Skip to content
Tags

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Cadorneide, ovvero nemesi monumentale

7 marzo 2016

Trasloco, diciotto anni fa. Come prevedibile un po’ di oggetti, documenti e altro, non si son mai più trovati.

Tra questi una lettera a mio nonno del generale Luigi Cadorna. Fin quando, dove non avrebbe dovuto essere, insieme a reperti medici, nello specifico audiometrici, eccola rispuntar fuori.

Ne avevo un ricordo vago. La rilettura mi è parsa interessante.

È del dicembre 1905, allora mio nonno Eugenio era al suo secondo dei tre mandati successivi quale Sindaco di Stresa [1].

La riproduco con successiva trascrizione.

Lettera Cadorna busta   Lettera Cadorna f 1

lettera cadorna 2 001 (2) Lettera Cadorna f 4

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

Ill.mo Signor

Cav.re Eugenio Ottolini

Sindaco di

Stresa

(Lago Maggiore)

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

 

Ancona 23/12. 905

Ill.mo Signor Cav.re

Nel ringraziarla della comunicazione fattami col pregiato di lei foglio del 10 corr. pervenutomi con molto ritardo, mi pregava parteciparle che per parte mia plaudo di gran cuore all’idea di rappresentare effigiati nel marmo e nel bronzo i due sommi italiani che su codeste amatissime sponde strinsero i loro amichevoli legami. Temo però che la soluzione del problema artistico riuscirà di gran lunga più difficile. Comunque, o si vogliano entrambi rappresentare, o che si voglia dedicare il monumento al solo Rosmini, l’essenziale sarà la scelta di un bozzetto che corrisponda alla grandezza dei personaggi, e non costituisca un attentato all’arte ed al buon gusto come sono una gran parte di quelli che dovrebbero ornare ed invece deturpano le piazze delle città italiane, ed in particolar modo – mi duole il dirlo – quello che fu innalzato nella prospiciente Pallanza alla memoria del mio compianto zio.

Ella mi chiede pure l’indirizzo di persone che possano convenientemente far parte del Comitato. Ed io mi permetto di proporre, come persona che a me pare particolarmente adatta fra i militari, sia per una posizione sociale, sia per la sua elevata intelligenza e cultura, sia perché compatriota del gran Lombardo che ora si vorrebbe pure onorare, il Conte Carlo Porro, milanese, il quale attualmente è Colonnello di Stato Maggiore a Roma, ma quanto prima sarà promosso Maggior Generale. Egli appartiene, come si sa, a famiglia molto nota nel fasto del patriottismo lombardo.

La prego, Signor Cav.re, di gradire gli atti della mia perfetta osservanza.

Dev.mo

Generale L. Cadorna

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

Pur non avendo la possibilità di leggere la lettera del Sindaco di Stresa, dalla risposta del Generale se ne intuisce facilmente il contenuto: si vorrebbe innalzare un monumento a Manzoni e Rosmini (i due sommi italiani che su codeste amatissime sponde strinsero i loro amichevoli legami) e si chiede il parere a Luigi Cadorna e l’indicazione di persone autorevoli che possano far parte dell’apposito Comitato promotore.

La risposta di Cadorna è scritta da Ancona dove per due anni ebbe il comando della locale Divisione militare. La sua carriera arriverà al culmine solo nove anni dopo quando, nel luglio 1914, verrà nominato Capo di Stato Maggiore in seguito alla morte del generale (e rivale) Alberto Pollio. Il Colonnello Carlo Porro che Cadorna propone per il Comitato – e del quale preannuncia rapida promozione a “Maggior Generale” – quando Cadorna con l’entrata in guerra assumerà il ruolo Comandante Supremo, diverrà il suo vice a tutti gli effetti nello Stato Maggiore del Regio Esercito e ne seguirà la sorte dopo la disfatta di Caporetto. Non solo Porro fu l’uomo di fiducia di Cadorna, me ne condivise strategia militare, filosofia e stile di comando [2].

