Vai al contenuto

Tre parole*

14 marzo 2018

Resistenza.

Le parole sono pietre (Carlo Levi)

Parola esplicita e profonda.

Mentre in altre lingue, ad esempio l’inglese (resistance), il primo significato è quello fisico (di un corpo, di un circuito elettrico …), nella lingua italiana, già in numerosi scritti dal duecento in poi, prevale il suo significato politico ed etico civile.

Guido Cavalcanti: “I cittadini di Firenze …cercarono che i sottoposti fussero accatastati …, a questo facevano grandissima resistenza. Opposizione ad un’autorità, ad un suo provvedimento, contrasto a ciò che viene percepito come oppressivo e lesivo di un diritto; contrasto che ha implicito in sé il suo carattere di legittimità (giuridica o comunque etica).

Francesco Guicciardini “… essendo una città un corpo gagliardo e di grande resistenza, bisogna bene che la violenza sia estraordinaria e impetuosissima a atterrarla”.

Diversamente da parole come lotta, ribellione, guerra e simili, in cui prevale il momento dell’azione (sociale, politica, militare), resistenza prima ancora di un’azione energica di difesa e di contrasto indica un atteggiamento fermo e risoluto e una attitudine, una “saldezza”, una forza in primo luogo morale, di fronte ad aggressione e violenza.

Un significato morale e civile che precede quello militare, dunque.

L’origine è dal tardo latino resistentia, derivata dal verbo re-sistere: star fermo, fermare, contrapporsi, star saldo contro qualcosa o qualcuno, ed anche rialzarsi, rimettersi in piedi, risorgere.

C’è una affinità di origine con un altro composto di sistere (fermarsi): ex-sitere (sorgere, nascere, esistere) per cui sembra legittima una connessione con esistenza: ribadire, riaffermare la propria esistenza, la propria individualità e diversità nei confronti di un regime totalitario e totalizzante.

Un esempio per tutti: Cleonice in prima fila tra i 43 di Fondotoce; una donna a cui la vita ha concesso ben poco; dalla violenza nelle mura familiari a quella subita nelle case dell’aristocrazia romana; dal dolore per la malattia e morte del suo compagno milanese, all’arresto e alle percosse nei sotterranei di Villa Caramora. Travolta a forza, forse umiliata, ma visibilmente non piegata, fino all’ultimo tesa a riaffermare la sua identità e a sollecitare orgoglio e coraggio nei compagni.

 

Shoah

 Non permettete alle parole di oltrepassare il pensiero (Anton Čechov)

Shoah (anche Shoa’ o Sho’ah) termine di origine biblica che significa “desolazione, distruzione, catastrofe, annientamento”. Venne utilizzato dalla comunità ebraica di Palestina nel 1938, riferendosi al pogrom della “Notte dei Cristalli” (9-10 novembre) che segnò l’avvio della fase più violenta della persecuzione antiebraica. Da allora definisce il genocidio della popolazione ebraica d’Europa, perpetrato dal nazismo durante la Seconda guerra mondiale.

Viene preferito al sinonimo Olocausto in quanto quest’ultimo (dal greco holòkauston, da hòlos, tutto, e kaustòs , bruciato) nella tradizione ebraica indica il Sacrificio alla divinità di un animale e, per estensione, sacrificare la propria vita per un ideale religioso o civile; un significato che assimilerebbe lo sterminio del popolo ebraico ad un sacrificio offerto a (e voluto da) Dio. Inoltre Olocausto viene utilizzato anche in riferimento agli altri gruppi etnici, religiosi e sociali oggetto di sterminio sistematico da parte del nazismo: Rom (che hanno un termine analogo a Shoah: Porajmos “divoramento”), Slavi, Testimoni di Geova, omosessuali, disabili fisici e psichici ecc. Per estensione viene infine riferito anche ad altri stermini (olocausto armeno, nucleare …).

Primo Levi ne I sommersi e i salvati ricorda che le SS ammonivano cinicamente i prigionieri in questo modo: “In qualunque modo questa guerra finisca, …abbiamo vinto noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà …la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti.”

