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Antigone a Trarego (1945 – 2015)

24 febbraio 2015

Il 25 febbraio ricorre il 70° anniversario dell’eccidio di Trarego.

Nell’ambito della Convenzione fra Comune di Trarego Viggiona, Istituto Cobianchi e Casa della Resistenza che riconosce e tutela l’area monumentale di Promè quale luogo di memoria, la classe 5° Linguistico del Cobianchi ha preparato una lettura corale di documenti e testimonianze che saranno presentate mercoledì 25 febbraio agli studenti della scuola e sabato 28 presso la sala multiuso (località S. Mauro di Trarego Viggiona) in occasione del rinnovo e ampliamento della Convenzione.

Di seguito il testo predisposto.

 Cartello per Promè

Ma se l’uomo nato da mia madre avessi abbandonato, salma insepolta,

allora sì, mi sarei disperata: del resto non mi dispero.

Sofocle, Antigone

 

Presentazione

Buongiorno a tutti

Siamo la 5ALL del liceo linguistico dell’Istituto Cobianchi; oggi siamo qui con voi, a distanza di 70 anni dagli avvenimenti, per tenere vivo il ricordo delle vittime dell’eccidio di Trarego avvenuto il 25 febbraio 1945.

Poiché siamo una classe interamente femminile, ci è sembrato fin dall’inizio importante sottolineare il ruolo delle donne sia nella Resistenza in generale, sia in relazione alla trasmissione della memoria dell’eccidio. Le donne, infatti, ebbero diversi compiti tutti importantissimi e non sempre giustamente riconosciuti: alcune si preoccupavano di portare i viveri ai partigiani nascosti tra le montagne, di avvertirli dell’arrivo dei fascisti o di fare da staffetta, altre di curare i feriti e di ricomporre i morti, altre ancora imbracciarono direttamente le armi.

Per quanto riguarda l’eccidio di Trarego ci ha colpito il fatto che le vittime sono tutti uomini (partigiani e civili), ma la memoria, quella che è arrivata a noi attraverso le testimonianze, è quasi essenzialmente femminile. Sono le madri, le sorelle, le figlie e persino le suore dell’asilo, che ci hanno lasciato le parole più intense, le testimonianze più toccanti di quanto accaduto ai loro cari e a loro stesse dopo la strage. A loro è toccato il compito di riconoscere, ricomporre i corpi straziati e di celebrare i funerali, sfidando il divieto emanato dai fascisti.

Come Antigone nel mito greco, a loro è toccato il compito di elaborare il lutto negli anni successivi, lasciate spesso sole da istituzioni assenti e di tramandare in ogni occasione, vincendo il dolore e la pena, il ricordo di quanto accaduto. Siccome la maggior parte di queste donne straordinarie non sono più con noi, abbiamo voluto prendere le loro parole e farle nostre. Ci siamo basate principalmente sulle testimonianze contenute nel libro Memoria di Trarego e nel film-documentario “Trarego memoria ritrovata” del regista Lorenzo Camocardi, frutto del lavoro di ricerca di altre classi del Cobianchi, testimonianze che sono state trascritte, nelle parti che ci hanno più colpito, e riportate in prima persona. L’idea finale è stata quella di aggiungere queste voci, come in una specie di coro, al toccante resoconto dell’eccidio steso da Nino Chiovini, un anno dopo gli eventi, “Volante Cucciolo a Trarego” e pubblicato sul giornale “Monte Marona“.

Alle loro voci è dedicato il nostro lavoro.

 

25 febbraio 1945: Volante Cucciolo a Trarego

la Volante, a Trarego, è caduta senza retorica.

I Caduti di Trarego e tutti i nostri Caduti ci hanno insegnato.

La loro morte ci ha insegnato la vita e la via

di Nino Chiovini in “Monte Marona“, febbraio 1946

 Volante

La Volante è tornata da un appostamento. È a Premeno. A Premeno arriva un biglietto di Arca. Un biglietto, un ordine di dieci parole: “La Volante deve raggiungere Scareno nel più breve tempo possibile“.

