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L’Ossola libera e le “Repubbliche” partigiane.

23 ottobre 2014

L’ANPI lo scorso 17 ottobre ha organizzato a Cannero una serata dedicata al 70mo anniversario della Repubblica Partigiana dell’Ossola (40 giorni di libertà – La Repubblica dell’Utopia) e mi ha chiesto un intervento su quell’esperienza e un richiamo alle altre “libere repubbliche” sorte allora in Italia. Ho così preparato una sintesi di quegli avvenimenti accompagnata da alcune riflessioni e comparazioni con l’oggi.

Cannero dettaglio

Cannero, 17 ottobre 2014

 La Repubblica dell’Ossola (10 settembre – 19 ottobre 1944)

Il manifesto che convoca questa serata riporta la foto del cippo (di uno dei cippi assieme a quelli di Mergozzo, Ornavasso e dell’alta Ossola) che ricorda il confine della “Repubblica Partigiana dell’Ossola”.

Come ricordava Pier Antonio Ragozza tre settimane fa alla Casa della Resistenza, quei cippi non segnalano una divisione statuale, una rigida demarcazione territoriale che in realtà fu labile e mobile nel tempo: quel confine qui a Cannero ad esempio durò pochi giorni e dopo la caduta di Cannobio si spostò di fatto a metà Cannobina, a Ponte Falmenta.

Ricordano invece un confine ben più importante, simbolico, ideale e storicamente concreto nello stesso tempo, quello fra due concezioni dell’uomo e della società, la linea di demarcazione fra una dittatura da una parte e la sperimentazione concreta della democrazia dall’altra.

Condensare in una decina di minuti quella esperienza è pressoché impossibile: andrò velocemente per titoli.

Con una premessa: ogni volta che leggo documenti, testimonianze, ricostruzioni di quei 40 giorni rimango sempre più meravigliato della ricchezza e complessità di quella esperienza, di quanto in un tempo ridotto e in condizioni di estrema difficoltà si è riusciti a realizzare.

Confine rep Ossola Cannero

 

L’aspetto militare.

Nonostante la pesante sconfitta subita con il rastrellamento di giugno nella Valgrande (circa 300 caduti) e una molteplicità di azioni repressive contro partigiani, antifascisti e popolazione (l’ultimo episodio fu quello di Premosello il 29 agosto con 5 vittime – un partigiano e quattro civili – e circa 50 abitanti rastrellati), i mesi di luglio ed agosto videro un rafforzamento e una notevole vitalità delle forze partigiane con la nascita di nuove formazioni e la ristrutturazione di altre. Vanno ricordate oltre alle più note Valdossola di Superti e Valtoce di Di Dio, la neonata Valgrande Martiri di Muneghina. In questa area, tra Verbania e il confine, la Perotti di Frassati e la Cesare Battisti di Calzavara che proprio in quei giorni si uniscono per formare la brigata Piave. Nel Cusio la Beltrami di Rutto. Nelle valli a ovest e nord di Villadossola e Domodossola, tra la Val Anzasca e la Val Antigorio vi sono i Garibaldini, in contatto con la Valsesia e che assorbono alcune formazioni e gruppi locali come il battaglione Fabbri dei fratelli Scrittori dando vita alla Divisione “Redi”. Vi è poi a est di Domodossola, nelle valli Isorno e Vigezzo, la formazione autonoma di Viglio che diventerà poi Brigata Matteotti.

Una presenza partigiana eterogenea di circa 1500 combattenti (non particolarmente ben armati) che con azioni successive stringono in una morsa crescente Domodossola dove sono concentrati circa 600 nazifascisti. La presenza di più formazioni, in concorrenza emulativa fra di loro, fa anche sì che i comandi nazifascisti sopravvalutino le forze nemiche. Alla fine di agosto si hanno anche alcune diserzioni fra i fascisti e fra i soldati della Wehrmacht; da ricordare in particolare la diserzione in massa di oltre 70 georgiani passati, con il loro armamento, con i partigiani.

Il 9 settembre, al Croppo di Trontano, con la mediazione dei parroci di Masera e di Domodossola, avviene la trattativa tra i rappresentanti del Valdossola e della Valtoce con i comandi nazifascisti che accettano la resa e nella notte abbandonano la città lasciando, i tedeschi, l’armamento pesante e, i fascisti, anche l’armamento personale. Valdossola e Valtoce (con l’esclusione dei Garibaldini) acquisirono pertanto una quantità considerevole di armi entrando in città il mattino successivo.

Si era evitato di portare i combattimenti in città con prevedibili conseguenze drammatiche per la popolazione civile – era questa in particolare la preoccupazione delle autorità religiose – e si era inflitto al nemico un colpo decisamente significativo sul piano militare e sul loro stesso prestigio. Tutto poteva, in un certo senso, finire qui.

