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Il testo unico fascista (1929 – 1943)

14 luglio 2016

La Casa della Resistenza di Fondotoce, in particolare dopo la ristrutturazione completata nel 2008, è dotata di una vasta area espositiva; molte le mostre ospitate, sia quelle da noi stessi realizzate che le molte altre allestite su nostra iniziativa o proposteci da altri enti e associazioni. Il nostro sito web, di recente rinnovato nella sua veste ed arricchito di nuovi contenuti, contiene fra l’altro un elenco dettagliato delle mostre in nostro possesso, già esposte alla Casa e disponibili per prestito gratuito temporaneo ad enti, associazioni e scuole che ne vogliano far richiesta [1].

Risalendo indietro nel tempo, la prima di queste (Libri fascisti per la scuola), presentata nel giugno 2001, era dedicata al Testo unico di Stato imposto per legge dal regime fascista nel 1929; mostra curata dal Ministero PI e patrocinata dall’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (Insmli) con testi dell’allora ministro Tullio De Mauro e degli universitari Alberto Monticone e Nicola Tranfaglia. La ricca documentazione, sia testuale che iconografica, permette di farsi un’idea precisa degli strumenti utilizzati dal regime all’interno della scuola (come nel resto del paese) per creare consenso; consenso in realtà fragile, come ho osservato in un articolo di commento alla mostra pubblicato sul numero 11-12 del 2001 di Nuova Resistenza Unita che riporto di seguito per esteso.

La mostra è senz’altro riproponibile oggi [2], in particolare in contesti educativi, sia nella prospettiva di un percorso di studio sul regime fascista, che all’interno di un approfondimento della storia scolastica del nostro paese.

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[1] Elenco mostre disponibili *

  •  L’eccidio degli ebrei sul Lago Maggiore. Settembre-ottobre 1943
  • L’eccidio di Fondotoce. Storie, luoghi, protagonisti
  •  Novecentodonne. Lica Covo Steiner
  • Maria Peron (la partigiana crocerossina della Brigata “Valgrande Martire”)
  • Le formazioni partigiane nel Verbano Cusio Ossola
  • Luoghi della memoria del novarese e del Verbano Cusio Ossola
  • Novara in guerra (a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea “Piero Fornara” di Novara.)
  • Omocausto. Lo sterminio dimenticato degli omosessuali (a cura Arcigay Udine)
  • Oltre quel muro (La resistenza nel lager di Bolzano 1944-45; a cura della Fondazione Memoria della Deportazione)
  • Fascismo Foibe Esodo (a cura della Fondazione Memoria della Deportazione)
  • Lager (a cura dell’ANED)
  • Libri fascisti per la scuola. Il testo unico di stato 1929 -1943 (a cura Ministero PI)

* se non diversamente specificato le mostre sono a cura della Casa della Resistenza.

[2] Sul sito è anche riportata, come per tutte le altre mostre disponibili al prestito, la relativa scheda tecnica con le condizioni del prestito gratuito e le caratteristiche tecniche (n. pannelli, dimensioni ecc.).

 

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La didattica del testo unico

da Nuova Resistenza Unita, n. 11-12 2001

L’introduzione del testo unico di Stato fu deliberata da una legge del 7 gennaio 1929 ed entrò in vigore con l’anno scolastico 1930-31; essa segnò la scomparsa di una pluralità di “manualetti” che, nei decenni precedenti, si era diffusa, in modo articolato e differenziato, nelle scuole delle diverse aree del paese nel tentativo di impartire alfabetizzazione ed istruzione di base tenendo conto delle molteplici peculiarità locali sia linguistiche che culturali.

Non era sufficiente al regime, che si stava in quegli anni consolidando, esser già intervenuto nel 1926 con una apposita commissione per fascistizzare l’editoria omologandola ed asservendola. Con la legge sul testo unico la preparazione dei testi per le scuole venne affidata ad una commissione di intellettuali “di fiducia” nominata dal Ministro della Pubblica Istruzione (poi Ministro della Educazione Nazionale); i testi sarebbero stati poi sottoposti ad una revisione triennale.

La Casa della Resistenza ha ospitato, dal 2 al 10 giugno scorsi, la mostra Libri fascisti per la scuola. Il testo unico di Stato (1929 – 1943). Nonostante il periodo di fine anno scolastico, alcune decine di classi, dalle elementari alle superiori, e moltissimi visitatori adulti hanno potuto riflettere su di una documentazione di grande rilievo: testi ed illustrazioni dei manuali di Stato per le classi elementari selezionati ed ordinati in modo da ripercorrere l’iter formativo del bambino durante il regime. La Mistica fascista come orizzonte di valori (il mito di Roma che si proietta nel futuro con le attese del nuovo ordine); la Scuola come “tempio” che forma alla nuova fede; il culto del Capo e dell’obbedienza disciplinata; l’idea di Patria, sintesi di Nazione e Stato, proiettata verso la legittima costituzione dell’Impero; la Famiglia come nucleo fondante e prolifico della patria il cui modello è quello patriarcale rurale in quanto “le tradizioni più sane si conservano nelle campagne”; la Razza italico – ariana, coagulo di elementi biologici, morali, spirituali e storici, destinata a svolgere, se tenacemente tutelata nella sua purezza, una storica missione civilizzatrice nei confronti delle razze inferiori; la Guerra come destino e compito ineluttabile; la Vittoria prima come originario risentimento (la “vittoria mutilata”), poi come preannuncio glorioso ed infine, negli ultimi testi emanati nel 1942-43 durante la guerra, come appello sempre più disperato: “Vincere!”.

