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Vco: una comunità senza futuro?

22 settembre 2015

Pubblicato in due successive note sulla mia pagina di Facebook il 13 e il 21 giugno 2010, fatto circolare anche tramite mail e ripreso su altri profili facebook e su un notiziario locale online.

Al di là del titolo (la seconda “puntata” era titolata più ottimisticamente C’è un futuro per la comunità del VCO?) il contenuto era abbastanza fiducioso nel futuro della nostra provincia.

Oggi (settembre 2015) tale fiducia mi pare mal riposta e, come scrivo in un altro recente post, frutto di un equivoco.

Non cambierei comunque (o aggiungerei molto) a quanto allora scrissi su Comunità e Politica di comunità.

Le brevi proposte finali hanno dato vita alla Video inchiesta Giovani e lavoro di cui ho reso conto nel relativo post.

 

VCO futuro

 

Vi sarà ancora una provincia del VCO?

Nelle scorse settimane si è assistito, sull’onda della politica dei sacrifici “lacrime e sangue” alla pantomima sul futuro delle province. Dove tutti in linea di principio sono per abolire e/o tagliare, purché non a casa propria.

C’era chi sosteneva che tutte le province debbon esser abolite, ma senza chiarire quali le future articolazioni territoriali tra i Comuni e le Regioni. Subito insorge Bossi : “Guerra civile se toccano Bergamo!”

Arriva poi la proposta di abolire solo quelle inferiori a 220 mila abitanti. Atri insorgono ed allora la “furbata” di escludere regioni autonome e province di confine. Furbata “nordista” perché non si capisce qual differenza c’è fra una provincia che “confina” con le montagne ed una che “confina” col mare. Storicamente è sempre stato più difficile varcare i monti che il mare e le città marinare sono da sempre intersezione fra culture.

Scorporato all’ultimo momento dalla manovra anticrisi, il taglio delle province si ripropone poi per tutte quelle sotto i 200 mila abitanti con un apposito disegno di legge. Ma subito arrivano emendamenti ed emendamenti di emendamenti: prima (8 giugno) si salvano quelle a territorio prevalentemente montano per le quali il limite scende a 150 mila abitanti; ed infine, del gran taglio rimanendo solo quattro province (Vercelli, Fermo, Isernia e Vibo), si decide (10 giugno) che non se ne fa più nulla.

Non voglio qui entrare nel merito province Si/No (ed eventualmente quali) né limitarmi a deprecare il meschino spettacolo dei politici che invocano i tagli solo per gli altri, esaltando ognuno la irriducibile specificità del proprio territorio provinciale.

Il quesito principale non mi sembra: VCO provincia Si o No e, se No, con chi aggregarsi (Novara per tradizione, Vercelli per maggiore affinità, oppure provincia quadrante – VB, VC, BI, NO – per dar forte contrappeso al Torino-centrismo?).

Il quesito politico principale mi pare sia un altro: il Vco è o può effettivamente diventare una comunità? È vissuto come tale dai propri abitanti? Le forze politiche e sociali hanno sinora lavorato in questa direzione? Pare evidente la risposta negativa.

Le comunità non sono semplici ripartizioni amministrative, non si proclamano per decreto, ma nemmeno sono entità eterne ed immutabili. Le comunità cambiano e, se vi è una volontà collettiva, si costruiscono nel corso del tempo.

Il destino del VCO mi pare essenzialmente legato (permanga provincia o meno) proprio a questo: riuscire a diventare (ed agire come) una effettiva comunità. Quel che sinora non è stato.

 

Il VCO o è / diventa una comunità o è senza futuro

È abbastanza evidente come i partiti della nostra provincia abbiano sinora giocato a quella che può esser definita quale “politica dei campanili contrapposti”. Le principali scelte (e spesso “non scelte”) si sono appunto basate su preclusioni, campanilismi, alleanze trasversali “contro” (sanità, economia, politica del territorio, designazione dei candidati ecc. ecc.) attraverso veti e fragili equilibri che poco avevano a spartire con l’interesse dell’intera comunità provinciale. Naturalmente questo non riguarda solo i partiti ma l’intero tessuto sociale ed associativo (i sindacati ad es.), culturale ed informativo (ad es. gli organi di stampa locali che, a parte quello vescovile, non sono provinciali ma dividono/accorpano le aree di riferimento secondo altri criteri), ecc. ecc.