La Volante parte da Premeno. Parte di malavoglia: è appena tornata da un “giro” e vorrebbe stare un po’ a Premeno. Invece deve andare a Scareno. E Scareno non le è simpatico; ma parte, la Volante. E quasi, non canta. Si porta con sé un paio di bottiglie di cognac e qualche vasetto di marmellata, arrivato giusto allora. La Volante beve gli ultimi bicchieri al “Riposo”, poi saluta “mamma Luisina”. Esio, Aurano poi Scareno. E su, al Comando.

Arca è contento di rivedere la Volante. È sempre contento quando la ritrova. La saluta tutta e tende la mano a tutta.

Coro: E tutta la Volante lo saluta; ed è contenta di salutarlo.

Parla, Arca. Dice che in Cannobina la squadra di Dieci è stata attaccata. Ci sono dei morti: uno, forse, ė Dario. Dario era buono e anche un uomo. Un uomo di diciotto anni: un bambino a vederlo, un uomo a conoscerlo.

Arca dice che bisogna far qualcosa contro quelli che hanno accoppato Dario e il resto: contro la “Confinaria”.

Prima di partire, la Volante ha già vuotato una bottiglia di cognac ed ha superato la malinconia di Scareno.

Gigetto e Jubal si tirano le loro barbe: barbe di quattro peli biondi e castani, barbe forzate.

LUCIA ZUCCHINETTI: testimonianza su LUIGI VELATI (Gigetto)

Sono Lucia Zucchinetti, figlia della cugina di Luigi Velati: non ho mai conosciuto questo cugino di mia mamma perché è morto troppo giovane; ma lei me ne ha parlato spesso, mostrandomi le foto: bel tipo, atletico, sorridente mentre posa per il fotografo durante una gita in montagna. Perito chimico al Cobianchi, decise di unirsi alla Resistenza partigiana senza tentennamenti, forte e determinato come lo si può essere a vent’anni, consapevole di rischiare la vita da quel momento in poi, ogni giorno e ogni notte, dolce ma irremovibile davanti all’incredulità dei genitori e dei parenti.

Ricordo molto bene i genitori di Gigi, la zia Gina e Domenico Velati: la zia Gina non l’ho mai udita recriminare con il buon Dio per averle strappato quell’unico figlio in modo così crudele; penso volesse farsi carico della dignità e del coraggio da lui dimostrati, accettandone di conseguenza, senza lacrime anche la morte.

Lapide Velati

Un lampo d’orgoglio negli occhi quando qualcuno la salutava, mentre al cimitero di Pallanza, lucidava con amore il monumento funebre di Gigi o sistemava le ciotole dei fiori. Solo dopo la morte della zia Gina, abbiamo ritrovato nascoste in una scatola le reliquie più amare di quei giorni di lutto: il velo nero che ricoprì il bel volto del giovane su cui si infierì con crudeltà anche dopo la morte, le foto di un cadavere composto pietosamente dopo sevizie e brutalità. Nei nostri tempi, ancora segnati da guerre e dittature, possa il ricordo di Gigi e della sua morte, regalarci un nuovo desiderio di vera pace e libertà.

Poi, parte la Volante. Sugli scalini intona la sua canzone.

…squadra dell’allegria;

tra noi partigian non c’è malinconia.

Volante “Cucciolo” contenta e malinconica.

Coro: Nove uomini contenti e malinconici.

È contento Vola di essere accanto a Gino, Cesco accanto a Carluccio, Ermanno accanto a Gigetto, uno accanto all’altro. E la Volante fa i primi passi cantando, e uno allacciato all’altro.

E beve, beve anche l’altra bottiglia di cognac.

Gigetto dice che è ora di andare a dormire. Forse è meglio fermarsi alle prossime baite.