Nella strategia militare del CVL infatti

L’occupazione di paesi non è fine a se stessa. Non si occupa per poi aspettare il rastrellamento nemico. Il territorio occupato deve essere considerato come una base dalla quale devono incessantemente partire le squadre per colpire il nemico. L’occupazione di paesi e vallate deve garantirci una più vasta possibilità di mobilitazione e di istruzione di nuove forze che devono però essere impegnate oltre i ristretti limiti della vallata. (Circolare del 25 giugno)

Analoga e ancor più esplicita la posizione del Comando Generale delle Brigate Garibaldi:

L’occupazione di paesi e vallate non deve affatto significare rinchiudersi nel limitato spazio occupato, quasi in una specie di repubblica indipendente, preoccupandosi di non essere rastrellati. L’occupazione di paesi e vallate deve esser fatta per preparare delle basi più larghe e più solide dove organizzare su più vasta scala e con maggior cura i nostri colpi da portare al nemico, in tutte le direzioni e il più lontano possibile. (Direttiva del 18 giugno)

I garibaldini erano stati esclusi dalle trattative e dalla distribuzione delle armi, ma avevano comunque consolidato le loro posizioni assorbendo gruppi minori e accogliendo nuove reclute ed anche rafforzata l’unità di azione con la Beltrami. Non era nemmeno intenzione espressa della Valtoce quella di occupare stabilmente il territorio né tantomeno dar vita e sostenere un governo locale.

Dionigi Superti

Dionigi Superti

 

Il governo civile.

Chi puntò alla costituzione di un territorio stabilmente libero e ad una Giunta Provvisoria di Governo, formata da civili in rappresentanza delle diverse formazioni politiche antifasciste, fu soprattutto Superti che, grazie ai suoi rapporti con i socialisti espatriati in Svizzera e, loro tramite, i servizi di informazione alleati, pensava all’Ossola come testa di ponte per un futuro aviosbarco di truppe alleate, in sintonia con Ettore Tibaldi, rapidamente rientrato dalla Svizzera, che da tempo ne aveva elaborato il progetto. Lo stesso CNL locale, immediatamente riattivato, si rese conto della necessità di dare una amministrazione alla città e all’intero territorio liberati. L’ordine di costituzione della Giunta fu emanato da Superti e, superate iniziali incomprensioni, successivamente riconfermato dal CLNAI.

Ettore Tibaldi

Ettore Tibaldi

Questa la composizione e gli incarichi della Giunta:

Ettore Tibaldi, (socialista, primario dell’ospedale di Domo; dal novembre del ’43 rifugiato a Lugano): Presidente, Esteri, Giustizia, Igiene.

Giorgio Ballarini (indipendente): Servizi pubblici, Trasporto e Lavoro.

Mario Bonfantini (“Bandini”, novarese, socialista, poi famoso critico letterario): Collegamento con l’autorità militare e Stampa.

Severino Cristofoli (azionista, ingegnere della Rumianca): Organizzazione amministrativa e Controllo della produzione industriale.

Dott. Alberto Nobili (liberale): Finanze, Economia ed Alimentazione.

Giacomo Roberti (comunista): Polizia e Servizi del Personale >> poi sostituito dal ferroviere milanese, anarchico e comunista, Emilio Colombo (“Oreste Filopanti”).

Don Luigi Zoppetti (padre rosminiano, democristiano): Istruzione, Culto e Assistenza >> poi sostituito da don Gaudenzio Cabalà, sacerdote domese (nato a Gravellona).

Avv. Natale Menotti (“Nicola Mari”, verbanese, democristiano): Tributi e Finanze.

Gisella Floreanini (“Amelia Valli”, milanese, comunista, rientrata dalla Svizzera): Assistenza, Organizzazioni di massa.

Gisella Floreanini

Gisella Floreanini

Furono inoltre nominati

come segretario aggiunto Umberto Terracini che stese tutti i verbali delle 13 sedute di giunta e, in accordo con Tibaldi, salvò (e completò) tutta la documentazione portandola poi in Svizzera come atto di totale trasparenza dell’operato della giunta;

come rappresentante in Svizzera della GPG, Cipriano Facchinetti che tenne i rapporti con il CLN a Lugano;

come giudice straordinario l’avvocato milanese Ezio Vigorelli che istruì con scrupolo i processi per i crimini fascisti e per l’epurazione, ma senza portarli a dibattimento per non dover eseguire condanne a morte;

come curatore dei rapporti economici con la Svizzera Luigi (Gigino) Battisti, (azionista, figlio dell’irredentista Cesare, poi Sindaco di Trento) che ottenne dal paese confinante un carico giornaliero di 20 tonnellate di patate in cambio dei prodotti chimici della Rumianca;

come comandante del neo costituito Corpo Volontario della Guardia Nazionale che unificava i diversi corpi di polizia (finanza, forestale, polizia, carabinieri) in un unico organismo formato di volontari e di militari non compromessi, il colonnello Attilio Moneta che poi cadrà, insieme ad Alfredo Di Dio, al Sasso di Finero il 12 ottobre, durante il contrattacco nazifascista.

E l’elenco potrebbe continuare: commercialisti locali per il bilancio, insegnanti e presidi per riformare la scuola.

