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Gli “Infiniti passi” dei profughi

3 marzo 2017

 

L’Open day 2016 della Biblioteca Aldo Aniasi è stato dedicato al tema dei migranti in fuga dall’area di guerra del medio oriente e, in particolare, al fotografo e scrittore Gianluca Grossi con la presentazione di una sua mostra fotografica e del suo libro Infiniti passi. In viaggio con i profughi lungo la via dei Balcani (Salvioli, Bellinzona 2016), testo poco conosciuto in Italia ma che, con l’editore svizzero, è già arrivato alla quarta ristampa.

 

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Gianluca Grossi è un giornalista e fotoreporter indipendente attivo sui fronti di guerra, in particolare, nel Medio Oriente, che ha fondato la Weast Production, una agenzia giornalistica che opera sia in Svizzera che in altri paesi. Sul quotidiano ticinese laRegione cura la rubrica settimanale Il senso del taccuino i cui articoli, accompagnati ciascuno da una fotografia, sono stati raccolti in una selezione che è stata di recente pubblicata (edizioni laRegione, Bellinzona 2016).

 

senso-tacquino-001Come ci spiega l’autore:

“Il «senso del taccuino» è il sesto senso del giornalista. È un istinto, che fiuta la presenza di una storia da farsi raccontare per poi raccontarla. Non esistono storie grandi e storie piccole, storie da narrare a tutti i costi e storie trascurabili. La loro importanza dipende dall’attenzione che siamo disposti a riservare loro. … La guerra è difficile da raccontare perché innesca una reazione di autodifesa incarnata dalla chiusura. …

La gente, di fronte alla guerra, ha paura. Per non dovere ammettere questo sentimento, prova (fingendo) a tirare dritto, oppure a convincersi che la guerra è qualcosa che riguarda soltanto gli altri, mai noi. Il racconto (a parole, in immagini) può abbattere i muri della paura: può farlo a condizione di utilizzare un linguaggio che rechi su di sé, ben visibili, i segni e le ferite causati dall’essersi esposto alla realtà. … Il «senso del taccuino» è uno sguardo sul mondo. Tutto il mondo: quello al di fuori dalla porta di casa e il mondo vasto, dentro il quale si consuma la commedia e la tragedia dell’essere umano. Nasce dalla consapevolezza che il mondo non si racconta mai abbastanza …

La realtà, anche quando si dissimula – o forse proprio quando – ci chiede di essere raccontata. Raccontata magari con una immagine. Che cosa fa un’immagine? Ci chiede di essere osservata e immaginata: chiede, cioè, che siamo noi a continuare il racconto di cui è depositaria, quasi fosse l’inizio di un libro congelato nel suo incipit.”

Nel giugno 2015 Grossi è ad Istanbul; per le vie osserva, a lato della strada, dei bambini che suonando malamente improvvisati strumenti o tentando di vendere oggetti di poco valore chiedono la carità; li fotografa e raccoglie la loro storia. Sono figli di profughi siriani, gestiti da organizzazioni locali, che in questo modo raccolgono soldi per permettere alle loro famiglie di transitare dalla costa turca alle isole greche. Il fotografo decide di recarsi a Lesbo per documentare l’arrivo dei gommoni con i profughi; e da lì, senza averla programmata prima, inizia una sua personale avventura: quella di seguire il lungo viaggio dei profughi dalle isole greche, attraverso i Balcani, sino in Germania e poi oltre, sino alla Svezia.

Da questa esperienza è nato il libro che non è solo un reportage, ma un romanzo-verità in cui non solo gli eventi sono raccontati ma soprattutto le testimonianze raccolte e le emozioni e riflessioni dell’autore scaturite da quell’esperienza.

