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Ermanno, la Colonia Motta, la guerra

7 Mag 2018

La scorsa notte Ermanno Olmi ci ha lasciati. Non vorrei aggiungermi ai tanti e certamente più esaustivi ricordi del suo percorso umano e cinematografico (es. qui e qui). Mi vorrei però soffermare su alcune vicende ed aspetti un po’ meno noti a cui già in passato avevo accennato.

In Quarantatré … gli avevamo dedicato una delle “stazioni” della laica via crucis dei partigiani fatti sfilare e poi fucilati a Fondotoce ai bordi del canale dove oggi si erge il memoriale. Ospite della Colonia Motta della Edison in qualità di giovane sfollato, con i suoi coetanei aveva visto sfilare il corteo.

Tornavamo da scuola. Era un pomeriggio grigio di nebbie autunnali. A metà percorso della salita che portava in colonia, uno di noi disse voltandosi indietro: «Guardate!». E anche noi ci girammo a guardare. Lungo la strada che fiancheggiava il lago, stava sfilando una lunga colonna di gente: qualcuno portava anche dei cartelli appesi a un’asta, ma erano troppo distanti per leggere cosa c’era scritto. «Ma cos’è, una processione?» si chiese uno di noi. Vedemmo anche dei soldati tedeschi con i fucili puntati e allora capimmo ch’era una storia di guerra.

«Sembrano prigionieri.»

«Ma non sono dei soldati. Ci sono anche delle donne!»

In refettorio, mentre finivamo la cena, la notizia passò di bocca in bocca: i tedeschi avevano fucilato più di quaranta persone che avevano preso in un paese di montagna dov’erano stati uccisi dei loro camerati. «I tedeschi?» ci domandavamo sorpresi. Ci pareva impossibile che qualcuno come il graduato che giocava a pallone con noi potesse fucilare della gente qualsiasi.

«Ma non sono stati i nostri tedeschi! Degli altri» disse qualcuno.

E un altro: «I nostri sembrano buoni».[i]

 

Racconterà questo ricordo giovanile nel suo unico romanzo, Ragazzo della Bovisa, frutto di un periodo di malattia (dal 1983 al 1987) che lo costrinse a rinunciare ad un progetto filmico sulla Milano dei tempi della guerra, raccontata con occhi infantili, frutto della rielaborazione dei propri ricordi personali. Ne sortì invece questo racconto autobiografico pubblicato da Camunia nel 1986 e ripubblicato più volte da Mondadori a partire dal 2004.

Lo avevo brevemente recensito su Nuova resistenza Unita[ii] con allegata una breve scheda informativa sulla Colonia Motta; riporto entrambi di seguito:

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Un film…da leggere di Ermanno Olmi

Dalla Bovisa al lago  

La formazione e la crescita di un ragazzo negli anni della guerra: il progetto di un film anticipato dal documentario Milano ’83 ma mai girato per la grave malattia che colpì il regista tra l’83 e il 1987. Ne sortì invece un romanzo, l’unico scritto da Olmi (Ragazzo della Bovisa), edito nel 1986 ed ora riedito da Mondatori.

Un romanzo autobiografico di formazione che dell’origine filmica mantiene il ritmo, la precisa caratterizzazione dei luoghi e il ruotare agile dei personaggi intorno all’io narrante di un ragazzino tra il 1940 e il ’45.

I luoghi. La Bovisa, quartiere industriale e operaio, la casa di ringhiera e soprattutto la strada (“La strada mi ha insegnato a vivere …” dirà il regista in una intervista); Treviglio, la casa della nonna, un cascinale: spiraglio sul mondo contadino; la Colonia Ettore Motta della Edison sul Lago Maggiore, prima per una vacanza estiva nell’estate del ’43, e poi, a partire dal dicembre successivo, con i ragazzi sfollati dalla Milano sottoposta ai bombardamenti. Luogo di formazione diventa qui soprattutto il gruppo dei pari: dal più grandicello Tiberio che millanta grandi esperienze sentimentali, che adocchia (forse con successo) la vigilatrice della squadra “R” e che molti vogliono imitare, al più impacciato di tutti, il ritardatario Bertinotti, vittima privilegiata degli scherzi dei compagni e dei richiami delle “signorine”, alle coetanee con cui si intrecciano sguardi e talvolta messaggi.