Due sono gli aspetti da sottolineare:

  • L’attività della giunta, capace di fronteggiare una situazione difficilissima (economica, sanitaria, alimentare, assistenziale, abitativa, postale, dei trasporti e delle comunicazioni ecc.) e nello stesso tempo di precorrere nuovi ordinamenti democratici. Non ci fu il tempo per organizzare elezioni ma si favorirono (grazie in particolare a Gisella Floreanini) la rinascita di organismi di massa e sindacali con l’elezione di commissioni interne per sostituire i sindacati fascisti nonché, di concerto con il CLN, la sostituzione in tutti i comuni ossolani (32, con oltre 80mila abitanti complessivi) dei podestà con la nomina di Commissari straordinari. L’attività legislativa fu a tutto campo con attenzione particolare alla scuola con la sostituzione dei testi fascisti e una revisione dei cicli, alla legalità (non mancarono anche disposizioni contro il contrabbando, in realtà solo enunciate), ad un riordino del sistema di previdenza e di quello fiscale. E, nel momento in cui si delinea la rioccupazione nazifascista, l’organizzazione del trasferimento in Svizzera dei bambini (circa 2500) e poi di parte consistente della popolazione: da 25 a 30mila civili che abbandonarono l’Ossola e, in particolare, Domodossola trovando rifugio nel paese confinante e facendo in modo che, quando il 14 ottobre i nazifascisti rientrarono a Domodossola, il prefetto fascista di Novara Vezzalini si rendesse conto, di fronte ad una città quasi deserta, della impossibilità di esercitare le rappresaglie preannunciate.

Treno bambini 1Il treno dei bambini

  • Il clima di partecipazione entusiastica, di fervore democratico, di attività culturali, di dibattiti a tutto campo, che coinvolse i cittadini residenti, un numero consistente di antifascisti rientrati dall’esilio o affluiti dall’Italia occupata (in particolare dal novarese e dal milanese). L’elenco di politici (parlamentari, costituenti, sindaci ecc.), di scrittori, intellettuali, giornalisti, storici ecc., presenti in quei giorni in Ossola, e che poi ebbero un ruolo importante nell’Italia del dopoguerra, è lunghissimo e rischierebbe di rimanere incompleto. Fu quella una fucina di intelligenza e di libera espressione, un “clima” che ha lasciato il segno e che in molti hanno testimoniato. A me vengono in mente le bellissime pagine di Franco Fortini in “Sere in Valdossola”.Vi fu la pubblicazione di un numero consistente di testate giornalistiche, di volantini e manifesti che si aggiunsero ai comunicati e ai notiziari della GPG. Mario Bonfantini diede vita ai corsi di una “Università popolare” sulla storia contemporanea. E, in sincrona a tutto questo, la partecipazione attiva dei cittadini alle esigenze sia militari (costruzione di armi e munizioni nelle fabbriche) che civili (ad esempio gli allievi e gli insegnanti del Rosmini che aiutarono ad accumulare e ridistribuire le derrate – patate, latte condensato, … – e i medicinali provenienti dalla Svizzera utilizzando il sottotetto del Collegio come magazzino).

 

La libera stampa

Nei 40 giorni della Repubblica si distribuirono in migliaia di copie dieci nuove testate, due direttamente edite dalla Giunta Provvisoria: Bollettino quotidiano di informazioni (16 numeri) e Liberazione 4 numeri). Le altre furono Valtoce dell’omonima formazione (8 numeri), Unità e Libertà dei Garibaldini (3 numeri), Il Patriota della Brigata Matteotti (2 numeri), L’Unità organo del PCI nazionale (2 numeri); e con un singolo numero: Il Combattente dei Volontari della Libertà, La nostra lotta, rivista teorica del PCI, F d G per una vita migliore del Fronte della Gioventù, Avanti! del PSIUP. A questi si aggiunsero due numeri del preesistente settimanale cattolico Il Popolo dell’Ossola.

Un piccolo episodio per ricordare quel clima di partecipazione, ma anche di confronto acceso: la carta di quei bollettini e giornali era per i più quella bianca con due eccezioni: l’azzurro di “Valtoce” che richiamava evidentemente il colore della formazione, e il “rosso” (in realtà più rosa-violaceo) del “Bollettino quotidiano” della Giunta. Quest’ultimo colore (sembra in realtà scelto dalla tipografia per smaltirne una scorta sovrabbondante) fu vissuto come una provocazione dai partigiani azzurri che manu militari requisirono quella carta e così il bollettino, da n. 8 del 29 settembre uscì “normalizzato” con la carta bianca.

Bollettini GPG n. 7 e n. 8 (colore “normalizzato”) – 27 e 28 settembre

Bollettini GPG n. 7 e n. 8 (col colore “normalizzato”) – 27 e 28 settembre

 Una accelerazione e una anticipazione della storia

Si dice che oggi viviamo in tempi frenetici, dove la rapidità è la cifra dei nuovi scenari economici, finanziari e digitali. Anche quelle sei settimane furono sotto il segno della rapidità, però di una rapidità non fine a se stessa, ma che aveva chiaro il senso dell’agire e dove l’urgenza (allora realmente drammatica) non era utilizzata come pretesto per ridurre la partecipazione dei cittadini e il confronto, anche duro, fra posizioni talora molto differenti. Ogni posizione era rispettata e valorizzata all’interno una finalità complessiva condivisa.

Cosa permise di realizzare tutto questo? Certo erano uomini saggi, politicamente avveduti, dalle salde convinzioni, ma, tutto sommato uomini …non supereroi! Perdi più facendo parte, sul versante politico, di una giunta che solo parzialmente era costituita da cittadini ossolani a conoscenza del territorio e, sul versante militare, appartenendo a formazioni partigiane con differenze e reciproche divergenze non da poco, tanto che la costituzione di un comando militare unificato (CUZO) si realizzò di fatto solo sulla carta e si dovrà aspettare il febbraio-marzo dell’anno successivo perché si arrivi ad una reale unificazione operativa di tutte le formazioni.

Quale il segreto di quei 40 giorni di libertà, di anticipazione di una democrazia moderna; di una attività nel contempo frenetica e rigorosa, emergenziale e proiettata nel futuro, di decisioni rapide e di dibattito intenso e partecipato, di fusione di orientamenti politici apparentemente inconciliabili, di sintonia fra ceti sociali rurali, operai e borghesi, fra abitanti locali, sfollati e rimpatriati, fra civili e formazioni partigiane?

Gli storici insistono sulla particolarità, rispetto altre “zone libere”, del confine con la Svizzera (200 km di confine con due ferrovie e più passi di frontiera), del fatto cioè che la Svizzera ha costituito il retroterra politico (con la presenza e poi il rimpatrio dei fuoriusciti) ed economico, nonché il rifugio nel momento del crollo. A questo alcuni aggiungono la speranza (rivelatasi poi un’illusione) di un intervento alleato via aerea che sembrava promettere una liberazione non solo temporanea, ma l’avvio, la testa di ponte territoriale, militare e politica di una liberazione complessiva dell’Italia occupata. Come è noto gli aeroporti predisposti (vicino a Domodossola e in Vigezzo) si rivelarono fatica sprecata e nemmeno un’arma fu paracadutata in Ossola durante quei giorni.

Certo questi fattori hanno senz’altro contribuito: da un lato il retroterra elvetico ha dato sicurezza e la speranza di un intervento alleato mobilitato le energie. Ma a me sembra che vi sia stato soprattutto un fattore, come dire, psicologico, sociale e politico insieme: la “zona libera” ha creato uno spazio di libertà, di libera espressione che gli ossolani e gli antifascisti affluiti hanno riempito con entusiasmo. Senza quella partecipazione massiccia e quella fame di libertà, di entusiastica collaborazione, nessuna Giunta sarebbe stata in grado di realizzare quanto allora si è realizzato nel presente e progettato per il futuro. Per tutti quei giorni, ricorda Begozzi nel documentario “La Repubblica dell’Utopia”, l’oscuramento venne abolito e quelle luci rimaste accese furono il segno di una felicità collettiva ritrovata, e sono luci che ancora oggi possono illuminarci.

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“Repubblica” o “Zona libera”?

 È noto come la dizione “Repubblica” in riferimento all’esperienza dell’Ossola sia successiva e come allora si parlasse di “Zona liberata” e di “Giunta Provvisoria di Governo” anche se non mancano fra le stesse testimonianze dei partigiani (un esempio nel documentario “La Repubblica dell’Utopia” di Daniele Cini, 2008) casi – per così dire – di memoria retroattiva.

Non poteva allora chiamarsi Repubblica per ovvi motivi: innanzitutto perché nelle formazioni – e in particolare nella Valtoce – c’erano molti ufficiali di fede monarchica, in secondo luogo perché la stessa Giunta Provvisoria di Governo prese subito contatti, tramite il CLN di Lugano, con il legittimo e monarchico (seppur sostenuto dal CLN) Governo Bonomi per dichiarare fedeltà e ottenere riconoscimento. E poi per una ragione, direi, terminologica: Repubblica allora era quella di Salò e repubblicani i fascisti; il termine “repubblichini”, pur se presente con accezione dispregiava già ai tempi della rivoluzione francese, ebbe larga diffusione in riferimento ai fascisti di Salò solo più tardi, soprattutto dopo il referendum costituzionale e la nascita della Repubblica Italiana.

La dizione prevalente nella storiografia sino agli anni ’60 fu pertanto quella di “zona libera”: così le definisce ad esempio Mario Giovana nel suo libro del 1962 sulla Resistenza Piemontese e, ancora nel 1969, l’importante Convegno internazionale tenuto a Domodossola è appunto intitolato Le zone libere nella Resistenza italiana ed europea.