Quando Infiniti passi è stato presentato non avevo letto il libro: l’unica copia a disposizione era stata “assegnata” alla relatrice (Antonella Braga) per la presentazione. Naturalmente è stata anche l’occasione per procurarmene una copia.  L’ho ripreso in mano il mese scorso e, visto che su aNobii nessuno l’aveva recensito, ne ho scritto una presentazione che riporto di seguito. I numerosi stimoli derivati da questa lettura, unitamente al contesto internazionale e nazionale sul tema dei profughi e dei migranti, mi hanno suggerito alcune riflessioni, abbastanza dissonanti con quello che sul tema di solito si legge a destra e a manca, che proverò ad esplicitare in un prossimo post.

Non solo un reportage

Gli infiniti passi dei profughi. Questo è l’oggetto. Ma come definire questo libro?

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Ci si potrebbe limitare ad affermate che è un reportage di viaggio (giugno – agosto 2015) di un fotografo-giornalista che ha vissuto a fianco dei profughi che dalla Turchia hanno raggiunto la Germania, attraverso Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria e poi di alcuni che hanno proseguito attraverso la Danimarca sino alla Svezia. I risvolti di copertina che ci presentano l’autore “reporter e fotografo indipendente” nativo di Bellinzona, attivo sui fronti del medio oriente e una cartina con l’itinerario dalla costa turca alla Svezia meridionale sembrerebbero confermarci questa prima impressione: una cronaca di “viaggio con i profughi lungo la via dei Balcani” come suggerisce anche il sottotitolo.
Bastano però poche pagine per capire che abbiamo tra le mani un libro molto più complesso: innanzitutto il viaggio compiuto dal reporter è rivissuto sotto forma di romanzo dove l’autore si sdoppia in due personaggi, entrambi foto-reporter con esperienza sui fronti di guerra: Alexander il più anziano, noto fotografo berlinese, ha un approccio più tradizionale ed è convinto che le crude immagini di guerra possano contribuire a cambiare quella tragica realtà, anche se poi gli eventi lo costringeranno a ripensare il suo approccio; il secondo, Arthur, inglese, ha un orientamento più disincantato, sa che non sono le fotografie a cambiare il mondo e pensa che servano soprattutto a conoscere delle storie, alcune tra le infinite vicissitudini che si snodano e talvolta si intrecciano nella contemporaneità globale degli eventi.
A quelli dei due reporter si alternano i punti di vista di Saber, originario di Kabul, che è determinato, anche passando attraverso tragiche traversie, a portare la propria famiglia, la moglie e quattro figli, in Germania e quello di Malika, giovane profuga siriana a suo modo anch’essa fotografa, “attivista pacifica” delle proteste contro il regime siriano ma costretta poi ad abbandonare il proprio paese con l’avanzare del fondamentalismo dello Stato islamico. E poi i tanti incontri e situazioni che vanno a comporre il quadro di una ondata migratoria inarrestabile.
Si appunta Alexander: “Eccomi qui. Finalmente. Sono arrivato da poco sull’isola di Lesbo, in Grecia. Non mi è servito molto tempo per capire che sta succedendo qualcosa di grosso. Mi è bastata la vista di migliaia di giubbotti galleggianti abbandonati lungo le spiagge. Dalla macchina, ho visto centinaia di persone camminare in lunghe file indiane sulle strade dell’isola. Fa un effetto indescrivibile. È come se interi popoli si fossero messi in movimento, sfidando confini e distanze. Camminano come se fossero attirati da un magnete. Avanti e sempre avanti. Queste persone stanno compiendo un atto di coraggio. Cercano una nuova vita e sono convinte che la troveranno”. [p. 88-89]
Una spinta a suo modo rivoluzionaria di chi ha lasciato alle spalle una precedente “vita fatta a pezzi” decidendo che quella vita non si poteva più sopportare e che era meglio rischiare il tutto per tutto per trovare, per sé e soprattutto per i figli, la possibilità di un futuro più decente. Rompendo con il passato. Consapevolmente, almeno per i più determinati.
Sul treno per Amburgo un giovane siriano lo spiega ad Arthur.
«So che molte persone che stanno andando in Europa avrebbero potuto restarsene a casa loro», riprese a dire il ragazzo, «perché la loro condizione, una volta arrivati, non migliorerà di un centimetro rispetto a quella che conoscono da sempre. E sai perché?». Arthur non rispose. Il ragazzo attese che la domanda creasse l’aspettativa che si meritava. «Perché sono partiti portandosi dietro tutto quello che pensano di essere e tutte le cose che ritengono abbiano un significato irrinunciabile nella loro esistenza: la lingua, la cultura, la religione. Tutte frottole, credimi». Arthur non faticava a credergli, la pensava all’incirca come il ragazzo.
«Quando arriveranno diranno io sono questo e quello, ho sempre vissuto così e così e voglio continuare a essere la persona che ero e a vivere come prima. È un errore. Quando decidi di andartene dal tuo paese puoi portarti soltanto i ricordi, che sono come vecchie fotografie che sceglierai di guardare nei momenti in cui non avrai altro da fare. Non puoi, però, continuare a vivere dentro quelle fotografie».
Il ragazzo fece una pausa. … «Quando lasci il paese nel quale sei nato devi accettare che le tue origini non raccontino più nulla di te. Devi diventare un altro, essere pronto a diventarlo. Non è necessariamente un fatto negativo: ti permette di cominciare davvero una nuova vita, è un po’ come se rinascessi, da un’altra parte del mondo. … . Una volta giunto in Germania, io non sarò più il ragazzo che viveva ad Aleppo, mai più. Francamente, non mi interessa nemmeno restarlo. Capisci? … Sarò diverso. Nuovo. Ecco: sarò nuovo». … Arthur capiva.
[p. 240-242]