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Lo stesso percorso è ora disponibile in un formato adatto ad essere utilizzato in locali scolastici.

L’impatto diretto con la documentazione è di sicura efficacia. I testi, anche se a prima vista appaiono del tutto ingenui, riflettono una concezione didattica omogenea. Ne sottolineo alcuni aspetti.

  • Il testo unico non è propriamente un sussidio didattico che affianca i processi di apprendimento ma il portavoce di una fede/verità ufficiale che va unitariamente diffusa in ogni scuola e da ogni maestro.
  • La sua “didattica” è pertanto rigorosamente trasmissiva ed unidirezionale; la ripetizione continua degli stessi elementari concetti ne dovrebbe garantire la sua sicura assimilazione.
  • Tutta l’educazione è “educazione civica” fascista: le prime lettere da apprendere, le vocali, si congiungono nell’ “Eia!”, il grido dei camerati, nell’alfabeto la A rimanda all’Aquila che “ama i suoi aquilotti e difende coraggiosamente il suo nido da qualunque pericolo. I balilla sono aquilotti d’Italia …”, la M a Mamma e Mussolini (Viene interpellata la mamma. Essa spiega a tutti che quella lettera “M” ricorda ai figli della Lupa, ancora tanto piccini, che il Mussolini che portano sul cuore è un Mussolini – mamma), la R e le Z a Razza (Razza latina. Una sola di queste civiltà poté resistere nei secoli, quella mediterranea o latina; formata e modellata da Roma, si può considerare come la più gloriosa della terra perché ebbe dominio sulle altre razze. … Roma provvide a preservare la nobile stirpe italiana da ogni pericolo di contaminazione ebraica e di altre razze inferiori). Non vi è insomma contenuto che non sia intrinsecamente ed esplicitamente fascista.
  • L’iconografia che accompagna i testi è attentamente curata da illustratori di sicura competenza (Pio Pullini, Carlo Testi, Mario Pompei …) al fine di ribadire con la “forza delle immagini”1 gli elementari contenuti del testo; in più casi è anzi l’immagine a prevalere, con il suo messaggio diretto, su di un testo ridotto ai minimi termini.
  • Dall’insieme dei testi emerge un chiaro “modello di sviluppo” simmetricamente rovesciato rispetto a quello, oggi auspicato, che vede nella crescita un 20160119_100017lungo percorso di passaggio dalla dipendenza alla autonomia; crescere nel modello di sviluppo fascista significa imparare ad obbedire; il bambino è tale perché non sa ancora prontamente ed incondizionatamente obbedire; quando lo fa diventa “un piccolo uomo”. Il percorso di crescita nell’obbedienza passa attraverso la famiglia, la scuola, le organizzazioni fasciste, il lavoro ed infine l’esercito. Il modello educativo è evidentemente quello militare. I disobbedienti sono “disertori e ribaldi”. Il bambino chiede ancora perché bisogna obbedire, mentre l’adulto (il soldato) sa che non bisogna chiederne il perché (“Obbedite perché dovete obbedire.” Chi cerca i motivi dell’obbedienza li troverà in queste parole di Mussolini).
  • Tale modello di sviluppo è rigorosamente maschile, la figura femminile svolge un ruolo marginale e sussidiario di ammirazione dell’uomo e di procreatrice per la Patria (Che vale avere molta terra se non vi sono braccia per poterla coltivare? Perciò Mussolini vuole che la popolazione aumenti sempre, e la vuole sana, robusta, temprata nelle fatiche. Non c’è nulla che lo allieti quanto la vista di una famiglia numerosa.)
  • Prolificità, purezza della razza ed obbedienza producono uniformità: i testi e, soprattutto, l’iconografia ci mostrano frequentemente la ripetizione degli stessi moduli: tutta la famiglia che alza, in perfetta simmetria, il braccio al saluto romano, i balilla che marciano all’unisono, l’esercito rappresentato graficamente da una sequenza interminabile di “soldatini di piombo” perfettamente identici. Le masse che ascoltano, acclamano o seguono Mussolini, sono raffigurate in modo indistinto ed uniforme.
  • Tutto quanto rappresenta diversità, differenziazione, individualizzazione ed originalità (dalle diversità di comportamento a quelle culturali e razziali) è visto con sospetto ed è oggetto di derisione e/o deplorazione. Lo stesso “buonismo” paternalistico cattolico nei confronti di un “ragazzetto nero” suscita la “giusta” diffidenza dei bambini come si può vedere nel racconto per la classe terza che riportiamo integralmente nel riquadro.

