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Giovani e lavoro nel VCO: aspettative, desideri e tendenze

14 febbraio 2014

In un mio precedente post ho già parlato della indagine effettuata sui giovani del VCO a cura del Laboratorio di Economia Locale dell’Università Cattolica di Piacenza, all’interno del progetto Paesaggio a colori, e della intenzione di riprenderla su alcuni aspetti allora non presi in considerazione. Ricordo come l’indagine sia stata condotta nel maggio-giugno 2012 su 1550 studenti delle scuole superiori.

Il quadro che emerge sui giovani locali non differisce da quello nazionale e, in particolare, da zone consimili. Se si analizzano le attività durante il tempo libero emerge lo spaccato di una gioventù dinamica, con interessi distribuiti ad ampio raggio, dal divertimento in senso lato, alle relazioni amicali, all’uso frequente di dispositivi mediali, alle attività sportive e con un interesse forte, superiore a contesti analoghi, per le attività più propriamente culturali. Per esempio oltre la metà (50,4%) dedica parte del proprio tempo a leggere almeno una volta a settimana, percentuale superiore ad es. ai giovani di Cremona (43,5%). Fra gli interessi prevale su tutti quello musicale (Ascoltare musica: 93,9%).

Tabella attività giovani

 Il lavoro atteso

 Questi giovani che tipo di lavoro si prospettano per il loro futuro?

I settori privilegiati sono essenzialmente due: Sanità – Servizi socio assistenziali (16,5%) e Turismo (16,2%). Circa un terzo dei giovani intervistati è orientato verso questi ambiti, con una significativa differenza fra i due sessi: decisamente più orientate (41,4%) verso questi due ambiti le ragazze (Sanità e socio assistenziale 23%; Turismo 18,4%), mentre i maschi pur privilegiando anch’essi questi due settori (nel complesso 23,7%: Turismo 14%; Sanità e socio assistenziale 9,7%) si distribuiscono maggiormente verso una pluralità di altre scelte tra cui emerge il settore Informatica e telecomunicazioni (9,5%). Tra le ragazze la terza scelta si orienta a Moda e design (9,5%).

Tab lavoro futuro x sesso

Differenziazione di scelte decisamente alta anche tenendo conto che la voce “altro”, che raccoglie il 10,5% (M 12,8%; F 8,2%), è a sua volta l’accorpamento di una molteplicità di opzioni minori. Il rapporto a questo riguardo precisa:

È significativo segnalare che nella voce “Altro”, che si posiziona al terzo posto, è spesso stata indicata la musica come il settore in cui si auspica lavorare. La musica non è considerata come una delle attività preferite per il tempo libero o come occasione di aggregazione, e quindi come forma di svago, ma viene reputata proprio come opzione lavorativa sulla quale puntare per il futuro professionale.

In sostanza emerge anche da questi dati quanto avevano riscontrato nelle video-interviste sul lavoro giovanile Tra precarietà e innovazionei percorsi di vita dei giovani intervistati spesso erano molto simili (…): comune a tutti era la ricerca di un lavoro significativo in relazione alle aspirazioni e agli interessi personali.

Due le domande che sorgono spontaneamente dagli esisti di queste interviste.

La prima: questi giovani pensano che la provincia in cui vivono possa rispondere alle loro aspirazioni, che vivere nel VCO costituisca una opportunità?

Per la maggioranza (54,3%, con dati del tutto simili fra maschi e femmine) non lo è, e i motivi principali indicati nell’ordine sono: l’assenza di opportunità professionali, la chiusura verso l’esterno sia per lo studio che per il lavoro, la carenza di occasioni anche di svago, una realtà priva di novità, di opportunità formative e di stimoli culturali.

Per i restanti giovani (45,7%) che invece ritengono che vivere nel VCO costituisca un’opportunità i motivi principali stanno nell’ambiente e nel paesaggio, nella qualità della vita, in un ambiente salubre; solo per l’11,6% di costoro  (e pertanto il 5,3% del totale) l’opportunità è costituita dalle possibilità lavorative.