Il termine “repubblica” durante la guerra era semmai usato in modo dispregiativo nell’espressione “repubblica di banditi” dai tedeschi, oppure sul fronte opposto dal Comando Generale delle Brigate Garibaldi che il 18 giugno del ’44 parla delle zona libera come di qualcosa che non deve diventare una specie di repubblica indipendente. Il già citato Giovana utilizza con il riserbo delle virgolette l’espressione di “libere repubbliche”, per cui è da dedursi che, pur tra cautele (virgolette, cosiddette ecc.), l’uso abbia avuto una certa diffusione prima del libro di Bocca (Una repubblica Partigiana) uscito nel 1964. È comunque questa opera che ne “sdogana” l’utilizzo e da allora l’uso si è diffuso ed è prevalso.

Sul piano più propriamente storiografico il problema è comunque restato aperto: quali zone liberate dai partigiani è giusto chiamare “repubblica”? Per alcuni nessuna, per altri tutte, per altri le più grandi/estese e durature (Bocca), per altri infine quelle in cui, oltre alla zona militarmente liberata, sono sorte istituzioni rappresentative e democratiche

La Memory School che la Casa della Resistenza il 26 e 27 settembre scorso ha dedicato all’esperienza Ossolana e al confronto con analoghe esperienze italiane e straniere, ha utilizzato un’espressione che mi pare particolarmente appropriata: La Repubblica prima della Repubblica. Non una repubblica vera e propria ma appunto un “prima della”, una anticipazione della Repubblica.

Le “Repubbliche” partigiane

 Il fenomeno non è certo ristretto all’esperienza Ossolana e in quel 1944, soprattutto sul finire dell’estate e l’inizio dell’autunno, quando, con Roma liberata (4-5 giugno) e lo sbarco in Normandia (6 giugno) sembrava che la guerra avesse preso una accelerazione a favore degli alleati e la liberazione completa dell’Italia fosse questione di pochi mesi.

Quante sono allora state le “Repubbliche partigiane” nel ‘44?

Wikipedia, oltre all’esperienza anticipatrice di Maschito (Basilicata) del settembre – ottobre del 1943, ne indica altre 20 dal febbraio all’inverno del 1944.

Nunzia Augeri nel suo libro “L’estate della Libertà. Repubbliche Partigiane Libere”, da poco pubblicato, ne ha contate 29.

Probabilmente non le conosciamo tutte,

Quello che segue è un ampio stralcio, ripreso dal citato testo di Giovana, relativo alle zone libere del Piemonte nelle aree controllate dal CLNRP (con esclusione della Provincia di Novara che dipendeva dal CLN milanese). Il testo ci permette sia di capire quanto zone libere e nascita di libere istituzioni amministrative locali esprimessero una tendenza diffusa e quante fossero, al di là delle differenze economiche e territoriali, le analogie anche con altre aree (Ossola compresa).

“Dei mesi dall’estate all’autunno del ’44 si può dunque parlare come di una fase di alta efficienza bellica del partigianato piemontese che coincide con la massima espansione territoriale e con una consolidata disciplina nel quadro delle direttive del CLNRP. È l’epoca delle zone libere che com­prendono la Valsesia, un settore ampio dell’Astigiano e delle Langhe, le val­li di Lanzo, quelle cuneesi orientali del Gesso, della Grana, della Macra, della Varaita e della Stura.

In queste aree di totale giurisdizione partigiana sorgono le libere amministrazioni di decine di CLN e Giunte popolari, si attuano esperimenti originali di autogoverno locale con la regolamentazione del mercato dei prodotti alimentari, la lotta alla speculazione della cosiddetta “borsa nera”, si concepiscono piani di distribuzione delle risorse agricole. Imposte stabilite dalla legislazione fascista, come quella sul celibato, sono abolite; vengono fissati i prezzi delle principali derrate, si contingentano gen­eri di prima necessità, si apportano correttivi ai sistemi degli ammassi. Non sempre e dappertutto tale fiorire di iniziative, nelle quali l’opera dei comandi di formazione si intreccia con spontanei contributi popolari, con­segue risultati durevoli o anche solo significativi, poiché i territori liberi, staccati dal corpo dell’economia delle province, con risorse che la guerra ha distrutto o grandemente ridotto, non possono dimensionarsi sull’autosuffi­cienza economica e sono zone assediate in cui la vita civile soffre tutti gli in­convenienti dei blocchi che la circondano. Ciò non ostante, l’epoca delle “libere repubbliche” è il momento più fertile e suggestivo dell’incontro tra movimento partigiano e masse contadine, in un ambiente come quello agri­colo del Piemonte e in special modo dei territori che sono tradizionale caposaldo della piccola e media proprietà terriera (Astigiano, Cuneese) dove so­pravvivono radicatissime le prevenzioni contro la convivenza forzata con reparti militari sul piede di guerra (retaggio storico delle vicende medioevali e rinascimentali), dove non esiste come problema sociale il declassamento di masse bracciantili e dove infine permane un certo spirito di atavica diffidenza verso coloro che si fanno portatori di esigenze “rivoluzionarie” .

Nelle valli e nei centri rurali della collina langarola o della plaga mon­ferrina gli organi dell’amministrazione democratica sono l’anello che con­giunge elemento popolare e volontari combattenti. Contadini, sacerdoti, pic­coli proprietari, borghesia possidente, entrano nelle Giunte, partecipano alle assemblee ove si discutono le questioni locali; si emettono decreti, si coordi­nano le iniziative da comune a comune, viene creata una polizia alle di­pendenze delle Giunte, circolano perfino giornali stampati per diffondere i comunicati delle autorità. Assistiamo così al tradursi in pratica dell’ordina­mento statuito dal CLNRP per gli organi periferici e per il governo ammini­strativo dei comuni.

«Riportiamo – è detto nel “Piano di attività della Delegazione civile delle Langhe” – la vita civile delle popolazioni nelle zone libere, controllate dalle formazioni partigiane, al concetto e alla pratica della libertà amministrativa sulla base della democrazia popolare progressi­va; e ciò entro il tempo che precederà il ripristino degli organi politici-am­ministrativi dello Stato, nella forma e nell’espressione giuridica che il popolo italiano darà ad esso … Intorno ad ogni Giunta popolare comunale creare tutta una serie di organismi atti a far rinascere in piena libertà l’attività eco­nomica, politica e sociale, come ad esempio i Comitati dei contadini, i gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della Libertà, i comitati del Fronte della Gioventù, i Gruppi studenteschi per l’assistenza alle Giun­te popolari, i Consigli scolastici per il controllo della scuola del popolo e via di seguito … In ogni villaggio – dispone il commissario di una divisione partigiana – è necessario costituire tempestivamente dei CLN dei quali devono far parte i componenti dei vari Partiti antifascisti.». (p. 147–148; evidenziazioni mie)

Per quanto riguarda la Valsesia c’è da ricordare che Moscatelli non volle mai usare, neanche dopo la guerra, l’espressione di “repubblica” e che le “zone liberate” valsesiane, con vicende alterne, si susseguirono dal giugno 1944 all’aprile 1945.

Alba (10 ottobre – 2 novenbre). Quei 23 giorni, resi famosi dal racconto di Fenoglio (I ventitré giorni della città di Alba) iniziarono in modo simile a quello dell’Ossola. Le truppe fasciste di stanza in città, in seguito ad un accordo mediato dalla curia vescovile, lasciarono Alba (portandosi seco anche gli armamenti); anche in questo caso dall’accordo furono escluse le formazioni garibaldine. Fu costituito un CLN che non ebbe però la rilevanza di iniziativa paragonabile a quello dell’Ossola o della Carnia. Lo storico Ezio Zubbini ritiene che in questo caso sia del tutto improprio utilizzare l’appellativo di Repubblica, mentre questo può di certo valere per le zone libere delle Langhe (cfr. sopra ).

23 giorni Alba

Tra le molte esperienze in altre regioni ne possiamo citare alcune fra le più significative

  • Repubblica partigiana (o Dipartimento) del Corniolo (febbraio – marzo 1944) nell’Appennino forlivese: fu la prima delle repubbliche del centro nord. Istituita il 2 febbraio dal Comandante “Libero Riccardi” (Riccardo Fedel), antifascista della prima ora e comandante della Brigata Garibaldi Romagnola. Oltre al rilevante valore dell’aspetto simbolico di essersi formata nel territorio di nascita di Mussolini, questa esperienza si distinse per iniziative e provvedimenti nella prospettiva di una riforma agricola.
  • Montefiorino (17 giugno – 1º agosto 1944). Siamo nell’Appennino modenese dove, in rappresaglia per alcune azioni partigiane, le truppe naziste il 18 marzo avevano compiuto una delle più feroci stragi: a Monchio, Susano e Castrignano (frazioni di Montefiorino) con 136 vittime civili comprese donne e bambini. Nell’esperienza della Repubblica, durata 45 giorni, il ruolo prevalente rimase nelle mani delle formazioni partigiane che gestirono direttamente giustizia e pubblica sicurezza. Per le singole località si costituirono giunte popolari formate dai capi famiglia che elessero i sindaci dei comuni. Con la rioccupazione tedesca il paese, abbandonato dai suoi abitanti, fu dato alle fiamme e continuò a bruciare, in particolare la rocca, per più giorni.
  • Carnia (luglio – settembre zona libera; ma GPG 28 settembre – 10 ottobre). Fu la “Repubblica” più vasta per territorio (oltre 2.500 km2 ) comprendente ampie aree a nord e sud del Tagliamento e con una popolazione di oltre 80.000 abitanti distribuita in 40 comuni. La costituzione (28 settembre) della Giunta Provvisoria di Governo (ad Ampezzo) fu preceduta, a partire dai primi di agosto, dalla costituzione di CLN locali e provinciali tramite libere elezioni a cui partecipavano i capifamiglia, donne comprese, con una netta separazione fra potere civile e potere militare. Fra le varie disposizioni si possono ricordare la concessione di autonomia amministrativa al territorio montano e la difesa del patrimonio boschivo; la riforma scolastica, la costituzione di un Tribunale del Popolo e l’abolizione della pena di morte per reati comuni; la gratuità dell’amministrazione della giustizia; la riforma fiscale; la costituzione di un corpo di polizia civica. Particolarmente pressante il problema dei rifornimenti alimentari per la non autosufficienza del territorio e per lo stretto assedio della zona da parte nazifascista; l’assedio fu aggirato dai Gruppi di Difesa della Donna: vennero formati consistenti nuclei femminili che, a piedi, scendevano con la gerla verso la pianura sino a Meduno, dove il servizio di intendenza partigiano le trasportava verso la costa dove potevano rifornirsi di grano e altri generi alimentari.
La Repubblica partigiana della Carnia