 

Il “compianto zio” citato nella lettera è Carlo Cadorna (Pallanza 1809 – Roma 1891) [3] avvocato e magistrato dalla lunga e intensa carriera politica: deputato dal 1848 e senatore dieci anni dopo, fu ministro della Pubblica istruzione con Cavour (1858-59), ministro dell’interno con Menabrea (1868) e ebbe anche numerosi altri incarichi (prefetto di Torino, ambasciatore a Londra …). Cattolico liberale sosteneva la netta separazione Stato chiesa e fu relatore della Legge di soppressione degli ordini religiosi (1855).

Carlo Cadorna con dida

Carlo è il fratello maggiore del Generale Raffaele (Milano 1815 – Moncalieri 1897), padre di Luigi noto in particolare per la “Breccia di Porta Pia” (20 settembre 1870); di lui (e della di lui famiglia) scrive Isnenghi:

            Cadorna: una famiglia di piccola nobiltà piemontese, fedele a casa Savoia, e dunque allo Stato anche nei momenti di massima tensione e – diciamolo pure – di tragedia, come quando spetta a Raffaele Cadorna, il padre di Luigi, ordinare il fuoco contro le mura di Roma, il 20 settembre 1870, perché cessi di essere la città del papa, e prenda ad essere la Città del Re e la capitale di tutti gli italiani; e prima ancora, meno gloriosamente, nelle rimosse operazioni repressive nei confronti del “brigantaggio”, della rivolta di Palermo nel 1866 e dei moti del macinato. Anche alla liberazione di Roma – notiamolo di passata – l’atto conclusivo del Risorgimento nazionale si compie lasciando volutamente a casa Mazzini e Garibaldi, cioè le teste calde di allora, e facendo quel che c’è da fare tramite i regolari, in maniera più istituzionale e a temperature politiche depotenziate” (Convertirsi alla guerra, cit. p. 38)

Raffaele Cadorna

_______ Raffaele Cadorna _______

L’accenno alla “rivolta” di Palermo penso vada in particolare sottolineato, perché storia meno nota e, appunto, meno gloriosa: ne parla Enrico Deaglio nel suo Storia vera e terribile tra Sicilia e America (Sellerio, Palermo 2015). La rivolta di Palermo

Deaglio storia terribile 001

“scoppiò nel settembre 1866, a seguito dell’imposizione del monopolio dei tabacchi, di nuove e più pesanti imposizioni alla leva militare e restrizioni dei festeggiamenti di Santa Rosalia. L’Italia era appena uscita da una umiliante sconfitta militare e tornavano nell’isola, raccontando il terrore della scampata morte, i reduci della battaglia di Lissa, centinaia di marinai rimandati a casa. (…)

Per sette giorni, Palermo fu circondata e messa alla fame, compagnie di carabinieri vennero assalite e massacrate, davanti al porto venne mandata la flotta militare che cannoneggiò la città, comandata proprio da quell’ammiraglio Persano, lo sconfitto di Lissa. Alla fine il generale Raffaele Cadorna ottenne la vittoria. In un solo giorno a Palermo ci furono 2.000 morti e vennero fatti 3.600 prigionieri. Per giustificare la brutalità della repressione (la rivolta, da sola, fece apparire tutta l’epopea garibaldina come un innocuo aperitivo prima di un massacro) Cadorna diffuse storie raccapriccianti e totalmente false. Esecuzioni di piemontesi, la crocifissione di un soldato, la vendita, nelle strade di Palermo, di carne umana, e per la precisione di un carabiniere, la cannibalizzazione di un poliziotto ad opera di una muta di donne siciliane”. (p. 74 – 75).

E passiamo al di lui figlio, il Generalissimo Luigi. Il discorso sarebbe lunghissimo e la letteratura immensa. Il mio primo ricordo va in particolare ad un libro. Nel 1968 infatti (non casuale la data) uscì il testo di Forcella e Monticone Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale (Laterza), ripubblicato poi in edizione economica (Universale Laterza) nel 1972. Se non fu il primo libro a incrinare il mito della Grande Guerra, della guerra “patriottica”, fu senz’altro quello che maggiormente vi contribuì.