Tab VCO opportunità x sesso 

La seconda domanda è: quanto i desideri lavorativi dei giovani si allineano con la realtà occupazionale del VCO?

Certamente non molto se si fa riferimento alla realtà attuale [1] laddove emergono grandi discordanze se si raffrontano la percentuale effettiva degli addetti con la distribuzione delle aspirazioni dei giovani.

Se si tiene conto che gli addetti totali registrati nelle imprese del VCO al giugno 2013 sono 42.301, i settori decisamente sottostimati dai giovani sono quelli dell’Industria (addetti 23,4%; attese 4,9 %), del Commercio (addetti 20,5%; attese 5,1%) e delle Costruzioni (addetti 12,3%; attese 5,5%). Decisamente più allineati alla realtà attuale l’orientamento al lavoro per il Turismo (addetti 16,1%; attese 16,1) e in parte per l’Agricoltura (addetti 2,4%; attese 3,1%). Sembrerebbero invece significativamente privilegiati (e sovrastimati) dai giovani sia il settore Socio Sanitario e Formativo (addetti 4,2%; attese 21,4%) [2] che quelli delle Attività ricreative, artistiche e culturali (addetti 3,9%; attese 9 %) e dell’Informatica e telecomunicazioni (addetti 1,5%; attese 5,2%).

Ma per capire le possibilità di occupazione e di adeguamento fra aspirazioni lavorative dei giovani e realtà futura è senz’altro meglio superare una visuale statica e volgere lo sguardo alle dinamiche e alle tendenze della nostra economia locale.

 Tendenze e prospettive

 Il quadro del lavoro, e in particolare del lavoro per i giovani, non è certo rassicurante e sembra giustificare in pieno la loro valutazione negativa rispetto alle opportunità lavorative offerte dal VCO. Dal 2008 al 2013, in cinque anni, l’occupazione nelle imprese del VCO è passata da 43.943 addetti a 42.301 con un saldo negativo di 1.642 (- 3,74%). Non ci vuol molto ad essere pessimisti e se vogliamo render ancor più fosco il quadro possiamo sottolineare come l’occupazione dei giovani  sia proprio quella che cala maggiormente, con un trend decisamente preoccupante.

I dati SMAIL elaborati dal gruppo CLAS ci danno il seguente spaccato:

Giovani imorenditori 09 13

Tenendo presente che vengono definiti imprenditori tutti gli addetti che non svolgono lavoro dipendente e che si considerano giovani gli occupati con meno di 35 anni, se si raffrontano il 2009 con il 2012, anni in cui i livelli occupazionali erano molto simili (43.616 e 43.529 con solo 87 addetti in meno nel 2012: – 0,2%), nello stesso periodo di tre anni si passa da 12.244 giovani addetti a 10.660 con  un calo di 1.584  (-12,9%).

Età dipendenti 09 12

Un calo che per i giovani imprenditori è di 517 unità (- 23,2%) e per i dipendenti di 1067 unità (- 10,7%).

Una tendenza purtroppo in linea con i dati demografici del nostro territorio che vedono sempre meno presente la fascia giovanile, costretta a trovar lavoro e spesso residenza fuori provincia, con un forte invecchiamento della popolazione.

Non ci sono dunque prospettive di occupazione per i giovani e dobbiamo rassegnarci ad un territorio sempre più marginale dal punto di vista economico e invecchiato demograficamente?.

Io penso proprio di no.

Certo, non sarà facile invertire la tendenza ma penso che sia questo il compito più importante che tutte le realtà attive del VCO hanno davanti: soggetti economici, politici, amministrativi, formativi, culturali ed associativi.

La prima condizione è che tutti capiscano che questo è il compito comune.

La seconda è che si studino con attenzione quelle che sono le dinamiche in corso  (da noi come altrove) per capire verso quali direzioni sia possibile invertire la dinamica occupazionale.

Sempre sulla base dei materiali precedenti (Paesaggio a colori; dati SMAIL; elaborazione Gruppo CLAS) provo a indicare in modo sintetico e preliminare alcune osservazioni e indicazioni. In modo certo non completo e per punti, ognuno dei quali merita di ulteriore specifico approfondimento.

  •  Gli intraprendenti. Nel 2013 il rapporto fra lavoratori dipendenti e imprenditori è del 65,5% rispetto al 34,5% (poco meno di due lavoratori dipendenti per un imprenditore) e se il calo degli addetti fra il 2008 e il 2013 è del -3,7%, quello dei dipendenti è del -6,3%. In sostanza il futuro è sempre più costituito da imprese di piccole dimensioni e da lavoro indipendente (il “lavoro intraprendente” nella definizione di Walter Passerini).
  •  Le donne. Nel quadro negativo il peso percentuale del lavoro femminile tende invece ad aumentare: le lavoratrici dipendenti dal 2009 al 2012 sono passate dal 41% al 43% e le nuove imprenditrici sono arrivate ad un terzo del totale di nuovi imprenditori (1.045 nel 2012). È un progresso lento che può e deve esser rinforzato tenendo anche conto che ogni nuovo posto di lavoro femminile è un volano per l’occupazione tendendo a produrre impieghi ulteriori nei settori dei servizi.
  • Turismo, turismo, turismo? È un po’ un mantra ripetuto da molti con l’effetto illusorio di far credere che questa potrà essere la nuova “monocultura” del Verbano o addirittura dell’intero VCO. Certo il turismo può e deve ulteriormente svilupparsi ma teniamo presente che il settore turistico attualmente (2013) rappresenta il 16,1% dell’occupazione provinciale (12,5% nel 2007). Tenendo anche conto che le rilevazioni sono del mese giugno e che il dato scende significativamente nel periodo invernale. Un buon obiettivo per i prossimi anni può essere quello di arrivare al 20% e soprattutto di allungare i periodi di maggior attività ed individuare nuovi target rispetto a quelli tradizionali. I settori che maggiormente oggi tendono a crescere sono soprattutto quelli che  offrono servizi anche ai residenti (ristoranti, bar, trasporto, attività di divertimento e benessere).
  • Con la cultura “si mangia”, eccome! Con buona pace di Tremonti e dei suoi consimili questo è un settore importante dell’economia che caratterizza il nostro paese e che, tra l’altro, per il suo naturale legame al territorio non corre rischi di delocalizzazione. Grazie al citato progetto Paesaggio a colori è possibile quantificarne il peso economico ed occupazionale nella nostra provincia. Nonostante il ricco patrimonio culturale e paesaggistico, censito con cura da quel progetto, il VCO per valore aggiunto (% sul totale dell’economia) si colloca nella parte medio bassa della graduatoria nazionale con un 3,7% che è inferiore sia al dato nazionale che a quello piemontese (entrambi al 4,8%) e terzultima tra le province piemontesi, ben lontana non solo dal dato di Torino (5,2%) ma anche da quello di Cuneo (4,8%) e di Novara (4,7%). Se poi guardiamo il dato occupazionale nel VCO  siamo al 4% sul totale, la percentuale più bassa tra tutte le province piemontesi (Italia 5,6%; Piemonte 5,8%). Insomma è questo un settore dove ancor più che in altri è mancata regia e coordinamento e dove le possibilità di sviluppo sono decisamente ampie. [4]
  • Settore agricolo. L’agricoltura copre il 2,4% dell’occupazione provinciale con un dato abbastanza costante dal 2008 (un migliaio di occupati), anche se dopo alcuni anni di lieve crescita si è registrato un calo nell’ultimo anno. I possibili sviluppi, cosa nota ma non ancor sufficientemente praticata, sono tutti nella innovazione sui versanti della qualità e della tipicizzazione e superando frammentazione e isolamento.
  • Industria e costruzioni. Sono i settori dove la crisi si è fatta sentire maggiormente. Dal 2008 al 2013 il peso degli occupati nell’industria è sceso dal 28,2% al 23,4%, con una perdita secca di 2.517 addetti. Nello stesso periodo il settore costruzioni è sceso di un punto percentuale attestandosi al 12,3 % con una perdita di 636 unità. Nel complesso sono i settori più consistenti e tradizionali ad avere un calo maggiore (in particolare carta, metallurgia e prodotti in metallo) mentre vi sono segni di controtendenza in alcuni settori “minori” (alimentari, lavorazione minerali e quel mondo sparso che va sotto la voce “altre industrie” che comprende anche le attività estrattive). In sostanza, come avremo modo di ribadire, è nelle “nicchie” che si possono scorgere segni di ripresa e sviluppo, mentre segnali significativi di una green economy per ora non si intravedono.
  • Soprattutto servizi. Il dato macro è del tutto rilevante: sei occupati del VCO su dieci lo sono nel settore dei servizi; si tratta di 25.117 addetti (59,4%) con una crescita dal 2008 del 6,4% ed un incremento occupazionale di 1.511 unità (nonostante un calo dell’ultimo anno di 591 unità). Vale la pena osservare la seguente tabella (elaborazione Gruppo CLAS) che raffronta i dati occupazionali 2013 con quelli del 2012 e del 2007. L’aumento complessivo non è infatti omogeneo e riguarda soprattutto i tre settori Alloggio e ristorazione (+22,7%, con un rallentamento l’ultimo anno: – 4,1%), Pulizie, manutenzione verde, ecc (+ 12,6% in crescita anche dal 2012: + 4,3%) e, con percentuale ancora maggiore le Attività ricreative artistiche e culturali e altri servizi a persona  (+ 23,1% con lieve incremento anche l’ultimo anno: +0,3%).

 Imprese servizi

L’impressione è che il settore dei servizi stia attraversando una rapida trasformazione e differenziazione e che abbia grosse potenzialità di crescita ulteriore.

  • Public Utilities. Sotto questa voce SMAIL accorpa i servizi connessi alla fornitura di energia, gas, acqua e alla gestione dei rifiuti. È un settore in tendenziale crescita (+2,3% dal 2007) e che ha ulteriori potenzialità di sviluppo, in particolare nel settore rifiuti se ci si avvia, come si è discusso in un recente incontro pubblico, verso una differenziata più spinta e un riciclo e trattamento in zona, nell’orizzonte di “rifiuti zero”.

La coda del pavone

Un aspetto di particolare interesse, già emerso in modo implicito da quanto detto sopra, è che il calo occupazionale non solo non è tale in tutti i settori, ma anche che lo è soprattutto nelle aziende di maggior dimensioni.

Infatti se si disaggregano le imprese del VCO non per settori, ma per numero di addetti, scopriamo che il numero di quelle di piccole dimensioni (sino a nove addetti) sono aumentate dal 2007 di 338 unità (+2,9%) e che di conseguenza sono aumentati gli occupati in queste imprese minori dove si è passati da 22.469 a 23.287 con un incremento di 818 unità (+ 3,6%). Le aziende più piccole rappresentano oggi il 55% degli occupati del VCO mentre quelle superiori a dieci addetti solo il 45%.

Addetti x dimensione impresa

Ed è del tutto evidente che questa tendenza proseguirà nei prossimi anni. Differenziazione delle attività ed emergenza di nuove nicchie di produzione e di servizi che, spesso in modo innovativo, rispondono a nuovi bisogni.

È quel fenomeno che Chris Anderson, il noto direttore di Wired USA, ha definito come Coda lunga riprendendo un concetto statistico che descrive gli eventi economici o linguistici in cui i fattori (i prodotti, le parole ecc.) di minor ampiezza o frequenza, nel loro insieme, superano quelli di maggior frequenza od ampiezza. Laddove il mercato, ad esempio tramite la vendita on-line, permette di offrire una gamma molto vasta di prodotti, quelli più conosciuti verranno complessivamente superati da quelli meno conosciuti che soddisfano esigenze più differenziate. Anderson nel suo libro ha descritto questo fenomeno come il passaggio “da  un mercato di massa ad una massa di mercati” e che, girando sul versante produttivo, possiamo definire come il passaggio da una produzione di massa ad una massa di produzioni. Dove la qualità e la sostenibilità delle singole produzioni aumenta ed è in grado di soddisfare ai bisogni sempre più differenziati con una crescita economica e culturale complessiva.

coda-lunga-02

Ora la Coda lunga non è solo un concetto che ci può aiutare a capire la tendenza di quanto sta oggi avvenendo, tendenza che la crisi accelera e che nel nostro territorio è del tutto evidente; può soprattutto diventare una strategia economica in grado di valorizzare le nicchie produttive e di servizi mettendole in rete e rendendole accessibili a più fruitori. E quando parlo di rete non penso solo alla rete digitale, anche se questa è senz’altro uno strumento indispensabile.

Tutti parlano di innovazione ma spesso si pensa che l’innovazione sia solo nella tecnologia: l’innovazione a tutto campo investe le idee, le categorie del passato che devono essere superate, le strutture organizzative (sulla Pubblica amministrazione ci sarebbe tantissimo da dire), le modalità comunicative, le strutture formative, le scelte produttive e le modalità di interfacciare l’offerta con la domanda.

Pavone coda chiusa e aperta

Per ora il nostro sguardo si è soprattutto concentrato sulla testa del pavone, sulla crisi che investiva i grossi apparati produttivi. Lo sguardo al futuro deve girarsi soprattutto alla coda che per ora è chiusa ma che pian piano si allunga. E se sapremo alimentarla e stimolarla adeguatamente magari un giorno, anche nel nostro per ora desolato VCO, potremo veder dispiegarsi e risplendere la coda del pavone in tutta la sua bellezza.

—————————

[1] Faccio riferimento ai dati raccolti da SMAIL – Sistema di Monitoraggio Annuale delle Imprese e del Lavoro per il VCO, con ultimo riferimento al giugno 12013, e alla loro presentazione a cura del Gruppo CLAS reperibile sul sito della Camera di Commercio del VCO  (scaricabile qui).

[2] I dati SMAIL, diversamente dal questionario LEL, accorpano Sanità, assistenza sociale e istruzione.

[3] Cfr. qui  pagg. 24 – 35.

[4] Se si tiene conto anche del Settore culturale “allargato” (produzioni tipiche enogastronomiche ed artigiane, edilizia di riqualificazione, beni ad attività culturali ..) la percentuale degli occupati del VCO in questi settori sale al 9,5% (ivi pagg. 34 – 35).

[5] Da questi servizi sono escluse le Public Utilities (energia, gas, acqua, rifiuti) calcolati a parte e di cui parlo subito dopo. Sono invece compresi i servizi turistici e culturali di cui abbiamo parlato precedentemente.

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One Comment
  1. Emilio Ghittoni permalink

    Due considerazioni.
    La cosa che colpisce molto è che i giovani considerano il nostro territorio come un luogo per vivere e non un luogo per lavorare. Credo che sia anche una conseguenza dello sfasamento tra l’alto livello del patrimonio naturale e storico-culturale del nostro territorio e quello mediocre di gran parte (non tutta ovviamente) della classe dirigente locale.
    La seconda cosa che mi colpisce è la tendenza a intravedere le occasioni lavorative prevalentemente entro le categorie tradizionali del “lavoro dipendente” (con annesso il “posto fisso”?) o l’attività imprenditoriale tipo la classica partita IVA. Sarebbe necessaria un’operazione culturale per promuovere il lavoro intraprendente (come dice Walter Passerini) ma anche interdipendente. Io credo che il futuro potrebbe essere per esempio nei network di professionalità diversificate che si costituiscono per sviluppare progetti ambiziosi e intersettoriali che hanno un impatto sul tutto il territorio.
    Sono completamente d’accordo con il passaggio dal mercato di massa alla massa di mercati. L’esperienza dell’azienda per cui ho lavorato diversi anni è molto significativa. Per riemergere dalla crisi del settore aeronautico degli anni 90 non si è messa in competizione con le produzioni industriali di serie dei colossi franco-tedeschi e americani ma ha puntato sulla personalizzazione dei prodotti con un riscontro molto significativo.

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