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L’ANIMA  BIANCA  DI  GIOVANNI  NERO 20160119_100006

È tornato in licenza il figlio dei Nanni, gli ortolani, missionario in Africa. Don Lino ha portato con sé un ragazzetto nero, così nero che i bambini si domandano se è di carne e d’ossa o di ebano.

 – È di carne e d’ossa come voi – spiega don Lino uscendo dal cortile – nero di fuori, ma bianco di dentro, non è vero, Giovanni? Giovanni ama il Signore ed ama l’Italia che gli ha insegnato a conoscere il Signore. Quando venne alle Missioni era poco più di una bestiola: andava nudo e mangiava carne cruda. Ora legge, scrive e vuole diventare missionario come me per aiutare i suoi fratelli neri a ritrovare la loro anima bianca. Avete capito bambini?

I bambini hanno capito sì e no. Non riescono a convincersi che Giovanni nero sia proprio un ragazzo come loro.

Nino si domanda se non sarebbe opportuno metterlo in bucato.

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Questo modello didattico, che si è tentato di delineare nel suo tentativo di trasmissività ed omologazione, è evidentemente fragile e senza nessun rapporto con la pedagogia e la psicologia, discipline non a caso messe al bando dal fascismo come da altri regimi totalizzanti. Per poter reggere richiede continui “rinforzi” sia interni (la continua ripetizione che in alcuni casi assume la struttura di “formulette catechistiche” a domanda e risposta, l’iconografia ecc.) che esterni: la Gioventù Italiana del Littorio con le sue ritualità e la sua scenografia 2, sino ad arrivare al contesto nazionale dove ogni informazione e stimolo (radio, cinema, giornali, adunate e proclami pubblici) concorre alla formazione “civica” fascista.

Fragile innanzitutto sul piano più strettamente scolastico. De Mauro ricorda come con il censimento del 1951, a sei anni dalla caduta del fascismo e nonostante la diffusione della scuola di base durante il ventennio, si riscontri ben il 60% di italiani senza licenza elementare e due terzi della popolazione dialettofona e incapace di parlare e capire l’italiano. A conferma del noto principio pedagogico secondo cui percorsi omogenei, a partire da condizioni disomogenee, non possono che portare a risultati disomogenei.

Fragile, mi sembra, anche sul piano della profondità del consenso: una educazione tutta incentrata sulla trasmissione unidirezionale e sulla obbedienza, che non mobilita pertanto capacità, competenze e costruzione autonoma di convinzioni, può ottenere solo un consenso fortemente contestualizzato. Non appena le condizioni di contesto cambiano, l’unitarietà del regime si incrina, emergono voci dissonanti, la guerra prende una direzione non prevista ecc., allora velocemente il consenso si rovescia e la massiccia totalizzante “formazione del cittadino fascista” frana in modo imprevedibilmente rapido. Quello che rimane è solo un vuoto educativo.

Il tema di una compiuta formazione civile nell’Italia post – fascista rimane tuttora aperto; probabilmente un giusto fastidio per il modello trasmissivo e per la politicizzazione dei contenuti dell’insegnamento ha nei fatti lasciato la scuola della nostra repubblica priva di un vero percorso di “educazione civica”, “materia” presente sino ad ora quasi sempre solo sulla carta. Non credo nemmeno sufficiente sostenere, come si è ripetuto anche recentemente, che bisogna soprattutto “insegnare la Costituzione”. Al di là di alcune nozioni giuridiche la Costituzione non mi sembra tanto un contenuto, un “sapere”, quanto soprattutto un “saper fare”, un saper diventare cittadino attivo dotato di autonomia di giudizio e capacità di iniziativa civile: un percorso formativo ancora oggi tutto da delineare. Un compito per la scuola che mi sembra non ulteriormente procrastinabile di fronte ad un mondo “globale” che vede negli eventi recenti improvvise accelerazioni storiche e in cui il concetto stesso di cittadinanza ha bisogno di essere radicalmente ridefinito.

Gianmaria Ottolini

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1 L’espressione rimanda al titolo del film – intervista di R. Müller (Germania 1993) dedicato alla grande regista del regime hitleriano Leni Riefenstahl – dove con La forza delle immagini ci si riferisce ad un tempo alle scenografie rituali naziste ed alla loro ripresa, di grande impatto, da parte della regista.

2 In modo, anche in questo caso, analogo a quanto avveniva nella Germania nazista con la Gioventù hitleriana (Hitlerjugend): cfr. Erika Mann, La scuola dei barbari. L’educazione della gioventù nel Terzo Reich, La Giuntina, Firenze, 1997, pp. 137 – 190.

 

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