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Per una identità di territorio (ovvero “VCO addio?”)

23 settembre 2015

Quanto segue è in gran parte in debito ad un confronto avvenuto nei mesi scorsi all’interno di Agenda 20 20 sul tema Cultura e territorio e su quello della nostra identità. Confronto che dovrebbe sfociare in un momento pubblico di studio e discussione con la presenza di esperienze e pratiche significative.

Una prima versione l’avevo fatta girare tra membri dell’associazione. La ripropongo qui in nuova versione.

 

Dentro un paradosso borgesiano

 Da tempo mi riproponevo di scrivere qualcosa di organico sull’identità in relazione alla nostra appartenenza territoriale, ma più leggevo, rileggevo e riflettevo, più le idee mi si aggrovigliavano. Tra gli scritti che avevo sottomano c’era “Intervista sull’identità” di Zygmunt Bauman che avevo lasciato da parte per un pregiudizio negativo sull’autore: da un po’ di tempo mi pareva che la sua categoria di “liquidità” fosse diventato un mantra omniesplicativo e ripetitivo. Non è il caso di questo testo, ormai di dodici anni fa, che sin dalle prime pagine è pieno di spunti illuminanti.

A pagina 19 l’autore richiama uno dei racconti di Borges che fa parte dell’Aleph: La ricerca di Averroè dove si narra del filosofo arabo di Cordova, impegnato nella traduzione della Poetica di Aristotele, all’interno di una cultura – quella islamica – che non conosce il teatro.

Come ci spiega lo stesso Borges al termine del racconto:

Nella storia che precede ho voluto narrare il processo di una sconfitta. Pensai, al principio, a quell’arcivescovo di Canterbury che si propose di dimostrare che c’è un Dio; poi agli alchimisti che cercarono la pietra filosofale; in seguito, alle vane trisezioni dell’angolo e quadrature del cerchio. Poi riflettei che è più poetico il caso di un uomo il quale si propone un fine che non è vietato agli altri, ma a lui soltanto. Ricordai Averroè, che chiuso nell’ambito dell’Islam non poté mai sapere il significato delle voci tragedia e commedia”.

 

1 Bauman e Borges

 

Bauman lo cita in riferimento ad un censimento, avvenuto nella sua Polonia poco prima della seconda guerra mondiale, che si proponeva di registrare le appartenenze nazionali di tutti gli abitanti (oltre i polacchi, tedeschi, ebrei, ucraini, bielorussi …). Ebbene una quota consistente degli intervistati (circa un milione), nonostante le insistenze degli addetti, non erano in grado di rispondere se non “siamo di qui”, “questa è la nostra terra” e simili.

Alla fine i responsabili del censimento dovettero arrendersi e aggiungere la voce “locali” alla lista ufficiale delle nazionalità …”

Scrivevo cinque anni fa in un articolo sul VCO come comunità:

“Il Vco è o può effettivamente diventare una comunità? È vissuto come tale dai propri abitanti? Le forze politiche e sociali hanno sinora lavorato in questa direzione? Pare evidente la risposta negativa.”

La risposta di oggi sarebbe ancor più negativa: se allora tra i motivi della difficoltà, oltre quelli socio economici, c’era quello della differenziazione politica fra i governi locali e fra questi e quello provinciale e regionale, oggi nonostante tutte le rappresentanze significative del territorio (sindaci, presidenza provincia, parlamentari regionali e nazionali) siano tutte dello stesso partito, la frammentazione e le dispute campanilistiche sono ancora più accentuate e – proprio perché non più mascherabili dalle differenze politiche – ancor più trasparenti.

 

In sostanza il VCO non è stato in grado di essere/diventare una Comunità.

Oggi ci interroghiamo sull’identità, ma è evidente che fra identità e comunità c’è un legame strettissimo. Perché mi è parso illuminante l’esempio del censimento polacco richiamato da Bauman?

