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Lontano dal potere

3 dicembre 2016

Circa due mesi fa mi ha chiesto l’amicizia su facebook un ex allievo di oltre vent’anni fa. Ritrovare e mantenere i contatti con persone di cui altrimenti avrei perso ogni notizia è senz’altro per me uno degli aspetti più positivi del Social Network più diffuso. Mi è tornato subito alla mente un percorso umano e didattico che con quella classe avevamo costruito e che era sfociato in un “prodotto” particolare: delle drammatizzazioni filosofiche sulla filosofia ellenistica con testi elaborati dagli studenti e rappresentati nell’Aula Magna dell’Istituto Cobianchi agli studenti del biennio quale sensibilizzazione allo studio della filosofia. Era il 20 aprile del 1994.

Il lavoro era stato poi portato a Reggio Emilia ad un Convegno sulla creatività organizzato dalle Scuole Sperimentali e pubblicato in ampia sintesi e con un articolo introduttivo dalla rivista “Sensate Esperienze”. Articolo poi ripreso dalla rivista “Informazione Filosofica”. Ci erano allora pervenute più domande del testo integrale e, in due casi, anche la richiesta di autorizzazione a rappresentarlo da parte di due scuole: una di Siracusa e l’altra di Burgos.

Uno dei problemi della nostra scuola è che raramente riesce a mantenere memoria delle sue esperienze e pertanto di farne tesoro quando cambiano i soggetti. Sono andato a recuperare quel testo e quell’articolo e dopo averli riletti mi è parso utile, in primo luogo per la mia stessa memoria, ri-digitalizzarlo in quanto della versione digitale originaria (in DOS e Framework) si era naturalmente persa traccia. Era stato realizzato anche un filmato VHS che non sono invece riuscito a recuperare.

Ripropongo qui il testo di quelle drammatizzazioni e l’articolo che ne ricostruiva genesi e percorso. Lo dedico agli allievi di allora e a tutti quelli che condividono l’esigenza di un pensiero che sappia anche trascendere dalle contingenze del momento.

 

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 “ LONTANO DAL POTERE ”

 FILOSOFIA e VITA nell’ETÀ ELLENISTICA: SCETTICI – EPICUREI – STOICI

 

Drammatizzazioni filosofiche

a cura della classe IV

Indirizzo di Scienze Umane e Sociali

a.s. 1993/94lontano-cop-001

itis  “L. Cobianchi” – Verbania

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PERSONAGGI

Prologo

Narratore                  (N.)

Primo corifeo           (1C.)

Secondo corifeo       (2C.)

Terzo corifeo            (3C.)

I Atto:  Scettici

Narratore                  (N.)

Primo discepolo       (1D.)

Secondo discepolo   (2D.)

II Atto:  Epicurei

Narratore                  (N.)

Epicuro                      (E.)

Maestro                     (M.)208560_1037768355147_2428_n

Discepolo                  (D.)

Giovane                     (G.)

Primo straniero        (1S.)

Secondo straniero   (2S.)

III Atto:  Stoici

Narratore                  (N.)

Crisippo                     (C.)

Aristotelico               (A.)

Primo allievo             (1A.)215651_1037768395148_2983_n

Secondo allievo        (2A.)

Maestro                     (M.)

Discepolo                  (D.)

Epilogo

Narratore                  (N.)

 

PROLOGO

 

[Sullo sfondo mura maestose parzialmente diroccate, testimoni di un passato glorioso ma decaduto; entra il narratore e, lateralmente, tre corifei, in atteggiamento statuario]

N.: (Narratore): La città greca, la polis, non assomigliava molto a una nostra città.

A prima vista è un luogo disordinato in cui, attorno ad antichi templi ed edifici fortificati di orgogliosi proprietari terrieri, discendenti dei guerrieri dell’età micenea e delle imprese omeriche, si sono insediate abitazioni di artigiani, mercanti, campagnoli inurbati, marinai, stranieri. Luogo vivace economicamente e sede di aspri conflitti fra le diverse famiglie e i gruppi sociali.

Ma è anche un luogo dove tutti i cittadini (non più di due o tre mila) si conoscono e hanno in comune un forte senso di appartenenza alla stessa comunità, alla stessa polis.

1C.: (Primo Corifeo): “Conoscersi e parlare.”

N.: I luoghi di incontro, l’agorà come l’areopago e la bulé, sono luoghi di parola: scambio di informazioni, contrattazioni, discussione, narrazione, recitazione, accusa e difesa, deliberazioni.

Non meraviglia allora la considerazione in cui erano tenuti i professionisti della parola.

Sacerdoti, profeti ed indovini; poeti e cantori. Questi rappresentavano il legame con il mito, la tradizione; erano i depositari di un sapere antico.

Saggi e filosofi rappresentano invece la parola e i discorsi nati dalla città e dalle sue nuove esigenze: esigenze di conoscenza e di buone leggi, di sapere e di giustizia. Vi è un legame strettissimo fra filosofo e polis e pertanto fra il filosofo e la politica (arte, tecnica della polis).

Dei sette savi, tra cui la tradizione annovera anche Talete, il primo dei filosofi, si dirà che erano

1C.: “Uomini di senno e Iegislatori.”

N.: Senofane orgogliosamente affermerà, contro gli eccessivi onori assegnati agli atleti olimpici:

2C. (Secondo Corifeo):

“Se uno conquista la vittoria / per la velocità dei piedi

o in altra gara, ad Olimpia, / diventa glorioso agli occhi dei cittadini.

Eppure non ne sarebbe degno / come lo sono io.

La nostra sapienza è certo meglio / della forza degli uomini e dei cavalli.

Solo dalla sapienza viene alla città / un odine migliore”

N.: Questo ruolo politico del filosofo sarà riaffermato da Platone; dopo aver ricordato la figura e la tragedia del suo maestro Socrate, afferma:

3C. (Terzo Corifeo)

“Mi accorsi alla fine che tutte le città erano mal governate. Mi convinsi così che solo una retta filosofia può portare la giustizia negli affari pubblici e privati.

Vidi dunque che mai sarebbero cessate le sciagure delle umane generazioni, se prima al potere non arrivano uomini veramente filosofi, o se i capi politici, per una qualche buona ventura, non diventano essi stessi filosofi.”

N.: Aristotele, che non era cittadino ateniese, e che pertanto non poteva partecipare alla vita politica della città, affermava che:

1C.: “solo le belve e gli dei possono vivere da soli, bastando a se stessi.”

N.: L’uomo invece deve far parte di una comunità:

1C.: “la sua natura è quella di un animale politico.”

N.: “Animale politico” e “animale razionale” sono due modi per dire la stessa cosa: l’uomo vive in una comunità, in una polis e utilizza il discorso, il logos.

Nonostante le diversità che contrapposero i grandi filosofi greci, tutti ebbero in comune questo stretto legame fra polis e logos, fra politica e discorso razionale.

2C.: “Ma i tempi erano destinati a cambiare.”

N.: Fu proprio un sovrano, che aveva avuto come maestro il grande Aristotele, a mutare il corso della storia e della filosofia greca. Alessandro, sovrano di uno stato contadino e guerriero, la Macedonia, approfittò dei conflitti fra le città greche e mise fine alla loro indipendenza. Quindi, con un poderoso esercito, conquistò uno sterminato impero dalla Grecia all’Egitto, dal Mediterraneo all’Indo. Dovunque portò lingua e cultura greca, fondò città, impose leggi e tasse.

Nel 323 a.C. la sua improvvisa morte non mise fine alla sua opera: l’impero si divise in tre grandi regni, ma l’unificazione culturale perdurò e si estese. La lingua e la cultura greca, l’Ellenismo, si incontrarono con le civiltà e le religioni dell’Egitto e dell’Asia imponendo la propria egemonia.

Si trattava, però, di una cultura greca ormai priva della sua matrice originaria, la polis.

La parola da dialogo, discussione, confronto orale, diventò scritta; il sapere dalle scuole di Atene passò nelle grandi biblioteche di Alessandria, di Pergamo e di Antiochia. I discepoli di Aristotele divennero scienziati specializzati, stipendiati dai monarchi: astronomi, matematici, botanici, medici, fisici, geografi.

3C.: “Non tutti, comunque, si adattarono.”

N.: Abitanti di Atene e di altre città, non più cittadini ma sudditi, mantennero in vita le vecchie scuole di filosofia e di retorica.

Filosofi più intraprendenti rinnovarono la tradizione socratica.

1C.: “Come vivere dopo aver perso la libertà?”

2C.: “Come esser felici in un mondo infelice?”

3C.: Come esser indipendenti in un mondo di schiavi?”

N.: Se la filosofia non può più occuparsi del buon governo, della politica, ormai monopolio di lontani monarchi, essa ha comunque ancora un senso ed un compito: interrogarsi sulla verità, sul mondo, sull’esistenza umana. Può fornire modelli di vita e proporre agli uomini un itinerario per la felicità o quanto meno una medicina contro inquietudini e paure.

L’insegnamento orale e il dialogo filosofico hanno così ancora uno spazio nelle nuove filosofie ellenistiche; uno spazio non più pubblico ma privato, ristretto alla cerchia degli amici e dei discepoli, ma comunque vitale.

Il dubbio scettico, il giardino di Epicuro, il portico della stoa, parallelamente e spesso in conflitto fra loro, affrontano con rinnovata vivacità filosofica i grandi temi del sapere e del vivere: la LOGICA, la FISICA unitamente alla METAFISICA, e, soprattutto, l’ETICA.