Tutti faticano e camminano nel buio senza luna: contenti e malinconici. Malinconici perché devono andare in Cannobina. Andare in Cannobina significa andare fra gente che non tutta ci vuol bene, gente che non tutta sta zitta; significa mangiar poco e soprattutto significa lasciare la zona bella, la zona che vede Intra, Pallanza e tutti i paesi che piacciono alla Volante.

Alle prime baite la Volante si ferma, entra in una e mette le armi al riparo del fieno. Poi dorme, malinconica e contenta. Nella Volante tutti si vogliono bene.

Coro: Bene sul serio. E dormono uno accanto all’altro, abbracciati. Così, dormono. Perché si vogliono bene.

 GIULIANA LUBATTI

Sono Giuliana, sorella di Cesco, Gastone Lubatti

Mio fratello aveva undici mesi meno di me. Siamo cresciuti come gemelli, eravamo quasi coetanei.

Cesco in bici

Aveva il pallino per l’aviazione, e divenne volontario. E rimase lì fino all’otto settembre, quando è stato riportato a casa dai ferrovieri.

Per un po’ rimase a casa con noi, quando si ammalò di pleurite.

Poi arrivò la cartolina, ma lui con i “Mai morti” non ci voleva andare. Lui voleva andare in montagna. Voleva andare a combattere con i partigiani.

Così mio padre lo accompagnò sopra Omegna. Poi si spostò a Premeno, nella Cesare Battisti.

Erano tutti amici, lo andavo a trovare e facevano anche delle feste.

Mi ricordo una volta, una domenica sera, mi ha chiesto di fermarmi lì con loro. Abbiamo fatto una festa e lui disse a tutti: “Non toccate mia sorella, ha un fidanzato!”. Quella sera mi divertii molto, giocammo, ballammo, ridemmo.

È stata l’ultima volta che l’ho visto vivo.

La settimana dopo era già morto.

Lo rividi poi al cimitero. Nonostante fossero stati puliti e tamponati dalle suore erano irriconoscibili. Sdraiati su delle scale, il viso di mio fratello non era più il suo. Lo riconobbi dalla mano.

Mi ricordo solo quello, la sua mano. Non so cosa succede in quei momenti, ma mi sono scordata tutto; mi sono scordata anche di come sono tornata a casa.

Mia madre rimase a letto per giorni, non parlava, non mangiava, non piangeva. Io e mio padre avevamo paura di perdere anche lei. Poi un giorno finalmente pianse, mio padre mi abbracciò e mi disse: “È salva”.

Nino Chiovini, il comandante Peppo, ha lasciato nei suoi scritti memoria di Gastone, che mi piace ricordare: di lui dice che era l’ultimo arrivato nella Volante. Sebbene fossero stati stati compagni di scuola e di squadra di pallacanestro, si erano persi di vista. Nino, ricordando che Gastone aveva scelto la via della lotta di Liberazione nel dicembre ’43, racconta che si era distinto per il suo coraggio in varie azioni, come quella di Ompio, dove aveva imparato a serrare i denti per non crepare. Chiovini racconta come lo ritrovò nella formazione della Volante a Pian Cavallo. Aveva ancora il suo viso infantile, le efelidi sulle guance e più fitte vicino al naso, ancora la peluria chiara sotto le basette, come l’ultima volta che l’aveva visto; solo gli occhi grigio-azzurri erano quelli di un uomo. Di lui Nino ricordava anche la scanzonata scompostezza e la voce lenta e strascicata, sempre pacata, anche quando si arrabbiava.

La Volante oggi ha camminato, si è fermata, ha mandato una corvèe a Trarego per prendere viveri. Qualcuno ha fatto il bagno, qualcuno ha dormito, qualcuno ha preparato da mangiare. La corvèe è tornata con pane, carne, vino e una notizia: una pattuglia di fascisti sale tutte le sere a Trarego. Cinque/dieci fascisti, ora di arrivo, abitudini, itinerario e ora di partenza. C’è tutto. La Volante mangia, parte col buio, giunge a Trarego, lo lascia sopra di sé e si apposta sulla strada. Passa il tempo e i fascisti non passano. La squadra di Dieci resta com’è: con i suoi morti. I fascisti restano come sono: senza morti freschi. La Volante torna, cerca una baita col fieno, per dormire. Perché sono le due di notte. Al mattino, esce dalla baita la Volante. Si scrolla di dosso le briciole di fieno e sale su per il prato giallo sciatto di gelo vecchio: per cuocere la carne, sale.