Ma, se la grande migrazione costituisce il nucleo portante della narrazione, altri temi sono ricorrenti e scavano in profondità. Innanzitutto la guerra, retroterra delle migrazioni e del vissuto dei due reporter. Serve documentarla? Ha un senso il lavoro del reporter? Come rappresentarla, fotografarla, raccontarla per impedirne la rimozione o la banalizzazione? C’è un senso nell’orrore assurdo e ripetitivo dei conflitti?
“Gli venne in mente un giorno di qualche anno prima, a Kabul. Il ricordo uscì dal nulla e si portò dietro l’immagine di lui in piedi davanti al letto d’ospedale di una bambina di tre anni. Non riusciva a stare ferma. Gli infermieri l’avevano legata alla testa e ai piedi del letto con strisce di stoffa strappate a un vecchio lenzuolo. La bambina sembrava crocefissa. Poteva muovere soltanto la testa. L’avevano immobilizzata per evitare che si strappasse gli aghi che le avevano infilato nelle vene. Soffriva tantissimo. Il medico gli aveva spiegato che era stata colpita da una cassa militare paracadutata da un aereo britannico nel sud dell’Afganistan: il suo bacino era finito in frantumi come un giocattolo di gesso. Nessuna bomba, nessun talebano, nessun soldato. Era stata una cassa. Questa storia, Arthur l’aveva raccontata, fatta vedere con i suoi scatti. Eppure non si era alzato nessuno per dire basta, basta guerra, basta stronzate, basta bugie sull’Afganistan e tutto il resto. Aveva concluso che la guerra andava bene. Andava bene a tutti. Nel letto di quella bambina afgana si nascondeva la verità, comodamente ignorata dal mondo intero, e in fondo anche da lui: quanto ci avrebbe davvero pensato a quella guerra una volta partito dall’Afganistan?” [p. 77-78].
Sarà Malika, l’attivista siriana, ormai in dirittura d’arrivo alla sua meta, a suggerire (e confermare) ad Arthur il rapporto fra rappresentazione e (non) senso della guerra: Goya.
«Conosci I disastri della guerra?», chiese ad Arthur, che annuì con la testa. «Io quelle acqueforti le ho viste soltanto su internet», continuò Malika, «e per me rappresentano quanto di più vero e profondo e disincantato sia mai stato non soltanto disegnato o dipinto, ma anche fotografato, detto e scritto sulla guerra. … Perché io che ho vissuto la guerra a casa mia ho capito che Goya ha saputo mostrarla per com’è davvero. Ha saputo farci vedere che la guerra, quando esplode, finisce con l’occupare ogni spazio della realtà che ci circonda e ogni angolo della nostra mente e della nostra anima. Trasforma le vittime e i carnefici in maschere senza nome e quello che più mette orrore, nel guardarle, è capire come esse possano passare da una persona all’altra, da un volto all’altro, da una vita all’altra con assoluta indifferenza. … La guerra esalta il caso, ne canta le lodi e si fa beffe della credulità di chi vede nel bene una forza capace di opporsi al male. La guerra trasforma la vita in un patibolo, anzi: condanna la vita al patibolo. Questo aveva disegnato Goya. E questo ho visto con i miei occhi».
«Tutta questa violenza», disse Arthur, «non serve a nulla».
[p. 250-251]