La Repubblica partigiana della Carnia

La riconquista nazista della Carnia avvenne con l’utilizzo di consistenti truppe cosacche a cui seguì la drammatica occupazione di quelle terre da parte di oltre 40.000 cosacchi (militari e civili, con beni personali, cavalli e cammelli) a cui Hitler aveva promesso una nuova patria (Kosakenland in Nord Italien). Per sette mesi i cosacchi si installarono come etnia dominante occupando case e proprietà, macchiandosi in più casi di violenze (assassini, stupri ecc.) e trasferendo usi e costumi delle loro terre d’origine. Crudele anche il loro destino, a parte pochi casi di permanenza e integrazione nella realtà locale, la maggior parte di loro fu ritrasferita in Unione Sovietica e mandata da Stalin nei campi in Siberia.


Anche da questa piccola rassegna di esempi si possono facilmente individuare le problematiche comuni a tutte le zone libere di quel 1944: oltre a quelli della difesa, i problemi della produzione e dell’approvvigionamento, dell’amministrazione della giustizia, della epurazione dei principali esponenti fascisti, di un diverso sistema di fiscalità, del dar vita ad una scuola non più cassa di risonanza dell’ideologia fascista, ecc.

Notevoli anche le differenze: una democrazia in un certo senso calata dall’alto tramite i comandi partigiani e/o i CLN oppure costruita dal basso attraverso elezioni locali come nel caso della Carnia dove la sperimentazione della democrazia ha in un certo senso anticipato l’ufficialità del Governo Provvisorio. La diversa articolazione dei nuovi strumenti di partecipazione democratica. Il ruolo maggiore o minore assegnato ai CLN rispetto alle formazioni partigiane e pertanto una maggiore o minore autonomia fra governo civile potere militare delle formazioni. La capacità di attivare relazioni esterne (con i CLN regionali e nazionali, con altri territori, con il governo Bonomi, con l’estero). La possibilità o meno delle donne a partecipare ai nuovi organismi. La presenza o meno di organizzazioni di massa effettivamente operanti (sindacati, organismi giovanili come il Fronte della Gioventù, femminili come i Gruppi di Difesa delle donne, consigli scolastici, ecc.). Il ruolo del clero locale (sia nelle aree contadine che in quelle urbane) in più casi partecipe attivamente anche con ruoli di governo, in altri più con un ruolo di mediazione con forze ed autorità nazifasciste, in più casi con entrambi questi ruoli, come a Domodossola.

Settanta anni dopo, nei tempi della stanchezza della democrazia

Quell’estate – autunno di settant’anni fa fu giustamente definita come l’epoca della libertà ritrovata: fu in molte parti dell’Italia occupata il tempo in cui si espresse una volontà alta di partecipazione, di sperimentazione di organismi democratici, di nascita e diffusione di molteplici organi di stampa libera. Non solo si introdusse in molti casi il principio fondante di ogni democrazia della divisione dei poteri, ma anche il loro articolarsi e moltiplicarsi: partiti, sindacati, organizzazioni di massa, assemblee, gruppi di azione civile in un fiorire di iniziative che, come osservato per l’Ossola, desta stupore per la capacità di iniziativa concreta che, in poche settimane e in situazioni del tutto avverse, quelle esperienze riuscirono a concretizzare da un lato e a prefigurare dall’altro. In molti di quei casi si forgiò una nuova classe dirigente che sarà quella che ci portò alla Repubblica e alla Costituzione. Il tutto all’interno di un dibattito vivacissimo, con posizioni politiche estremamente differenziate ma con una capacità di ascolto reciproco e di “mediazione alta” di cui oggi abbiam perso memoria.

Viviamo oggi quelli che io chiamo i tempi della stanchezza della democrazia, stanchezza espressa in mille modi, dalla scarsa partecipazione (non solo al voto, ma alla politica in senso lato), all’affievolirsi degli anticorpi democratici che trovano nella lettera della Costituzione il nutrimento: dignità delle persone e del lavoro, antifascismo, laicità, ripudio del razzismo, chiara individuazione e delimitazione dei diritti e dei doveri. Il tutto si esprime con un rigetto della politica di cui un personale politico mediocre – se non corrotto – è, almeno in gran parte, responsabile. Le cause sono complesse e vanno al di là delle responsabilità singole: viviamo in un mondo dove le decisioni che contano sono sempre più lontane dai cittadini, assunte da poteri sovranazionali che sfuggono da trasparenza e controllo. Proprio per questo sarebbe necessaria una nuova “estate della democrazia” in grado di affrontare crisi e problemi dell’oggi.

