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El brujo y el diablo – Leyenda Otavaleña

11 marzo 2014

Dal mio lontano viaggio in Ecuador (1987) ho riportato una serie di testi sui miti delle popolazioni locali. Altri mi son stati spediti negli anni successivi. Li ho ripresi in mano di recente mettendo in ordine la libreria.

Un po’ per ripassare lo spagnolo, un po’ per gustarli meglio, ho iniziato a tradurne qualcuno.

Ecco il primo.

Lo stregone e il diavolo – Leggenda Otavaleña *

Nella comunità di Llumán (nord Ecuador) abbondano gli stregoni. Alcuni dedicano la loro arte a favore dei poveri, alleviando i loro guai e le loro malattie; sono gli stregoni perbene. Però ve ne sono anche di malvagi: con i loro poteri rendono più ricchi i ricchi o arricchiscono gli ambiziosi. Questi stregoni sono responsabili del fatto che alcune persone sfruttano il loro prossimo.

 1 lluman y el brujo

Molti anni fa viveva a Llumán uno stregone molto stimato e rispettato da tutti. Era caritatevole e non richiedeva compensi per le sue cure, o per aver riportato la pace in un matrimonio mal assortito, o fatto abbandonare la passione per l’alcol ad un compaesano. Nei suoi rituali magici utilizzava galline e topolini neri. Conosceva molte formule e preghiere per invocare Papà Imbabura (il vulcano sacro Imbabura), il Nostro Signor Gesucristo e la sua Santa Madre. E malgrado la potenza dei suoi esorcismi, questo stregone era povero. Sapeva dove si nascondevano i tesori degli Incas, però non se ne approfittò mai perché avrebbe dovuto allearsi con el Supay (il demone sotterraneo dell’oltretomba) altrimenti detto Diablo (Diavolo), guardiano delle ricchezze sotterranee.

2 siccità

 Arrivarono però anni di siccità. Tutti i giorni il sole sfolgorava, dalle sei di mattina alle sei di sera, e mai compariva una nuvola a nasconderlo anche per un momento o a dissolversi in pioggia. Siccome niente poteva rinfrescare la terra, questa si corrugò come il viso di una vecchia. Le piante ingiallirono e si fecero in polvere; gli animali si accasciarono per morire con le lingue penzolanti dal grugno, secche, annerite e raggrinzite. Il buon stregone non riusciva trovare una soluzione per aiutare la sua gente.  Tutte le sue conoscenze magiche, di punto in bianco, diventarono inutili.

 3 preghiera

Papà Imbabura si era tappato le orecchie. Lo stesso il Nostro Signor Gesucristo; e si dice che la Vergine Maria se ne stesse a lavare i panni in un rio di un paese remoto abitato solo da bianchi. Nessuno ascoltava il povero indio. Disperato, lo stregone decise di appellarsi al Supay.

In una caverna del torrente Huaico (Cotopaxi) era nascosto un tesoro. Lì invocò il Diablo per tre giorni e tre notti. E nell’ultima mezzanotte apparve un uomo nero, alto, tutto vestito di nero, acconciato con un sombrero anch’esso nero con larghe falde che gli nascondevano quasi tutta la faccia; calzava stivali con gli speroni e impugnava una lunga frusta con la mano sinistra. Era il Supay.

4 el Supay 

Lo stregone spiegò che aveva bisogno di denaro per andare a comprare alimenti da portare nei territori non più coltivati per la siccità, per poterli immediatamente distribuire a quella comunità perché la popolazione degli Llumán non muoia.

 Il diavolo sorrise. E nel sorridere brillò fra le sue labbra un dente d’oro. Rispose che avrebbe permesso di estrarre il tesoro a condizione che entro tre anni gli avrebbe consegnato sua moglie e che mai più avrebbe invocato Papà Imbabura, il Signor Gesucristo o la Vergine. Lo stregone accettò ed estrasse l’oro e l’argento lì sotterrati. Arricchitosi in questo modo, diede da mangiare a tutta la comunità.