A metà pendio vede uomini, uomini armati, cappello alpino. Un colpo di binocolo: “Confinaria”. A 150 metri. Tutti i sentieri sono pieni di “Confinaria”. Fascisti per tutta la montagna. E la Volante è nove uomini. La Volante tiene consiglio: tra le baite 200 metri dai fascisti. Poi ha deciso.

Coro: Deciso che cosa?

Sa che è in trappola e vuole uscire. Non si scalda e non perde tempo. Non smania e scherza ancora, ma pensa. Che cosa pensa? Ha deciso di non farsi pescare. Cerca un angolo morto per passare le ore che mancano al buio. Scende sparsa, sperando di essere defilata. Forse è defilata: se nessuno la vede. Come si fa ad essere defilati quando non c’è che prato quasi uguale chiazzato di neve e fascisti dappertutto?

Coro: Fascisti sopra su ogni sentiero, fascisti ai lati, fascisti sotto, a Trarego, a Oggiogno.

Ha trovato un angolo morto, la Volante: un catino, un imbuto di terreno, una conchetta, qualcosa per non lasciarsi vedere da tutte le posizioni. Nel catino la Volante parla. Parla, racconta e ride. Cesco racconta e gli altri ridono, Jubal racconta e gli altri ridono, Gigetto racconta e gli altri non ridono: perché parla di Fondotoce. Poi parla Ermanno, poi di nuovo Cesco, poi qualcuno ancora e gli altri ridono, meno quello di guardia che non sente. La Volante ride e non si dà pensiero. Vede i fascisti e non si scalda. Vede le baite bruciare e allora si arrabbia: si chiede perché i fascisti incendiano le baite.

Coro: Che colpa hanno le baite?

Poi, torna contenta di nuovo.

Coro: Contenta di essere tutta assieme, uno accanto all’altro.

Poi, verso sera c’è Vola di guardia e Vola dice che un reparto di 43 uomini scende verso il catino.

La Volante tiene consiglio e decide. Scendere in valle, e con la notte risalire l’altro versante, passando tra i loro presidi.

Brutto è decidere, poi si scherza ancora. Fuori dal catino, la Volante imbocca il sentiero appena segnato, scende verso la valle passando sotto il roccione.

Una raffica scuote il silenzio dei sassi che rotolano pianamente: e la Volante si ferma. Guarda e vede una fila di uomini in cima al roccione: sente altre raffiche e si butta lungo il pendio pelato.

Le raffiche infittiscono, passano accanto alla Volante, fischiano tra la Volante. E la Volante passa accanto alle raffiche, passa nelle raffiche e si muove tra le raffiche.

Coro: Poi, la Volante si muove nel suo destino.  

Il destino di Ermanno che, sotto il roccione, spara finché avrà colpi. Il destino dei vivi che il caso lascia vivi. Il destino degli altri che si fermano al muretto. Un muretto a secco, dove comincia il prato. Dietro il muretto, uno accanto all’altro. E i corpi, uno accanto all’altro. E arrivano uno accanto all’altro. E colpiscono quelli della Volante:

Coro: uno accanto all’altro.

