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La grande bellezza versus la brutta invidia

8 aprile 2014

di Nives Cerutti

 

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Lapparato umano e la grande bellezza

Per tutti coloro che si sono gustati il film, è sorta immediata e automatica la domanda: “Ma qual è la grande bellezza?” e, ovviamente, si è scatenato il gioco collettivo del “Per me, è…”, nella speranza o presunzione che la ricerca possa portare a un insight, di ciò che è la vera grande bellezza.

Ogni risposta, che è sempre quella vera, ha la consistenza dei riverberi e delle risonanze interiori personali. A tutti capita di rintracciare qualche elemento simbolico, magico e denso di emozione, che lega propri contenuti intimi ai personaggi del film, fino al sorgere di un senso di reciproca appartenenza.

L’apparato psichico, molto umano, di Jep Gambardella si muove ed emerge, attraverso il susseguirsi di esperienze oniriche, ricche delle rappresentazioni dei profondi contenuti interiori di un uomo.

Jep si muove come un funambolo che, di tanto in tanto, precipita in realtà altre e raggiunge luoghi abitati da diverse tipologie umane. Le esperienze si snodano, emergono personaggi precisamente caratterizzati, a lui simmetrici e di lui rappresentativi.

La grande bellezza” è un film che prova a maneggiare un dolore dell’anima, nel quale sempre più frequentemente ci s’imbatte oggi. Cerca un modo per una sua elaborazione e per avviare un catartico possibile cambiamento. Tutto attraverso immagini e un racconto onirico, di una bellezza che toglie il fiato.

Quante rappresentazioni umane contiene!

Quanti affetti e quante emozioni, ricchi di sfumature, trovano voce e colore.

La densità dei corpi, delle mani e delle movenze sfrenate nelle feste, rende l’idea del tentativo di dar voce alle tante tonalità dello spirito.

Fra la moltitudine umana che compare nel film, i più interessanti sono i personaggi che descrivono aspetti psicologici, quasi archetipi, del nostro oggi.

 

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Jep

La grande bellezza. Sospeso tra l’innocenza e la depravazione, la superficialità e la profondità. Contraddittorio, seduttivo e bello fino in fondo.

La fidanzata di Romano

La brutta invidia. Astenica cocainomane. Distrugge ogni speranza in Romano seguendo la regola del “Non io, ma neanche tu”.

 

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Romano

L’alter ego di Jep. Ha la consistenza ingenua dell’artista, pieno di speranze, che raggiunge la grande città alla ricerca della possibilità di socializzare la sua arte, ma anche un po’ sedotto dall’idea della notorietà. Smarrito e deluso trova, come unico riparo alla sofferenza, il ritorno alle sue origini anonime.

 Dadina e la colf

Sdoppiata rappresentazione della figura materna, che accoglie sfoghi, ciba e cura l’anima. Forma di “maternage” che si spera continui, che sa prendersi cura dell’eterno bambino dentro di noi e che meno male che c’è perché sostiene una formazione di base interiore claudicante.

Gli amici

Figure sempre presenti, propongono sfaccettate parti della dissoluzione e dello sperpero adolescenziale del talento.

Bambini e monache

Intercalare onirico. Sfondo ricorrente con la consistenza dell’aura. Evocazione dell’innocenza perduta.

Bambina body-pittrice

La guasta infanzia moderna. Il contrabbando della pura creatività innocente monetizzata. Riporta inevitabilmente a pensare agli attuali criteri di protezione e stimolo, nell’accompagnare i nuovi figli nella loro esperienza di crescita.

Performer che vive di vibrazioni

La voce dei soprusi. Figura immonda che porta con sé la tragicità di traumi veri o presunti, che nessuno vuole più ascoltare, ma che inevitabilmente erodono la serenità.

Andrea e Ramona

Due anime delicate. Figure tra le più importanti nel film, rappresentano quegli aspetti più profondamente celati, perché avvertiti a rischio di frantumazione. Incarnano le fantasie della fragilità in bilico perenne tra l’esistere e la dissoluzione senza ritorno.

Paolo Sorrentino ha dato loro voce, evidenziando, senza illusione, la loro precarietà di sopravvivenza, legata al loro destino, quello di avere quasi la certezza, a priori, di soccombere, spesso incompresi.

Piccole persone, come potrebbero essere i bambini, gli adolescenti o quanti abbiano uno spirito tenue. Esistenze costrette a subire eventi traumatici, senza essere amorevolmente protette e rassegnate ad avere legami affettivi distorti da cui non potersi sganciare, per non perdere proprio tutto.