Ricordo come, nella seconda metà degli anni ’70 tenemmo a Palazzo Flaim (sede del Consiglio Comunale di Verbania) un convegno intitolato “ʄ ʄ Maledetto sia Cadorna ʆ ʆ” con diretto riferimento alla canzone di protesta [4] dedicata al generale di Pallanza. Convegno partecipato con numerosi interventi – fra cui quello di Cesare Bermani che quella canzone aveva raccolto – e con un sentire comune condiviso (anche dai consiglieri comunali presenti): Luigi Cadorna non è certo un vanto per la nostra città.

Luigi_Cadorna_02

Il giudizio più severo su Luigi Cadorna è senz’altro quello di Angelo del Boca [5] espresso in Italiani, brava gente? Un mito duro a morire (Neri Pozza, Vicenza 2005). Riprendo alcuni passi del sesto capitolo (Le colpe di Cadorna).

        “Della guida dell’esercito italiano era stato incaricato il generale di corpo d’armata e senatore del Regno Luigi Cadorna, dal 27 luglio 1914 capo di stato maggiore dell’esercito. Per quanto non fosse mai stato su un campo di battaglia, aveva fatto una rapida carriera ed era considerato un brillante studioso di tattica. Dal temperamento freddo, riservato, era autoritario con i subordinati, non tollerava dissensi ed era estremamente sicuro di sé. «Cadorna rappresentava sotto tutti gli aspetti le qualità meno felici del corpo ufficiali italiano» osserva lo storico americano John R. Schindler. «La scelta di porre la sua persona alla guida dell’esercito italiano nella guerra più vasta che si fosse mai combattuta fino ad allora, non fu certo felice».

Oltretutto Cadorna entrava nel conflitto con un esercito che non era preparato a sostenere prove di lunga durata e di intensa durezza.

        “Il piano di Cadorna, sulla carta, era quanto di meglio si potesse concepire. Il generale piemontese partiva dalla constatazione che in un anno di guerra gli austriaci avevano già perso 800.000 uomini, che erano stanchi, prossimi al collasso e difficilmente avrebbero potuto sostenere l’onere di un terzo fronte. In base a queste considerazioni pensava di dare una poderosa «spallata» alle deboli forze nemiche (25000 uomini e 100 cannoni) attestate al di là dell’Isonzo, impiegando la III armata per attaccare Ie posizioni austriache sul Carso e Ia II armata per premere sulla linea dell’Isonzo, da Gorizia a Plezzo. Secondo Ie sue previsioni, Io sfondamento del fronte sarebbe stato rapidissimo, non avrebbe richiesto più di una settimana. In seguito la III armata si sarebbe impossessata di Trieste mentre la II si sarebbe spinta sino a Lubiana portando al collasso l’impero asburgico.” (p. 126 – 128)

Il piano – prosegue Del Boca – non teneva conto della impreparazione dell’esercito italiano e dei tempi di dislocazione delle truppe: passò pertanto un mese che lasciò il tempo agli austriaci di prendere le contromisure. L’attacco del 21 giugno alle linee austriache si rivelò pertanto fallimentare.

Italiani brava gente copertina

        “Sin dall’esordio del suo comando, il generalissimo Cadorna aveva rivelato di essere un uomo particolarmente testardo, incapace di fare autocritica, insensibile alle perdite umane anche quando erano immani, indifferente alle sofferenze e al morale dei soldati. Egli ostentava inoltre, nei confronti della gran massa di militari di estrazione contadina, un atteggiamento che sfiorava la sufficienza. Convinto assertore delle misure disciplinari più severe, era disposto a vincere quella che riteneva l’indisciplina cronica degli italiani ricorrendo pure ai plotoni di esecuzione e alla pratica barbara della decimazione. Anche con gli ufficiali, non importa quale grado ricoprissero, era durissimo se non rispondevano totalmente alle sue aspettative. … Come ha giustamente messo in evidenza Ernesto Ragionieri,

