Meina, Orta, Mergozzo, Stresa, Pian Nava (allora Arizzano, oggi Bée), e Novara.

[5] Se questo è un uomo”: Tra Storia e Memoria. Corso di formazione e di aggiornamento dalle leggi razziali alla deportazione. 12-23 Ottobre – 9-23 Novembre 2013.

[6] A. Toscano, L’olocausto del Lago Maggiore (settembre-ottobre 1943), in “Bollettino Storico per la provincia di Novara” n. 1 anno 94 pp. 1-111, Società storica Novarese, Novara 1993: pp. 8-9.

[7] A. Toscano Io mi sono salvato. L’olocausto del Lago Maggiore e gli anni di internamento in Svizzera (1943-1945), Interlinea, Novara 2013, p. 276.

[8] M. Nozza, Hotel Meina. La prima strage di ebrei in Italia, Mondadori, Milano 1993.

[9] Un esempio recente di questa “riduzione” dell’intera strage all’eccidio di Meina da parte di storici anche importanti lo si ha nell’ultima opera di Sergio Luzzato (Partigia. Una storia della Resistenza, Mondadori Milano 2013) laddove a p. 39 dice che Mario e Roberto Levi arrestati a Orta “Condotti a Meina, sul lago Maggiore, erano stati trucidati il 23 settembre unitamente a varie decine di ebrei greci, turchi e italiani, uomini e donne, che le SS avevano catturato nell’albergo più elegante della cittadina; con una pietra al collo , i cadaveri delle vittime erano stati poi gettai nel lago”. Del trasferimento dei Levi a Meina non c’è nessuna testimonianza: se non sono stati uccisi subito è più probabile siano stai trasferiti a Baveno o Stresa dove erano i comandi. A Meina poi non furono “varie decine” le vittime, ma sedici; varie decine quelle dell’insieme delle stragi delle nove località.

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