=====     .     =====

 

SCETTICI

 

N. (Narratore): Fu un Lungo viaggio in India al seguito di Alessandro Magno ad influenzare Pirrone, il fondatore dello scetticismo. Qui venne in contatto con la religione induista e l’affascinante filosofia mistica dei fachiri e dei gimnosofisti: strane persone, queste, che tentavano di eliminare le sofferenze e le emozioni attraverso la catalessi e girando per le strade completamente nudi. Tornò così in patria con questo nuovo bagaglio di cultura, senza però dimenticare l’eredità lasciata da Socrate che, come sappiamo, vedeva nel dialogo diretto fra le persone l’unica vera forma di filosofia.

Pirrone infatti non scrisse nulla e di lui abbiamo solo testimonianze tramandateci da alcuni suoi discepoli e posteri. La sua decisione di non scrivere nulla era basata sulla volontà di non intervenire nella disputa fra i filosofi e le scuole contrapposte. Indifferente e imperturbabile rifiutò non solo ogni vecchia teoria, ma non volle nemmeno crearne una nuova.

La tradizione lo presenta come un uomo sereno e distaccato che dedicava la stessa attenzione e la stessa indifferenza alla disputa filosofica e alla quotidiana cura del suo piccolo maiale, al rito religioso come alla vendita dei suoi polli al mercato.

Pirrone fondò una scuola che, dopo la sua morte, ebbe breve durata. L’indirizzo scettico a partire da Arcesilao venne comunque ripreso dai filosofi dell’Accademia platonica: egli rivalutò la filosofia di Pirrone ricollegandola all’affermazione socratica del “sapere di non sapere”, dicendo che il vero scettico non può neppure affermare la propria ignoranza.

Dopo Arcesilao, Carneade, un altro caposcuola fondatore della cosiddetta Nuova Accademia, trattò prevalentemente argomenti etici (come la maggior parte dei filosofi scettici) soffermandosi in particolare sull’incerto valore della giustizia che personalmente riteneva in disaccordo con la saggezza. È rimasto famoso un suo viaggio a Roma nel 155 a.C., in qualità di ambasciatore di Atene insieme ad altri due filosofi: un aristotelico ed uno stoico. Le loro abilità logiche e dialettiche incantarono i giovani romani ma suscitarono le ire e le censure del vecchio Catone che, timoroso di una corruzione dei valori tradizionali, li fece espellere dalla città.

LOGICA

N.: La logica tradizionale si identificava con Aristotele e in particolare con il sillogismo: per gli scettici questo era solo una specie di gioco che non portava a nessuna nuova conoscenza. Fu Enesidemo, un filosofo greco che visse nella seconda meta del I secolo a.C. ed insegnò ad Alessandria, a raccogliere e riformulare le teorie con cui gli scettici sostenevano la necessità di sospendere l ‘assenso e quindi il giudizio, sintetizzandole in dieci tropi o argomenti che dimostrano come le conoscenze siano mutevoli e perciò incerte.

[Due discepoli parlano in riva al fiume.]

1D. (Primo discepolo): Oggi è proprio una bella giornata, vero?

2D. (Secondo discepolo): Non mi sembra proprio … tra un po’ si mette a piovere.

1D.: No, secondo me verrà un bel sole! Potremmo andare a fare un pic-nic!

2D.: Ma cosa stai dicendo? Non vedi che stanno arrivando un sacco di nuvole?

1D.: Ma per favore! Col vento che c’è se ne andranno e verrà sicuramente il sole.

2D.: Ma tu non capisci niente …

1D.: No, io credo soltanto che abbiamo due opinioni diverse.

2D.: Ma qualcuno avrà pur ragione!

1D.: L’uomo non può raggiungere una verità certa, assoluta.

2D.: Sarebbe allora giusto che ognuno usasse il suo buon senso e la ragionevolezza …

1D.: … sospendiamo così ogni giudizio assoluto: non possiamo sapere che cosa siano le cose in se stesse.

2D.: E la conoscenza sarà quindi sempre relativa!

1D. Certo sono moltissimi i fattori che modificano la conoscenza.

2D.: Ad esempio?

1D.: In primo luogo la conoscenza varia a seconda dei sensi dei diversi esseri viventi! I falchi ad esempio hanno una vista acutissima e i cani un olfatto finissimo; quindi è logico che alla differenza delle facoltà sensoriali corrispondano impressioni differenti.

2D.: E fra gli uomini?

1D.: Vedi, Demofonte (maggiordomo di Alessandro) si riscaldava all’ombra, mentre al sole aveva freddo!

2D.: Nasce così il concetto di soggettività.

1D.: E poi bisogna ammetterlo … le conoscenze sono diverse fra loro.

2D.: In che senso?

1D.: Per esempio la stessa figura si vede ora in un modo ora in un altro a seconda della differenza degli specchi, se vista da vicino o da lontano, da destra o da sinistra …

2D.: Ah, ora capisco e posso aggiungere che le conoscenze sono diverse anche per le circostanze in cui si acquisiscono, allora!

1D.: Sì, sì … intendi dire che lo schiavo odia il campo in cui lavora mentre il padrone che ne trae profitto lo ama?

2D.: Esattamente … cosa ne dici poi del tempo e del luogo?

1D.: !?

2D.: Questa strada, questo paesaggio sono diverse di giorno e di notte, d’inverno e d’estate. Quell’albero che ora sovrasta i campi e le siepi, in una foresta non sarebbe nemmeno notato.

1D.: Per gli dei, hai proprio ragione! E che dire delle mescolanze in cui le conoscenze si trovano?

2D.: È vero, a seconda del contesto le conoscenze possono variare molto! Basta guardare come appare il nostro colorito al mattino e al tramonto del sole!

1D.: Poi pensa ad un’altra cosa!

2D.: Eh, ci sto provando…

1D.: Ecco, pensa agli oggetti che producono le conoscenze…

2D.: Eh…

1D.: Essi sono di quantità e composizione diversa tra loro… infatti sappiamo tutti bene che il vino bevuto moderatamente rafforza l’organismo ma bevuto in quantità eccessiva lo indebolisce. Una stessa spezia migliora il sapore di un cibo, ma rende sgradevole un altro.

2D.: Quindi il rapporto che si ha con gli oggetti varia anche da persona a persona…

1D.: Non ho capito…

2D.: Vedi questo sasso? È pesante e liscio. Tieni.

1D.: Pesante? Ma è leggerissimo!

2D.: Vedi che le nostre due opinioni sono diverse? Pesa due once.

1D.: Ora ho capito… e quindi più vedrò e conoscerò questo sasso, più la mia conoscenza di esso aumenterà e varierà!

2D.: Perfettamente! La conoscenza di un evento cambia il nostro modo di osservarlo. Se tutti i giorni alla stessa ora vi fosse un eclissi, nessuno alzerebbe più gli occhi terrorizzati al cielo profetizzando tremende sciagure.

1D.: E senti ancora…

2D.: Caspita, ma sei un pozzo di idee!

1D.: Pensa anche all’educazione che ognuno di noi ha ricevuto, alle leggi e alle credenze… i Persiani non ritengono strana l’unione corporale con una loro figlia, mentre i Greci la ritengono peccaminosa! Ogni popolo ha i suoi dei e le sue leggi morali.

2D.: Sì, anche questo conferma la relatività delle nostre conoscenze!

1D.: Tutto ciò che abbiamo detto conferma che le nostre conoscenze sono relative…

2D.: Questa è una grande conquista per l’umanità!

1D.: …che bisogna sicuramente tramandare…

2D.: È necessario che tutti conoscano… conoscano…

1D.: Bisogna raccogliere e dare un nome a ciò che abbiamo scoperto.

2D.: Potremmo definirli… TROPI!

1D.: [Pensa e conta i 10 modi.] Sì …, i dieci tropi per giungere alla sospensione del giudizio!

FISICA

N.: Grande critico delle concezioni fisiche e metafisiche presenti nella cultura greca e romana sarà Sesto Empirico, un medico e filosofo del II secolo d.C. che, con valide dimostrazioni, mise in dubbio le teorie sul movimento, sul tempo, sulla divinità e sull’astrologia.

[Due discepoli parlano passeggiando]

1D. (Primo discepolo): È già quasi sera, come passa veloce il tempo!

2D. (Secondo discepolo): Ma cosa dici! Come puoi dire questa cosa se il tempo non esiste.

1D.: Come puoi dirlo?

2D.: Il tempo comprende presente, passato e futuro. Il passato non c’è più, il futuro non c’è ancora e nemmeno il presente esiste perché non può essere né divisibile (non si possono infatti avere tanti presenti), né indivisibile perché allora sarebbe senza dimensioni, senza durata e per tanto in esso nulla potrebbe accadere.

1D.: Effettivamente hai ragione! Ricordati però che nel prossimo dibattito all’Accademia, dobbiamo presentare le nostre argomentazioni contro il movimento.

2D.: Noi sappiamo bene cosa dire?

1D.: Certo prova ad illustrarmele.

2D.: Identifichiamo un movimento e una causa del movimento. Il primo è riferito a ciò che si muove (il mosso) e il secondo al movente, ciò che muove. Ma anche il movente, per produrre un movimento, deve muoversi e perciò deve esserci un movente del movente che a sua volta avrà un ulteriore movente, e così all’infinito. Ma una catena senza inizio non può nemmeno avere una fine.

1D. Non può esservi, in nessun momento, la fine di una serie infinita!

2D. Esatto. Ma vi sono altre ragioni. Il corpo in movimento non si può muovere né nel luogo dove non è presente fisicamente (non è infatti possibile che sia dove non è), né nel luogo dove è la sua dimora perché in essa sta fermo e pertanto non si muove. Niente inoltre può cambiare: il non essere non può mutare perché non esiste, mentre l ‘essere non può che essere quello che è e perciò non muta.

1D.: Ti ricordi che al dibattito saranno presenti anche i dogmatici? Come sai tra di loro c’è contrasto nella determinazione del concetto di Dio.

2D.: Perché?

1D.: Le loro teorie non hanno fondamento, sono soltanto opinioni, la verità su Dio è inconoscibile. Noi possiamo soltanto distinguere le loro ipotesi approfittando delle contraddizioni che li dividono.

2D.: Quali sono?

1D.: I dogmatici pensano a diversi modelli di divinità. Se ipotizziamo un Dio che provvede a tutto, ne deriva che provvede anche al male.

2D.: Questo è assurdo perché per loro il fine di Dio è il bene.

1D.: Se invece ipotizziamo un Dio che provvede solo ad alcune cose, sono costretti ad affermare che Dio è parziale.

2D.: E anche questo è assurdo perché per loro Dio è totalità e somma potenza.

1D.: Queste contraddizioni rendono labili le loro teorie.

2D.: Non solo le loro sono labili! I Caldei ad esempio hanno fede negli astri. Essi sostengono che il segno zodiacale determini il carattere e la vita di una persona.

1D.: Ma cos’è il segno zodiacale?

2D.: È una costellazione che si trova nella fascia circolare del cielo percorsa dal sole. A ciascuna di queste hanno dato il nome di un essere animato: leone, capricorno, toro…

1D.: Chi è nato sotto il segno del leone allora sarà coraggioso!

2D.: Ma il modo di stabilire il segno zodiacale di una persona è del tutto soggettivo.

1D.: Cosa vuoi dire?

2D.: Voglio dire che dipende da chi guarda, da come e da dove guarda. Da chi guarda perché il movimento dell’universo è velocissimo e gli uomini annotano ciò che vedono, il segno zodiacale, in momenti diversi. Da come guarda perché il modo di guardare dipende dalla capacita sensibile di ogni individuo, c’è chi ha la vista più acuta e chi meno. Da dove guarda perché, le alture su cui si fanno te osservazioni non rimangono sempre identiche, sono molestate da piogge e terremoti.

1D.: La stessa cosa vale per il concepimento e la nascita perché non esiste un momento preciso in cui avviene la fecondazione né un momento preciso in cui nasce l’individuo.

2D.: Spiegati meglio.

1D.: Per fecondazione si intende l’unione del seme maschile con il liquido femminile. L’unione può avvenire in un solo attimo o anche in un tempo più lungo. Inoltre l’efficienza dell’utero femminile varia da donna a donna, poiché alcune concepiscono più rapidamente e altre con maggior lentezza. Ci sono difficoltà anche nel decidere qual è il momento della nascita perché alcuni considerano vera nascita l’uscita dall’utero del corpo del feto, altri solo l’affacciarsi della testa.

2D.: Non c’è niente di definitivo, è giusto che noi mettiamo in dubbio queste superstiziose credenze.

1D.: Si sta facendo tardi, basta discutere, caro amico mio, è meglio se lasciamo riposare le nostre menti.

2D.: Hai ragione, dobbiamo riservare le energie per la riunione di domani.

ETICA

N.: Nello scetticismo l’etica, la riflessione sul comportamento umano, è affrontata in un primo tempo da Pirrone che si rifà ai modelli di vita dei mistici orientali. Questo comportava la sospensione del giudizio (epochè), l’imperturbabilità (atarassia), l’apatia (mancanza di emozioni) e il completo isolamento culminante nell’afasia (il non parlare).

Queste posizioni più radicali vennero attenuate nello scetticismo successivo e in particolare, in epoca romana, da Sesto Empirico.

[Due discepoli discutono per strada.]

1D. (Primo discepolo): Cosa è bene e cosa è male, cosa guida l’animo umano nell’azione?

2D. (Secondo discepolo): Sai bene che non possiamo conoscere cosa è bene e cosa è male, perché essi non esistono, il maestro lo dice.

1D.: E dunque cosa deve perseguire l’uomo nella sua effimera esistenza?

2D.: La felicità, come dice il maestro.

1D.: E in cosa consiste la felicità?

2D.: Nell’apatia, la mancanza di emozioni e giudizi verso il mondo, nell’astenersi da ogni opinione, e nell’imperturbabilità, la completa ed assoluta serenità interiore.

1D.: Ma non è questa forse opinione? Non è forse vero che l’uomo persegue ciò che è meglio per lui? La felicità consiste è vero, nella mitezza e nella saggezza, ovvero nella rettitudine delle azioni; ma, come sappiamo, ci sono tanti uomini e molteplici sono i metri, i criteri e dunque, ciò che reca felicità ad un uomo, può comportare l’infelicità o il danno a un altro.

2D.: Sì, ogni uomo è arbitro unico della sua esistenza.

1D.: Ma come può muoversi ed agire senza recare danno ad alcuno? In che cosa consiste la rettitudine delle azioni?

2D.: Nel compiere le cose secondo un personale criterio di ragionevolezza, basato su uno studio delle possibili conseguenze delle nostre azioni.

1D.: Compiere cose però, implica un rapporto con la realtà, prendere una certa posizione; ma come è possibile se niente è certo?

2D.: Per esempio nelle circostanze pratiche della vita, quando si tratta di una cosa di poco conto, interroghiamo un solo testimone, quando si tratta di cose importanti più di uno, e quando la cosa da esaminare è ancor più decisiva interroghiamo ciascuno dei testimoni per esaminare l’accordo con le altre testimonianze. Alla stessa maniera, dice Carneade, per cose di poco conto impieghiamo solo il criterio della rappresentazione probabile, nelle cose più importanti quello della rappresentazione non sviabile e, in cose che sono rilevanti al fine della felicità, quello della rappresentazione non sviabile e ben ponderata. Cioè non contraddetta da altre rappresentazioni.

1D.: È giusto, ma sappiamo entrambi che vi possono essere possibilità accettate dalla società e altre no; come rapportarsi a ciò? Scappare dalla società nel caso in cui la possibilità scelta non sia accettata? Isolarsi?

2D.: Credo che sia impossibile vivere fuori da una comunità; ma credo anche che le opinioni che stanno alla base delle leggi non potranno mai essere il metro della decisione umana.

1D.: So solo che noi dobbiamo ubbidire a tali norme.

2D.: Per vivere nella società, non ci interessa sapere se la legge segue la giustizia o no, perché non esiste alcun diritto naturale o uni versale, valido per tutti gli uomini.

1D.: È possibile rimanere scettici nella comunità?

2D.: Sì, è possibile, Sesto Empirico l’ha fatto, egli viveva nella società, lavorava al suo interno, svolgendo la funzione di medico, pur rimanendo fedele alla nostra scuola.

1D.: Occorre quindi nella vita trovare la felicità dell’anima e nello stesso tempo, con un giusto equilibrio, agire nella società, magari con lo scopo di mostrare le proprie idee, insegnando.

2D.: Noi non insegniamo a nessuno, perché non c’è nulla che possiamo insegnare; possiamo solo mostrare la nostra concezione del mondo e il dubbio, l’incertezza, la relatività di ciò che interpretiamo della realtà e della vita.

1D.: È vero, credo che sia una possibilità non sviabile … …

2D.: Forse.

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EPICUREI

 

 N. (Narratore): Gli Scettici non hanno mai creduto in nulla. Facile per loro metter le mani avanti dicendo che nessuna dottrina è vera, ma quale utilità poteva avere questa regola di vita in una cittadina quale era Atene?

Immaginate delle case di sasso, poche strade polverose e dei grandi orti coltivati, con mucche e oche che passeggiano nei cortili. Per quella gente l’unico divertimento era inventarsi storie mitiche, riempiendosi la vita di paure e superstizioni; smentire tutto, senza proporre qualcosa di nuovo e stimolante, non era per loro accettabile.

Così, accadde un giorno che un cittadino colto e riflessivo, nato a Samo ma figlio di ateniesi, decise di porre fine sia alle superstizioni che alla dottrina delle non dottrine. Il suo nome era Epicuro e, da quel giorno, ogni pomeriggio, cominciò ad incontrarsi nel giardino di casa sua con degli amici.

Voleva capire quale fosse la chiave della felicità.

Nel suo giardino non potevano entrare politici o legislatori, ma solo persone in cerca del vero, non importa fossero uomini o donne, liberi o schiavi. Così quel luogo finì per diventare una vera e propria Scuola.

Ciò che Epicuro e gli altri scoprirono sarà narrato da Lucrezio due secoli dopo. Il suo poema “La natura” invita gli uomini a rispettare i principi e l’esperienza sensibile e non più i miti e le cose apparenti.

In questi uomini vi era un’ansia di liberazione slegata dalle divinità. Gli dei, infatti, erano troppo occupati a svolgere le loro faccende divine per occuparsi anche della Terra.

Tutto questo valorizzare le sensazioni e i piaceri ebbe molto successo tra gli ateniesi e, nei secoli successivi, presso i romani: finalmente una pratica di vita che conciliava bisogno di sicurezza e appagamento dei desideri.

Purtroppo Lucrezio, per un filtro d’amore, divenne pazzo; così, più che ansiosi, gli uomini a lui apparivano angosciati e malinconici. La sua vita divenne rimpianto per la felicità del passato e pessimismo per il futuro, tanto che si suicidò.

L’immagine dell’Epicureismo che ci ha tramandato però è più o meno questa che andiamo a rappresentare.

LOGICA

N.: Epicuro si trova nel suo giardino e poco distante un filosofo illustra ad un discepolo le sue scoperte non condivise da Epicuro. Tra i due inizierà un dibattito sulla logica in cui Epicuro sosterrà che l’unico parametro di misura della realtà è costituito dalle sensazioni soggettive ed incontestabili.

[Epicuro passeggia nel suo giardino; poco distante un filosofo, con entusiasmo, illustra al discepolo le sue scoperte.]

M. (Maestro): Mio discepolo, mio discepolo, ascolta! ! Ho fatto una scoperta sensazionale, non ci potrai mai credere…

D. (Discepolo): Dimmi mio maestro! Rendimi partecipe della tua felicità!!!

M.: Ho trovato la strada per la verità!

D.: Oh!

M.: Ho sondato le filosofie precedenti che si sono occupate degli strumenti per giungere alla verità. Ho concluso che l’unica verità è data dalla ragione e quindi risiede nel ragionamento. Bisogna pertanto unire Platone ed Aristotele, le dicotomie dialettiche e i sillogismi; in questo modo si può arrivare ad un ragionamento assoluto e indiscutibile.

E. (Epicuro): Mi scusi, sono rimasto affascinato dal suo discorso e siccome anch’io mi occupo della ricerca della verità, vorrei partecipare alla sua spiegazione, … magari ponendo delle domande.

D.: Siedi con me, mentre il maestro spiega.

M.: Come sappiamo già, il ragionamento sta alla base del cammino verso la verità, infatti Aristotele e Platone hanno dimostrato come la logica sia funzionale al conseguimento della verità.

E.: Ma tu tralasci l’esperienza sensibile, le sensazioni …

D.: Ma cosa sono le sensazioni?

E.: Le sensazioni sono prodotte da un flusso di piccole particelle provenienti dagli oggetti che producono immagini, da queste arrivano le sensazioni.

M.: Allora le sensazioni sono combinazioni di immagini, …

E.: Sì, e quando queste vengono conservate nella memoria, possiamo trarne dei concetti.

D.: … Ma le sensazioni sono frutto di anime diverse, perciò non sono associate …

E.: La sensazione è sempre vera, difatti non può essere invalidata da una sensazione omogenea, che la conferma, né da una sensazione diversa che, provenendo da un altro oggetto, non può contraddirla.

D.: Tu ti basi sulla sensibilità personale, quindi anche sulle emozioni?

E.: Sì, infatti anch’esse sono criterio di verità. Costituiscono le norme per la condotta pratica della vita e sono perciò fuori dal campo della logica.

M.: Ma non tutto è percepibile dai sensi.

E.: Con il criterio della “analogia” si può spiegare come, da ciò che è chiaro ai nostri sensi, noi possiamo arguire per somiglianza ciò che ad essi sfugge. Ad esempio noi non riusciamo a vedere le particelle più piccole ma possiamo pensare che, per analogia, si differenzino fra di loro allo stesso modo dei corpi più grandi che riusciamo a vedere.

M.: Ma scusa, allora il ragionamento viene escluso?

E.: No, perché con esso si può estendere la conoscenza anche a cose che alla sensazione stessa sono nascoste.

D.: Che regola c’è per l’utilizzo del ragionamento?

E.: Non c’è una regola precisa come nelle dicotomie o nel sillogismo; si può dire solamente che il ragionamento è tanto più valido quanto più stretto è il suo accordo coi fenomeni percepiti.

D.: Cosa ne pensi della dialettica?

E.: A noi fisici basta attenersi ai significati naturali delle cose che si basano sull’esperienza. Sono le cose ad essere in rapporto fra di loro, non le idee. La dialettica di Platone abbandona invece il piano delle cose, del mondo e “viaggia” nell’Iperuranio, nel mondo immaginario delle idee.

D.: Ho capito! Ho capito!

M.: Veramente io no!

D.: Tutti i tuoi studi, oh mio maestro, sono andati a farsi friggere nell’Iperuranio di Platone!!!

E.: Il principio della certezza conoscitiva è l’esperienza sensibile. L’errore è imputabile alla ragione che spesso ricorda in modo impreciso avanzando frettolose ed incaute interpretazioni dell’esperienza; allora la verità non può stabilirsi che sulla base dell’esperienza di ciò che si vede e si tocca.

D.: Ma non c’è possibilità di errore?

E.: L’errore ha sede in un momento successivo alla sensazione, dato che tutte le sensazioni immediate sono di per sé sempre vere in quanto sperimentate come tali. Da queste possono derivare rappresentazioni fedeli all’esperienza, che ci permettono di ricordarla e di anticiparla. Quando dico: “sta arrivando un uomo”, da un lato ricordo le mie esperienze precedenti, dall’altro anticipo un’esperienza futura. Chiamo pertanto questa mia rappresentazione di uomo “anticipazione”. Ma se, in modo non fedele alle esperienze passate, unisco l’immagine di uomo con quella del cavallo, posso pensare ad un centauro, ma questa rappresentazione è puramente fantastica.

D.: Hai capito adesso?

M.: … Mmm, non tanto!

D.: L’alunno ha superato il maestro!!!!

[Il maestro ed il suo discepolo si allontanano.]

FISICA

N.: Un giovane aveva ascoltato il dibattito e affascinato si avvicina al maestro per porgli delle domande sulla fisica. Epicuro risponderà in modo esauriente portandolo a conoscenza della priorità degli atomi che, combinandosi fra loro, danno origine al Tutto.

[Un giovane aveva ascoltato il precedente dibattito e affascinato si avvicina ad Epicuro.]

G. (Giovane): Oh, grande uomo, illustre maestro, cosa meglio per le mie orecchie che la musica delle vostre parole! Cosa superiore alle vostre teorie? …

E. (Epicuro): Ragazzo, ragazzo stai delirando, forse questo sole ti ha sciolto il cervello?!? Riprenditi, dimmi chi sei.

G.: Vostro umilissimo servo se vorrete farmi da maestro.

E.: Entra nel mio giardino e chiedi pure ragazzo, cosa ti assilla?

G.: Un dubbio mi assale da molto tempo: come è possibile che ciò che percepiscono i miei sensi non sia uguale a ciò che percepiscono quelli degli altri?

E.: Ragazzo mio, le tue sensazioni, come quelle degli altri, sono vere. Fanno parte della realtà in cui coesistono le proprietà eterne dei corpi sensibili ed intelligibili. Questi ultimi, gli atomi, sono infiniti e si muovono nel vuoto.

G.: Ma, che cosa sono questi atomi?

E.: Sono l’essenza delle cose, di tutto ciò che vedi e non vedi, di tutto ciò che senti e non senti. Questa sedia può essere un esempio di ciò che vedi e senti, mentre l’aria che ci circonda e respiriamo può essere l’esempio di ciò che non vedi e non senti.

G.: Ma con questo volete dirmi che anche la mia anima è composta di queste cose?

E.: Certamente “scettico”! E per di più, la tua anima, come quelle di tutti gli altri, non volerà nei pascoli dell’Aldilà come tutti credono, ma si scioglierà insieme al tuo corpo e perderà così la capacità di sentire.

G.: Così voi mi state dicendo che gli dei non esistono!

E.: Ma no!! Hai capito male! Le divinità esistono ma, semplicemente non hanno alcuna influenza sul nostro comportamento e vivono negli Intramundia, che sono gli spazi cosmici fra le varie aggregazioni degli atomi.

G.: Ma il loro mondo è diverso dal nostro?

E.: Sì, certamente. Noi viviamo in un mondo che è un pezzo di cielo e che comprende gli astri, la Terra e tutti i fenomeni terreni. Dall’altra parte c’è l’infinito.

G.: Ma maestro, se gli dei non agiscono su di noi, come si fa a spiegare l’esistenza del mondo?

E.: Figliolo, forse non hai ancora capito che il mondo si forma nel momento in cui gli atomi, che confluiscono da un altro Mondo o dal metacosmo, si aggregano tra loro. Hai presente quando si scontrano due sassi? Per gli atomi avviene nello stesso modo solo che i due sassi danno origine ad una scintilla che formerà poi il fuoco.

G.: Ma l’infinito di cui parlavate poco fa che cosa è?

E.: È il Tutto che è e sarà sempre uguale a se stesso, che non si genera e non si dissolve nel nulla e che è formato dai corpi e dal vuoto.

G.: Ma siete sicuro che il vuoto esiste?

E.: Certamente, cosa credi, non è il non-essere ma è il contenitore della natura intangibile, e il tutto è governato dalle leggi motrici degli atomi.

G.: Ma queste leggi di cui voi parlate, fanno muovere gli atomi sempre nello stesso modo?

E.: In verità, ti dico che questi si muovono a caso nel vuoto infinito, come tu già sai. Il loro movimento è eterno ma durante la caduta verticale, che puoi paragonare alla caduta di un sasso, possono deviare n qualsiasi punto dello spazio e in qualsiasi momento: ciò rende possibile la loro unione.

G.: Questi atomi sono uguali fra loro oppure hanno alcune differenze?

E.: Devi sapere che queste essenze, oltre al peso, differiscono anche per la loro grandezza e forma. Possono essere rotondi o quadrati, enormi o piccolissimi, leggeri come una piuma o pesanti come un elefante.

G.: Ma queste qualità sono le uniche che caratterizzano gli atomi?

E.: Certamente, essi non hanno nessun’altra qualità all’infuori del peso, della grandezza e della forma; per esempio, non hanno alcun colore.

G.: Ma come si può spiegare, allora, la presenza della varietà dei colori?

E.: È molto semplice figliolo, basta sapere che le diverse tinte dei colori variano a seconda della diversa posizione degli atomi.

G.: Oh, grande Maestro, mi avete proprio aiutato a togliermi dalla testa molti dubbi che nessuno era mai riuscito a risolvere.

E.: Caro ragazzo, se avrai ancora problemi o vuoi venire a conoscenza della verità puoi venire qui, nel mio giardino, ogni volta che vorrai.

G.: Non mancherò mai d’ascoltarvi.

[Il giovane si allontana ed Epicuro passeggia fuori dal suo giardino.]

ETICA

N.: Congedatosi, il giovane si allontana ed Epicuro, sul suo cammino, incontra due stranieri arrivati da pochi giorni nella città. Ai due Epicuro esplicherà la sua teoria etica secondo cui l’uomo felice è colui che raggiunge una dimensione di completa assenza di dolore e turbamento.

[Epicuro, che sta passeggiando, incontra due stranieri.]

1S. (Primo straniero): Ci scusi buon uomo, siamo giunti ad Atene da appena una settimana e qui la gente è molto diversa dal paese in cui vivevamo prima. Mi sento un estraneo e ciò mi rende molto infelice.

E. (Epicuro): Miei cari amici, un uomo è felice indipendentemente dal luogo in cui vive.

1S.: Allora spiegami come un uomo può raggiungere la felicità e mantenerla per tutta la vita.

E.: La felicità ha la sua fonte nel piacere e nell’eliminazione del dolore.

2S. (Secondo straniero): Allora io posso permettermi di fare tutto quello che voglio seguendo liberamente il mio istinto?

E.: No, perché il piacere che devi ricercare è un piacere stabile che consiste nella liberazione, assenza ed eliminazione di dolore. Quando arriverai a ciò arriverai all’unico e vero culmine del piacere.

2S.: Come posso raggiungere questo tuo piacere perfetto se non soddisfo tutti i miei desideri?

E.: Devi saper distinguere tre tipi di bisogni. Ci sono bisogni né naturali né necessari come la fama, la ricchezza, il prestigio. Da questo il cittadino saggio deve astenersi poiché procurano solo affanno ed illusione.

Poi ci sono i desideri naturali e non necessari che un cittadino può concedersi solo raramente.

Infine ci sono i bisogni naturali e necessari, indispensabili alla sopravvivenza. Solo questi ultimi vanno ricercati e appagati.

1S.: È l’intelligenza o quale altra virtu’ che ci permette di riconoscere e perseguire il piacere stabile?

E.: La virtù suprema è la saggezza. Essa ci permette un accurato calcolo dei piaceri, limitando i bisogni e raggiungendo la totale assenza di turbamento e dolore.

1S.: Dunque solo il vero saggio raggiunge la felicità perfetta. E chi non possiede la saggezza? Potrà mai raggiungerla?

E.: No, l’ignoranza e la superstizione portano solamente al male, ostacolo per il raggiungimento della felicità. Il valore della saggezza è proprio quello di fornire all’uomo un quadruplice farmaco per liberarlo dai mali che derivano dai timori dell’uomo. Tu di che cosa hai paura?

1S.: Ho paura di molte cose, ma soprattutto della morte, perché penso che sia sofferenza e dolore.

E.: Questo tuo timore è infondato, poiché con la morte l’anima, disgregandosi, non consente più all’uomo di fare alcuna esperienza. Pertanto, fin quando ci siamo noi, non c’è la morte; quando c’è la morte, invece, noi non ci siamo più. Non è possibile per alcun essere sperimentare la morte.

2S.: Io penso, invece, che l’ira degli dei sia più terrificante della morte in quanto essi ci possono punire e condannare a sofferenze atroci.

E.: Anche questo tuo timore è del tutto infondato poiché gli dei, per la loro natura beata, non si occupano delle faccende degli uomini.

1S.: D’accordo, tu sostieni che la sofferenza per causa divina e la sofferenza provocata dalla morte, non esistono, ma non puoi negarmi che non esistano il dolore fisico e il dolore morale.

E.: Il male fisico, se è prolungato nel tempo, può essere sopportato; se invece è atroce, non dura molto poiché la morte ce ne libera.

Il male più grave è quello dell’anima poiché essa non soffre solo del presente ma anche del passato e del futuro. Ma è un male che la saggezza può curare. Quindi, non c’è nessun motivo di temere il male fisico e morale.

2S.: Tu hai parlato di quattro tipi di male che ostacolano il raggiungimento della felicità. Fino ad ora ce ne hai illustrati tre, … e il quarto?

E.: Il quarto male, quello più comune, è quello che deriva dai desideri insoddisfatti. Ma, come abbiamo già detto, i bisogni che contano veramente sono quelli necessari e naturali. E questi sono facili da soddisfare.

1S.: Avete risolto la maggior parte dei miei problemi! Ora vi saluto amico mio, se è lecito così chiamarvi.

E.: Avete fatto una cosa saggia chiamandomi amico poiché, di tutte le cose che la saggezza ci offre, l’amicizia è la più grande per la felicità della vita. Solo chi ha amici è veramente felice.

2S.: E chi non ha amici?

E.: Non potrà mai essere felice. E con questo ti saluto perché si è fatto tardi. Spero di averti portato più serenità.

1S.: È stato molto utile e piacevole discorrere con te. A presto amico mio.

[I tre si congedano ed Epicuro se ne va fischiettando.]

N.: Epicuro si allontana fischiettando.

=====     .     =====

STOICI

 

[Tutti in scena: maestri e allievi passeggiano per il Portico e intanto discutono fra di loro. Il narratore è al centro della scena.]

N. (Narratore): Gli stoici non erano persone del tutto normali

Ancora oggi, infatti, si dice stoico chi sopporta il dolore con coraggio, coerenza. Avevano un forte senso dei dovere, una notevole volontà, disprezzavano e allontanavano da loro i vizi, detestavano la vita materiale.

A dare l’esempio fu un giovane, nato a Cipro più di duemila anni fa, Zenone, trasferitosi in giovane età nell’Atene macedone ormai in declino, attratto dalla filosofia e soprattutto dalla figura del cinico Cratete, in cui vedeva realizzato il sapiente socratico, amante della virtù.

Le sue giornate erano fatte di lunghe meditazioni attraverso le quali si convinse che l’unico modo per raggiungere la saggezza è la virtù che è razionale, naturale e morale e così pensò che anche la filosofia dovesse dividersi in logica, fisica, ed etica.

Per soddisfare il suo bisogno di conoscenza frequentò per breve tempo l’Accademia platonica e il Liceo aristotelico, ma soprattutto si entusiasmò alla lettura degli antichi Fisici, rifacendosi in particolare ad Eraclito, il filosofo del divenire.

La filosofia era per lui l’arte dei vivere, come già il suo contemporaneo Epicuro, rifiutando però l’idea che il bene per l’uomo possa realizzarsi nel piacere, mentre insegnava che il vero Bene è la virtù morale e di conseguenza il male sta nella debolezza morale.

Zenone non era cittadino ateniese e quindi non avrebbe potuto acquistare un edificio; per questo diede lezioni in un portico – in greco Stoà – e per tale ragione i suoi seguaci vennero detti Stoici. E in questa scuola Zenone e i suoi allievi si ritrovavano ogni giorno per discutere sul mondo e sugli uomini.

Ormai vecchio pose fine alla sua notevole esistenza suicidandosi, in questo imitato poi da molti altri suoi scolari.

LOGICA

N.: Uno dei suoi primi seguaci fu Crisippo, appassionato dialettico e amante degli studi fisici, che vedeva nella logica una scienza e non solo uno strumento di ricerca come sosteneva Aristotele. Il suo contributo fu così importante che si disse che “senza Crisippo non ci sarebbe stata la stoà.”

[Il narratore si siede su un muretto al lato della scena. Al centro si fermano un aristotelico e il maestro Crisippo per discutere del ragionamento; gli altri personaggi escono di scena.]

A. (Aristotelico): Hai visto che bella giornata!

C. (Crisippo): Ma non c’è il sole!

A.: E allora?!

C.: Se è una bella giornata c’è il sole. Ma non c’è il sole. Quindi non è una bella giornata.

A.: Va beh! Lasciamo perdere! Guarda che bella pianta!

C.: Ma mancano le foglie!

A.: Cosa c’entra!

C.: Se ha le foglie è una bella pianta. Ma non ha le foglie. Dunque non è una bella pianta.

A.: Cominci a stancarmi con queste frasi! Sono le quattro ed è meglio che vada a casa. Sta diventando buio!

C.: È impossibile!

A.: Perché?

C.: Perché se è giorno c’è luce.

A.: Ma non c’è luce.

C.: E allora non è giorno.

A.: Ma sì che è giorno.

C.: Allora ho ragione io: non è buio.

A.: Ma cosa stai dicendo?

C.: Ti sto facendo aprire gli occhi sul vero modo di ragionare: il ragionamento anapodittico.

A.: Ma no! Il ragionamento per eccellenza è il sillogismo dimostrativo: IPSE DIXIT!

C.: E allora ti faccio un altro esempio per dimostrarti che sei in errore, secondo te Platone vive?

A.: Si! Perché le sue idee sono in noi.

C.: Se tu dici così vuol dire che Platone non è morto ma vivo; ma in realtà Platone è morto; quindi Platone non vive.

A.: Si è vero Piatone è morto. Forse mi sbaglio!

C.: Quindi, vedi, il ragionamento anapodittico è quello per eccellenza, perché è un discorso dimostrativo e a differenza di quello vero deve avere qualcosa in più, cioè la conclusione, di per sé oscura, deve essere rivelata dalle premesse attraverso l’esperienza sensibile.

Per tanto un ragionamento del tipo “se quella donna ha latte nelle mammelle, vuol dire che ha partorito; ma ha latte nelle mammelle, quindi ha partorito”, oltre a essere vero è anche dimostrativo. Ha infatti una conclusione che di per sé non è evidente, e la spiega per mezzo delle premesse.