la pretesa di Cadorna di sovrapporsi al potere politico non solo per ciò che concerneva le operazioni militari, ma anche la direzione del paese, trovava una base oggettiva nelle incertezze e nelle carenze del governo e di queste si alimentava per accentuare l’aggressività nei confronti di tutte le forze sociali e politiche che mostrassero la benché minima oscillazione di fronte allo sforzo di guerra.” (p. 129 – 130)

E Del Boca così conclude il suo giudizio su Cadorna:

“Cadorna è stato per ventinove mesi il vero, indiscusso padrone dell’Italia. Nessuno, prima di lui e dopo di lui (Mussolini compreso), si è arrogato il diritto di vita e di morte su tutti gli abitanti della penisola. Disponeva, a suo piacimento, di uno degli eserciti più potenti del mondo, continuamente rafforzato con immani trasfusioni di sangue. Disponeva di propri tribunali di guerra, che imponevano la sua legge. Attraverso la censura militare metteva un bavaglio a combattenti e a civili. In accordo con Sidney Sonnino, poteva senza battere ciglio decretare la morte per fame di 100.000 prigionieri [italiani detenuti in Austria]. Per finire, era l’uomo che non aveva il minimo imbarazzo nel diramare direttive di questo tenore: «Deve ogni soldato essere certo di trovare, all’occorrenza, nel superiore il fratello o il padre, ma anche deve essere convinto che il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti ed i vigliacchi».” (p. 141 – 142)

Mario Isnenghi, nel suo sopra citato Convertirsi alla guerra, ci fa conoscere aspetti meno noti di Cadorna; innanzitutto i suoi precedenti piani militari in difesa della Triplice Alleanza con Germania e Austria, con trasporto in ferrovia delle truppe sul fronte del Reno contro la Francia (cinque corpi d’armata e due divisioni di cavalleria), piani considerati positivamente sino all’inizio dell’agosto 1914 quando verrà dichiarata la neutralità dell’Italia; Cadorna non fa una piega e si prepara a far la guerra ai suoi (e nostri) ex alleati (ivi, p 5-9). Non ama gli interventisti, sia che provengano dalla destra che dalla sinistra, per non parlare degli irredentisti, teste calde come Cesare Battisti e dei politicanti al governo (Salandra, Boselli, Orlando, …) sempre indecisi e pressati da un parlamento prevalentemente neutralista (ivi, p. 34 – 37). Il suo principale referente politico è Luigi Albertini, direttore del giornale-partito Il Corriere, uomo liberal-conservatore ma autonomo politicamente ed in grado di influenzare, con il giornale più diffuso in Italia, l’opinione pubblica e di condizionare lo stesso governo. Il rapporto di convergenza è reciproco.

            “L’idea che delle funzioni della stampa ha Albertini, e precipuamente in tempo di guerra, è quello di un organo del consenso, non però di una semplice cinghia di trasmissione. Rispetto a quale centro del potere o istituzione, in effetti? L’Italia, la patria, la nazione, l’interesse nazionale: al «Corriere» si è patrioti, indubitabilmente. E – più concretamente – alle autorità militari, che il generale Cadorna credibilmente invera” (p. 124)

L’altro aspetto, decisamente poco noto, che Isnenghi mette in luce, è il suo cattolicesimo alimentato anche dalla fitta corrispondenza con le donne di casa, tutte religiosissime: la moglie, la sorella e le tre figlie di cui due suore e la terza, Carla, terziaria – l’intellettuale della famiglia – che non poca influenza ebbe nelle scelte del padre il quale, superando la “laicità” dell’esercito sabaudo, reintrodusse la figura del cappellano militare e si circondò, al comando supremo di religiosi come i padri Giovanni Semeria e Agostino Gemelli che, pur molto diversi fra loro (modernista il primo, scienziato e cattolico conservatore il secondo), sono entrambi concordi nel propugnare attivamente l’unitarietà fra cattolicesimo e patriottismo.

