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Los cerros y las lagunas. I monti e le acque (1)

24 maggio 2014

Dopo la pubblicazione di El brujo y el diablo proseguo con la traduzione di miti e leggende ecuadoregne. Sono tratte, anche in questo caso, da un testo bilingue, in quechua e spagnolo, che costituisce una vera e propria antologia di “letteratura orale quechua” [1] suddivisa per tematiche.

Ritroviamo qui, tra i vari monti, anche un “personaggio” già incontrato nel precedente mito, la montagna sacra Imbabura, qui in una dimensione meno sacrale che ci fa anche conoscere la sua famiglia: la moglie Cotacachi e il figlio Yana-Urcu. Di quest’ultimo abbiamo due versioni della sua nascita.

 

Come il Padre delle montagne distribuì le acque

 In tempi remoti i monti a noi confinanti erano dei veri dormiglioni. È per questo che nessuno di quelli che si trovano nei dintorni possiede acqua.

Un giorno, mentre il Padre dei Monti stava distribuendo le acque, i nostri monti restarono addormentati e, in castigo per questo, ne restarono senza.

Il Monte Manquihua, il Catihua, le valli del Chulcu, le boscaglie del Pasha e altri ancora, oggi hanno acque per non esser incorsi in questa negligenza.

L’alto monte di Quinlli riuscì ad ottenere una laguna.

monti 1

Anche due alti monti, il Colta e il Nitón Cruz, non hanno acqua. Questo è ugualmente dovuto alla loro negligenza.

Proprio per questo, ancora ai nostri giorni, non abbiamo acqua per colpa della indolenza delle montagne. Al contrario tutte quelle che risposero alla chiamata la possiedono. Per quelle del nostro circondario nemmeno una goccia.

 

Idilli del Monte Imbabura

 Nei tempi antichi, quando l’Imbabura era ancora adolescente, fece amicizia con i giovani monti e le giovani montagne dei suoi dintorni. Gli uni e gli altri percorrevano queste terre facendosi visita reciprocamente. In una delle sue numerose escursioni, il giovane Imbabura si incontrò con una giovane montagna che si chiamava Cotacachi. Alla sua vista il giovane Imbabura si sentì investito da una indescrivibile felicità e decise di conquistarla.

Crebbe una grande amicizia tra il giovane Imbabura e la giovane Cotacachi. Di continuo li si vedeva passare insieme per la campagna, contemplando le bellezze della natura. Finché, un giorno, egli le disse:

– Desidero farti mia sposa.

Affermazione alla quale ella rispose affermativamente dicendogli:

– Anch’io desidero che tu sia il mio sposo.

monti 2

Da quel giorno l’Imbabura, quando andava a visitare la giovane fidanzata, le portava in regalo un poco della scarsa neve della sua vetta, e a sua volta, ella lo ricambiava con la neve della sua cima.

I due monti si unirono e quale frutto di questa unione apparve, di fianco alla giovane Cotacachi, un piccolo monte che chiamarono Yana Urcu.

Con il passar del tempo l’Imbabura, ornai carico di anni, incominciò a soffrire di dolori di testa che gli duravano per giorni e giorni. Quale conseguenza di queste sofferenze la sua testa andò coprendosi di nubi bianche che, poco a poco, incanutirono la sua vetta.

 

Imbabura

Imbabura

Cotacachi

Cotacachi

 

Le origini del Monte Yana Urcu

Si dice che in tempi molto lontani, di fianco alla montagna conosciuta con il nome di Cotacachi, vi era una pianura dove era collocata una enorme azienda. Si dice che vi erano mucche da latte, suini, pecore e ogni sorta di animali da allevamento.

Nel mezzo dell’azienda vi era un grande recinto per il bestiame e, in mezzo a questo, una piccola pietra appena appoggiata sopra il terreno e che, con il passar dei giorni, andava crescendo sempre più.

Il proprietario di quelle terre notò che aveva ormai acquisito una mole considerevole e ordinò che la spostassero da quel luogo. Tuttavia la pietra si era ormai tanto abbarbicata al terreno che fu impossibile sgomberarla.

I giorni passarono e le dimensioni della pietra continuarono a crescere e, poco alla volta, andò ad occupare il recinto. Con lo sconcerto del proprietario la pietra, ormai un macigno, continuava ad aumentare di dimensioni, il che lo faceva vivere in continua apprensione.

monti 3

Nei giorni e nelle notti seguenti il macigno continuò la sua crescita impedendo al bestiame di restare in quel recinto. Il fazendeiro, di fronte a tutto ciò, preparò altrove un’altra recinzione per il bestiame e trasferì anche la sua abitazione, lasciando che la pietra continuasse tranquillamente nella sua crescita.

Oggi questa “pietra” è conosciuta con il nome di Yana Urcu.

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Montagne vive e “prolifiche”

Arrivando a Quito non si può far meno di notare il vulcano che sovrasta la città: il Pichincha. Vulcano che ha due vette: il Rucu Pichincha (il vecchio Pichincha) e il Guagua Pichincha (il giovane o il piccolo Pichincha). In realtà il Guagua Pichincha è più alto (4.784 metri rispetto ai 4.698 del Rucu Pichincha) ma essendo quest’ultimo più vicino alla città e l’atro essendo parzialmente nascosto dal primo, per effetto ottico pare più alto. Potremmo tradurre il quechua “Guagua” con Junior: infatti una delle cose che ti dicono subito è che il Guagua Pichincha è considerato nella tradizione locale figlio del Rucu. L’eruzione vulcanica del 1999 che ha ricoperto di parecchi centrimetri di ceneri la città fuorisciva dal cratere del Guagua.

Il vulcano Pichincha da Quito

Il vulcano Pichincha da Quito

Ora siccome l’animismo considera in genere animato, vivente, tutto ciò che si muove, ho pensato che la particolarità dei miti quechua di considerare animati e pertanto di personificare non solo gli animali, i fiumi, il vento e le nuvole, ma anche le montagne, fosse legato al fatto che tutte le principali vette del paese siano vulcaniche.

 

Rileggendo i miti sopra tradotti mi è venuta in mente anche un’altra possibile spiegazione. Si parla di montagne che si muovono, che si vanno a far visita l’un l’altra, ma sempre restando “nel circondario”. Ebbene l’effetto visivo di chi si nuove in zone adiacenti a catene montuose – quali le due cordigliere andine che sovrastano la Sierra ad occidente e ad oriente – è quello che le vette lentamente si muovono e che cime tra loro distanti talvolta si avvicinano. Ora per le popolazioni della sierra andina, nella loro visione della natura come un tutto animato, le imponenti cime che costantemente accompagnano i loro movimenti diventano dei personaggi noti, maschili e femminili, anziani e giovani, di cui si conoscono carattere, vicende e parentele. Alcune viste e venerate con rispetto sacrale, altre trattate con più familiarità. Alcune, come quelle del primo mito, più indolenti, altre più attive. Tutte caratteristiche che spiegano le peculiarità delle singole regioni (alcune ad esempio ricche di acque, altre prive), peculiarità che si ripercuotono sugli abitanti di quelle terre.

 

 

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[1] Fausto Jara Y Ruth Loya, Taruca / La venada [La cerbiatta]. Literatura oral quichua del Ecuador, Cedime / Abya – Yala, Quito 1987

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From → Letture

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