 

BRUNA GIARDINI

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Sono Bruna Giardini la sorella di Ermanno. Il giorno dell’eccidio sono tornata da scuola e mia mamma mi ha detto: Devi andare su a Trarego perché è venuta la signora Tranquillini ad avvisare che ci sono dei partigiani morti. Mio papà e mio zio erano già avanti. Con la bicicletta sono andata fino a Cannero e poi ho preso tutte le scorciatoie a piedi. Quando sono arrivata mi hanno fatto vedere i morti. Li ho visti proprio tutti! Ero quasi convinta che mio fratello non ci fosse, l’ultimo invece era lui ed era il più conciato di tutti: gli han portato via mezza faccia, era tutto tamponato. Avevo quattordici anni…Mia mamma, una volta finita la guerra, non ha retto al dispiacere di vedere i partigiani che scendevano dalle montagne e suo figlio non c’era perché era già due mesi che era morto. La gente, alla fine della guerra, ha dimenticato tutto. Noi siamo stati sempre persone tranquille e non abbiamo cercato vendetta. Ho testimoniato a tutti e due i processi anche perché sono stata la prima a vedere i morti:il tribunale voleva sapere cosa realmente avevo visto. Purtroppo mi aspettavo che fosse fatta giustizia e invece…

Poi, Cesco dice che sono tutti morti e feriti e che la piantino di sparare. Lo dice ad un ufficiale: “Disgraziato, piantala di sparare: son tutti morti e feriti.” Ed è ferito anche lui. E dice proprio “disgraziato”.

La “Confinaria” smette di sparare di lontano. Si avvicina e spara da vicino. Da due metri, spara. Sui morti e sui feriti. Raffiche lunghe, senza senso, per diritto, per traverso. Calci di mitra che spaccano le ossa già rotte dalle raffiche.

Sette morti. E la Volante eran nove. Due borghesi, e fanno nove. Perché due borghesi? Nove morti.

Nove morti e 348 ferite. Nove morti massacrati.

Coro: La Volante morta: uno accanto all’altro, come la Volante viva.

 

IVO BORELLA (Villa)

Classe 1919

Ivo Borella VILLA cl 1919

Villa faceva il contadino, prima. In montagna era venuto, ma nessuno ricorda che lui abbia spiegato a qualcuno il perché. Forse non lo avrebbe saputo neanche spiegare, perché non era uno che sapesse spiegarmi tanto bene. Di sicuro glielo diceva il cuore, di starci, perché con quel rospo d’asma che gli gonfiava il petto ad ogni rampa, poteva starsene anche a casa. Invece ci stava di cuore con noi. Non era il solo ad essere così. Con noi c’erano molti giovani a cui solo il cuore aveva fatto indovinare la via. Uno era Villa. Con le parole non sarebbe mai riuscito a indicarci la via.

Adesso la sua vita, da quando lo abbiamo conosciuto a quando è morto, è una via.

 

CORRADO FERRARI (Jubal)

Classe 1920

Corrado Ferrari JUBAL cl 1920

Perché un uomo, assordato dai colpi, con i muscoli rotti dai colpi, si alza e sceglie per le sue ultime parole: “Viva il comunismo?” Jubal ha fatto questo. Jubal lo sa. Jubal stava per morire e ha voluto lasciare agli altri queste parole. Gli uomini che muoiono con più calma lasciano un testamento spirituale. Jubal aveva fretta e ha lasciato solo un grido.

 

LUIGI VELATI (Gigetto)

Classe 1923

Luigi velati GIGETTO cl 1923

Nel giugno ’44 Gigetto era a casa, a Pallanza. Vide sfilare i 43 uomini verso Fondotoce. E li vide morire. Poi, arrivò da noi. “Per quelli di Fondotoce”, disse.

Venne in montagna per i morti, soffrì per i morti, sparò per i morti. E imparò dai morti. Infine morì lui, a Trarego.

E noi abbiamo imparato da lui e ancora impariamo da Gigetto e da tutti i nostri morti: più che dai libri più belli. I morti sono libri che non si scordano e che fanno imparare molto.

E Gigetto è un bel libro.

 

ERMANNO GIARDINI (Ermanno)

Classe 1924

Ermanno Giardini ERMANNO cl 1924

Forse Ermanno è morto soddisfatto: tutti i colpi fuori dalla canna prima di morire.

Lo cedettero il Capo.

E il suo viso era macinato dalle schegge di una bomba a mano e dai colpi di calcio di un fucile manovrato per la canna. Di chi era la mano che teneva la canna del fucile?