Isnenghi convertirsi 001“Politici no, intellettuali no, interventisti no, ecclesiastici sì. Cadorna, come primo atto politico assumendo il potere quale successore del generale Pollio, compie – oltre a quella della ridislocazione militare delle truppe, da occidente a nord-est – un’altra   smobilitazione e rimobilitazione all’incontrario: ripristina la figura dei cappellani militari. Non è decisione e – più in generale – non è metafora da poco nei modelli e rapporti di potere che si disegnano per un esercito di popolo basato sull’obbligo. Lo Stato liberale ne aveva orgogliosamente fatto a meno per mezzo secolo. Ora non si scherza più, con le fisime dell’autonomia e della laicità dello Stato: ci sono i contadini-soldati da mandare al fuoco, quelli ubbidiscono solo al prete, bisogna tenerli buoni, dargli dei parroci in divisa. Un buon migliaio di sacerdoti cattolici per cominciare – che poi supereranno il doppio –, qualche unità, fra pastori e rabbini, e naturalmente, in questa condizione militare autorevole e protetta, pareggiata a quella degli ufficiali, c’è la fila dei candidati per entrarci.” (p. 37)

 

E concludo questa rassegna di giudizi su Luigi Cadorna riportando alcuni passi di Paolo Crosa Lenz, oratore ufficiale il 4 novembre scorso a Verbania [6]. Terra di tristi primati la nostra!

        “Quello che gli storici seri hanno concluso in tanti anni di lavoro, ma non era penetrato nella coscienza collettiva, poteva farlo solo la poesia. Ermanno Olmi (“Torneranno i prati”) ha detto in un film semplice e bellissimo due cose: quei ragazzi (i giovani per noi arruolati nel Battaglione Intra) morirono inutilmente, perché i nemici non erano gli austriaci (ragazzi come loro), ma logiche di guerra che non tenevano in alcun conto la vita dei soldati. Il generale Luigi Cadorna non fu un grande stratega obbligato a scelte difficili dai tempi bellici, come un certo revisionismo storico vuole far credere.

La “rotta” di Caporetto, che Cadorna attribuì alla vigliaccheria dei soldati, non fu la “allegra passeggiata” del padre Raffaele attraverso la “breccia” di Porta Pia, ma un disastro che vide il nostro esercito arretrare di 150 chilometri e lasciare indietro trecentomila uomini (morti, feriti, prigionieri). Cadorna amava dire: “Le uniche pallottole che non ci mancano sono gli uomini”! E che, come ogni cosa che “non manca”, si può sprecare.

Ti viene un male sottile nel pensare a queste cose. Il primo morto della prima guerra mondiale fu un anzaschino (Giovanni Bionda di Vanzone), il primo morto della seconda guerra mondiale fu un vigezzino (Luigi Rossetti di Craveggia), i primi letali gas tossici sono stati prodotti qui (alla Rumianca di Pieve Vergonte).

Siamo una terra di record tristi! Giovanni Bionda morì all’alba del XXIV Maggio 1915 (ore 4,30) sul monte Hernic, al Passo Zagredan nella zona del Monte Nero (alta valle dell’Isonzo). Era di pattuglia e i soldati italiani non avevano ancora sparato un colpo. Pronti e via! Aveva vent’anni. Era del 1895.”

Ed è soprattutto degno di nota che queste parole volte a “smantellare la retorica dei mausolei” siano state ufficialmente pronunciate proprio nella “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate”.

E, a proposito di mausolei, è ora di ritornare alla lettera al sindaco di Stresa da cui eravamo partiti.