Andrea e Ramona rappresentano le parti più nascoste di Jep. Personificano le sempre più ricorrenti fantasie mortifere che accompagnano le paure di oggi. Richiamano immagini collegate all’idea di follia che alberga in noi, ruminata, nascosta e che potrebbe esplodere improvvisamente. Evocano ipocondriaci e spaventosi pensieri d’inesorabili e stroncanti malattie, che lasciano la vita svolta a metà, senza possibilità di replica.

Troppo spesso riconosciamo in noi un male di vivere che somiglia ai due personaggi. La sua provenienza deriva da un tempo antico senza immagini, di difficile elaborazione, fatto di sensazioni e smarrimenti. Là dove la vitalitàè già sottile, l’esito è un inesorabile collasso.

Il padre di Ramona

L’eterno adolescente, così emotivamente piccolo e incapace di prendersi cura della progenie, sopraffatto da impulsi, mai addomesticati, e incapace di affrancarsi dalle sue eterne dipendenze. Così disadattato che muove nei figli non già l’ovvio odio, ma dolore, e una rassegnata e calma pena.

La madre di Andrea

Gran dama elegante e conoscitrice del galateo. Ha l’emotività di una bambina, l’ingenuità affettiva e qualche perversione polimorfa infantile. Totalmente incapace di sviluppare l’attaccamento materno. Alla ricerca perenne di conferme, non è in grado di mettersi in contatto col proprio frutto.

Stefania lamica intellettuale di sinistra

Schiava femminista moderna. Cliché dell’emancipata che racconta a sé e agli altri delle fatiche quotidiane che le servono per reggere tutti i ruoli rivestiti: donna, moglie, madre e scrittrice. Fa cadere nell’oblio le manovre necessarie a raggiungere gli elevati ideali, e occulta la propria dipendenza, passività e senso d’inferiorità. Messa a nudo è il vuoto.

Il chirurgo plastico

Il burattinaio. Venditore dell’illusione, è il reificatore dell’età. Banditore tipico dei nostri tempi.

Stefano il custode delle chiavi

Uomo difettato, miope e zoppo ma affidabile. Possiede le chiavi dei luoghi della bellezza assoluta, ben custodita e nascosta.

Il funerale

Psicodramma, che ha la funzione di dare il via all’elaborazione dell’idea del limite umano insormontabile, dello sparire senza ritorno.

La giraffa

Sparizione con l’illusione del ritorno, a sostegno della speranza.

Il cardinale

L’abito non fa il monaco. Incarna la comune e finta elevazione intellettuale, ci consegna l’idea delle tentazioni umane. Uomo sfuggente e attaccato alle cose materiali, dovrebbe accogliere le riflessioni profonde e le domande ontologiche, invece ciò che meglio conosce sono le ricette per nutrire il suo corpo.

Giulio Moneta latitante mafioso ed enigmatico vicino di casa di Jep

Ingannevole icona, frequente realtà italiana. Meschinità e violenza travestite con splendidi e costosi abiti firmati.

La santa

Personifica l’unico modo, estatico, per riemergere dal dolore, dalla consapevolezza d’essere soli al mondo e sopravvissuti alle burrasche affettive. Il suo motto è: “Io mangio solo radici, perché le radici sono importanti”.

Così in Jep, abbandonato al pianto, si fa strada, dalla voce di una vecchia donna misericordiosa, la domanda: “E ora? Chi si prenderà cura di te?”.

Sopravvissuto alle perdite, non gli resta che il recupero delle sue radici, per iniziare il miglioramento interiore e raggiungere la facoltà del soffio che fa volare i fenicotteri.

Elisa

L’amore ideale. Il prototipo. Fatto delle prime percezioni senza parole, delle sensazioni senza immagini della vita che ci accoglie. Solo alla fine Jep si concede di ripercorrere i primi atti del desiderio e il suo primo incontro amoroso con Elisa.

All’evocazione della sua memoria si affiancano le azioni di risalita delle scale. La santa striscia per raggiungere l’estasi spirituale con estremo dolore e fatica; la scalata di Jep è piena di desiderio acerbo, la salita dalla spiaggia alla grotta per gustare il primo contatto amoroso. La rinascita.

La ragazza è anche l’estasi e la bellezza perduta per sempre.

Roma

Utero della nostra umanità. Madre universale. Meravigliosa, sublime e imbarazzante.

Comparse

Figure simboliche esasperate e ridondanti che conosciamo molto bene, perché partecipano spesso alle nostre narrazioni oniriche.