A.: Potresti farmi un altro esempio?

C.: Certo! Vediamo: se c’è il fumo c’è il fuoco e dal camino di quella casa esce il fumo…

A.: Quindi c’è acceso un fuoco.

C.: Esatto! Infatti, vedi … [si avvicinano alla casa] c’è acceso il fuoco. Quindi puoi esserne sicuro perché l`hai visto con i tuoi occhi.

A.: Ma il sillogismo rinvia alle connessioni, deducibili con la ragione, fra la sostanza e le sue proprietà.

C.: Tuttavia, chi ti dice che siano vere? Le relazioni, invece, trattate dal ragionamento anapodittico sono empiricamente verificabili, e la conoscenza umana avviene in primo luogo attraverso i sensi, che imprimono la rappresentazione delle cose sull’anima.

A.: Aristotele ha comunque il merito di aver fondato la logica.

C.: Questo e senz’altro vero. C’è però nella sua analisi un limite di fondo.

A.: Quale?

C.: Quello di non far alcuna differenza fra logica e grammatica, fra analisi del ragionamento e analisi del linguaggio.

A.: Come mai?

C.: Pensava che il linguaggio, le parole che noi usiamo quando parliamo, rinviassero direttamente alle cose, agli enti.

A.: A cosa rinviano invece?

C.: Al lektòn, al significato o concetto.

A.: Non sono sicuro di aver capito bene.

C.: Quando parliamo usiamo delle parole che uniamo in frasi; se vogliamo farci capire dobbiamo seguire certe regole, che sono quelle della lingua che stiamo utilizzando.

A.: Le regole della grammatica!

C.: Esatto. Se le seguiamo ci esprimiamo correttamente. Questo però non significa che quello che diciamo sia vero. Per capire se abbiamo ragione, dobbiamo analizzare il pensiero, i concetti, il significato che sta dietro alle parole e i ragionamenti utilizzati. Di questo si occupa la logica.

A.: Ma se le parole rimandano ai concetti, questi a cosa rimandano?

C.: Alle cose, al mondo e alle sue leggi. Infatti, come c’è un unico mondo governato da un unico “logos”, così vi è una sola logica comune a tutti gli esseri razionali.

A.: Mentre le lingue parlate dagli uomini sono innumerevoli.

C.: Proprio così!

[I due si allontanano.]

FISICA

N.: Un altro grande fondatore dello Stoicismo era stato Cleante di Asso, di cui si narra fosse uomo di pochi bisogni e dalla grande volontà. Con un forte senso religioso insegnava come tutto ciò che esiste sia corporeo. Dio stesso non è altro che Natura, o meglio la razionalità che pervade ogni cosa, e non pertanto una persona a cui rivolgere le proprie preghiere. Tutto ciò Cleante Io espresse in un Inno a Zeus, il divino, la cui ragione tutto governa e a tutto provvede.

[Al centro della scena due allievi discutono sulla lezione a cui hanno preso parte.]

1A. (Primo allievo): cosa ne pensi della lezione di oggi?

2A. (Secondo allievo): A cosa ti riferisci?

1A.: Alla fisica, al principio che costituisce il mondo.

2A.: In effetti non è proprio quello che diceva Aristotele. Le sue teorie affermavano la presenza di quattro cause nel processo che costituisce la realtà.

1A.: Materia, forma, l’agente da cui è prodotto il divenire e il fine del divenire.

2A.: Certo, mentre per noi le cause sono solo due: il principio passivo (la materia) e il principio attivo (la ragione).

1A.: Comunque anche noi sulla materia siamo d’accordo: la materia è inerte e da sola non può diventare questa mela o questa arancia.

2A.: È per questo che noi diciamo che in tutte le cose vi è anche un principio attivo che le fa diventare quello che sono.

1A.: Questo principio è attivo è un principio divino, è la divinità presente nel mondo che coincide con la ragione che guida tutte le cose all’interno delle cose stesse.

2A.: In che forma è presente nelle cose?

1A.: È un fuoco animatore. È un soffio vitale, è come un seme razionale che fa nascere e crescere tutte le cose.

2A.: Ma se Dio è pneuma, quindi soffio caldo e vitale, tu hai capito perché è materia?

1A.: Sì, perché esiste solo ciò che può agire o subire un’azione e pertanto deve essere corporeo.

2A.: Abbiamo detto che Dio guida tutte le cose, ma dove?

1A.: Secondo il nostro maestro Cleante il divenire delle cose è guidato dalla Provvidenza divina, non però attraverso una sua particolare volontà, bensì attraverso la concatenazione necessaria degli eventi.

2A.: Quindi, se ho ben capito, il maestro pensa che l’Universo sia una ferrea catena di cause-effetti.

1A.: Sì, tutto ciò che esiste e che avviene ha sempre una precisa ragione e niente avviene a caso. Inoltre tutto ciò che è avvenuto e avviene non avrebbe mai potuto avvenire in un modo diverso.

2A.: Riassumendo possiamo dire che questo ordine necessario dal punto di vista di Dio è la Provvidenza, dal punto di vista delle cose è il loro destino.

1A.: Anche il mondo ha il suo destino: infatti segue il Ciclo, di cui già parlava Pitagora, cioè il Grande Anno: dopo quarantamila anni, quando gli astri tornano al punto di partenza, vi è una conflagrazione, tutto ridiventa fuoco e il Ciclo ricomincia identico a se stesso e tutto si ripete nello stesso identico modo.

2A.: Quindi il nostro destino ora è quello di essere qui a discutere insieme e per il futuro speriamo che la Provvidenza abbia riservato per noi un felice destino.

1A.: Siamo comunque sicuri di ritrovarci qui fra quarantamila anni a discutere del mondo fisico, della Provvidenza e del Ciclo eterno delle cose.

[I due allievi si allontanano.]

ETICA

N.: Con questo spirito gli Stoici accettarono serenamente il loro destino, qualunque fosse. Esprimevano questa accettazione affermando che “l’Uomo deve vivere secondo Natura”, respingendo le passioni e credendo nei valori umani, cioè una vita condotta secondo ragione. Ricercavano la sapienza in cui consiste la vera ricchezza; l’etica stoica insegna pertanto a raggiungere la felicità per mezzo della virtù, che coincide con una rigorosa conoscenza razionale delle cose umane e divine.

[Entra all’improvviso, correndo, un giovane per incontrare il suo saggio maestro]

D. (Discepolo): Caro maestro sono al culmine della felicità! Stamane ho partecipato alla corsa coi cavalli … ho ottenuto uno splendido risultato; sarà questo il mio futuro! Diventerò popolare, vincerò ogni avversario e tutti comporranno odi in mio onore.

M. (Maestro): Non vantarti per ciò che non è tuo, se il tuo cavallo dicesse “io sono vincente” la cosa sarebbe ammissibile, ma quando vantandoti dici “io ho un cavallo vincente”, sappi che tu ti vanti per un pregio che appartiene al cavallo. Cosa è veramente tuo?

D.: Il cavallo che è condotto da me.

M.: Fermati e rifletti, ricorda che per gli animali è naturale seguire l’istinto, così come per l’uomo è naturale seguire la ragione. Resisti al primo poiché il fine dell’uomo è la vita secondo natura, propria e del tutto, non facendo nulla che la legge comune abbia proibito.

D.: Ma di che legge state parlando?

M.: Quella retta dalla ragione, che percorre ogni cosa, identica a Zeus che guida il governo di tutte le cose, solo così raggiungerai la virtù.

D.: La virtù, ma di che cosa si tratta?

M.: Della vita razionale, il contrario è il vizio e il resto è indifferente.

D.: Ma cosa volete dire esattamente con virtù, ragione e il resto?

M.: I nostri veri beni sono le virtù e la ragione, gli altri invece vanno usati senza dedicarvi l’anima, restando pertanto tranquilli e indifferenti alla loro eventuale perdita. Ricordati di cogliere sempre con chiarezza di che natura sia l’essenza delle cose che ti fanno piacere, o che ti siano utili, o che tu ami, cominciando dalle più piccole. Se ami un vaso di argilla devi dire: “io amo un vaso di argilla e pertanto fragile di natura”, così quando si romperà non ne sarai turbato. Se invece ami teneramente un tuo fanciullino o tua moglie, devi dire che ami un mortale; così quando muore, non ne sarai angosciato.

D.: Ma non desidererò mai che il mio vaso più bello si rompa; né tantomeno che la donna o il figlio a cui sono affezionato muoia.

M.: Sta proprio qui la differenza fra il saggio e l’uomo che segue l’istinto: il saggio sa e vuole che ogni cosa avvenga secondo la profonda ragione delle cose. Se apprezziamo un oggetto plasmato con la fragile argilla non possiamo non volere che la sua fragile natura prima o poi si compia; allo stesso modo non possiamo non volere che la natura di ogni mortale, la nostra come quella dei nostri cari, si concluda nella morte. La nostra volontà non può non coincidere con |’ordine razionale e necessario delle cose.

D.: Ma non c’è niente di più gradevole che, almeno ogni tanto, abbandonarsi all’amore, alle passioni.

M.: Le passioni, essendo turbamenti dell’anima, vanno respinte. Ricorda apatia e impassibilità! In caso contrario la tua vita dipenderebbe non più da te stesso, ma dalle cose o dalle altre persone. In questo modo perderesti la tua libertà; il saggio è libero perché basta a se stesso, è autosufficiente, autarchico.

D.: Se ho capito bene devo allora controllare ogni mio piacere.

M.: No, devi solo sopportare serenamente le avversità e astenerti dal male, proprio come fa il sapiente.

D.: Ma le condizioni esterne talvolta sono insuperabili e ci impediscono di agire secondo virtù, cioè secondo ragione.

M.: In questo caso il saggio non esiterà a togliersi la vita.

D.: Ma in questo modo ci si distaccherà per sempre dalla propria famiglia e dalla propria città.

M.: Il vero saggio si è già distaccato da ogni rapporto; il suo agire non dipende né dagli altri né dalle leggi della propria città.

D.: Ma allora non è cittadino di alcuno stato.

M.: Proprio così. Il vero saggio è cosmopolita, cioè cittadino del mondo e segue pertanto un’unica legge: il logos divino che regolamenta l’intero cosmo.

[I due si allontanano.]

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EPILOGO

 

 [Il narratore ritorna al centro della scena]

N.: I filosofi stoici costituiranno, nell’età romana, gli ultimi rappresentanti ed eredi dell’intera cultura greca.

Ma altri tempi, altre culture, altre religioni si affacciano all’orizzonte; il declino delle filosofie ellenistiche corrispondere al declino del mondo antico.

Ciò non toglie che molti temi ed argomenti logici, fisici, ed etici degli antichi scettici, epicurei e stoici saranno ripresi e reintegrati nelle epoche successive, in età cristiana, medioevale e moderna.

Ma la figura autarchica e cosmopolita del saggio ellenistico sembra definitivamente tramontata.

 

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Hanno elaborato il testo gli studenti della classe IV di Scienze Umane e sociali Simone Aliverti, Maria Cristina Aromando, Luca Bandirali, Doriano Camossi, Sabrina Caretti, Paola Ciffarelli, Katia Coco, Marcella Esposito, Laura Franzini, Nathalie Ghioni, Cristina Giro, Gian Luigi Lanzalone, Silvia Marchionini, Lizaveta Medina, Mara Pedroni, Enrico Perucchini, Barbara Piana Agostinetti, Sara Pigazzini, Demir Regalia, Anna Tognetti e Laura Valentino, coordinati dall’insegnante Gianmaria Ottolini. Anno scolastico 1993-94.

 

sensate-esperienze-001

LONTANO DAL POTERE.

Competitività, cooperazione, creatività e filosofie ellenistiche (*)

Giovedì 17 marzo 1994, ore 15.45

Consiglio di Classe della 4a Scienze Umane, ITIS “Cobianchi”, Verbania.

Guido, il collega di matematica, presenta l’elaborazione del questionario di autovalutazione. Pienamente positiva la valutazione degli studenti sul proprio livello di apprendimento (71.5 su 100), ancora migliore quella sul metodo di studio (85.7). Positivo l’interesse per gli argomenti affrontati, specialmente nelle discipline caratterizzanti l’indirizzo (76.25). Lusinghiero il giudizio sulla “Organizzazione e conduzione delle attività didattiche”: contenuti congruenti fra loro (82.25) e variati (70.25). La comunicazione con i docenti è considerate agevole (70.25), il clima didattico decisamente buono (91 .2).

Tutto come previsto, anzi meglio. Una buona classe, vivace, motivata all’apprendimento, consapevole delle proprie capacità. Solo un giudizio negativo sulla distribuzione dei “carichi di lavoro” (28.5), da considerarsi, ci diciamo, “lamentela di ruolo”: nessuno studente è tanto “masochista” da affermare che i “carichi” sono accettabili e ben distribuiti nel tempo.

Sezione quarta del questionario: Valutazione del gruppo classe.

Quesito n. 41. “Percepisco i miei compagni interessati al lavoro in classe”: 58.25 su 100. Un po’ basso, comunque tutto sembra procedere come previsto … ma di colpo:

n. 42. Valorizzazione risorse individuali: 37

n. 47. Fiducia e franchezza reciproca: 31

n. 49. Distribuzione flessibile della leadership: 19

n. 52. Coesione emotiva del gruppo: 25.

E, dulcis in fundo, (quesiti 53-55) il gruppo afferma che la competizione per il voto rende difficile il rapporto reciproco, che è frammentato in tanti piccoli sottogruppi e sostanzialmente insoddisfatto per il clima interno. Al quesito aperto su quale sia “il problema più rilevante presente nel gruppo classe” 16 studenti su 21 indicano la “competizione per il voto”; altri aggiungono una “leadership troppo legata alle capacità scolastiche”, “l’arroganza di alcuni”, “l’invidia” ed infine “la presenza di alcuni studenti che hanno confidato di voler abbandonare gli studi”.

Ci guardiamo in faccia in silenzio. Evidentemente non avevamo capito niente. I risultati al di sopra delle medie delle altre classi ci appagavano e probabilmente noi stessi avevamo spinto l’acceleratore dell’apprendimento. I segnali del disagio non erano certo mancati, ma … “la classe andava bene”.

Claudio (biologia) ricorda un episodio, mai accadutogli in altre classi: la richiesta di consegnare i test corretti senza far sapere alla classe le valutazioni individuali.

Gemma (lettere) e Marina (psicologia) ricordano l’ostracismo subito da F., studente lavoratore, per il fatto di porre domande “sciocche” e poi di ottenere buone valutazioni nelle verifiche: che le domande potessero essere domande “vere”, tese alla comprensione e non al “far bella figura con l’insegnante”, metteva a disagio il gruppo, veniva recepito come la rottura di una regola tacita ed indiscussa.

[Altri esempi, altri segnali vengono ricordati] Tutti scopriamo che “sapevamo”, ma abbiamo preferito non vedere.

Martedì 22 marzo 94, ore 10.35

“Restituzione” della autovalutazione alla classe.

Siamo presenti in cinque insegnanti. Guido illustra i grafici delle risposte. Non c’è l’allegria che solitamente accompagna qualsiasi attività sostitutiva alle lezioni. Il silenzio, quando si giunge alla sezione quarta, sembra potersi tagliare a fette.

Affermo che, visto quanto avevano dichiarato nei questionari, era opportuno soffermarci soprattutto sulle dinamiche interne al gruppo e, in particolare, sulla competizione per il voto.

Gli studenti parlano a fatica, non sembra più la classe “vivace” di cui ci vantavamo. Alcuni attribuiscono a noi docenti ogni responsabilità, siamo prevenuti (in negativo) verso alcuni studenti, facciamo delle preferenze, ecc. T., leader “scolastico”, afferma con decisione che fra di loro non esiste alcun conflitto per il voto, il problema è nostro che non prestiamo sufficiente attenzione alle difficoltà di apprendimento di alcuni di loro. Silenzio, una parte annuisce. Rispondere che per iscritto avevano affermato il contrario, che da anni lavoriamo sul metodo di studio (cosa anch’essa confermata dalle loro risposte al questionario), sembra inutile. Guardo U. aspettando almeno una replica o, perlomeno, una valutazione diversa. Per il momento non dice niente. Interverrà più avanti, apparentemente parlando d’altro: auspica delle modalità di lavoro più flessibili che rimescolino i gruppi.

Riflessione.

Posto il problema “In questa classe c’è competizione ed invidia per il voto”, non si può uscire da una delle seguenti attribuzioni:

  1. 1 . Gli insegnanti sono parziali, fanno delle preferenze, trattano con disprezzo alcuni, stravedono per altri.
  2. Gli studenti più capaci (o meglio i “secchioni”) pensano solo al voto, sono arroganti, non aiutano gli altri, si fanno belli davanti agli insegnanti.
  3. Gli studenti “con difficoltà”, invece di studiare di più e “darsi una mossa”, sono invidiosi degli altri, se la prendono con gli insegnanti, si autocommiserano.

In questo caso il questionario di autovalutazione non ha funzionato quale “oggettivatore” dei problemi; diversamente che in altre classi e per altri problemi, il metodo “questa questione l’avete posta voi, vediamo di affrontarla insieme …” non ha sortito alcun effetto. Sembra anzi collocarci in un giro vizioso di attribuzioni di responsabilità da cui rischiamo di non uscire.

Ha ragione U., allievo sensibile alle dinamiche del gruppo e sempre disponibile a “dare una mano”. Ha ragione per due motivi.

  1. La questione “competizione” non può essere affrontata direttamente, pena un distruttivo circolo vizioso di attribuzioni reciproche di colpa, va presa alla lontana: il bandolo della matassa va cercato altrove.
  2. Il tema della flessibilità, in particolare quello della flessibilità dei ruoli è invece centrale.

Giovedì 24 marzo, ore 9.30

Lezione di filosofia. Presento il progetto “Drammatizzazioni filosofiche sulle filosofie ellenistiche”.

Obiettivi:

  • Sperimentare una nuova modalità di studio della filosofia attraverso una lettura di gruppo e la produzione di brevi testi drammatizzabili.
  • Introdurre le classi del biennio allo studio della filosofia (drammatizzazione).
  • Portare l’esperienza, qualora abbia esito positivo, al convegno di Reggio Emilia sulla creatività, insieme alle esperienze di tirocinio già effettuate.

(Segnali positivi anche da alcuni degli studenti solitamente memo coinvolti. Qualche prevedibile apprensione per il doversi mettere in gioco).

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Modalità:

  • I tre gruppi saranno estratti a sorte. (Proteste di M., allieva solitamente silenziosa, che vuole ad ogni costo far parte degli Epicurei. La sorte l’accontenterà).
  • La suddivisione delle sezioni (narrazione, logica, ecc.) sarà decisa all’interno del gruppo.
  • I tre narratori si coordineranno fra loro per rendere omogeneo lo stile di lavoro. Dovranno pensare, insieme all’insegnante, anche ad un Prologo e un Epilogo.
  • All’interno di ogni gruppo viene scelto uno scenografo, anche i tre scenografi dovranno coordinarsi.
  • I testi su cui lavorare sono da reperire nella biblioteca dell’indirizzo e in quella generale dell’Istituto. Alcuni verranno forniti dall’insegnante. Vanno privilegiati i testi e le fonti antiche rispetto ai manuali e ai saggi.
  • Dato il carattere didattico-sperimentale verranno utilizzate, oltre alle ore di filosofia, anche quelle di pedagogia.