Sullo sfondo, dapprima lontana, la guerra con i bagliori dei bombardamenti su Milano, con il lago notturno irrealisticamente immerso nel buio dell’oscuramento. Guerra che man mano si fa più vicina: soldati tedeschi che installano una stazione radio nel parco della Colonia, colpi d’arma da fuoco che risuonano dall’alto del Monte Rosso, la tragica visione sul lungolago della colonna dei “Quarantatré” e la notizia, la sera stessa, della loro fucilazione a Fondotoce. “– I tedeschi? – ci domandavamo sorpresi. Ci pareva impossibile che qualcuno come il graduato che giocava a pallone con noi potesse fucilare della gente qualsiasi.”

Il ritorno alla Bovisa corrisponde agli ultimi mesi di guerra. La colonna sonora trapassa dall’Internazionale dei giorni della Liberazione alla musica ballabile che riempie le strade dalle radio e dalle orchestrine improvvisate. “Si ballò per tutta l’estate” e un giovane ormai cresciuto poteva scegliere ed invitare, senza più timore, le ragazze alla danza.

Colonia Ettore Motta

Complesso di edifici disposti sulle pendici del Monte Rosso tra Suna e Fondotoce all’interno di un parco che sale sino a 150 m. dal livello del lago e si estende per 126.000 mq. Il grosso degli edifici (una decina con i corpi minori) è stato realizzato, per iniziativa di Giacinto Motta, fra il 1924 e il ‘29; erano destinati ad ospitare nel periodo estivo sino a 600 figli di dipendenti della Edison di Milano e, nella struttura più in vista a forma di poppa di nave affacciata sul golfo Borromeo, anche adulti convalescenti. Le scelte architettoniche sono tra l’eclettismo e il razionalismo e, in alcune, a molti sembra di riconoscere l’impronta di Piero Portaluppi, l’architetto che tra il 1913 e il 1925 realizzò gran parte delle centrali idroelettriche del bacino del Toce e che presiederà la Facoltà di Architettura di Milano dal 1938 al 1963. L’intero complesso della Colonia dagli inizi degli anni ’70 è in stato di abbandono.

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 Colonia Motta nel dopoguerra

Purtroppo oggi la Colonia continua nel suo stato di desolazione, visitata di straforo da curiosi, graffitari e da fotografi e videomaker amanti di bellezze abbandonate e inquietanti (cfr. qui e qui); avevo avuto l’occasione di visitarla quando, dopo l’acquisto da parte di Marcello Gabana, era stato avviato un progetto di ristrutturazione e con la Commissione urbanistica del Comune di Verbania avevamo preso  visione della imponente struttura. Purtroppo l’incidente che ha portato alla morte il proprietario, ha fatto sì che quel progetto e ogni altra ipotesi di recupero di questo complesso architettonico di pregio, collocato in una posizione paesaggistica invidiabile, siano allo stato attuale compromessi[iii].

Su internet non è difficile reperire foto che illustrano eloquentemente lo stato delle cose: una struttura esterna tutto sommato ancora riconoscibile, mentre gli interni sono completamente devastati.

  

   

       

 

Se non molto noto è il romanzo di Olmi sulla sua giovinezza, ancor meno lo sono i due documentari[iv] che nel 1953 e nel 1958 Ermanno ha realizzato per la Edison sulle sue Colonie estive. Il primo narra la vicenda dei 200 giovani calabresi sfollati in seguito all’alluvione del 1951 e ospitati alla Colonia Motta di Suna (visionabile qui). È il primo documentario che Olmi realizza per la Edison, da cui sortirà una lunga collaborazione che si concluderà con il suo ultimo lungometraggio (Torneranno i prati). Il secondo è dedicato alle attività per i bambini nelle colonie di Cesenatico, Marina di Massa e Suna. Anche questo è reperibile su internet (Edison Channel) e possiamo vedere la Colonia Motta (a partire da 15’ 30’’) in piena attività sul finire degli anni ’50.