Personaggio principale trasversale

L’inconscio che emerge a tratti più chiaro e a tratti sfuggente. Denso di simboli e di rappresentazioni, che segue leggi non logiche, della giustapposizione, del ribaltamento, dell’esagerazione, del non detto, del camuffamento, della contrazione temporale, della realizzazione dell’impossibile, dell’oggi identico a tanto tempo fa, del déjà-vu, del si può tutto e anche il suo contrario.

L’inconscio è capace di tutto, tranne che beffarsi della morte.

La morte

L’estrema impotenza che mette un punto definitivo.

Regole della messa in scena

Gli episodi raccontati sembrano messe in scena di una quotidianità conosciuta. Invece lo svolgimento dei fatti spesso si allontana dalle regole logiche, fino a evolvere in azioni che in sé sarebbero contraddittorie.

Le scene galleggiano tra inconscio, come nei sogni, e preconscio, come nelle fantasie che accompagnano l’addormentamento e il risveglio, che mantengono un debole legame con la realtà, ma che già sono in bilico sull’abisso dell’orgia onirica.

 

Perché proprio Sorrentino

 

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Paolo Sorrentino è stato premiato perché ha trasformato il suo danno in un’arma. Il suo danno fondamentale ha un nome: “La grande mancanza”. Lui, come ogni vero grande artista, è riuscito a utilizzare la sua più grande sventura, è stato bravo a coniugare il suo smarrimento esistenziale in una perfetta assonanza, con la grande sofferenza collettiva moderna.

Sorrentino ha accordato la sua sensibilità profonda e il suo strumento ha suonato un brano che ha trovato la giusta cassa di risonanza, nelle miserie e nelle meraviglie della nostra epoca. La creatura generata, come prodotto sublimato, ha il potere di far vibrare gli inconsci personali e collettivi, animando molte e variegate emozioni dormienti.

Paolo Sorrentino ha subito dichiarato, attraverso i ringraziamenti a Fellini, Scorsese, Talking Heads e Maradona di utilizzare delle icone, delle immagini mitiche, per dare una definizione di sé e delle proprie forme intime più complicate e più difficili da raccontare. Sembrerebbe un’operazione banale ma, invece, racchiude l’essenza della tensione psicoanalitica: trovare immagini e suggestioni capaci di rappresentare contenuti inconsci, offrire loro un mezzo per una nuova riedizione emotiva e poter rompere il destino del loro congelamento nelle profondità della mente. Solo raramente sono offerti, ai potenti contenuti che albergano negli abissi dell’anima, agganci espressivi e creativi. Più spesso si osservano, a rappresentare i temi dell’inconscio, sintomi e agiti dannosi, sfoghi incompresi e, per questo, reiterati senza possibilità di un’elaborazione evolutiva.

Gli artisti come Paolo Sorrentino sono meravigliosi e competenti visionari, capaci, con la loro creatività, di precorrere i tempi. Sono i più abili psicologi, sono in grado di anticipare e di tratteggiare, con estrema precisione e in modo artistico, l’animo umano e di anticipare le tendenze sociali, dando loro una forma sublime. Questo processo comprensivo, rappresentativo, e nello stesso tempo trasformativo, è sviluppato dagli artisti molto prima di quando i tecnici incominciano a percepire la portata dei fenomeni riguardanti le espressività emotive umane.

 

Lo smarrimento dellessere umano

 

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“La grande bellezza” è un film pieno di significati.  Si è spesso detto tratteggi il cinismo moderno.

Io ho riconosciuto il racconto del grande dolore che ritrovo nell’oggi. Passa dal racconto grottesco e onirico a visioni più realistiche dell’umana condizione. È capace di rappresentare il dolore interiore intollerabile. Raggiunge il punto attraverso l’azione sdrammatizzante dell’ironia, del sarcasmo e della finta spensieratezza colorata, fin dove possibile. E poi inizia la crudele poesia, senza veli, e non resta che commuoversi.

La critica più grande è legata all’idea che bene e male si confondono, gli opposti sono uguali che il film sia pregno di cinismo senza riflessione, che non lasci più speranza di cambiare. Trovo, invece, sia una poderosa opera capace d’illustrare il funzionamento dell’apparato umano, che sveli quanto ci sia dentro tutti noi, che mostri quanta fatica ci occorre, nei dí delle nostre vite, per essere umani e sociali. Quale sforzo e che coraggio servono ad ammettere l’ambivalenza dei sentimenti. Quanto sia più facile intraprendere la strada del sospingere fuori da noi, addossando agli altri, le nostre sgradevoli deformazioni.

È un film che mette in scena l’inconscio, con le sue leggi, attraverso il sogno, prodotto che lascia scorgere quanta vitalità alberga in noi. Ogni volta che lo riguardo, nel tentativo di cogliere nuovi elementi, mi sembra la sintesi di una riuscita terapia psicoanalitica: l’inconscio trova, attraverso le immagini e le storie narrate, la possibilità di rappresentarsi.

 

Paolo Sorrentino ce lha fatta. Lunga vita a Paolo

 

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Come persona appartenente alla categoria di “Italiano”, come fosse mio fratello, io gioisco per il suo risultato. Così come per la conquista di una medaglia d’oro alle Olimpiadi da parte di un atleta, per la coppa del mondo nei campionati di calcio, o per il “Nobel” su qualsiasi argomento.

Senza esitazioni.

Mi sono commossa e ho percepito l’emozione di Paolo Sorrentino, quasi fossi io, nell’istante in cui ha ricevuto il meritato riconoscimento. Ho sentito la sua illusione, come fosse la mia, di aver trovato finalmente la pace e richiuso per sempre i fantasmi e la lacera e tremenda ferita.

Poi ho percepito e compreso l’inesorabile ritorno alla fame e la perdita dell’incanto, che spinge a una nuova sfida per raggiungere l’assoluta pace.

Questo è il destino, è il motore che fa inseguire l’illusione di raggiungere la ricostituzione del tempo sereno e perduto, credere di essere sulla giusta via, sperare che l’obiettivo sia quello che ripagherà del danno subito e, col sopraggiungere della perdita dell’incanto, trovare la forza di rialzare lo sguardo verso una nuova meta.

Il film sembra dire che Paolo abbia ben presente che cosa significhi per lui il dolore di questa ferita, inferta dai fatti legati al terribile destino della sua famiglia. Come in una perfetta catarsi, sembra ci sia stata, in Paolo, un’elaborazione evolutiva, che abbia portato alla possibilità di raccontare e trovare la sua pace.

Qui risiede il motivo dell’attacco violento e distruttivo verso coloro che, come Paolo, tenendo conto dei propri limiti e delle proprie potenzialità, ci provano non per il livido e arido desiderio di sopraffazione, ma per la possibilità di esprimersi e rappresentarsi con creatività e poesia.

La visione del film ha suscitato molta invidia, quel sentimento che sempre più spesso s’intravede nell’italiano medio. Siccome io non sono arrivato, chi è come me, chi mi è fratello e ce l’ha fatta, è da distruggere. La regola dell’invidia è implacabile: “Se io non raggiungo ciò che desidero, neanche tu dovrai averlo”.

 

Il male oggi

 

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Il conflitto, la contrapposizione tra due forze opposte, è il motore delle vicende umane, soggettive e oggettive. Nelle storie che riguardano gli affetti, la dicotomia classica conosciuta è tra l’Amore e l’Odio. Tutti abbiamo ben presente che cosa significano affettivamente questi conflitti amorosi, di provenienza edipica, che si animano, che accompagnano, nella vita, le relazioni amorose e che ci spingono a cambiare.

La nostra è un’epoca che sentiamo sfuggire, densa di grandi e rapidi cambiamenti, così, anche affettivamente, la dicotomia dei sentimenti è cambiata e l’Amore si contrappone sempre più spesso al Dolore, secondo molte declinazioni.

Questa nuova contrapposizione emotiva ha avviato radicali modificazioni relazionali interpersonali con influenze nelle dinamiche dei gruppi sociali.

“La grande bellezza” tratta del pervasivo dolore interiore che ha la consistenza del vuoto, perché non è fatto di passione, ma di paura della sofferenza e di arresto. Racconta della mediocrità degli ideali, del vuoto, dell’indolenza e dell’invidia, ma anche del dolore che consente il ripensamento, con il recupero delle origini, della semplicità per tornare a sentire il gusto del vivere.

A tratti è denso di una sensazione di mancanza assoluta paralizzante, un’afflizione moderna che cerca di essere esorcizzata con le contro fobiche feste.

Non è un caso che la scalata del film ai riconoscimenti abbia scatenato tanti giudizi e, come spesso accade nei delitti più efferati e strani, si siano formati gruppi di sostenitori e di detrattori, spesso nelle situazioni conviviali tra amici.

Ancor più interessante, per sancire una critica stroncante al film, gli si contrappone qualche altra opera ritenuta più meritevole perché carica di buoni sentimenti e di sani principi.

Il film non parla della perdita dell’ideale d’amor cortese, più evoluto, edipico, dove l’Io esistente e non amato odia l’altro che ha usurpato il posto nel cuore dell’amore. Queste dinamiche amorose sviluppano processi tesi a un’attenta osservazione dell’avversario, nel tentativo di carpirne i segreti del successo, imitarli, fortificarsi e rendersi concorrenziale.