Si aprono due possibili percorsi di risposta:

Il primo che pensa che alla “stanchezza della democrazia” si debba replicare attraverso la semplificazione, la riduzione delle componenti politiche e rappresentative con una esplicita insofferenza verso opposizioni e minoranze vissute quali intoppo alla governabilità, la limitazione della separazione dei poteri, la riduzione degli organismi e della partecipazione diretta attraverso organi di secondo livello (eletti solo dagli eletti). Insomma attraverso un accentramento del potere e un suo rapporto diretto “con il popolo” saltando le intermediazioni e la complessità del tessuto sociale. Penso che questa strada sia estremamente pericolosa, che ci porti in tutt’altra direzione da quella che nell’Ossola, nella Carnia e nelle decine di “repubbliche prima della Repubblica” si è tentato sperimentare ed anticipare. Una strada che non produce una riforma e un rinnovamento della democrazia, ma un suo ulteriore indebolimento.

Il secondo percorso è tutto da costruire: inventare e sperimentare nuove modalità di partecipazione. Certo quelli che con la nuova Costituzione del 1947 son nati e si sono sviluppati negli ultimi sette decenni vanno rivitalizzati; nuove forme di rappresentanza devono poter far pesare le voci di un tessuto sociale che si è significativamente differenziato ed articolato con nuovi problemi (salute, precarietà, integrazione …) e nuove sensibilità (ambiente, beni comuni, diritti individuali delle donne e degli uomini …). I nuovi media aprono uno spazio che può essere di condizionamento ma, se ben utilizzato, anche di nuova partecipazione; un mondo sempre più globale può esser vissuto come minaccia o come apertura di più ampie possibilità per tutti, la pluralità di culture e di nuove sensibilità può esser percepita come confusione (se non addirittura come pericolo), oppure come ricchezza e arricchimento per tutti. Alla globalizzazione che omologa si può rispondere con nuove forme associative legate ai territori e alle loro specificità e creando relazioni e ponti fra esperienze convergenti anche se lontane nello spazio. È una strada da aprire, non semplice, per molti versi psicologicamente e praticamente difficile, ma di certo non più difficile di quelle anticipazioni di democrazia che partigiani, rappresentanti politici e popolazione sperimentarono settant’anni fa.

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Appendice

 I Giornali dell’Ossola libera

Bollettino GPG  - n. 1: 18 settembre

Bollettino GPG – n. 1: 18 settembre

Valtoce: n. 1 e 6 (26 settembre e 2 ottobre)

Valtoce: n. 1 e 6 (26 settembre e 2 ottobre)

Liberazione

Liberazione: n. 3 del 30 settembre

il combattente

Il combattente: 15 ottobre

Unità e Libertà: n. 1 del 22 settembre

Unità e Libertà: n. 1 del 22 settembre

L’Unità: ed per l’Ossola liberata (13 ottobre)

L’Unità: ed per l’Ossola liberata   (13 ottobre)

La nostra lotta: Rivista Organo del PCI (1 ottobre)

La nostra lotta: Rivista Organo PCI (1 ottobre)

             Avanti!

Avanti! (settembre)

Il Patriota: 27 settembre

Il Patriota: 27 settembre

       

f. d. g. per una vita migliore (ottobre)

f. d. g. per una vita migliore (ottobre)

Testi consultati

Alba libera. Atti del convegno di studi “La libera repubblica partigiana di Alba, 10 ottobre – 2 novembre 1944. ISR Cuneo – Città di Alba, 1985.

Atti del Convegno “La stampa ed i mezzi di comunicazione dei partigiani e della Repubblica dell’Ossola” (8 ottobre 2004), ANPI Domodossola, 2006.

Augeri Nunzia, L’estate della libertà. Repubbliche Partigiane libere, Carocci, Roma 2014.

Azzari Anita, L’Ossola nella Resistenza Italiana. Prefazione di Angelo del Boca (riedizione), Il rosso e il blu, Santa Maria Maggiore, 2004.

Chiovini Nino, Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà, Verbania 2012.

Del Boca Angelo (a cura), La “Repubblica” partigiana dell’Ossola, Centro Studi Piero Ginocchi, Crodo 2004.

Ferrari Edgardo (a cura), Almanacco storico Ossolano 2005, Grossi, Domodossola, 2003.

Ferrari Erminio, La Liberazione. Cannobio, Agosto-settembre 1944, Tararà, Verbania 2006.

Frassati Filippo (a cura) La Repubblica dell’Ossola. Settembre- Ottobre 1944 (1959): riedizione del 2004 a cura del Comune di Domodossola.

Giovana Mario, La Resistenza in Piemonte. Storia del C.L.N. piemontese, Feltrinelli, Milano 1962.

Le zone libere nella Resistenza italiana ed europea. Relazioni e comunicazioni presentate al Convegno internazionale di Domodossola. 25-28 settembre 1969, ISRN, Novara 1974.

Maggia Giulio (a cura), I giornali dell’Ossola libera, ISRN – Comitato per il 30° anniversario della repubblica dell’Ossola, Novara 1974.

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