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Bullismo (e Cyberbullismo). Letti con categorie dinamiche

4 maggio 2016

All’interno delle iniziative di formazione del CTS VCO, il 27 aprile con Contorno Viola sono intervenuto in un corso tenuto all’Istituto Cobianchi sul tema del bullismo. Posto di seguito, in formato PDF scaricabile, le slide del mio contributo a cui aggiungo di seguito alcune note di commento e qualche considerazione.

Bullismo Una lettura attraverso categorie dinamiche

pdf scaricabile >> Bullismo Una lettura con categorie dinamiche

 

Una realtà, quella del bullismo, che si presenta (o meglio si nasconde) dietro forme sempre nuove che raramente gli adulti, anche quelli più a contatto con i giovani, sanno leggere, a meno di riuscire a dar libero stimolo e libera parola a chi quella realtà vive dal di dentro: i giovani siano essi, in atto o potenzialmente, vittime, bulli, spettatori attivi o passivi.

Passare così dalle fotografie precostituite (dagli stereotipi) alla lettura dei percorsi e delle dinamiche che portano più volte, all’interno di un gruppo, a concentrare ansie, conflitti e fragilità identitarie nella sofferenza provocata di alcuni e nell’illusoria acquisizione di uno status di potere di altri. Percorsi e dinamiche (storie) che variano di volta in volta, da contesto a contesto, da gruppo a gruppo, ma anche all’interno dello stesso gruppo per la varietà e, non dimentichiamo, la variabilità dei soggetti.

Sono passati un po’ di anni; allora di cyberbullismo si iniziava appena a parlare, l’utilizzo degli smartphone non era ancora diffuso; eppure sottoscrivo ancora oggi in pieno quanto scrissi allora. Molte “modalità” sono cambiate ma le dinamiche di fondo mi sembrano in gran parte le stesse.

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  • Non dobbiamo dimenticare che di bullismo nel mondo occidentale si parla da poco più di due decenni (in Italia dal 1997-98). Evidentemente esiste da molto prima, almeno da quando è presente la scuola come luogo e come istituzione, solo che non ne erano ancora state elaborate le categorie per conoscerlo e riconoscerlo.
  • Da categoria assente il bullismo si è trasformato in termine di largo utilizzo, spesso a sproposito. Qualsiasi atto di violenza o aggressività, specie se in ambito giovanile, diventa sic et simpliciter “bullismo”.
  • L’attenzione è in genere focalizzata sul “bullo” e non sulle dinamiche che lo producono e riproducono. Attenzione intermittente che si accentua in occasione di episodi eclatanti (un video su YouTube di aggressione a un disabile, il suicidio di una vittima …) con il rischio di ignorarne la presenza quotidiana di cui quegli episodi rappresentano la punta di un iceberg.
  • Essere in grado di “leggerlo” nella quotidianità significa conoscere e riconoscere le dinamiche che non si limitano a due soggetti (il bullo e la vittima) ma all’insieme delle relazioni nei gruppi giovanili: nella classe, nella scuola e fuori dalla scuola.

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  • I tentativi di “quantificare” il fenomeno lasciano molti dubbi anche perché i metodi di indagine sinora utilizzati non sono omogenei. Si è spesso detto che il bullismo è un fenomeno in aumento ma più sulla base di percezioni che di un monitoraggio preciso e costante nel tempo. Il recente report dell’Istat (Il bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi – anno 2014) che tra l’altro distingue tra singoli episodi e azioni ripetute (che delimita in modo più preciso il bullismo), può essere la premessa per indagini ricorrenti e standardizzate che permettano di valutare la crescita o meno del fenomeno.
  • Leggendo con attenzione i dati e sulla base delle esperienze personali mi pare di poter affermare che il bullismo è presente in buona parte (almeno la metà) delle classi scolastiche sia elementari che secondarie di primo e secondo grado, sia in ambito maschile che femminile, come nelle altre forme di aggregazione giovanile. Questo significa che ogni educatore (a scuola e fuori) deve esserne consapevole per non sottovalutarlo e nemmeno per criminalizzarlo.
  • Si parla molto oggi di cyberbullismo, il più delle volte come se fosse un fenomeno a sé stante, indipendente dal bullismo e come “un pericolo che viene dalla rete” (testuale da un articolo giornalistico). Il bullismo come ha ben individuato la recente ricerca dell’Ipsos per conto di Save the Children ha “residenza elettiva” nella scuola: “ha radice nella relazione reale” e semmai “rinforzo” attraverso il web.
  • La dinamica che passa attraverso costituzione del gruppo classe nascosto, processo di costruzione di una identità di gruppo e dinamiche di inclusione ed esclusione su cui si fonda il bullismo nella sua forma di ostracismo (analoga all’Ijime giapponese) sembra caratterizzare il bullismo nella scuola Media e soprattutto nella Secondaria Superiore. Nelle scuole Elementari questa dimensione “di gruppo” sembra esser meno presente (il ruolo del gruppo dei pari nella formazione dell’identità pare esser più significativo nella preadolescenza ed adolescenza) ed il bullismo (in forma analoga a quella persecutoria) più spesso confinato in un piccolo sottogruppo (due o tre ragazzini) o a singoli prevaricatori che infieriscono su compagni più timidi e fragili.

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  • Nella scuola secondaria (di primo e secondo grado) questa dimensione gruppale ed identitaria della dinamica da un lato include ed esclude (ostracizza) dall’altro costruisce e/o rinforza la leadership del gruppo stesso. La designazione della (o delle) vittima cambia pertanto caratteristica da classe a classe, da scuola a scuola. Per fare un esempio in una classe può essere vittimizzato il “secchione” che va benissimo a scuola e in un’altra invece lo studente con difficoltà di apprendimento, quello/a che veste elegante e in altro caso quello/quella che non indossa capi di abbigliamento “firmati”.
  • Se non si sa leggere la dinamica di quello specifico gruppo il risultato è che il bullismo (l’ostracismo) per adulti ed educatori è invisibile oppure lo si avverte solo quando interviene qualche episodio eclatante. Magari proprio quando la vittima, a lungo sottoposta a persecuzioni, “esplode” e reagisce anche in modo violento con la conseguenza, non infrequente, di esser lei quella sanzionata. Oppure quando è troppo tardi perché ha messo in atto la sua strategia di fuga (cambio scuola, abbandono degli studi, ritiro sociale … o peggio).
  • Un aspetto che è bene non ignorare è che le vittime il più delle volte si vergognano e non vogliono che le loro sofferenze diventino “pubbliche” e il dover ammettere di essere sottoposte a continui soprusi può esser fonte ulteriore di enorme sofferenza.
  • Se gli studi e le ricerche sul bullismo sono relativamente recenti e le modalità di lettura di pedagogisti, psicologi e sociologi spesso poco congruenti fra loro, più volte buona letteratura ne ha sviscerato le dinamiche, anche ancor prima della coniazione della categoria stessa di bullismo. Due autori, fra i tanti, mi sembra utile ricordare. Robert Musil che in I turbamenti dell’allievo Törless ripercorre con durezza il percorso di designazione e vittimizzazione, della volontà non solo di “castigare” la vittima ma di “tormentarla”. Dinamica resa più esplicita dalla situazione di isolamento dal contesto sociale tipica di un collegio maschile (e militare).La situazione analoga in ambito femminile è altrettanto lucidamente espressa da Fleur Jaeggy in I beati anni del castigo. Qui il tema centrale della narrazione è altro dal bullismo, come ho già evidenziato in un mio post (le conseguenze, talora sino alla follia, di una gioventù trascorsa nel mondo separato e recluso del collegio), ma emerge in modo esemplare nell’episodio della “negretta” che viene ostracizzata per mutuo accordo dall’intero gruppo delle collegiali con conseguenti gravi, probabilmente permanenti, sulla sua personalità.
  • Sulle modalità di intervento non penso vi siano “ricette” universalmente valide sia per quanto riguarda le attività di prevenzione su una intera scuola che per gli interventi da mettere in atto laddove alcuni episodi siano venuti alla luce. Essenziale è che gli adulti (genitori, insegnanti, educatori in genere) abbiano “le antenne” per capire se la dinamica identitaria di quello specifico gruppo tenda a realizzarsi in negativo attraverso l’esclusione e vittimizzazione di alcuni. In secondo luogo impostare, con tutte le risorse interne ed esterne disponibili, attività che facciano emergere il fenomeno e in grado di “rimescolare le carte”. Un ruolo importante possono avere dei peer appositamente formati per intervenire sul fenomeno, magari ragazzi che hanno essi stessi subito (ex vittime) oppure attuato (ex bulli >> strategia del “guardacaccia” *) azioni di prevaricazione. L’intervento di “terzi” è spesso modalità efficace a rimescolare le carte e ridefinire i ruoli di un gruppo. Le attività possono essere analoghe a quelle utilizzate dalla peer education in altri ambiti (brainstormin, focus group, giochi di ruolo, sino alla progettazione e realizzazioni di video o altre forme di comunicazione creativa rivolte all’esterno, sia territorialmente che nel web).