Mi pare che la situazione nostra sia analoga e inversa a quella degli intervistati “locali” della Polonia pre-guerra per i quali l’appartenenza (e identità) locale, territoriale, era chiara, ma per nulla quella nazionale: per loro quella domanda non aveva senso.

Se chiediamo ad un napoletano, a un bergamasco o a un valdostano se si identifichino con quell’appellativo e nella cultura che quel nome rappresenta, nella maggior parte dei casi la risposta probabilmente sarebbe positiva. Ma come chiederlo ad un abitante del VCO?

 

Non c’è il nome (solo a provarci fa spavento: vcionese? Verbancusiossolano? …) e pertanto … non c’è, non è pensabile, “la cosa”.

All’opposto dei “locali” polacchi di Bauman: la nostra identità nazionale di Italiani non ci pone problemi, ma quella territoriale ci pare preclusa. A noi soltanto!

Inseriti a nostra insaputa in un paradosso borgesiano.

Anche l’intervista ai giovani del VCO realizzata nel 2012 nell’ambito di Paesaggio a colori, conferma questa assenza di identità territoriale. Alla domanda sulla “realtà geografico – culturale a cui si sente maggiormente di appartenere” (due risposte possibili) al primo posto viene il Comune di residenza (27,7%), al secondo l’Italia (21,4%), seguiti da Il mondo in generale (18%) e Il nord Italia (15,2%). Solo al quinto posto La provincia in cui vivo con un misero 8,9%.

L'assurda frammentazione comunale del VCO

L’assurda frammentazione comunale del VCO

 

Il VCO ha dimostrato – e dimostra tutt’ora – di non essere una comunità; cercarne l’identità sarebbe allora impresa vana.

Fine del problema?

All’opposto. Se la nostra identità territoriale non c’è, è certamente inutile “cercarla” … possiamo però (tentare di) costruirla. Non è un “dato”, è un “compito”.

Come dice Bauman a proposito della crisi delle identità nella società globalizzata:

“…la “identità” ci si rivela unicamente come qualcosa che va inventato piuttosto che scoperto; come il traguardo di uno sforzo, un “obiettivo”, qualcosa che è ancora necessario costruire da zero o selezionare fra offerte alternative, qualcosa per cui è necessario lottare e che va poi protetto attraverso altre lotte ancora … (p. 13)

L’identità può entrare nella Lebenswelt [nel concreto “mondo della vita”, nella quotidianità] solo come un compito ancora non realizzato, non compiuto, come un appello, come un dovere e un incitamento ad agire …(p. 19-20)”

Con un problema che rimane comunque aperto: qual è il nostro territorio di riferimento? Identità territoriale … di dove? L’attuale provincia non pare più consona e sue tre porzioni (Verbano, Cusio ed Ossola), con territori ancor più limitati, risulterebbero decisamente asfittiche. In sostanza la costruzione della nostra identità territoriale non è solo un compito “culturale”, necessità anche di una perimetrazione (o ri-perimetrazione) territoriale e di un “nome della cosa” riconosciuto (dall’interno) e riconoscibile (dall’esterno).

Da questo punto di vista la permanenza o meno dell’istituzione Provincia del VCO è ininfluente, e fors’anche ostativa.

 

Identità individuale e collettiva

L’etimo di “identità” (idem) permette una oscillazione di significati:

  • da un lato “il medesimo, lo stesso” ad indicare la permanenza e l’eguaglianza di un ente con se stesso (e pertanto, in riferimento alle persone, “individualità”);
  • dall’altro “identico a …” (e nel contempo, implicitamente, “diverso da …”) e pertanto “identità” come relazione di eguaglianza / similarità con altro / i.

L’identità, nella sua accezione socio-antropologica, non va così confusa con “individualità”, ossia con l’unicità dell’individuo, della singola persona, con la sua riconoscibilità ed identificazione (es. “Carta di identità”).

Non c’è cioè identità socio culturale antropologica se non nella relazione dell’individuo con la collettività di riferimento; questa si forma e consolida attraverso il riconoscersi ed identificarsi con il gruppo (familiare, sociale, locale, nazionale ecc.) di cui si condividono, assimilano ed imitano caratteristiche, comportamenti ed idealità. Identità individuale e identità collettiva si rimandano pertanto l’una con l’altra.

Il processo di formazione sociale dell’identità è stato modellizzato da Henri Tajfel con la sua Teoria dell’Identità Sociale (Social Identity Theory o, in forma breve, SIT) come un processo a tre fasi tendente a scindere nettamente il gruppo sociale di appartenenza (ingroup) dagli altri gruppi (outgroups):

  • Categorizzazione: massimizzazione delle uguaglianze interne e delle differenze esterne;
  • Identificazione: costruzione della propria identità come appartenenza al gruppo;
  • Confronto sociale: valorizzazione del proprio gruppo e corrispettiva de-valorizzazione dei gruppi esterni.

Nello sviluppo del pensiero socio antropologico si è progressivamente passati da una concezione statica di identità, e analogamente di cultura, (una identità “culturale” è un sistema definibile e stabile, ben distinto da ogni altro), ad una concezione processuale dove le identità (individuali e collettive) sono sottoposte alle dinamiche relazionali e trasformative del complesso sociale (le identità si formano, consolidano, trasformano, escono di scena dando spazio/vita a nuove identità ). Per arrivare infine, con particolar riferimento all’attuale società globalizzata e complessa, a identità plurime che convivono e si intersecano sia a livello individuale che collettivo.

Ogni identità si forma e consolida attraverso un duplice processo di riconoscimento: interno e esterno, auto-riconoscimento ed etero-riconoscimento (come mi vedo, come “noi” ci vediamo e dall’altro lato come “gli altri” mi e ci vedono). Una identità solida / forte presenta elevata congruenza fra auto riconoscimento ed etero riconoscimento. Viceversa la dissonanza fra i due lati dello specchio è indice di una identità fragile o comunque ancora non pienamente formata.

Vi sono identità ascritte, attribuite ed identità assunte o tendenzialmente tali (desiderate).

Il riconoscimento (esterno) può inoltre venire dall’alto (verticale) o lateralmente, dai contesti limitrofi (orizzontale).

L’identità nazionale rappresenta l’esempio primo di identità ascritta e di riconoscimento verticale. Lo stato moderno ha sostituito il “cuius regio, eius religio” con il laico “cuius regio, eius natio”. Il criterio religioso di identità (ascritta) ha lasciato il passo a quello di nazionalità.

 

Con la globalizzazione e la progressiva perdita di forza degli Stati nazionali il ruolo delle identità locali, territoriali può sopperire alla più generale crisi di identità (le attuali identità incerte e fluttuanti). Identità locali, territoriali non certo come riscoperta (fittizia) di “radici” e originarie purezze destinate a sfociare in messe in scena folkloriche prive di spessore.

Identità territoriale (assunta) invece da concepire come un processo culturale di ricostruzione della propria storia (il territorio non come natura attribuita e determinante, ma come natura coltivata, antropizzata), delle proprie reti e relazioni, e come costruzione condivisa di un proprio possibile futuro.

Una identità in grado non solo di riconoscersi collettivamente ma anche di capace di garantirsi un etero-riconoscimento orizzontale in reti corte, medie e lunghe. Riconoscimento orizzontale che oggi passa anche (e sempre più) attraverso il digitale.

Se i mediatori, i segni distintivi dell’identità sociale originariamente passavano attraverso la corporeità (tatuaggi, ornamenti, vestiti, prossemica e gestualità), attraverso icone, simboli, linguaggio nonché attività lavorative ed artistiche, nella società mondializzata delle pluriappartenenze la narrazione assume un ruolo sempre più centrale nella costruzione e nel riconoscimento interno ed esterno delle identità.

L’identità come compito e come processo può così riflettersi nel percorso di una narrazione sempre ridefinibile ed incrementabile di nuovi capitoli.

 

Alla ricerca di un nuovo perimetro

 Lasciando ad un successivo momento di approfondimento (possibilmente collettivo) l’individuazione di un progetto culturale in grado di ridefinire le linee di fondo – e una congruente narrazione – della nostra identità territoriale, c’è una domanda di fondo a cui non è possibile sottrarsi.

Qual è il nostro territorio? Qual è il perimetro in cui collocare la nostra identità?

Il VCO non è (stato) tale. Abbiamo sbagliato tutti a non capirlo. Una sommatoria non dà una unità. Non era “pensabile” e non è stato vissuto realmente come tale. Ripercorrerne le vicende non aiuta molto. A partire da un capoluogo (Verbania) che non è mai stato in grado di assumerne il ruolo e che probabilmente non ha mai voluto farsene realmente carico; con il paradosso invece di esser stato spesso accusato del contrario.

Rifluire ai singoli componenti (Il Cusio, il Verbano e l’Ossola) mi pare privo di prospettive.

Il tramonto delle province (Quando? Vero o sulla carta?) può aiutare ad uscire dall’impasse. Tenendo conto che nelle fasi di transizione vi può essere una discrepanza fra identità assunta (e vissuta) e identità istituzionale, nel medio periodo i due livelli non possono che allinearsi.

L’esempio prima ricordato della Polonia lo evidenzia in modo significativo. Se prima dell’ultima guerra la popolazione della Polonia era costituita da un 30% di non polacchi (oltre al 2,5% circa di “locali”), attualmente il 97,6% si definisce polacca. Vi sono certo stati gli eventi drammatici dell’ultima guerra, lo sterminio degli ebrei, le migrazioni ecc., ma vi è poi stata una serie significativa di eventi (da Solidarność al papa polacco) che hanno favorito (e narrato) un forte autoriconoscimento ed analogo etero riconoscimento di identità nazionale.

Quale, nel nostro piccolo, può essere il percorso istituzionale in grado di accompagnare la costruzione di una identità, locale ma non asfittica?

Penso all’Unione dei Comuni (che col tempo può anche portare alla fusione).

Ad esempio il patto sottoscritto di un Piano strategico della Città dei Laghi fra i Comuni di Baveno, Casale C.C., Gravellona Toce, Omegna e Verbania perché non pensarlo nella prospettiva di una Unione di Comuni? Se esiste una “conurbazione” in atto fra questi ed è giusto, come opportunamente si dibatte, che tale conurbazione non sia subita e tantomeno assecondata nei suoi aspetti di consumo e deterioramento del territorio, ma “governata”, forse, nel medio periodo, un piano strategico non è sufficiente. Certo andrebbe coinvolto qualche altro Comune: in primo luogo Mergozzo che della conurbazione in atto fa certo parte. Avremmo così una meglio definibile “Città dei 3 Laghi” che potrebbe costituire un orizzonte non solo istituzionale ma anche, in una prima fase, di identità territoriale.

Una Unione dei Comuni (dall’alto) da accompagnare (dal basso) con adeguati progetti culturali e da pensare come una fase intermedia, non in contrasto con altre parti del territorio circostante, ma appunto come tappa in cui altri Comuni (per esempio quelli Ossolani) procedano nella stessa direzione.

Perimetri transitori verso un perimetro più ampio (e direi più appetibile) che, alla lunga, potrebbe essere quello di tutti i territori che afferiscono (al di qua e al di là del confine) alle Alpi Lepontine.

3 Alpi Lepontine

Un sogno. Certo, finché solitario.

Ma i sogni collettivi non si chiamano più tali. Diventano aspirazioni, narrazioni e progetti e prima o poi realtà.

La butto lì, alla ricerca di possibili co-sognanti.