Tempo dopo arrivarono le piogge. Di nuovo nei campi coltivati crebbero  il mais, la quinoa e le fave. Tutto Llumán rifiorì. Le popolazioni tutte si rallegrarono, meno il buon stregone.

5 la mujer muriò

È che presto sarebbe scaduto il termine pattuito e avrebbe perso sua moglie. Infatti, allo scadere dei tre anni, ella morì. Si distese come addormentata vicino al focolare.

Dopo il funerale e il seppellimento il vecchio, pentito, si mise a piangere. E invocò a squarciagola Papà Imbabura, il Nostro Signor Gesucristo e la Vergine Madre con i quali non si era più inteso, nemmeno una volta, dopo il patto con il Diavolo. Le acque piovane avevano riaperto le orecchie allo spirito del monte Imbabura e al Signor Gesucristo . E la Vergine Madre era appena ritornata dai paesi stranieri. Per questo ascoltarono i lamenti del povero stregone e lo compatirono. Si accordarono tutti e tre e, riconoscenti per tutti i servigi che quegli in altri tempi aveva loro fornito, decisero di permettere la sua discesa nel mondo dei defunti per far uscire da lì la propria moglie.

 6 el viento Guaira

Costoro inviarono il vento Guaira. Questo soffiò nella valle per alcuni giorni e arrivando alla casa dello stregone si trasformò in alcune parole: tramite queste egli venne a sapere il nome del luogo da dove si può entrare nel paese dei morti.

Lo stregone serrò la sua casa. Dopo molte fatiche trovò questa entrata all’altro mondo, si inoltrò e, cammina e cammina, arrivò in una fiorente regione suddivisa in appezzamenti tutti uguali e fertili. Chiese di sua moglie e subito la trovò.

 7 brujo y mujer

Per riprendersi dalle fatiche del viaggio riposò alcuni giorni e dopo ritornarono a Llumán. Dall’altro mondo portarono solo poche monete legate in un angolo del fazzoletto. E vissero molti anni ancora e furono felici. E il denaro che si portarono non si esaurì mai: lo spendevano, ma le monete ritornavano ogni volta al loro posto e il gruzzolo non diminuiva.

 8 cuentan todavia

Raccontano che ancor oggi uno dei suoi discendenti custodisce questo fazzoletto che rimane appeso ad un travetto del tetto, di sopra, nella soffitta, dove conserva le dorate pannocchie di mais.

Nota editoriale

 9 Lluman Ecuador

Nella provincia di Imbabura risiedono diversi gruppo di indigeni chiamati in modo generico “Otavaleños”; li si chiama, in modo più preciso,  anche con i nomi dei loro paesi come Llumán, Peguche, Natubuela, ecc. Si distinguono per i loro caratteristici costumi e la loro gran laboriosità in agricoltura, artigianato tessile e commercio, molto noti a livello internazionale. Conservano la lingua quechua e molto delle loro usanze e feste tradizionali come quella del Yamor (prime due settimane di settembre, principale festa di Otavalo, dedicata al sole e al grano da cui si trae la sacra bevanda alcolica Yamor). Sono discendenti dei difensori del Regno di Quito contro gli invasori Incas; nelle loro terre si effettuò la battaglia di Yahuaracocha – Lago del Sangue – la più importante di questa accanita lotta di difesa. In Ibarra si tramanda esser nato l’ultimo Inca Atahualpa.

 

Il taxista di Cuenca

Al primo impatto ciò che colpisce è la serenità del racconto: una  discesa agli inferi (una catabasi) del tutto felice, un paesaggio d’oltretomba che riflette gli squadrati appezzamenti di terreno che a perdita d’occhio si distendono sulle fertili colline dell’altipiano andino. Un luogo dove ci si può riposare per qualche giorno. Un ritorno del nostro buen brujo – a differenza del più noto Orfeo e di gran parte di tutte le sue varianti mitiche e letterarie – che si conclude felicemente con la consorte e con il souvenir delle monete magiche.

  altipiano andino

terreni coltivati

Ma l’aspetto che più mi colpisce in questo come in altri miti ecuadoriani è l’appaiamento senza alcun problema della tradizione animistica, profondamente radicata in quelle terre, con la sopraggiunta tradizione cristiana. Appaiamento direi, non sincretismo, dove il culto delle montagne (perlopiù vulcani), dei fiumi e degli animali sacri, dei venti, del Sole e della Luna ecc., convive felicemente con la devozione cattolica.

Quando, insegnando filosofia, dovevo spiegare il concetto di “animismo” spesso ricorrevo al taxista di Cuenca.

Eravamo appunto nell’agosto 1987 e per alcuni giorni abbiamo visitato Cuenca e dintorni; l’agenzia ci aveva affidato ad un taxista molto loquace. Cattolico fervente ricordava il giorno preciso in cui il Papa Giovanni Paolo II era stato in visita a Cuenca (tra la fine di gennaio e i  primi giorni di febbraio del 1985). Saputoci italiani ci chiese se abitavamo vicino al Papa ….

Io sedevo di solito al suo fianco e facevo da interprete per il resto della famiglia. Ogni volta che passavamo di lato o attraversavamo uno dei quattro “rios” di Cuenca me ne ripeteva il nome e le caratteristiche. Ed ogni volta che risalivamo in auto verificava con insistenza se li ricordavo; cosa che per la mia poca memoria e per le denominazioni di derivazione quechua (Machangara, Tomebamba, Tarqui e Yanuncay) non mi riusciva quasi mai, non dando comunque troppo peso a questo suo “pallino”.

Il terzo giorno ci ha portato in un punto panoramico da cui si vedeva l’intera città e sotto cui scorreva uno dei quattro fiumi di Cuenca (francamente non ricordo quale). Poco più avanti c’era un ponticello.

Cuenca

In nostro taxista si mise allora, molto seriamente, ad elogiare la bontà di quel “rio”, a differenza di quello che scorre dall’altra parte della città dal carattere decisamente più aggressivo. Un po’ di anni prima, nell’epoca delle piogge, il fiume si era enormemente ingrossato e stava per travolgere il ponte che potevamo scorgere sotto di noi. Proprio in quel momento una vecchia con due nipoti aveva iniziato ad attraversare il ponticello; il fiume immediatamente interruppe la sua corsa per permettere alla anziana e ai bambini di attraversare e solo quando questi furono al sicuro riprese slancio travolgendo il ponticello.

Al sottoscritto, ad un racconto “tanto ingenuo”, scappò quasi da ridere e, per paura di non riuscire a trattenermi, ai miei figli che mi chiedevano di tradurre, dissi che glielo avrei raccontato più tardi, in albergo.

La sera, ripensandoci, ho capito e un po’ mi vergognai. Il taxista con insistenza mi aveva presentato e fatto conoscere le quattro “persone” (e forse anche qualcosa di più di “persone”) più importanti di Cuenca (che in esteso si chiama, come di continuo ci ricordava: Santa Ana de los quatros Ríos de Cuenca). Ed io, da gran maleducato, continuavo e dimenticarne il nome.

In sostanza cattolicesimo ed animismo, orgoglioso ricordo della visita del Pontefice e rispettosa venerazione delle quattro personalità fluviali che danno nome e lustro alla sua città, nel nostro taxista, cittadino di origini indie, ma da più generazioni inurbato, convivevano del tutto spontaneamente.

Ed io ho avuto modo di apprendere quanto sia facile per un turista, anche animato dalle più buone intenzioni, mancare di rispetto ad usi costumi, tradizioni e credenze locali.

———————————-

* Ediciones del Sol , Quito – Ecuador 1985. Testo in quechua e spagnolo; illustrazioni di Gilberto Almeida E.

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3 commenti
  1. Maria Grazia Reami Ottolini permalink

    Gian, bellissimo……Maria Grazia

  2. Cirano permalink

    🙂
    M

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