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  • E concludo, in punta di piedi, con il riserbo indispensabile quando una tragedia si incarna nel volto di una quattordicenne, ricordando Carolina Picchio. Caso drammaticamente esemplare, niente poteva far presagire che fosse designata quale vittima, decisamente lontana dagli stereotipi che spesso indagini e studi psicosociali indicano quali possibili vittime. Nessuno si è accorto della tragedia che stava vivendo, nemmeno le persone a lei più vicine. Aveva necessità di far conoscere il suo dramma e nello stesso tempo se ne vergognava. E ha scelto la via di fuga e di “esternazione” più drammatica. Sul suo diario ha così denunciato le “parole che fanno più male delle botte” (cfr. La Stampa Novara città del 14 aprile)

Due osservazioni sugli articoli apparsi su La Stampa e altri quotidiani nei giorni del processo: in uno (14.04.2016) si parla della necessità di “rendersi conto di dove sia la linea di confine tra scherzo e reato”; ora se così fosse, se la linea di cesura si colloca lì, se non ci fosse uno spazio intermedio fra semplice scherzo e reato, lo spazio appunto del “bullismo” quale normalità (statistica) quotidiana, non vi sarebbe nemmeno uno spazio educativo su cui intervenire. Prima appunto che la dinamica di vittimizzazione diventi irreparabile. In più articoli su questo caso, come in altri, si parla spesso dei “pericoli” o dei “rischi” che provengono dalla rete. Anche in questo caso la dinamica è nata nel gruppo di giovani (13-15 anni), nella relazione diretta, presenziale per poi trovare nella rete uno strumento potente di rinforzo e amplificazione.

Con il suo gesto Carolina ha chiesto, a tutti, non solo ai suoi coetanei, di capire, prima che sia troppo tardi, quale profondità di sofferenza possa nascondersi anche dietro piccoli atti di derisione/prepotenza/emarginazione quando questi si incarnano in un percorso apparentemente senza via d’uscita per la vittima designata.

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* Non c’è tradizionalmente miglior guardiacaccia di colui che precedentemente era il più scaltro tra i bracconieri!

** Le immagini sono tratte dal filmato Bullissimo tra fiction e realtà. Il bullismo secondo i ragazzi delle scuole medie realizzato dalle Scuole Medie di Verbania Pallanza, Domodossola, Pieve Vergonte e Omegna nell’a.s. 2006-2007. Progetto coordinato da Alternativa A di Domodossola e Contorno Viola di Verbania e promosso dall’Asl 14 del VCO.

Si è trattato di uno dei primi esempi di Video Education e Video Making in questo ambito. Modalità di intervento in seguito molto utilizzata come si può facilmente verificare utilizzando il termine di ricerca “bullismo” su YouTube.

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From → Peer & new media

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