20150619_160037Il monumento a Carlo Cadorna, che secondo il nipote Luigi costituirebbe “un attentato all’arte ed al buon gusto”, non è un monumento qualsiasi, ma degna opera in marmo bianco di Paolo Troubetzkoy che, oltre rendere omaggio al senatore pallanzese, lo rende anche alla “Bella Pallanza” rappresentata da una slanciata ed eterea figura femminile che sovrasta una corona di fiori e il busto del Cadorna che si erge da un medaglione riproducendone con verosimiglianza le fattezze; Il tutto poggiante su un piedestallo riportante la dedica:

“A Carlo Cadorna, pensatore scrittore statista sommo, per l’indipendenza della patria, per ogni libertà nel diritto, fra gli eccelsi, combattente, re e popolo nella città nativa eressero. VI ottobre MDCCCXCV, 1895.”

Certo il monumento nel suo complesso non è molto equilibrato, con un piedestallo liscio che, specie se visto da vicino, contrasta un poco con la movimentata parte superiore; quest’ultima è senz’altro la caratteristica opera di un artista internazionalmente noto e, vista nell’insieme della piazza, l’opera contraddistingue artisticamente il lungolago.

20150619_160239

Nel Museo del Paesaggio sono custoditi i modelli in gesso della “Bella Pallanza” e del busto di Cadorna che Troubetzkoy [7], non conoscendo il senatore, realizzò tramite una fotografia.

Deceduto a Roma il 2 dicembre 1891 i funerali di Carlo Cadorna si svolsero nella capitale con grande partecipazione; la salma fu poi traslata al cimitero di Pallanza. Anche l’inaugurazione del monumento a Pallanza (6 ottobre 1895), in una piazza molto più spoglia di quella attuale, vide un’affluenza significativa.

funerali Carlo Cadorna ebay monumento-carlo-cadorna-inaugurato-pallanza

In sostanza un giudizio sostanzialmente infondato quello di Luigi sul monumento dello zio e soprattutto, come vedremo, un giudizio decisamente improvvido.

Mi riferisco, naturalmente, al mastodontico mausoleo del generale che spezza il litorale precludendo, per chi viene dal lungolago, la vista del porto, del litorale successivo e, per un tratto, dell’Isolino di San Giovanni.

20150619_160352

Progettata dal teorico del monumentalismo Marcello Piacentini, il mausoleo è certamente opera che stride con la dolcezza del lungolago e ancor più con il vicino monumento del Troubetzkoy dedicato agli oltre cento caduti di Pallanza nella prima guerra mondiale che rappresenta nella parte superiore una vedova di guerra, con in braccio il figlio, mentre deposita un fiore sulla tomba del marito.

Dice di quest’opera Mario Bertolo [8]

Monumento caduti PallanzaIl 21 ottobre 1923, alla presenza del principe Umberto di Savoia, Pallanza inaugurò il suo monumento ai Caduti per la Patria.

La scultura, opera di Paolo Troubetzkoy, rappresenta, nella donna che, mentre regge il figlioletto, depone un fiore sulla tomba del congiunto caduto, la profonda differenza fra il dolore materno consapevole e l’inconscia presenza infantile, partecipe della mestizia.

La modesta statura delle figure in confronto alla consistenza del macigno fa pensare all’enormità del dolore che schiaccia l’umanità nell’orrore della guerra.

Nessun trionfalismo o retorica per la Vittoria, non svolazzo di ali o corone di gloria. Troubetzkoy, alieno dalle grandi celebrazioni, ha voluto ricordare così coloro che non sono tornati vivi dal fronte.

20160307_163442

L’esatto opposto del Mausoleo retrostante, monumentale e retorico che esalta la guerra e, soprattutto, chi di quei caduti è il principale responsabile. Quattro scalinate portano al sarcofago in porfido rosso che contiene la salma del generale. All’esterno dodici statue che “vegliano la salma” sono dedicate ai vari corpi militari e tipologie di combattenti, milizia fascista compresa.