Perché Ermanno quando costui cominciò l’opera, era già morto.

 

GASTONE LUBATTI (Cesco)

Classe 1925

Gastone Lubatti CESCO cl 1919

Cesco aveva diciannove anni. Diciannove anni e il viso da bambino quieto. Si preoccupava più dei compagni che di sé. Poi voleva essere lasciato in pace. Poteva starsene a casa, ma diceva che i fascisti gli toglievano la pace e che avevano torto e, allora, per tornare tranquillo, salì in montagna a sparare: nel dicembre del 1943.

A Trarego, quando si accorse che lui era il ferito più leggero, gridò ai fascisti di piantarla di sparare. I fascisti si fecero sotto e macinarono colpi sui compagni, poi gli chiesero se voleva arruolarsi con loro. Rispose solo che gli facessero fare la fine dei compagni.

E questa non è retorica dell’eroismo.

 

LUIGI LESCHIERA (Gino)

Classe 1922

Luigi Leschiera GINO cl 1922

Gino era l’uomo Gino. Anzi è l’uomo Gino. Ė perché l’uomo sapeva sempre quel che voleva. Sapeva perché è diventato partigiano. Sapeva perché sparava. E lo diceva agli altri, a quelli che ancora non sapevano. Quasi non lo diceva a parole. Adesso non lo dice a parole. L’hanno imparato gli altri per quello che non faceva e per quello che non diceva.

A Trarego è morto senza parole. Gino non è di quelli che si sentono morire. Se ne è andato senza rumore.

 

PIERINO AGRATI (Vola)

Classe 1919

Pierino Agrati VOLA cl 1919

Vola era cugino di Gino. Abitavano dalle stesse parti, erano cresciuti quasi assieme, la pensavano allo stesso modo. Solo, Gino agiva più col cuore; Vola più con la testa. Vola cercava sempre quello che era giusto e ci ragionava sopra alle cose. Poi, Vola era buono. Buono e tranquillo. Lui non fumava e teneva il tabacco per noi, quando non ne avevamo. Quando sparava, sapeva sempre quanti colpi erano usciti. E sempre allegro, allegra a gli altri

Quando l’hanno ferito ha voluto ragionarci sopra e disse: ” O’ catà la mea”. Poi è morto.

Vola è di quelli che lasciano il vuoto grande quando muoiono.

 

ALDO BRUSA-PRIMO CARMINE

Lapide Aldo Brusa Lapide Carmine

I due borghesi non c’entravano. Non erano armati, non avevano sparato, non avevano parteggiato per nessuno. Forse il cuore aveva parteggiato per i nostri. Ma non c’entravano: solo il caso li aveva portati su quella data superficie di terreno entro la quale chi non era in divisa fascista è morto. Anche loro avevano i buchi sporchi di stoffa bruciata, la carne spappolata. Il perché, chiaro, particolare, per loro non c’è. C’è quello generale, sovrano indifferente: la guerra non spigola, miete.

Ma anche loro sono una via.

GISELDA CARMINE

Giselda Carmine

Sono Giselda, la sorella di Primo Carmine, uno dei civili uccisi a Promè: Primo era in Francia e lavorava a Montecarlo; quando è scoppiata la guerra è ritornato in Italia perché i francesi erano nostri nemici, e non gli permettevano di lavorare lì. È stato di stanza a Valona e poi in Grecia dove fu fatto prigioniero.

Dopo 5 o 6 mesi venne liberato dai tedeschi e, una volta tornato in Italia, per evitare di dover tornare a combattere si fece levare tutti i denti, in modo da non superare la visita medica per l’arruolamento e avere il congedo illimitato. Nonostante questo nel ’43 venne richiamato a combattere, ma si nascose in paese per poi fuggire su per i monti.