La vita, al tempo dell’amore a tre, è sicuramente più ricca, colorata e portatrice di cambiamenti e miglioramenti. La gelosia è l’affetto dominante, propulsivo e finalizzato al competitivo miglioramento. La regola è: “Ti temo e ti odio perché possiedi qualità che io non ho, ma se ti osservo, carpisco i tuoi segreti, m’impegno, miglioro, ti supero e vinco”.

Quanta passione!

L’amore, di cui si ha percezione nel film, perso e ricercato, è più antico, e la sua perdita fa sorgere il desiderio del ricongiungimento totale con l’altro. Non possederlo, non porta la tristezza, porta l’angoscia. La dimensione relazionale è duale, la triangolazione non è ancora raggiunta. Si avverte l’ombra di un avversario usurpatore, che non è altro che il nostro odio, così forte e intollerabile da essere proiettato e che procura un dolore tragico, la cui densità non è assimilabile all’odio della gelosia, ma si avvicina più a un desiderio di annientamento di chiunque si frapponga tra sé e il bene amato.

L’invidia distruttiva invade e stabilisce un ordine di pensieri e azioni tesi alla denigrazione, la regola è: “Se io non posso avere, neppure tu meriti e devi sparire perché tu non vali niente”.

Il film è forte e spacca, come una lama affilata che taglia di netto una mela. Divide e rende evidente ciò che c’è dentro il nostro oggi.

Alla fine, qual è il male che affligge la nostra società? Qual è quel male che sempre più spesso trova il modo di rappresentarsi, evidenziandosi in svariate distorsioni relazionali? Quali sono le espressioni che lasciano trasparire questo male trasversale che sembra sempre più incombere e avere il sopravvento?

Credo si possa dire trattarsi di una piaga narcisistica che non trova alcuna possibilità di cicatrizzarsi e mantiene una costante purulenza, che si manifesta in atti umani quotidiani, sempre più diffusi, caratterizzati dai diversi gradi dell’espressività distruttiva dell’invidia.

Questa ferita muove la smania di raggiungere un obiettivo ritenuto salvifico e pacificatore, il presunto medicamento definitivo, che porta con sé l’idealizzato benessere. Raggiunto però, dopo un breve stordimento maniacale, lascia il posto ad un crescente e sordo dolore di vuoto e perdita.

Per sopravvivere alla terribile angoscia che dilaga nell’animo, non resta che ergere una difesa, proiettiva, che consiste nell’odiare e desiderare di annientare il fratello, che sembra possedere tutto ciò che ci sentiamo in diritto di possedere, la cui mancanza è la causa dei mali e che viviamo come ci fosse stato ingiustamente estorto.

Si tratta della manifestazione di un’implacabile invidia primitiva, carica di distruttività, odio proiettato verso qualcuno o qualcosa a noi esterno, nel tentativo di liberarci dal muto e vuoto male che corrode e annienta.

Paolo Sorrentino sembra aver fatto la pace con i suoi demoni ed è riuscito attraverso la poetica del suo film a mostrare il processo attraverso il quale si è liberato.

Una metamorfosi interiore che muove il violento rancore e i meschini tentativi invidiosi denigratori.

La bellezza per fortuna sta fuori da questi giochi e somiglia a Jep, sembra sorridere con il suo modo elegante e beffardo, e a noi non resta che adorarlo e bramarlo, come nel passaggio tra le mani carezzanti e imploranti, per credere di amarci un po’.

 

Per me la grande bellezza è

 

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Il film intero.

La coniugazione tra realtà intima del regista, scelta della rappresentazione e capacità di legarsi all’inconscio collettivo storico contemporaneo.

La poesia del racconto, che tiene giunti l’osceno e il sublime delle umane faccende.

L’ideale dell’amore che nella mente è sempre così puro.

L’incanto di tanta bellezza di cui è stato capace l’uomo.

La disperazione, per le miserie, che non cambia nel tempo.

L’umana possibilità di contenere tutti gli aspetti, anche contraddittori, nello stesso tempo e nella stessa persona.

L’adolescenza che dovrebbe avere una fine.

La tristezza della misera dilatazione dei desideri adolescenziali, simulacro della vitalità che non c’è più.

Ogni singolo particolare che compare nel film, capace di ammiccare alle realtà emotive dello spettatore e di farlo fremere di piacere e di sofferenza.

Il culmine estatico della santa, che è andata oltre, onnisciente e trascendente.

Lo sguardo puro dei giovani innamorati.

Il canto, la musica e le voci.

Jep Gambardella, eroe seducente e tragico.

Paolo Sorrentino, straordinario visionario.

 

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