Visionabile qui

 

In calce alla Graphic Novel, nei “titoli di coda”, richiamando l’episodio del corteo dei quarantatré visto dall’alto, abbiamo scritto:

Il ragazzino. Ermanno Olmi, regista del mondo degli umili, racconterà “di quel lungo corteo” nel 1986, nel suo unico romanzo incentrato sugli anni della sua infanzia: Ragazzo della Bovisa. L’avversità alla guerra ritornerà nel suo ultimo film: Torneranno i prati (2014).

Avversione alla guerra che trova appunto espressione nella sua ultimaopera, di fatto il suo testamento, e che già in Il mestiere delle armi aveva trovato una denuncia, rigorosa sul piano storico (la figura di Giovanni delle Bande Nere) e attuale nel messaggio (l’impatto della tecnologia – allora i cannoni – che amplifica e disumanizza ulteriormente la tragicità della guerra).

Ho rivisto recentemente Torneranno i prati in versione DVD; grazie agli extra e, in particolare, agli Appunti dal set, ci si può rendere conto di come Olmi curasse con precisione e spirito “artigianale” ogni minimo dettaglio (dal colore del legno, alla lunghezza precisa dei camminamenti delle trincee, alle previsioni metereologiche …) e nello stesso tempo come fosse sua volontà rendere consapevole ogni componente della troupe del significato preciso che il film, nel suo complesso e in ogni singola scena, avrebbe dovuto assumere.  Riprendo da qui alcune delle sue parole, a viva voce e, quale conclusivo omaggio, alcune immagini che lo ritraggono nel suo ultimo lavoro di regista.

«Non c’è un perché ho deciso di fare questo film … perché attendo dal pubblico la risposta. I perché importanti non riusciamo mai a risolverli da soli, abbiamo bisogno di incontrare, magari anche accidentalmente qualcosa che, non dico ci dia una risposta completa, ma che ci qualifica a porci tanti altri perché. …

Il perché che più immediatamente mi ha lusingato è stato il volto di mio padre; quando eravamo bambini, i miei fratelli ed io, e tornava alla sua terribile esperienza come soldato nei “bersaglieri arditi” – erano quelli che andavano nelle missioni impossibili – e raccontandoci alcuni particolari della loro sofferenza tentava di farci capire come la guerra è un momento in cui … un qualcosa facesse nascere una sorta di impazzimento nei popoli e, come è capitato nella guerra ’15 – ’18, per i potenti. …

Tutto il film si basa su tre capitoli fondamentali.

Uno è l’abdicazione alle regole militari, ossia siamo nel momento … il film finisce e c’è Caporetto. Quindi la situazione è disastrosa … contano più dei gradi le relazioni umane.

La seconda fase è quella dell’apprendimento: vale a dire “lì le cose sono chiare” perché sono tragiche … e quindi è la fase dell’apprendimento.

E poi c’è l’ultima fase che è quella dell’allucinazione, vale a dire, questa cosa che già dall’inizio non è realistica ma è evocativa … questa allucinazione è … lo stato permanente nella memoria umana.

I fatti che noi raccontiamo sono realmente accaduti, ma li raccontiamo non in modo realistico … è chiaro? …

Il suggerimento che veniva fatto ai giovani era mostrare fra tutti i sentimenti il più nobile di tutti. Non è facile. I ragazzi ci avevano creduto. Migliaia e migliaia di uomini inutilmente sacrificati da questa arroganza dei potentati che allora erano nelle alte aristocrazie del mondo.

Credo che se dovessimo esaminare nella storia dell’umanità, i grandi accadimenti tragici dei conflitti hanno come presupposto sempre lo stesso motivo: il potere per pochi, la ricchezza per pochi. Spero che questo film mostri proprio questo, al di là del dolore. Non dico una indicazione, ma un indizio per uscire da questa trappola vergognosa del tradimento nei riguardi dei più deboli.»

 

 

   

   

 

 

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[i] Questo il passaggio completo, sintetizzato nella Graphic Novel.

[ii] N. 1 gen. – feb. 2005, p. 6.

[iii] Una sintetica ricostruzione della vicenda è reperibile sul notiziario online VCO24.

[iv] Olmi Ermanno, Piccoli calabresi sul Lago Maggiorenuovi ospiti nella colonia di Suna (1953). Italia, Edison, Bn, 9’;  Olmi Ermanno, Giochi in colonia [Film sulle attività sociali] (1958) Italia; Sezione Cinema della Edisonvolta, Colore, 25’ 12”.

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