20150619_160527

Monumento dicevo che stride paesaggisticamente con il lungolago, architettonicamente e artisticamente con la contigua delicata opera del Troubetzkoy, storicamente e moralmente per la volontà implicita di sovrastare con la propria mole le vittime della guerra ricordate lì accanto. A parte l’orrendo e macabro gusto di porre in piena vista sul lungolago un sarcofago con tanto di salma.

Cadorna, morto a Bordighera il 21 dicembre 1928, fu dapprima tumulato nel cimitero di Pallanza; il trasferimento della salma al Mausoleo avvenne oltre tre anni dopo, con solenne cerimonia, il 24 maggio 1932. Erano presenti il Duca Amedeo d’Aosta, l’ammiraglio e ministro Costanzo Ciano, che legge un messaggio di Mussolini, e il presidente dell’Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra e parlamentare Carlo Delcroix, oratore ufficiale.

Grazie all’archivio storico dell’Istituto Luce di Cinecittà è possibile visionare online i Giornali Luce sul Funerale di Cadorna (dicembre 1928); la Cerimonia di traslazione della salma al mausoleo (maggio 1932),e, questa volta anche con l’audio, la Stessa cerimonia con alcuni passaggi dei discorsi ufficiali.

Immagini (e parole) davvero eloquenti di cosa abbia rappresentato il mito della Grande Guerra e con questa il capovolgimento del ruolo di Cadorna: dal responsabile di Caporetto all’organizzatore e capo che non disperò mai (Mussolini); e nelle parole del monarchico, mutilato e cieco di guerra Delcroix, il mito della vittoria mutilata (gli alleati che non ricambiarono la nostra solidarietà), mito foriero di una ancor più drammatica guerra che travolgerà l’Italia e il mondo intero.

A Pallanza ho sentito più volte ironicamente dire (e ho talvolta ripetuto) durante una esondazione: “Speriamo che la prossima volta che esce il Lago si trascini con sé quell’orrendo mausoleo”. Ovviamente nessuno pensa di smantellarlo, fa parte anche quello della nostra storia che è bene conoscere e non dimenticare; lo stesso vale per la Via a lui dedicata. Non amo le furie iconoclaste che si rinnovano di stagione in stagione e che voglion divellere lapidi e monumenti; ognuno di loro ricorda non solo gli eventi e i personaggi che rappresentano ma anche chi, quando e perché li ha voluti celebrare. E c’è spesso molto da imparare. Un discorso diverso farei per le intestazioni alle scuole: lì la denominazione dovrebbe avere in sé un messaggio educativo positivo; una Scuola Media intestata a Luigi Cadorna mi sembra portare in sé un messaggio educativo altamente contradditorio. Visto che l’Istituto Comprensivo di riferimento ha assunto un ben più educativo nome, quello di Rina Monti Stella, ci si potrebbe, senza clamori, man mano dimenticare del vecchio nome e assorbire quello nuovo del Comprensivo.

20160307_163429

E passeggiando lungolago a Pallanza, dopo aver ammirato i due monumenti di Troubetzkoy, con una sbirciata all’orrido mausoleo considerarlo “un attentato all’arte ed al buon gusto come sono una gran parte di quelli che dovrebbero ornare ed invece deturpano le piazze delle città italiane”, giusta nemesi monumentale per chi fu portatore di tanti lutti e … di improvvido giudizio artistico.

————-

Note

[1] Eugenio Ottolini, nato a Stresa il 18 aprile 1862 da Agostino e Teresa Bolongaro. Laureato in Giurisprudenza a Torino l’11 dicembre 1885, esercitò quale avvocato presso il foro di Pallanza. Per venti anni fu Sindaco di Stresa con tre successivi mandati dal 1894 al 1913. In tale veste partecipò dal 1897 al Comitato per la linea di raccordo al Sempione Arona-Gravellona nato per ottenere un collegamento diretto fra Milano e la construenda galleria del Sempione, in alternativa alla linea Gozzano – Domodossola che penalizzava i paesi lacustri e aveva mostrato criticità per i trasporti pesanti. Fu inoltre Sindaco della Società ferrovie del Mottarone che gestiva la ferrovia a cremagliera Stresa – Mottarone, iniziata nella primavera 1910 e ultimata nel luglio 1911. Morì all’Alpino, sopra Stresa, a 73 anni il 19 agosto 1935.