 

Testi consultati

 Pollini, Appartenenza e identità. Analisi sociologica dei modelli di appartenenza sociale, Franco Angeli, Milano 1987.

  1. L. Borges, L’Aleph, Feltrinelli, Milano 2001
  2. Bauman, Intervista sull’identità, Laterza, Bari 2003.
  3. Salsa, Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi, Priuli & Verlucca, Scarmagno [To], 2009.

 

Testi online:

Un paesaggio a colori: http://images.vb.camcom.it/f/Varie/55/5528_CCIAAVB_13122012.pdf

Report Agenda Cultura: https://agendaverbania2020.files.wordpress.com/2014/05/agenda-vb-2020-report-sport-e-turismo.pdf

Bellezza, paesaggio e sviluppo; problematiche e prospettive nel VCO di A. Biganzoli: http://pensieridizorro.blogspot.it/2015/03/civilta-rurale-montana.html

Identità personale e collettiva di L. Sciolla: http://www.treccani.it/enciclopedia/identita-personale-e-collettiva_%28Enciclopedia_delle_scienze_sociali%29/

Il carattere necessario e riduttivo delle identità. Un’intervista a Franco Crespi: http://www.fupress.net/index.php/smp/article/view/13585/12672

Cleavage e identità di C. Colloca: http://www.fupress.net/index.php/smp/article/view/8464

Che cosa è l’identità collettiva di L. M. Daher: http://www.fupress.net/index.php/smp/article/view/13580

Indovina Chi: identità contemporanee da ri-conoscere di G. Sarra: http://www.fupress.net/index.php/smp/article/view/13587

VCO: una comunità senza futuro? (1): https://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/vco-una-comunit%C3%A0-senza-futuro-1/279814194996

C’è un futuro per la comunità del VCO ? (2): https://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/c%C3%A8-un-futuro-per-la-comunit%C3%A0-del-vco-2/280180119996

 

Citazioni

4 smp_cover & altri

“…Tönnies precisa infatti che il sentimento di appartenenza alla comunità territoriale non si costituisce meramente in relazione alla condivisione, da parte di un certo numero di individui, della medesima località di residenza o in relazione alla vicinanza di abi­tazione, ma anche in relazione alla cultura, ossia al complesso di valori e di simboli che sono in qualche modo legati alla terra, al suolo e al territorio. In questa prospettiva Tönnies sottolinea, ai fini del sentimento di appartenenza alla comunità territoriale, la funzione primaria della « terra coltivata» o, in altri termini, del pae­saggio antropizzato e del territorio trasformati dal lavoro degli uomi­ni di diverse generazioni. È infatti attraverso e mediante il lavoro umano che il suolo acquista una rilevanza e una signi[ìcanza simbo­lica per i medesimi individui che ad esso hanno contribuito o per quelli che riconoscono e prendono coscienza del lavoro di individui che li hanno preceduti. “

(Gabriele Pollini, Appartenenza e identità, Franco Angeli, Milano, 1987. pp. 204-205)

 

“Va tassativamente bandita qualsiasi rappresentazione romantica di una cultura/identità alpina con caratteristiche di originarietà, di autoctonìa o peggio di purezza, quasi si trattasse di un patrimonio consustanziale alla realtà indigena”

(Annibale Salsa, Il tramonto delle identità tradizionali, Priuli & Verlucca, Scarmagno [To], 2009, p. 26)

 

“Nella sua capacità riflessiva di elaborazione dell’esperienza e nella sua memoria, l’attore sociale costruisce la sua identità nel tempo come una continuità narrativa. … Proprio perché si tratta di una narrazione, l’identità è suscettibile di costanti variazioni e riformulazioni connesse ai mutamenti dell’esperienza e delle condizioni sociali.”

(Il carattere necessario e riduttivo delle identità. Un’intervista a Franco Crespi” in “Società Mutamento Politica” vol. IV, n. 8, 2013)

 

 

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