Ma allora, la verità? Con quale sguardo cercarla? Una fotografia rappresenta la verità o uno sguardo superficiale ed ingannevole? Quando Alexander riconosce, nella foto di un quotidiano rappresentante i naufraghi di un gommone rovesciatosi durante la traversata dalla Turchia a Lesbo, gli appartenenti della famiglia di Saber che aveva conosciuto e fotografato a Kabul, è preso da rabbia e frustrazione.
“«Perché Saber non mi ha detto nulla sulla sua intenzione di raggiungere l’Europa?» … Con i suoi scatti aveva assecondato lo sguardo di chi era disposto ad assecondare l’esistenza di persone come Saber a condizione che accettassero l’immutabilità del loro destino, senza avanzare pretese. Se avessero avanzato delle pretese, non sarebbero mai esistite. Come aveva potuto pensare che quelle fotografie sarebbero servite a qualcosa? A cambiare il mondo? O anche soltanto la vita di Saber?
Quante domande. Tutte violente. Dolorose.”
[p. 84 – 85]

Da quel momento decide di ritrovare quella famiglia e il suo tragitto interseca quello dell’alter ego, di Arthur, che da Istanbul e poi Lesbo sta seguendo la rotta dei profughi e, in particolare, quella di Malika. Nel reciproco itinerario Alexander e Arthur si incrociano, si incontrano e poi via mail si scambiano informazioni e soprattutto interrogativi sul loro mestiere. Come ci avvisa l’autore nella premessa di questo testo che, oltre ad essere un romanzo-reportage, è anche un trattato di filosofia pratica sullo sguardo, sulla fotografia e sul linguaggio giornalistico:
“Alexander e Arthur, ciascuno in modo diverso, forniscono alcuni spunti per cominciare a ragionare insieme su come raccontare il mondo affinché torni a significare qualcosa per tutti.”

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Ed in coda al volume 42 fotografie suddivise in sei sezioni (Istanbul, Lesbo, Idomeni, Stazione di Gevgelija (Macedonia), Serbia e Ungheria-Austria-Svezia) non in successione ma assemblate in una sorta di dépliant pieghevoli sulla nostra contemporaneità, su ciò che accade, proprio oggi, mentre leggiamo questo libro e guardiamo quelle foto. Foto che rifuggono sia dal vizio estetizzante della bella immagine, ormai sempre più alla portata di tutti grazie alla strumentazione tecnica di postproduzione fotografica, sia alla ricerca dell’effetto scioccante, dell’emozione forte, dell’orrore e della tragicità in grado di scatenare le emotività. No, sono foto che fanno pensare, che ci interrogano sullo sguardo del fotografo e di conseguenza sul nostro, su cosa sta avvenendo e perché. Foto che abbisognano di parole e pensieri. Una scelta iconica difficile, controcorrente direi, ma del tutto congruente con le pagine scritte che le precedono.

 

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