La domenica del 25 febbraio ’45 uno squadrone della Confinaria di Cannobio arrivò a Trarego. Mio fratello appena sentì la notizia dell’arrivo della Confinaria e della Brigata nera, avrebbe voluto tornare a casa, ma incitato da un amico, Aldo Brusa, che poi venne ucciso insieme a lui, decise di recarsi a casa di quest’ultimo a Promè, dove mangiarono insieme e poi si nascosero in una grotta. Qualcuno fece la spia e verso mezzogiorno i partigiani vennero inseguiti: sette caddero vicino a una stalla e due riuscirono a scappare. I soldati passarono anche davanti alla grotta e, non avendo accolto la loro supplica di lasciarli andare perché senza alcun arma, li uccisero con trentadue colpi di mitra ciascuno. Vennero poi scoperti i sette corpi e più in basso trovarono anche quello di mio fratello e del suo amico.

Dopo la strage per alcuni anni non riuscii più a ripercorrere la strada che porta a Promè, perché avevo troppa paura. Sulla pietra del sentiero c’erano ancora le macchie di sangue e ovunque io mi voltassi continuavo a vedere i volti dei partigiani e di mio fratello. Mia mamma ci andava perché c’era il mangime per gli animali, ma piangeva sempre quando tornava.

La guerra ci aveva portato via tutto, è stata la fine di tutto e da una cosa così non ci si può più riprendere.

 

Suor ALESSANDRINA DUSE

Testimonianza di suor ALESSANDRINA, dell’asilo di Trarego:

Dopo il mostruoso eccidio, i sette copri straziati dai colpi della mitraglia, coperti di sangue e di terra, rimasero lì, soli tra le foglie secche, ancora per due giorni e due notti. Quando finalmente i loro assassini si allontanarono, mi avvicinai a quel luogo di tragedia, muovendomi tra le ombre della notte ormai vicina. Tremava il mio cuore a causa di tutti questi colpi e urla, avevo paura di scoprire la tragedia. Arrivai sul posto di fronte ai corpi massacrati di quei ragazzi, il mio cuore si sentì straziato e non riuscivo a trattenere le lacrime. Poi come avrebbero fatto tutte le mamme, spose e sorelle, cominciai a tamponarli e pulirli in modo da nascondere le ferite più gravi. Composi quei poveri corpi e pregai per le loro anime maledicendo gli assassini. Dopo due giorni permisero la sepoltura e furono portati in cimitero da alcuni paesani. Lavai con misericordia i corpi dei Martiri e mi sostituì alle madri, alle spose e alle sorelle di questi giovani in questa dolorosa circostanza, sfidando i sospetti e le ire fasciste. Vorrei essere ricordata solo per il mio gesto come patriota.

 

ANNA BEDONE

Scuole elementari

Sono Anna Bedone Ferrari, maestra della scuola elementare di Trarego negli anni della guerra e aiuto segretario comunale. Negli anni successivi al ’43 mi trovai ad aiutare alcune famiglie ebree, falsificandone i documenti o, come nel caso della famiglia Coen Torre, trovando loro una casa a Trarego.

Il 25 febbraio, il giorno della strage, era un giorno come tanti: ero al lavoro, quando sentii degli spari, a quel punto mi recai a casa della famiglia Torre per riprendere mia figlia che, dopo la scuola, come ogni giorno, veniva ospitata da loro. Nel momento in cui arrivammo a casa, finalmente pensai: “Tra le case di Cheglio mi sento più tranquilla.

Il giorno dopo arrivò l’ordine di andare a recuperare i cadaveri dei partigiani caduti per seppellirli in una fossa comune nel cimitero di Trarego. Allora il segretario comunale Ciccardini di Oggebbio disse che si potevano fare delle fotografie per il riconoscimento dei corpi da parte dei parenti. Siccome io ero una delle poche ad avere la macchina fotografica, mi chiese nell’ora di pranzo se ero disponibile a scattare delle foto. Io accettai ma, tornata a casa, trovai mio marito contrario poiché aveva paura e pensava che ci bruciassero la casa. Questo suo timore non cambiò la mia scelta.

I corpi erano stati posti su delle scale a pioli per poter essere fotografati, dopo essere stati ricomposti dalle suore che li avevano lavati.

Mentre scattavo le foto il messo comunale faceva da guardia fuori dal cimitero. Di lì, quel giorno, passò una persona, che sospetto sia stata l’informatrice dei fascisti.

Il giorno dopo, infatti, ricevetti una telefonata dal comando che mi intimò di consegnare il rullino, minacciandomi, in caso contrario, di venirmi a prendere. Contattai subito il segretario comunale che si occupò di riconsegnare il rullino.

La notizia della morte dei nostri partigiani si diffuse rapidamente e arrivarono qui amici e parenti a portarli via.

Il rullino venne ritrovato nella tasca del comandante Nisi, il 25 aprile, quando i fascisti scapparono, finita la guerra. Grazie al parroco del paese il rullino tornò nelle mie mani e decisi di farle sviluppare a Intra dal fotografo Moscardelli, il quale al momento del ritiro delle foto mi chiese di lasciargli i negativi che sarebbero stati utili per eventuali celebrazioni.

La vicenda di Giuseppe Clair Gagliani

Gagliani

Il giorno in cui avevo scattato le foto il signor Gagliani era presente ed ebbe parole di solidarietà nei confronti dei partigiani uccisi; sembra che abbia esclamato: “Vi vendicheremo!”. Purtroppo qualcuno riferì ai militari fascisti di Cannero la sua frase e così il giorno dopo essi sequestrarono sua figlia sedicenne e telefonarono in municipio con l’ordine di avvisare Gagliani di presentarsi, altrimenti non avrebbero rilasciato sua figlia Maria. Io quel giorno speravo proprio di non incontrarlo, ma, invece, quando sono arrivata alla stazione di Cheglio l’ho incrociato e ho dovuto riferirgli tutto. Fu arrestato e, mentre lo portavano al comando di Cannobio, gli spararono nella schiena. Poi liberarono la figlia.

 

 

MARIA GAGLIANI

Sono Maria, figlia di Giuseppe Clair Gagliani. Avevo sedici anni, nel marzo del 1945. Mio padre partecipava alla lotta di liberazione e non si trattenne davanti allo scempio dei partigiani uccisi a Promè. Una spia denunciò ai fascisti il nome di mio padre e così il 1 marzo vennero a casa nostra a cercarlo e, non trovandolo, mi presero come ostaggio. Venni portata a Cannero al comando fascista, dove restai fino all’indomani; ricordo che fui liberata dopo una raffica di colpi di mitraglia. Chiesi subito di mio padre, ma mi dissero che era fuggito. Così chiesi alla gente se sapeva qualcosa, ma dissero che era scappato anche se sapevano già la verità. Io non contenta continuai a chiedere a tutti fino a quando qualcuno mi disse di andare a Cannero perché lì c’era mio padre… Morto. Io pensavo fosse in strada ma non lo vedevo da nessuna parte poi però mi dissero che ero sul gradino dove c’era il suo sangue.

Lapide di  Gagliani

Mia sorella allora era piccola e per non farla assistere alla scena le vennero date 5 lire per andare a comprare le caramelle.

Mia mamma non volle i soldi dal soldato che aveva ucciso mio padre e, quando partecipò al processo, che si tenne a Novara, gettò in faccia all’assassino quelle monete che le erano state date il giorno della sua cattura.

Il giorno della liberazione ero su per i monti e sentii le campane suonare, così tornai a casa e vidi mia mamma che piangeva.

 

Dall’Antigone di Sofocle

 

Antigone: ” [..] ma se prima del tempo io morirò, questo io lo considero un guadagno: per chi vive, com’io vivo, fra tante pene, un guadagno non sarà la morte?

Per me dunque, affrontar tale destino, è un dolore da nulla. Ma se l’uomo nato da mia madre avessi abbandonato, salma insepolta, allora sì, mi sarei disperata: del resto non mi dispero.

Tu dirai che da folle io mi comporto;

Ma forse di follia m’accusa un folle [..] ”

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From → Πόλις, Memoria

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