[Il “come” è definito nei dettagli. Il “cosa ne risulterà” è del tutto imprevedibile. Ma la scommessa non è solo mia. L’intera classe si sente messa in gioco davanti ai compagni di altre classi e, magari, anche al Convegno di Reggio Emilia.]

Giovedì 7 aprile, ore 9.30

Si riprende dopo la pausa pasquale. I lavori sono a buon punto. Le singole drammatizzazioni hanno il carattere di dialoghi per lo più a due o tre voci. La consuetudine con le letture platoniche ha lasciato il segno e costituito spontaneamente un modello comune di riferimento. Qualche lieve concessione al genere “rappresentazione studentesca” non guasta. Minimi i miei interventi di merito. I problemi principali emergono nelle narrazioni introduttive. La tendenza è quella di riprodurre in sintesi la lezione dell’insegnante o il manuale. Ribadisco che il testo deve essere narrativo e non espositivo. O., la narratrice degli Epicurei, trova la strada giusta. Il suo testo servirà da metro stilistico per gli altri narratori, le fonti di riferimento diventano i biografi e dossografi antichi.

Colgo l’occasione per un breve richiamo alla specificità dei diversi generi della letteratura filosofica, sottolineo il carattere didattico educativo del dialogo (riferimento per le parti da drammatizzare) in contrasto con il carattere prevalentemente narrativo di molte testimonianze raccolte da dossografi e biografi.

(T. produrrà rapidamente il testo introduttivo allo stoicismo. V. invece dovrà riscrivere da capo per ben quattro volte quello degli Scettici).

Mercoledì 13 aprile, ore 10.35

Iniziamo le prove interne alla classe. L’obiettivo è rendere i testi il più possibile omogenei fra loro, migliorarne l’efficacia teatrale, incominciare a preparare la scenografia.

L’attenzione è al massimo: tutti intervengono, i contributi sono molto pertinenti. Z., ragazza studiosa ma timida e riservata che abitualmente parla sottovoce, impersona con vivacità Epicuro. B. e N., entrambe solitamente con difficoltà espositive, “recitano” in modo spavaldo senza i timori di qualche loro compagno normalmente più brillante. M., I, ed E., di solito non molto concentrati nel lavoro, pensano alla scenografia e si rendono disponibili per gran parte del supporto organizzativo (stampa del testo, costumi, ecc.).

L’entusiasmo è evidente, ogni dialogo riceve gli applausi dell’intera classe.

Martedì 19 aprile, ore 8.30

Prova generale in Aula Magna.

Gemma dà la sua consulenza registica, curando in particolare la dizione. Per ovvi motivi di tempo scolastico si è scelto di recitare leggendo: molti comunque si limitano a dare un’occhiata rapida al “loro” testo.

T., che ci teneva a fare il Corifeo nel Prologo, salmodia un po’ troppo. Molti non riescono ad emettere un volume sufficiente di voce. U. legge troppo rapidamente, manifesta ansietà. Nonostante le apprensioni per l’indomani, il grado di autosoddisfazione è alto.

Mercoledì 20 aprile, ore 10.30

Rappresentazione in Aula magna.

Assistono 5 classi, un centinaio abbondante di studenti e una decina di insegnanti. Piero, assistente tecnico, riprende con la telecamera.

Tutto è filato liscio. Solo un errore di battuta, dovuto ad uno scambio di pagine, ha creato un momento di disagio subito interrotto dal benevolo applauso del pubblico. Nel dibattito successivo alla rappresentazione anche gli studenti del biennio sembrano aver colto le problematiche di fondo.

(Ore 13.00) Per la prima volta tutta la classe pranza in mensa intorno ad un’unica tavolata. Alla fine cercano alcuni di noi per bere insieme il caffè e per sfondare un po’ l’orario della prima ora del pomeriggio “visto quanto abbiamo lavorato fino ad oggi”.

Venerdì 29 aprile, ore 5.55:

Stazione di Arona.

Siamo sul treno per Milano (da dove proseguiremo per Reggio Emilia), T. deve salire ma non si vede. Alla stazione di Milano, dopo aver contattato per telefono la famiglia, lascio i due adulti (studenti lavoratori) ad aspettarlo. Si saprà che (lui che “non sbaglia mai nemmeno una virgola in un test”) si è confuso con l’orario ferroviario prendendo il treno successivo. Sarà benevolmente preso in giro per due giorni e tutti gli vorranno un po’ più di bene.

Sabato 30 aprile, ore 9.30

Reggio Emilia, Teatro municipale.

V., che già la sera prima era rimasta fino alla fine a presenziare la “nostra mostra” al “Pascal”, si offre per diffondere il testo “Lontano dal potere” all’ingresso del Convegno. Evidentemente fra lei (reiterata riscrittrice dell’introduzione allo scetticismo) ed il testo delle drammatizzazioni filosofiche si è instaurato un legame particolare.

Annoto in sintesi al dibattito del Convegno.

La didattica della creatività non va in alcun modo isolata dall’insieme degli obiettivi scolastici sia cognitivi che psico-affettivi; la sua base biologica risiede nella plasticità del nostro cervello e la sua pratica didattica non consiste “in spazi vuoti” da lasciar riempire spontaneisticamente, né in un’ora apposita (ed isolata) di training creativo, ma nella proposta di “itinerari diversi” (alcuni hanno parlato di apposita introduzione di “ostacoli” o di “vincoli inusuali”) volti a realizzare compiti ed obiettivi “usuali”. Una didattica della creatività pertanto che mette in campo le competenze specifiche del corso di studi ma che, nel contempo, richiede modalità, tempi e spazi diversi dal consueto per la sua effettiva realizzazione.

(Ore 15.00, Stazione di Reggio Emilia) Aspettiamo il treno. Scattiamo qualche foto di gruppo. Questi due giorni ci sembrano esser durati almeno una settimana. Tutti giurano che Reggio Emilia è la città più bella che abbiano mai visitato.

Martedì 7 giugno, ore 9.30

Test conclusivo di filosofia.

Brani di risposta al quesito “Analizza e valuta criticamente il percorso didattico (della classe e tuo) ln Filosofia e Pedagogia”. Ne scelgo due di ottica decisamente antitetica.

O., leader “scolastica”: “Per quanto riguarda la filosofia il programma svolto è quantitativamente poco, ma la qualità del percorso di apprendimento e i mezzi “creativi” utilizzati sono stati efficacissimi. Non ci siamo limitati a studiare e capire, ma soprattutto abbiamo interiorizzato i contenuti. Più volte mi sono immedesimata inconsapevolmente nel filosofi dei quali praticavo i metodi (non dimenticherò mai le dicotomie platoniche). Il culmine è stato raggiunto quando ci è stato chiesto di immedesimarci esplicitamente nei filosofi attraverso la drammatizzazione.

Ripensando al programma, non mi sembra di averlo svolto, ma di averlo vissuto, ogni corrente era un convertirsi alle nuove teorie per poi ricredersi e riconvertirsi alle successive. Ammetto però di non ricordare tutto ciò in cui ho creduto, né tutto ciò che si è contraddetto. […] Per la mia realizzazione personale vorrei, una volta sistemata socialmente, prendere una laurea in filosofia (se non altro completerò il programma) “.

E., “anti leader”, studente che ad un certo punto sembrava volesse abbandonare gli studi: “Quando in seguito al test di autovalutazione si è deciso (a nostra insaputa) di affrontare gli argomenti riguardanti la filosofia ellenistica tramite drammatizzazione, le reazioni della classe sono state un po’ di perplessità. Questo significava una quantità di lavoro relativamente grande, da svolgere in tempi ristretti. Come sappiamo però l’esito si è rivelato un successo per noi [(4 nomination!)] sia dal punto di vista didattico che dal punto di vista umano. Siamo riusciti ad integrare diversi strumenti di studio (testi scolastici, enciclopedia, computer) e a ottenere un prodotto finito originale e completo. Le successive rappresentazioni e mostre (nella nostra scuola e Stage a Reggio Emilia) hanno fatto in modo che noi acquisissimo un’esperienza ed autonomia in grado di garantirci un migliore approccio al mondo lavorativo”.

———————

(*) Da Sensate Esperienze. Rivista trimestrale della scuola secondaria, n. 24, ottobre 1994, pp. 21 – 28.

 

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Postilla 2016

Cosa aggiungere oggi? Direi che da quella esperienza ho appreso molto, non solo nella professione di insegnante ma anche in altri ambiti. La concezione di creatività espressa allora con chiarezza nel Convegno di Reggio Emilia e che posso sintetizzare come: conferimento di fiducia e proposta di sfide “alte”, ha trovato espressione anche nello sviluppo della peer education.

Come è noto all’Indirizzo di Scienze Umane e Sociali del Cobianchi è stato posto termine con una grave perdita per quella scuola e per il territorio. Non disperdere comunque quell’esperienza quarantennale penso sia un dovere collettivo.

Ultima annotazione. Scorrendo i componenti di quella classe quarta del lontano 1994 si può notare come non tutti siano restati “Lontani dal potere”: due di loro infatti oggi ricoprono la carica di Sindaco nella nostra provincia. Ammesso che l’incarico di Sindaco rappresenti un “potere” e non piuttosto un “servizio”. Direi che dipende da come lo si esercita.

 

 

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One Comment
  1. Cirano permalink

    Interessante!

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