Emblematico che il capoluogo sulla carta (Verbania) non si sia mai sentito tale (e tanto meno come tale accettato) e che il nuovo sindaco invece di pensare a Verbania come capoluogo (ruolo non necessariamente centralistico) del VCO, si inventi una fantomatica “Capitale dei Laghi Europei”: tra la fuga di responsabilità da un lato e lo spot turistico vuoto di effettivi contenuti dall’altro. O che il (l’ex) sindaco di Domodossola, probabilmente per mettere in secondo piano le difficoltà di successione, rinfocoli oggi la polemica sulla scelta del capoluogo.

In effetti non ci vuole molto a sottolineare le diversità fra i tre territori che compongono la nostra provincia sia per il per paesaggio (montagne ossolane, Lago Maggiore, Lago d’Orta), che per le attività produttive e lavorative e, non ultima, per la diversità degli insediamenti e dei flussi migratori sia nei tempi che per provenienza.

Sostenere che il VCO non è una comunità, ma come dice il nome stesso, la somma di (almeno) tre comunità ben diverse è assai facile. Ancor più facile agire di conseguenza.

Ma forse qualcosa sta cambiando e, soprattutto, qualcosa deve cambiare. La crisi occupazionale ha messo in evidenza la fragilità strutturale del nostro territorio e non è un caso che i lavoratori abbian messo alla testa dei loro cortei prima del nome delle fabbriche in crisi o delle loro città, la parola d’ordine “vertenza VCO”. La singola fabbrica, il singolo comune, la singola zona cusiana/ossolana/verbanese non ce la può fare da sola. Il conflitto principale non è più operai/padrone, non è più interno alla comunità, ma tra la comunità stessa e processi decisionali esterni (delocalizzazione, finanziarizzazione, globalizzazione). O fronteggiamo tutti insieme la crisi e siamo in grado di pensare ad un diverso futuro unendo forze e risorse o il declino di tutto il VCO sarà inarrestabile. Permanga o meno la Provincia.

Il fatto stesso che Provincia e tre “capoluoghi” siano oggi amministrati con lo stesso segno politico di centrodestra può favorire il superamento degli antichi vizi di campanile spingendo le amministrazioni ad un progetto e un’azione unitaria. Così come le forse politiche di opposizione possono lavorare su di un progetto comune di alternativa, innestando una dialettica generale fra progetti per l’intero territorio e non più fra esigenze (o, peggio, ripicche) localistiche.

Ma la strada da fare è tanta mentre i tempi stringono.

Pensare ad una politica per il VCO non significa principalmente, a mio parere, trovare fondi, finanziamenti, sgravi fiscali, leggi autonomistiche ecc. (in sostanza aiuti/privilegi provenienti dall’esterno) ma “contare sulle proprie forze”, progettare il proprio futuro sulla base delle proprie risorse umane, professionali e culturali, delle ricchezze territoriali, ambientali ed artistiche che possano prospettare un futuro diverso il più possibile autonomo e non dipendente da processi economici sovrastanti.

mappa_comuni_vco

Cos’è una comunità?

Scrivevo non tanto tempo fa1 che

“il tema della comunità costituisce una sorta di ‘buco nero’ nell’orizzonte tematico delle cultura politica italiana (della sinistra in particolare). La prevalenza di culture universalistiche (cattolicesimo, liberalismo, socialismo) ha messo ai margini le riflessioni e le esperienze sviluppatesi in questo ambito (il Movimento di Comunità nel Canavese, l’omonima casa editrice, Danilo Dolci, la scuola di Psicologia di Comunità di Amerio ecc.). Con il risultato che ci si è trovati del tutto impreparati – lasciando lo spazio al comunitarismo rozzo e premoderno della lega – quando, di fronte agli attuali processi di mondializzazione economica e culturale, il bisogno di comunità emerge con prepotenza.”

Certo il termine “comunità”, e soprattutto il suo uso, non è esente da ambiguità, ma sono sempre più convinto che è questo oggi un terreno (una dimensione) fondamentale della politica. Ossia che oltre al confronto fra destra e sinistra (il tema dell’eguaglianza fra le persone e fra i ceti sociali), fra autorità e libertà (di pensiero, di scelta e di azione individuale e collettiva), fra centro e periferia (stato e autonomie locali), fra economia ed ambiente, sia sempre più centrale il tema della comunità e del suo rapporto con gli individui, il territorio, l’ambiente, le reti interne ed esterne che le permettono, attraverso la partecipazione di perseguire il “bene comune”2.

Certo, vi è un comunitarismo rozzo ed identitario che concepisce la “comunità” come un aggregato di “identici” che affonda le sue “radici” nel territorio (sangue e suolo), che pensa di rafforzarsi chiudendosi rispetto all’esterno, che esalta in modo ideologico l’essere identici e a tal fine inventa miti e simboli identitari (magari mescolando simbologie celtiche, neopagane e cristiane). Un comunitarismo conservatore che può anche avvicinarsi a qualcosa di simile al nazismo (i miti celtici/ariani della razza). Comunitarismo che va affrontato in primo luogo smascherandone il suo carattere ideologico che nasconde la realtà effettiva (nessuna comunità è comunità di identici) sia la sua fragilità teorica: la teoria dei sistemi per prima cosa ci insegna che un sistema chiuso è un sistema fragile, non in grado di rinnovarsi e riadattarsi ai mutamenti, al contrario dei sistemi aperti; la psicologia sociale sottolinea la “forza dei legami deboli” ovvero la capacità di apertura ed innovazione di cui possono esser portatori quei collegamenti (ponti) anche episodici che un individuo, una rete sociale, una comunità hanno con individui, reti e comunità esterne; la storia ci mostra come le grandi civiltà (da quella greca a quella nord americana) siano nate da un “crogiolo” (melting pot), da una fusione creativa di culture, lingue, tradizioni diverse; e si potrebbe continuare.

Comunitarismo che va però soprattutto affrontato con la capacità di concepire (e costituire) una diversa idea di comunità: articolata al suo interno, aperta, dinamica, in grado di individuare e perseguire il “bene comune” attraverso il confronto e la partecipazione democratica. Mi sembra questo oggi il principale terreno di confronto fra forze politiche e soggetti sociali e culturali del VCO: interrogare noi stessi per immaginare, progettare, costruire un possibile futuro della nostra comunità provinciale.

 

___________   .   ___________

 

bi 1

C’è un futuro per la comunità del VCO?

 

Appunti per una politica di comunità

Gli elementi di fondo per una politica di comunità mi sembrano essenzialmente quattro:

 

  • Valorizzazione del capitale umano e sociale

Il benessere di una comunità è in stretto rapporto con il proprio capitale umano (le conoscenze, le competenze e le esperienze degli individui) e soprattutto con il capitale sociale (l’insieme di relazioni di fiducia e sostegno che permettono alle persone singole e ai soggetti collettivi – quali una associazione o una istituzione – di sostenersi attraverso relazioni extraeconomiche di aiuto). Se il capitale umano è un patrimonio che “risiede nelle persone”, il capitale sociale è un patrimonio collettivo che “risiede tra le persone”3. Le implicazioni sono a tutto campo e tutti gli studi hanno sottolineato come il capitale umano costituisca il patrimonio primario a disposizione di una collettività e come un elevato capitale sociale favorisca identità collettiva ed integrazione da un lato e maggior capacità di un territorio a fronteggiare cambiamenti quali quelli prodotti dalla globalizzazione.

Cosa può significare allora valorizzare il capitale umano e sociale? In sintesi significa porre al centro il tema dell’istruzione e della ricerca da un lato e dell’associazionismo e del volontariato dall’altro. Temi spesso lasciati in secondo piano dalla politica tradizionale. Eppure la nostra provincia è particolarmente ricca sia di scuole e istituti di ricerca di qualità che di una realtà associativa particolarmente estesa.

Non basta “difendere” le nostre scuole e le strutture di ricerca e/o mettersele all’occhiello: occorre individuare in questo settore il terreno prioritario di investimento reperendo risorse sia umane che economiche, valorizzarne le iniziative, sostenere e favorire il raccordo reciproco e con l’insieme delle istituzioni culturali. Pensare in sostanza all’insieme del “settore della conoscenza” come all’ambito primario di investimento per lo sviluppo futuro.

Per quel che riguarda l’ambito del volontariato e dell’associazionismo in tutti i suoi settori (da quello sportivo a quelli di aiuto alle persone, di soccorso, di prevenzione e tutela del territorio, a quello culturale ecc.) la prima osservazione è che questo ambito è stato perlopiù considerato (dalla sinistra in particolare) come un “fratello minore” rispetto alla politica, costituito da persone che si occupano di aspetti secondari e non come ricchezza primaria della comunità, come il terreno appunto dove il perseguimento del “bene comune” avviene in modo spontaneo e solidale. La conseguenza è che è stato spesso ignorato ed abbandonato a se stesso, poco sostenuto e soprattutto poco valorizzato dalle istituzioni lasciandolo in questo modo talvolta scivolare verso gestioni personalistiche e/o privatistiche.

 

  • Sviluppo delle reti sociali

Non solo valorizzare il capitale umano e sociale, ma soprattutto favorire il confronto e l’aggregazione, la messa in rete sia attraverso nuove connessioni e raccordi tra soggetti e gruppi che attraverso l’estensione della rete “on line”, non solo quale finestra sull’esistente, ma come grande opportunità di estensione di relazioni. Ad esempio uno o più portali internet, servizi collettivi di messaggistica ecc. ecc. Avendo come cura e preoccupazione di pensare sempre all’intero VCO come orizzonte di partenza e di guardare fuori, di stabilire legami con realtà significative ed innovative anche al di là della provincia, della regione e della nazione. Ponendosi talvolta finalità ed obiettivi espliciti, ma essendo consapevoli che le nuove proposte e i nuovi progetti spesso sorgono proprio dalla “semplice” messa in relazione di realtà diverse. Pensare ad esempio agli eventi promossi dalle associazioni non solo come occasioni di svago e di una pur significativa “messa in mostra” delle proprie attività e realizzazioni, ma soprattutto come grosse occasioni di relazione ed arricchimento fra realtà ed esperienze diverse.

 

  • Tutela, gestione e valorizzazione dei “beni comuni”

È probabilmente questo l’ambito di maggior novità che obbliga a riparametrare molte delle categorie politiche (in particolare di economia politica) sin qui utilizzate. Comunità e “bene comune” sono strettamente connessi: la etimologia di “communitas” deriva infatti da “commune” vocabolo neutro latino che indica appunto il possesso o bene comune. Ma se sulla “comunità” una adeguata riflessione sociologica si ha già a partire dall’Ottocento (es. Comunità e società di Ferdinand Tönnies del 1887), una adeguata riflessione sui “beni comuni” è del tutto odierna: è di meno di un anno fa l’assegnazione del premio Nobel per l’economia ad Elinor Ostrom4, l’eterodossa economista che si batte per la difesa dei beni comuni sia naturali che culturali e virtuali affermandone con forza sia l’esistenza che la efficacia economica della loro gestione. In molti casi, laddove i beni comuni sono comunitariamente presenti e riconosciuti, la loro gestione collettiva è più efficace ed economica sia di quella pubblica (statale) che di quella privata. In sostanza non bisogna più ragionare in termini di economia privata e pubblica, ma di economia privata, pubblica e comunitaria. Quest’ultima da valorizzare e tutelare difendendola dalle privatizzazioni (dalle nuove “recinzioni”). Né bisogna pensare ai “beni comuni” come residuo arcaico, premoderno, presente solo in società scarsamente “sviluppate”. Se un certo tipo di beni comuni legati al territorio e alle sue risorse (le acque, i pascoli, i boschi, ecc.) sono certo più presenti in società a minore industrializzazione, c’è tutta una vasta gamma di beni comuni del tutto moderni ed in estensione. Pensiamo all’insieme del settore della conoscenza nonché ad internet ed in particolare a quanto oggi si sta aprendo tramite web 2.0 ed i nuovi media; ed anche qui, non a caso, si affacciano i sostenitori di nuovi vincoli e nuove recinzioni.

Ma cos’è un bene comune?

“Un bene comune (commons) vale a dire una risorsa condivisa da un gruppo di persone e soggetta a dilemmi (ossia interrogativi, controversie, dubbi, dispute ecc.) sociali. “5

“La grande virtù dei beni comuni come scuola di pensiero è la loro capacità di far riferimento all’organizzazione sociale della vita, la cui creatività è in larga misura autonoma dal mercato e dallo Stato. I beni comuni rivendicano la sovranità di questa attività culturale, la con­siderano un’economia separata che lavora in tandem con il mercato, svolgendo il proprio ruolo significativo (e spesso più importante). I beni comuni non sono un manifesto, un’ideologia, uno slogan: sono un modello flessibile per parlare della ricca produttività delle comu­nità sociali, e delle recinzioni del mercato che la minacciano.

L’ampiezza dell’interesse nei confronti dei beni comuni sta rag­giungendo nuovi livelli, il che suggerisce che essi rispondano in modi culturalmente attraenti ad alcune esigenze molto concrete. I beni co­muni permettono di articolare nelle discussioni di politica pubblica un nuovo sistema di valori; offrono strumenti utili e un vocabolario che aiuta la collettività a riaffermare il controllo sulle proprie risorse comunitarie; contribuiscono a dare un nome al fenomeno di “recin­zione” da parte del mercato e a identificare meccanismi legali e istitu­zionali per proteggere le risorse condivise.”6

È sufficiente aprire un banchetto contro la privatizzazione dell’acqua, vedere l’interesse che immediatamente suscita per capire come questa tematica dei beni comuni costituisca un nervo scoperto della nostra società.

Quali i beni comuni della nostra comunità del VCO?

Indico alcuni dei principali con la consapevolezza che il confronto su questo ambito è ancora tutto da iniziare e che per ognuno di questi beni comuni andrebbe sviluppata una apposita strategia politica di riconoscimento, libero accesso, valorizzazione e sviluppo.

  • Risorse idriche, energetiche, forestali ecc. del nostro territorio.
  • L’ambiente quale bellezza naturale da tutelare/usufruire/valorizzare (dalle montagne ai laghi)
  • Il patrimonio artistico, architettonico, insediativo (la bellezza prodotta dall’uomo)
  • I beni culturali quali musei, biblioteche, enti di ricerca ecc.
  • La conoscenza e i prodotti scientifici ed artistici, quali beni comuni di libero accesso (sia materialmente che on-line)

Può sembrare un discorso molto teorico, ma si potrebbero fare molti esempi. Uno per tutti. Un bene artistico di pregio quale Villa Poss7 a lungo abbandonato al declino e che vede oggi l’avanzare di una devastante speculazione edilizia8, riconoscerlo come patrimonio collettivo assumendo come prospettiva l’ormai decennale progetto del Museo del Paesaggio (un centro di studi, anche a livello universitario, e di ricerche sul paesaggio, sui giardini, sulla botanica e sull’orticultura) e/o pensarlo come futura sede dell’Università del VCO che è attualmente in crisi e che va ripensata e ristrutturata. Il tutto con un ruolo attivo nella progettazione e nella gestione delle associazioni culturali e di tutela ambientale e di enti di ricerca sia locali che nazionali.

 

  • Progettare il futuro

Mi pare questo il punto maggiormente dolente/carente di tutta la politica della nostra provincia. Premesso che progettare il futuro significa parlare delle (e con le) nuove generazioni, quello che sconcerta è la totale assenza di una politica giovanile che non sia solo ancorata all’oggi e ad elementi tutto sommato marginali (es. il tempo libero ecc.). Ma su temi quali il lavoro, l’occupazione, le nuove attività lavorative, la valorizzazione e l’estensione del capitale sociale e delle reti, i giovani non sembrano presi in considerazione. I punti indicati in precedenza, così come tutto il dibattito su lavoro e occupazione nella nostra provincia9, se non vengono riferiti in modo prioritario alle politiche giovanili, rischiano di essere asfittici, senza apertura e senza prospettiva.

Le conoscenze sulla condizione e le aspettative dei giovani del VCO sono assi ridotte e quelle significative effettuate prive di effettiva ricaduta10. Le reti di capitale sociale ormai consolidate (es. quella della peer education) prese in considerazione in modo tutto sommato marginale.

 

Di seguito alcune indicazioni e proposte molto provvisorie:

  • Pensare alle politiche giovanili come politiche non solo settoriali (es. il disagio, il tempo libero, l’associazionismo, la scuola ecc.), ma quali “politiche a tutto campo” rivolte al complessivo futuro produttivo, lavorativo, culturale e sociale della nostra provincia;
  • Pensare alle politiche giovanili sempre (almeno) a livello di intero VCO: una provincia che può diventare, esser proposta ed esser vissuta come un’unica città policentrica ed ecocompatibile;
  • Un’unica città che abbia un trasporto pubblico efficiente e diffuso a tutta la Provincia, a partire da quello che è attualmente l’asse di trasporto più “intasato” di Verbania-Omegna. Il “vecchio” progetto di una metropolitana leggera Verbania Intra, Stazione Fondotoce, Omegna era davvero così futuribile?
  • Sviluppare “luoghi” ed occasioni che diano ai giovani (e alle associazioni prevalentemente giovanili) possibilità di incontro e di aggregazione non solo per il tempo libero ma come possibilità di scambio di conoscenze ed esperienze: il giovane isolato è quello che più difficilmente “trova” (o “si inventa”) un lavoro.
  • Individuare nuovi settori di sviluppo dell’occupazione giovanile (energie rinnovabili, turismo ambientale e culturale, turismo scolastico, sviluppo di servizi per attività sportive legate all’ambiente, creatività artistica, nuove tecnologie e nuovi media, ecc.).
  • La messa in opera di strumenti di conoscenza della effettiva condizione e delle aspirazioni dei giovani nelle più diverse situazioni: dalla precarietà ai nuovi lavori, da chi rimane nel VCO a chi è emigrato altrove.

 

Una piccola proposta a breve termine:

  • Nascita di un organismo (una “officina del futuro”) che aggreghi giovani di tutta la provincia e provenienti da diverse esperienze;
  • Organizzazione (progettazione e ricerca finanziamenti) di una video inchiesta sociale, condotta e gestita da giovani, sulla condizione giovanile ed occupazionale nel VCO incentrata su:
    • Disoccupazione e precarietà lavorativa giovanile
    • “Fuga” dei giovani dal VCO
    • Nuovi lavori e nuove occupazioni

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Postscriptum

Rileggendo l’insieme di questi miei due interventi sul possibile futuro del VCO mi rendo conto della grossa discrepanza fra il quadro delle riflessioni e le proposte accennate. Lo scopo era però quello di avviare un dibattito.

Proposte e progetti possono delinearsi e trovare gambe per camminare solo attraverso il confronto fra i diversi soggetti: soggetti individuali e collettivi; soggetti sociali, culturali, economici e politici.

È una scommessa. Ce la possiamo fare.

 

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  1. Nuove dimensioni per la politica?: https://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/nuove-dimensioni-per-la-politica-noterelle-parte-2/68759889996
  1. Il bisogno di comunità : https://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/il-bisogno-di-comunit%C3%A0/68745054996 oppure L’orizzonte della comunità e la strategia del capitale sociale (con Mauro Croce) http://www.lasocietainclasse.it/oldpassaggi/sites/default/files/peereducation.pdf
  2. OCDE [OCSE] (2001), Du bien-être des nations. Le rôle du capital humain et social. Enseignement et compétences, Paris
  3. Elinor Ostrom ha vinto il premio Nobel per l’economia: https://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/elinor-ostrom-ha-vinto-il-premio-nobel-per-leconomia/85727849996 e Contro le enclosures digitali per una nuova utopia : https://www.facebook.com/note.php?note_id=34695264996
  4. HESS – E. OSTROM (a cura), La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla pratica, ed. italiana a c. P. Ferri, Bruno Mondadori, Milano 2009 , p. 3
  5. ivi, 43
  6. le schede del Museo del Paesaggio: http://www.museodelpaesaggio.it/it-it/home/paesaggio/schede/villa_poss_1
  7. Verbania News: http://www.verbanianews.it/joomla/fatti/politica/1170-poss (link non più attivo)
  8. il doc. La crisi del lavoro nel Verbano Cusio Ossola (di Carlo Alberganti per SEL) http://www.facebook.com/home.php?#!/note.php?note_id=421107732291 (link non più attivo)
  9. Es. la bella ricerca “Essere giovani nel Verbano Cusio Ossola” di Carlo Genova e Valentina Volonté (coop.
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