Parlare della Shoah è parlare dell’indicibile. Si è anche detto che non si può educare contro Auschwitz, in quanto segna una frattura non cancellabile della nostra storia, ma solo dopo Auschwitz. La pedagogista Clotilde Pontecorvo1 afferma che insegnare la Shoah significa immergersi in un duplice dilemma. Quello appunto fra la non riducibilità alle normali categorie di spiegazione (fra spiegazione e giustificazione il passo è breve) e la necessità di una compiuta ricostruzione storiografica. Il dilemma, inoltre, fra unicità e comparazione. La Shoah è comparabile? Su questa strada possono trovare il varco revisionismi e negazionismi. “E d’altra parte noi non vogliamo porre questo evento al di fuori della storia perché significherebbe rendere possibile la sua riproduzione. È quindi un rischio vederlo come un evento unico, così come è un rischio vederlo come uno dei tanti stermini. … C’è un conflitto, o se vogliamo un dilemma. E il dilemma è per definizione qualcosa che non si risolve, con cui ci si confronta continuamente e che ci deve guidare nell’analizzare, nel capire, nel fare capire.”

________________

1 “Il mio nome” in Una Città n. 46, dicembre 1995.

 

 

Scelta

Ci sono porte al mare che si aprono con parole (Rafael Alberti)

Parola cruciale. Il significato è chiaro: dal verbo tardo latino ex-eligere, ‘eleggere fra’, e pertanto l’elezione fra più candidati, lo scegliere fra più possibilità, ed anche l’oggetto di tale scelta.

Il nodo è semmai teorico ed etico. Affermare la propria possibilità di scelta significa affermare la propria libertà. Al di là di ogni ipotizzato condizionamento e determinazione (teologica, biologica, sociale o psicologica). Ed affermare la libertà comporta, altrettanto radicalmente, il dichiarare la responsabilità delle scelte effettuate.

L’uso quotidiano della parola non aiuta: ci sono “scelte” non realmente tali, ma banali preferenze.

La “Scelta” comporta individuare ciò che è meglio, ciò che è giusto; una valutazione di cui ci assumiamo il “peso”. Non è un aut aut (un o … o …), una decisione di fronte ad un bivio di possibilità equivalenti, ma, nell’espressione del danese Kierkegaard, un Enten-Eller: “questo, od invece quello”. Dove “questo” è la vita come è, la mera esistenza trascinata dalle circostanze. Mentre “quello” è altro, una deviazione, un salto, il prendere un’altra strada. La vera Scelta si pone allora fra il scegliere e il non scegliere. Scegliere individualmente e, talora, collettivamente.

Racconta Bruna Giardini del fratello Ermanno: “L’8 settembre tutti scappavano e lui si è rintanato in casa … tutti gli altri amici anche loro che erano a militare … si sono ritrovati a casa mia. Sono stati otto dieci giorni perché quelli della polizia pressavano perché dovevano presentarsi perché erano disertori. E loro, tutti, molti erano, han deciso: – Noi non andiamo, andiamo in montagna.”

Dove la “montagna” nell’uso corrente di quegli anni è contemporaneamente un luogo, un simbolo e una scelta di libertà. E la parola più usata all’inizio non è “partigiani”, ma “ribelli”.

Nei titoli dei memoriali della Resistenza e dell’Internamento, la parola “Scelta” ricorre, non a caso, con frequenza: “… accettare di continuare una guerra …o ribellarsi1.

Angelo Del Boca, nel suo bellissimo testo di recente ripubblicato2, in sedici narrazioni passa in rassegna altrettante scelte (e non scelte) dell’uno e dell’altro campo. Per rendere esplicita l’impossibilità di una equiparazione fra i due campi, ed anche per sottolineare il diverso spessore che una giusta scelta può assumere. E tanto più si trattava di spessore significativo, quanto più corrispondeva ad un uso proporzionato e consapevole della pur necessaria violenza. E tanto più ha lasciato segni duraturi.

Risponde Guido ai suoi ex-commilitoni “…ci sono vari modi di scegliere: si può scegliere per un giorno e si può scegliere per la vita. Io non sono tipo da scegliere per un giorno …3.

________________

1.F. Sciomachen e altri, La scelta 1943-1945, Alberti, Verbania 2001, p. 11.

2 A. Del Boca, La scelta, Neri Pozza, Vicenza 2006.

3 Ivi, p. 236.

 

 

————————–

* Pubblicate in una rubrica titolata “In una parola” rispettivamente sui numeri 6/2006, 1/2007 e 2/2007 di Nuova Resistenza Unita.

Annunci
One Comment

Trackbacks & Pingbacks

  1. Sono razzista, ma … | fractaliaspei

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: