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Il male può essere banale? Attualità di Hannah Arendt *

6 marzo 2015

27 gennaio 1945  

Il “Giorno della Liberazione di Auschwitz”, si dice comunemente. La legge istitutiva del “Giorno della Memoria” (20 luglio 2000, n. 211) parla più correttamente di “data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz”. Non è la stessa cosa. Quando arrivarono i primi soldati sovietici c’era ormai ben poco da “liberare”: del milione e duecento-trecento mila deportati ad Auschwitz quel giorno nel campo ne erano rimasti in vita circa 7mila, di cui circa un terzo morì nei giorni immediatamente successivi. Il grosso dei sopravvissuti all’inizio dell’anno (circa 80mila) erano stati avviati, con una quelle che sono state definite “marce della morte,” verso il confine Ceco.

Non fu una “Liberazione”, una festa, ma un momento di reciproco silenzio. Fu silenzio quello dei quei primi soldati russi, come ci racconta Levi nelle prime pagine de La Tregua; un silenzio smarrito di uomini a cavallo che mettevamo a fuoco la scena che si dipanava al di là dei reticolati: “Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo.” Fu silenzio “irreale” quello dei sopravvissuti come ci racconta Piero Terracina, uno degli ultimi testimoni italiani: un silenzio in cui l’angoscia dell’incombente passato non riusciva ancora ad aprirsi ad una possibile speranza. Per le vittime della shoah non c’è stata “liberazione”, nemmeno per i pochi sopravvissuti destinati a portare per il resto della loro vita il peso angoscioso di quella esperienza.

Allora l’ottica con cui è più corretto guardare quell’abbattimento di cancelli è probabilmente quella suggerita da Elena Loewenthal, non fu la fine di un orrore per le vittime, ma l’inizio di una presa di conoscenza (e coscienza) collettiva da parte di chi era rimasto al di qua di quei reticolati. “La scelta di questa data per incastonarvi il Giorno della memoria segue una logica importante. Esso cade infatti nel giorno in cui il resto del mondo – impersonato in quel momento dai soldati dell’Armata Rossa alleata che per caso capitarono davanti ai cancelli di Auschwitz – si trovò per la prima volta davanti alla macchina dello sterminio… è la data in cui per la prima volta si vide, si seppe” Una data che non riguarda le vittime, ma tutti gli altri su cui cade la responsabilità di conoscere, capire, ricordare. In questo compito collettivo i testimoni diretti hanno svolto un ruolo fondamentale (e ancora svolgono gli ultimi rimasti).

Ma cosa cambierà quando anche l’ultimo di loro sarà scomparso? Ne parla nel suo libro “Memoria e oblio” il neurologo Davide Schiffer: “La memoria della Shoah, con la scomparsa delle memorie individuali (superstiti e testimoni diretti), sarà affidata alla memoria collettiva residua e poi a quella storico-culturale” venendo a mancare quel legame potente e profondo fra conoscenza ed emozioni (i “qualia” nel linguaggio delle neuroscienze) che le testimonianze dirette (e – aggiungo – l’iniziale diffusione di immagini e filmati sull’olocausto) hanno prodotto. I testimoni ci lasciano; le immagini sono diventate sovrabbondati e non aprono più la porta al non noto ma ci tranquillizzano nell’illusione che averne viste tante equivalga sapere. Il rischio è quello di un Giorno della memoria come rituale scarico di coscienza che copre un effettivo oblio collettivo.

La strada opposta è allora quella dell’approfondimento (si conosce sempre troppo poco) e della riflessione a partire dalla domanda centrale che tanto più si conosce tanto più si ripresenta: “Come è stato possibile?” Il film della Von Trotta che riprende la riflessione (e l’acceso dibattito che ne è seguito) di Hanna Arendt sulla “banalità del male” costituisce senz’altro una buona occasione per procedere in questa direzione.

La Conferenza di Wannsee

Convocazione della Conferenza di Wannsee

Convocazione della Conferenza di Wannsee

 Il 20 gennaio 1942, a Wannsee, località lacustre vicino a Berlino, convocata da Reinhard Heydrich, Capo dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA), si tiene la “Riunione per la soluzione finale della questione ebraica”.

Il verbale richiama le fasi precedenti della politica del Reich sulla base delle Leggi razziali di Norimberga (1935) che avevano escluso gli ebrei dalla vita pubblica con successiva espulsione “dallo spazio vitale del popolo Tedesco” costringendoli all’emigrazione.

Con la guerra e l’invasione dell’Unione Sovietica “Viene ora adottata una soluzione alternativa all’emigrazione e cioè l’evacuazione verso Est, che ha ottenuto la preventiva autorizzazione del Führer. … La soluzione del problema Ebraico in Europa coinvolge circa 11 milioni di Ebrei così distribuiti [segue tabella dettagliata relativa a 35 paesi europei] Nel quadro generale della soluzione finale, gli Ebrei dovranno essere avviati al lavoro nell’Est Europeo. Tutti coloro che risultino abili al lavoro, suddivisi per sesso, saranno inviati in gruppi in quei territori per impiegarli nella costruzione di strade. Gran parte di essi morirà per cause natu­rali e quelli che sopravviveranno, cioè i più resi­stenti, dovranno essere gestiti adeguatamente poiché rappresentano il frutto di una selezione na­turale. Qualora essi venissero rilasciati potrebbero costituire il germoglio di una futura rinascita Ebraica (vedi l’esperienza storica). Durante l’attuazione della soluzione finale l’Europa sarà setacciata da Ovest ad Est. La Ger­mania, compreso il Protettorato di Boemia e Mo­ravia, avrà la precedenza per il problema dovuto alla carenza di unità abitative e per le necessità di natura politica e sociale. Gli Ebrei evacuati, suddivisi in gruppi, saranno prima inviati nei cosiddetti ghetti di transito e suc­cessivamente trasferiti nei territori Orientali. 

Da molti la Conferenza di Wannsee è stata considerata come il momento decisionale che ha dato inizio allo stermino degli ebrei; con ogni probabilità la decisione era già stata presa da tempo da Hitler (come si evince anche dal passo citato) anche se non esiste una diretta documentazione scritta in tal senso. Wannsee ha più probabilmente costituito il principale momento organizzativo ed operativo dello sterminio. Sterminio che era comunque già iniziato con l’invasione della Unione Sovietica (Operazione Barbarossa, avviata il 22 giugno 1941) e la costituzione, a ridosso delle truppe d’invasione, di speciali “unità operative” (Einsatzgruppen) di SS con il compito di annientare ebrei, zingari e commissari politici comunisti con fucilazioni in massa e altre forme di sterminio come le camere a gas mobili installate su camion (Gaswagen), utilizzando il gas di scarico dei veicoli, prima sperimentate “sul campo” e poi prodotte in serie da una azienda privata berlinese: la Gabschat Farengewerke Gmbh.

Otto Adolf Eichmann  

Il verbale di Wannsee, dal freddo linguaggio burocratico ed epurato, su indicazione dello stesso Heydrich, da ogni termine che richiamasse uccisioni, eliminazioni, annientamento e simili, fu redatto da Adolf Eichmann. Nativo di Solingen (Renania Settentrionale) e cresciuto a Linz in Austria, aveva aderito al partito Nazionalsocialista e alle SS dal 1932. All’epoca questi era il responsabile della sezione speciale Evacuazione – deputata alla “germanizzazione” dei nuovi territori occupati a est – presso la Direzione generale per la sicurezza del Reich (RSHA) di Berlino. Dal ’42 alla fine della guerra organizzò e diresse dai suoi uffici di Berlino la deportazione, tramite convogli ferroviari, degli ebrei anziani verso il lager di Terezìn (nord di Praga) e di tutti gli altri verso quelli polacchi (Auschwitz, Belzec, Sobibor, Treblinka).

Dopo la guerra, arrestato ma non riconosciuto, riuscì a fuggire e a nascondersi facendo il taglialegna per quattro anni. Nel 1950, tramite l’ODESSA (organizzazione clandestina dei veterani delle SS), entrò in contatto con il vescovo di Bolzano e Bressanone Alois Pompanin che gli procurò documenti falsi; si rifugiò, partendo dall’Italia, in Argentina con la finta identità di Riccardo Klement, altoatesino scapolo ed apolide. Trovò lavoro presso gli stabilimenti della Mercedes a Buenos Aires dove risiedeva con la sua famiglia che lo aveva raggiunto dal 1952.

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La cattura e il processo  

La segnalazione della sua presenza giunse ai servizi segreti israeliani e, dopo attenta preparazione, il Mossad l’11 maggio del 1960 lo rapì e, in assenza di possibile estradizione, lo trasferì segretamente in Israele. Il 23 maggio del 1960 il primo ministro israeliano David Ben Gurion ne annuncia in parlamento la cattura e l’istruzione del processo viene affidata al Procuratore Generale Gideon Hausner.

I Capi di accusa furono notificati al prigioniero nel febbraio 1961 e il tribunale prescelto fu quello distrettuale di Gerusalemme. Siccome nessun avvocato israeliano volle assumerne la difesa fu scelto un difensore tedesco, Robert Servatius del foro di Colonia che aveva già difeso alcuni criminali nazisti al Processo di Norimberga. Hausner raccolse una vasta documentazione sull’attività di Eichmann più che sufficiente per il dibattimento, ma su pressione di Ben Gurion furono convocati a Gerusalemme numerosi testimoni per dare il massimo risalto pubblico, nazionale e internazionale, al dibattimento che durò dal 10 aprile al 4 agosto 1961.

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Il 15 dicembre, a distanza di otto mesi dall’inizio del dibattimento, venne letta la sentenza all’imputato: «Il tribunale condanna Adolf Eichmann, riconosciuto colpevole per i crimini commessi contro il popolo ebraico, per i crimini commessi contro l’umanità, per crimini di guerra, alla pena di morte». La sentenza venne confermata in sede di appello il 29 marzo 1962. Dopo aver inutilmente inoltrato una domanda di grazia, Eichmann fu impiccato il 31 maggio 1962.

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Hanna Arend, filosofa tedesca, ebrea ed apolide

Hannah Arendt, nata nel 1906 da famiglia ebraica in una comunità vicino ad Hannover, studiò filosofia all’Università di Marburgo dove insegnava, con largo seguito fra gli studenti, Martin Heidegger che Hannah, ancora molti anni dopo – nonostante la rottura per la pubblica adesione di questi al nazismo – definirà “il segreto monarca del regno del pensiero”. Ne fu affascinata ed intrecciò con il maestro anche una relazione sentimentale. Fu poi indirizzata a completare studi e tesi di laurea con il filosofo esistenzialista e psichiatra Karl Theodor Jaspers che insegnava ad Heidelberg.

Sposatasi nel 1929 e avvicinatasi al movimento sionista fu rapidamente travolta dagli avvenimenti con l’ascesa del nazismo. Arrestata con la madre nel 1933 per il suo attivo sostegno all’opposizione e rilasciata dopo alcuni mesi, decise di emigrare a Parigi dove entrò in contatto con molti altri intellettuali rifugiati. Sposatasi nel 1939 in seconde nozze con l’attivista politico antifascista e comunista Heinrich Blücher, furono entrambi, in successione, arrestati in quanto “stranieri nemici”. Sulla loro condizione di profughi ed apolidi (nel 1937 le era stata tolta la cittadinanza tedesca) ebbe a scrivere: “La storia contemporanea ha creato un nuovo genere di esseri umani: quelli messi nei campi di concentramento dai loro nemici e nei campi di internamento dai loro amici.

Hannah-Arendt-Political-Philosopher

Riuscì a scappare dal campo di internamento e nel 1941, all’età di trentacinque anni, raggiunse New York con madre e marito. Attiva nella comunità ebraica si diede allo studio sistematico della recente storia europea e scrisse numerosi articoli sull’antisemitismo che sfociarono, nel 1951, in quella che è stata considerata la sua opera principale: Le origini del totalitarismo. Opera che le diede notorietà e, ottenuta anche la cittadinanza statunitense, le aprì le porte all’insegnamento universitario.

Il totalitarismo e il suo inferno

Prodotto dai grandi sconvolgimenti economici e sociali che, nell’epoca dell’imperialismo, hanno destrutturato le strutture sociali preesistenti e prodotto la massificazione della società, pur nelle loro differenze i regimi totalitari, hanno caratteristiche di fondo comuni: un’ideologia che presenta la storia come un cammino predefinito ed inarrestabile, l’identificazione fra il partito unico e lo Stato e l’utilizzo ai suoi fini dell’intera macchina statale (burocrazia, esercito, polizia segreta), il terrore come strumento di controllo e dominio, l’abbattimento della separazione fra sfera pubblica e sfera privata, l’uniformità e l’identificazione collettiva con lo Stato come dovere morale e come legge.

Il totalitarismo trova l’espressione ultima nei campi di concentramento dove il male radicale, il male assoluto, l’inferno, dà vita alla sua realizzazione in terra per mano dell’uomo stesso dominato dall’ideologia.

L’obiettivo ultimo di tutti i governi totalitari non risiede soltanto nell’ambizione ostentata di conquistare a lungo termine un potere globale, ma anche nel tentativo mai di­chiarato e immediatamente realizzato di mettere in atto un dominio totale sull’uomo. I campi di concentramento sono i laboratori in cui si sperimenta una dominazione to­tale sull’uomo e, poiché la natura umana è quella che è, questo scopo può essere attinto solo nelle condizioni estreme di un inferno fabbricato dall’uomo. La dominazione assoluta viene raggiunta quando la persona umana, che è sempre un miscuglio di spontaneità e di condiziona­mento, viene trasformata in un essere completamente con­dizionato, le cui reazioni possono essere calcolate anche quando viene condotto a una morte certa.

Questa disinte­grazione della personalità viene realizzata attraverso diffe­renti stadi, il primo dei quali è rappresentato dal momen­to dell’arresto arbitrario, quando viene distrutta la perso­na giuridica, non tanto per l’ingiustizia dell’arresto quanto piuttosto per il fatto che l’arresto non ha alcun rapporto con le azioni o con le opinioni dell’interessato.

Il secondo stadio riguarda la personalità morale e viene attuato con la separazione dei campi di concentramento dal resto del mondo, una separazione che rende il martirio privo di senso, vuoto e ridicolo. L’ultimo stadio consiste nella di­struzione della stessa individualità ed è posto in essere at­traverso la permanenza e l’istituzionalizzazione della tor­tura. L’esito finale è la riduzione degli esseri umani al più basso denominatore possibile di «reazioni identiche». …

In questa atmosfera si produce un amal­gama di criminali, oppositori politici e persone «innocen­ti», sorgono e periscono classi dirigenti, appaiono e scom­paiono gerarchie interne, l’ostilità contro i sorveglianti SS si muta in complicità e gli internati si uniformano al modo di vedere la vita dei loro persecutori, anche se questi ulti­mi raramente tentano di indottrinarli. L’atmosfera di ir­realtà che avvolge questo esperimento infernale, e che è cosi intensamente avvertita dagli stessi internati, fa di­menticare ai sorveglianti e anche ai prigionieri che si sta perpetrando un assassinio quando una o più persone ven­gono trucidate …

Solo coloro che per una ragione o per l’altra non sono più guidati da motivi ordinari di interesse personale e dal senso comune possono indulgere al fanati­smo di convinzioni pseudoscientifiche (le leggi della vita o della natura), che rispetto a tutti gli scopi pratici imme­diati (vincere la guerra o sfruttare il lavoro) risultano del tutto controproducenti. «Gli uomini normali non sanno che tutto è possibile», ha detto uno dei sopravvissuti di Buchenwald. … Visti dall’esterno, vittima e carnefice sembrano entrambi folli e per l’osservatore la vita interna dei campi somiglia a quella di un manicomio. Il nostro senso comune, abituato a pensare in termini utilitari e per il quale il bene come il male hanno un significato, viene offeso dall’assoluta insensatezza di un mondo in cui la pu­nizione colpisce l’innocente anziché il criminale, dove il lavoro non mira e non deve mirare alla produttività, e do­ve i crimini non recano alcun vantaggio – né si prefiggono di recarne qualcuno – ai loro autori. … Eppure, non vi è alcun dubbio che i responsabili di questi crimini senza precedenti li avevano perpetrati in ragione della loro ideologia, che essi ritenevano fondata sulla scienza, sull’esperienza e sulle leggi della vita. (da L’immagine dell’inferno. Scritti sul totalitarismo, Editori Riuniti, Roma 2001)

Hannah a Gerusalemme

Quando la Arendt viene a sapere della cattura e del processo ad Eichmann chiede, ed ottiene, di seguire il processo come corrispondente del prestigioso settimanale New Yorker, desiderosa di mettere a confronto le sue concezioni sul totalitarismo – ma anche la sua identità ebraica – con il dibattimento processuale ad uno dei principali responsabili dello sterminio in carne ed ossa.

Sin dall’inizio rimane sconcertata dalla spettacolarizzazione voluta dal premier israeliano Ben Gurion (era il primo processo del genere che si svolgeva in Israele) e dall’ambiguità dell’accusa: si processava un uomo per i suoi reati effettivi o in quanto simbolo di tutti i crimini nazisti? Pubblicò, dopo l’emissione della sentenza, il suo ampio reportage “Eichmann in Jerusalem” in cinque parti dal 16 febbraio al 16 marzo 1963 e, poco dopo, in volume con il sottotitolo “A Report on the Banality of Evil”, assunto poi a titolo (La Banalità del male) nell’edizione italiana dell’anno successivo. Sin dal primo numero pubblicato sul New Yorker vi fu un grande scandalo e le polemiche e le accuse rivolte contro la Arend, furono accesissime.

Numero del New Yorker con la prima parte del reportage della Arendt

Numero del New Yorker con la prima parte del reportage della Arendt

Le questioni erano molte. Una riguardava il ruolo di collaborazione con l’ufficio di Eichmann che nella maggior parte dei casi i capi delle comunità ebraiche – più o meno consapevoli – avevano esercitato nella fase cruciale della “soluzione finale”. La questione era emersa durante il processo anche con momenti di tensione fra pubblico e alcuni di questi chiamati a testimoniare. Ma la questione principale riguardava la figura dell’imputato e le riflessioni che l’autrice ne ricavò sulla natura del male. Eichmann non era il fanatico che ci si sarebbe aspettati, non era né un Mefisto né Iago ma piuttosto un uomo mediocre, tutto concentrato sulla sua carriera e ad obbedire con scrupolo e zelo agli ordini ricevuti. Non un genio del male ma un uomo senza qualità, un “nessuno” incapace di pensare in modo autonomo e di esprimere giudizi: un uomo “banale”.

“Nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che ‘fare il cattivo’ per fredda determinazione. Eccezion fatta per la sua eccezionale diligenza nel pensare alla propria carriera, egli non aveva motivi per essere crudele … Per dirla in parole povere egli non capì mai quello che stava facendo. … non era uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità) e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo. … Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme.”  

Natural­mente i giudici sapevano che sarebbe stato quanto mai confortante po­ter credere che Eichmann era un mostro …. Ma il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa nor­malità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché im­plica – come già fu detto e ripetuto a Norimberga dagli imputati e dai loro patroni – che questo nuovo tipo di criminale, realmente nemico del genere umano, commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male. A Gerusalemme lo si vide più chiaramente che a Norimberga” …  

Naturalmente, anche se la Arend insiste nell’affermare che la sua “è una corrispondenza” e non un trattato teorico, frutto non solo di quanto aveva potuto vedere e ascoltare assistendo direttamente al processo, ma anche della lettura e studio, per mesi, della vastissima documentazione del processo, è evidente che il suo sguardo non è quello del cronista ma quello del filosofo, o come lei vuol sempre precisare, del “pensatore politico”. E in quanto pensatrice politica si rende conto come il processo di Gerusalemme comporti una sua revisione del concetto di “male radicale”, di male assoluto sostenuta nella sua opera sul totalitarismo: il male può essere estremo ma mai radicale, assoluto. In termini filosofici il male non è un principio attivo, una presenza, ma semmai una assenza (di pensiero, di capacità di giudizio) e in quanto tale alla portata di tutti.  

Ho cambiato idea e non parlo più di «male radicale». …. Quel che ora penso veramente è che il male non è mai «radicale», ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso «sfida», come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di rag­giungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua «banalità». Solo il bene è profondo e può essere radicale.”

Un dibattito attuale  

Come dicevo le polemiche furono accesissime e molti gli articoli contro “la sua difesa di Eichmann” a cui essa rispose che in gran parte erano frutto di fraintendimento se non di mala fede; che in molti casi era evidente che chi scriveva o parlava contro di lei non aveva nemmeno letto il libro.

Riteneva e ribadiva, tra l’altro, che non solo era necessario processare Eichmann ma anche che la condanna fosse giuridicamente inevitabile; non condivideva però l’impostazione data dall’accusa e avrebbe preferito, come aveva proposto il filosofo Karl Jaspers, il giudizio di una Corte internazionale.

La banalità non è una giustificazione né tanto meno una assoluzione. Per quanto riguarda le accuse di aver sostenuto che gli ebrei siano stati complici del loro stesso sterminio la Arendt precisa che tra la collaborazione e la resistenza attiva (in quel contesto impossibile) c’era anche l’opzione della non collaborazione.

La questione che sollevavo riguardava la collaborazione dei funzionari ebrei durante la ‘soluzione finale’ … Fino al 1939, e anche fino al 1941, qualsiasi cosa facessero o non facessero, è comprensibile e scusabile. La questione è molto più complicata per quanto riguarda il periodo successivo. Questo problema è emerso nel corso del processo, ed era ovviamente mio dovere parlarne. …Ho sostenuto che non esisteva alcuna possibilità di opposizione, ma esisteva la possibilità di non fare nulla …”  

All’accusa di non amare il proprio popolo, il popolo ebraico, risponde richiamando la propria concezione di irriducibilità della individualità e il suo rifiuto di categorie generali che tendono alla assimilazione e alla omologazione:

Nella mia vita non ho mai ‘amato’ nessun popolo o collettività: Né il popolo tedesco , ne quello francese, né quello americano, né la classe operaia, né nulla di questo genere. Io amo ‘solo’ i miei amici e la sola specie d’amore che conosco e in cui credo è l’amore per le persone.”

Oggi le posizioni della Arend non fanno più scandalo, anche se il dibattito è ancora vivo ed attuale sia sulla specifica figura di Eichmann che sulla natura del male in quanto la riflessione sul male investe molteplici dimensioni: non solo quella storica e politica, ma inevitabilmente quella psicologica (quanto siamo condizionabili?), quella etica (qual è la natura e la fonte della responsabilità?) e quella religiosa (che rapporto c’è fra fede e violenza? Fra Divinità e male?)

Ed i fatti di Parigi, come quanto sta avvenendo tra Siria ed Iraq nonché in Nigeria e Libia, ripropongono l’interrogativo: il fanatismo fondamentalista è demoniaco o frutto di ignoranza e facile condizionamento? E la risposta a questo interrogativo ci orienta sulle misure più opportune per fronteggiarlo.

Il film di Margarethe von Trotta (2012)

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Non è facile realizzare un film sul pensiero, perché questo è l’intento della regista: non è una biografia della filosofa né una ricostruzione storica del processo ad Eichmann, ma la volontà di utilizzare il racconto di un periodo preciso della vita di Hannah (interpretata da Barbara Sukowa), quello che ruota intorno al processo di Gerusalemme, per esplicitarne il pensiero. La narrazione è semplice, lineare; i flash back relativi al rapporto intellettuale e sentimentale con il maestro Heidegger ridotti all’essenziale.

Centrali invece i momenti di confronto, dibattito, accuse e controaccuse che hanno alimentato la controversia sul suo reportage; confronto all’interno dei circoli di intellettuali ebraici newyorkesi, molti dei quali emigrati dalla Germania, e all’interno delle università. Felice la scelta di mantenere le tre lingue (tedesco, inglese, ebraico) e distribuire il film in Italia con sottotitoli di default. I dialoghi sono tratti in gran parte dalle stesse opere della Arend e dalla corrispondenza seguita alla controversia sulla banalità del male.

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Le immagini del processo con l’interrogatorio a Eichmann e ai testimoni dell’accusa, in bianco e nero, sono documenti originali tratti dal documentario “Uno specialista. Ritratto di un criminale moderno” di Eyal Sivan (1999).

C’è una breve sequenza relativa al processo che rappresenta probabilmente il momento più drammatico dell’intero dibattimento. Un testimone, vestito di bianco, dopo aver richiamato “la forza innaturale” che lo tenne in vita “dopo quei due anni ad Auschwitz quando ero ridotto a pelle e ossa” si alza di colpo senza ascoltare i richiami del procuratore e del presidente della corte e si accascia con convulsioni a terra, privo di coscienza. Viene portato via di peso seguito da un vocio angosciato del pubblico. Quel testimone è lo scrittore di origine polacca Yehiel Finer, che si firmava Ka-Tzetnick 135633 (sillabazione delle iniziali di Konzentration Zenter con cui in gergo concentrazionario si indicavano i deportati, seguita dal numero di matricola) e che poi prese il nome ebraico Yehiel De-Nur. Scrittore noto, specie tra i giovani israeliani, in particolare per la sua opera “La casa delle bambole” del 1955 sul destino delle giovani ebree costrette al ruolo di prostitute delle SS. La Arend non parla dell’episodio dello svenimento e ricorda solo brevemente la sua testimonianza. De-Nur spiegherà in una intervista di parecchi anni dopo cosa era successo. Aveva incrociato lo sguardo con Eichmann che non conosceva e rimase sconvolto nel vedere che non si trattava di un mostro ma di “un uomo come me”. Sentì l’impulso di fuggire ma fu preso dalle convulsioni e svenne.

De-Nur testimonia al processo

De-Nur testimonia al processo

La “normalità” del criminale era talmente shockante ed inaccettabile da interrompergli momentaneamente le funzioni vitali. Ka-Tzetnick conferma in questo modo la visuale della Arendt sulla “Banalità del male” e nello stesso tempo ci fa capire lo shock e le reazioni che il suo libro produsse, e ancora produce.

Nota * Pubblicato sul n. 1 / 2015 di Nuova Resistenza Unita

Testi citati e utilizzati

  1.  Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 1964
  2. Arendt, Ebraismo e modernità, Feltrinelli, Milano 1986
  3. Arendt, L’immagine dell’inferno. Scritti sul totalitarismo, Editori Riuniti, Roma 2001
  4. Arendt – J. Fest, Eichmann o la banalità del male. Intervista, lettere, documenti
  5. Loewenthal, Contro il Giorno della Memoria, add editore, Torino 2014
  6. D. Schiffer, Memoria e oblio. Un’analisi fenomenologica degli anni bui del secolo breve, Golem, Torino 1914
  7. Sherratt, I filosofi di Hitler, Bollati Boringhieri, Torino 2014
  8. Soluzione finale. Il Protocollo di Wannsee, Edizioni Associate, Roma 2012
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