SONY DSC

Eugenio Ottolini da giovane

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Avv. Eugenio Ottolini

Avv. Eugenio Ottolini

SONY DSC

Il Sindaco Eugenio Ottolini accoglie a Stresa la Regina Margherita

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[2]. Scriverà Ugo Ojetti, pochi mesi dopo l’entrata dell’Italia in guerra, riportando in particolare il giudizio del Generale Francesco Saverio Grazioli: “Non si va avanti che a metro a metro con perdite enormi sproporzionate allo scopo. Tutti i generali sono contro Cadorna e più contro Porro che non si vedono mai, coi quali non riescono mai a parlare; mancano di lanciabombe, di buoni tubi, di telefoni ecc. Non s’è, a tempo, imparato niente dai dieci mesi di guerra altrui. E nessuno osa parlare.” (M. Isnenghi, Convertirsi alla guerra. Liquidazioni, mobilitazioni e abiure nell’Italia tra il 1914 3 il 1918, Donzelli, Roma 2015, p. 147).

[3] Nel portale del Senato è presente la sua scheda biografica e politico amministrativa, con in calce i discorsi di commemorazione al Senato (3 dicembre 1891).

[4] Questo il testo:

Cadorna

Maledetto sia Cadorna, / prepotente come d’un cane, / vuoI tenere la terra degli altri / che i tedeschi sono i padron.

E i vigliacchi di quei ignori, / che la credevano una passeggiata, / quando sentirono la loro chiamata / corse a Roma e s’imboscò.

E quei pochi che ci resteranno, / quando poi verranno a casa, / impugneranno la loro spada / contro i vigliacchi di quei padron.

O vile Italia, come la pensi / del tuo popolo così innocente, / che non ti ha mai fatto niente / e tu, vigliacca, lo vuoi tradir?

Dagli ufficiali siamo mal trattati / e dal governo siamo mal nutriti; / in quattro stati si sono riuniti / per distruggere la povertà.

L’origine e le altre versioni sono reperibili su una scheda del sito Inutile strage.

[5] Oltre che giornalista e storico, in particolare del colonialismo italiano, Del Boca è partigiano che ha narrato la sua esperienza in più testi: si possono ricordare Viaggio nella luna (La mandragora, Imola 2011) e Nella notte ci guidano le stelle. La mia storia partigiana, (Mondadori, Milano 2015). Nel 2003 fu l’oratore ufficiale al 59° anniversario dell’eccidio di Fondotoce (qui il suo intervento).

[6] Il testo completo dell’intervento di Paolo Crosa Lenz – che da questo gennaio è presidente dell’Ente di gestione delle Aree Protette dell’Ossola che comprende i parchi naturali “Alpi Veglia e Devero” e “Alta Valle Antrona” – è stato pubblicato sul primo numero di Nuova Resistenza Unita del 2016 ed è reperibile anche in rete sul sito di Verbania Notizie.

[7] Online sono visionabili due video su Paolo Troubetzkoy: il primo sulla sua Gipsoteca al Museo del Paesaggio, il secondo una monografia complessiva sulla sua opera (con sottotesto in spagnolo).

[8] Mario Bertolo, Quando le camicie erano nere. Verbania, città nuova dalla storia antica – Vol. V, Studio Azzurro, Verbania 1996, p. 15.

 

Advertisements

From → Editoriali, Memoria

3 commenti
  1. paolo permalink

    Molto interessante,grazie Gian Maria !

  2. Manuela Guazzoni Grande permalink

    Imparare dal passato per costruire il futuro. Grazie

  3. Cirano permalink

    Grazie Otto!!!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: