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La famiglia Karnowski: l’impossibile eredità dei padri

20 gennaio 2014

Yiddish, lingua morta, lingua risorta. Lingua di ceppo tedesco, scritta in caratteri ebraici, parlata prima dell’ultima guerra da circa undici milioni di ebrei dell’Europa orientale tra Germania, Polonia, Lettonia, Bielorussia, Ucraina e Russia; oggi, dopo l’annientamento nazista, da quelle terre è praticamente scomparsa. Ancora nel 1939 in Polonia la parlavano in circa due milioni, oggi quasi nessuno. La si ritrova in piccole comunità ebraiche aschenazite che si possono ad esempio incontrare in alcuni quartieri di New York o di Gerusalemme.
Ma appunto “lingua risorta”, non tanto tra gli scampati dall’olocausto: i sionisti richiedevano ai profughi verso la Palestina in particolare la conoscenza dell’ebraico (che difatti diverrà la lingua ufficiale di Israele), ma soprattutto per la sua letteratura. Lo scrittore Erri De Luca, che ha voluto imparare lo yiddish per poter tradurre quelle opere dall’originale (e non dalle traduzioni inglesi come spesso si è fatto), parlando di Itzak Kateznelson , l’autore del Canto del popolo ebraico messo a morte, ci riporta questa testimonianza del ruolo assegnato a poeti e scrittori dal popolo yiddish.

“Kateznelson … si trovava a Vittel perché i combattenti del ghetto di Varsavia lo avevano fatto uscire con dei documenti falsi che durarono poco. In Francia fu arrestato di nuovo.Gli insorti del ghetto cercavano di mettere in salvo i poeti, gli scrittori. Così fanno gli alberi circondati dalle fiamme: scaraventano i loro semi. I poeti, gli scrittori erano i semi della loro pianta e avrebbero innalzato a canto la testimonianza”. (Erri De Luca, Il torto del soldato, pp. 24-25)

Israel Joshua Singer (1893 – 1944)

 Autore oggi poco conosciuto per la morte prematura (un infarto nel febbraio 1944) e soprattutto per la fama successiva del fratello minore, Isaac Bashevis Singer, premio nobel per la letteratura nel 1978. Anche la sorella maggiore Esther Kreitman, vissuta a Londra, fu scrittrice yiddish.

Israel era nato a Bilgoraj (Polonia sud orientale); il padre era un rabbino chassidico e anche la madre apparteneva a una famiglia di rabbini. L’attività paterna porta la famiglia prima nel comune rurale di Radzymin e poi dal 1908 a Varsavia.

Spirito inquieto, Israel evitata l’arruolamento alla prima guerra mondiale e si sposta a Kiev dove si sposa; va in Russia nel 1918, osservatore partecipato dello scontro tra le truppe rivoluzionarie e quelle bianche; ritornato a Kiev si inserisce attivamente nei circoli letterari rivoluzionari e dal 1921 è corrispondente del giornale yiddish statunitense “The Forverts”. Scrive racconti (Pearl, 1922) e romanzi (Acciaio e ferro, 1927; Yose Kalb e le tentazioni, 1932).

Israel Joshua Singer (secondo da sinistra, di profilo) in un caffè in Polonia assieme ad altri scrittori yiddish nel 1930

Israel Joshua Singer (secondo da sinistra, di profilo) in un caffè in Polonia assieme ad altri scrittori yiddish nel 1930

Nel 1934 emigra negli Stati Uniti e diventa uno dei più noti scrittori yiddish tradotti in inglese, in particolare dopo la pubblicazione nel 1937 de I fratelli Ashkenazi, grandioso affresco dell’ebraismo polacco.

Conosciuto ed apprezzato in vita ben più del fratello minore a cui ha aperto sia la strada letteraria che quella dell’emigrazione in America. Riconoscimento (“il mio maestro”) che il fratello Isaac gli ha più volte tributato, come nel romanzo Il certificato, pubblicato a puntate settimanali sul Forverts nel 1967, dove il giovane David Bendiger (alter ego dell’autore) è introdotto nei circoli letterari di Varsavia dal più noto fratello maggiore Aharon nei cui tratti e nelle cui vicissitudini è facilmente riconoscibile Israel.

Erri Di Luca ne ha recentemente tradotto un racconto inedito ambientato nella Russia del 1919: La stazione di Bakhmatch; così nell’introduzione ci presenta “Il fratello maggiore”:

«Israel Joshua Singer nasce nel 1893, di un­dici anni maggiore del fratello Isaac Bashevis. Riesce a evitare il servizio militare nella Pri­ma guerra mondiale, nel 1918 è in Russia, a Mosca, nuova capitale della rivoluzione. Tor­na in Polonia, partecipa al gruppo letterario ribelle Kaliastre (La banda), viaggia, scrive corrispondenze per “Forverts”, il maggiore periodico yiddish di New York. Si trasferisce lì nel ’34, aprendo la pista a suo fratello. Scri­ve romanzi ben accolti e tradotti in inglese. Uno di questi Di mishpokhe Karnovski (La famiglia Karnovski) esce nel ’43, un anno pri­ma della sua brusca morte per infarto. È un successo immediato.

“Mishpokhe” è la pronuncia yiddish del vocabolo ebraico che significa “famiglia”. Questo spiega perché Isaac cominciando a scrivere la vicenda familiare dei Mushkat, poco dopo la morte del fratello, non se la sentì di usare “mishpokhe”, a ricalco del titolo celebre e preferì il meno usato voca­bolo “familie” per il suo romanzo. La mor­te di Israel Joshua smarca Isaac Bashevis dall’ombra lunga di essere il minore. Da quel momento in poi Singer lo scrittore è solo lui.

Israel Joshua non è stato seguace di nes­suna ideologia e nessuna fede. Non è stato messianico né politico, non credendo a nes­sun disegno della storia umana. Muore senza conoscere la sorte di sua madre e del fratel­lino minore Moshe, scomparsi nell’annien­tamento.

Non sa che quella strage privata e co­lossale verrà chiamata shoà. In yiddish la massima catastrofe è chiamata “khurbn” e indica la distruzione del primo e del secon­do tempio di Gerusalemme. Ma anche questo esproprio sottolinea il destino di una lingua mozzata.»

 La stazione 2

Secondo il noto (e polemico) critico letterario Harold Bloom, nella sua critica ai molti premi Nobel letterari assegnati a suo parere indebitamente, era il fratello maggiore e non il minore ad esserne degno:

Tra gli «intramontabili», Bloom annovera i grandi poeti yiddish Jacob Glatshteyn and Moyshe-Leyb Halpern ma non il premio Nobel Isaac Bashevis Singer. «Un autore mediocre. Al suo posto meritavano di vincere Chaim Grade, artefice dello splendido Yeshiva e Israel Joshua Singer, fratello maggiore ben più talentuoso di Bashevis che ci ha lasciato il bellissimo I Fratelli Ashkenazi ».

Aggiungerei, al di la delle valutazioni specificamente letterarie, come Israel, rispetto al fratello nei cui scritti gli aspetti della tipicità ebraica aschenazita sono centrali, abbia sempre la capacità di trascendere da quella specificità, portandoci a riflettere su temi e problemi del tutto universali. Un atteggiamento più critico e più laico e, direi, una scrittura più profondamente mitteleuropea.

 

La famiglia Karnowski

Desta sconcerto il fatto che questa sua ultima opera (1943), immediatamente ben accolta e tradotta in inglese oltreoceano, in Europa sia rimasta sconosciuta per lungo tempo: in Francia è stata tradotta per la prima volta nel 2008 e da noi solo nel febbraio del 2013.

Personalmente sono più orientato nella narrativa a opere meno voluminose – che mi permettono lettura tutto d’un fiato, senza o con poche interruzioni – ed anche per una forte diffidenza verso i tantissimi “best seller” per i quali il “peso cartaceo” vale molto di più della qualità.

Ben consigliato da un amico (il passaparola nelle novità editoriali funziona spesso meglio delle recensioni giornalistiche) ho approfittato del soggiorno in baita per immergermi nelle sue (quasi) cinquecento pagine.

Ebbene, ne sono bastate poche per rendermi conto di avere tra le mani un’opera di grande valore, scorrevole nella lettura, molto lineare nella impalcatura narrativa e nello stesso tempo estremamente profonda; in sostanza moderna ed attuale. Si fa fatica a pensare, durante la lettura, che sia stata scritta settant’anni prima e certo non solo per l’uso del presente narrativo (al passato era il precedente I fratelli Ashkenazi).

Famiglia Karnowski

La vicenda è lineare: una saga familiare incentrata sulle tre figure di David, il figlio Georg e il nipote Jegor, che si snoda tra la seconda metà dell’Ottocento e il 1940; inizia in una comunità ebraica della Grande Polonia, si sviluppa a Berlino e si conclude negli Stati Uniti a New York, sempre all’interno delle rispettive comunità ebraiche.

I Karnoswski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma allo stesso tempo stimati per la vasta erudizione e l’intelligenza penetrante”: così inizia il romanzo e questo spirito inquieto e ribelle fa sì che il commerciante all’ingrosso (perlopiù di legname) David, appassionato dell’ebraismo illuministico di Moses Mendelssohn e affascinato dalla cultura tedesca, si scontri da subito con il rabbino e la comunità ebraica di Melnitz, dove vive con la famiglia del suocero, non sopportando le superstizioni, credenze e consuetudini chassidiche. Si trasferisce, con la giovane moglie Lea, a Berlino riuscendo a farsi accettare e far parte della comunità dei ricchi ebrei tedeschi; parla correttamente la loro lingua e non sopporta invece che la moglie continui ad usare lo yiddish e intrattenga rapporti con ebrei polacchi (fra tutti la famiglia del mercante Solomon Burak) che alla loro lingua e ai loro costumi (alla loro ebraicità orientale) non rinunciano.

Ebreo in casa e tedesco per la strada: questo era il precetto fondamentale con cui imposta la sua vita e l’educazione del figlio Georg. “I cristiani che abitavano nella sua via, però, però vedevano nel piccolo Georg soprattutto l’ebreo.”

Di spirito altrettanto inquieto, Georg crescendo si distacca ancor più dall’ebraismo, e, dopo un’adolescenza ribelle e scapestrata, contro il parere del padre, studia medicina e come medico militare parteciperà alla prima guerra mondiale. Diventerà poi il più affermato ginecologo di Berlino e sposerà una infermiera cristiana, Teresa, bionda e tipicamente tedesca.

Il loro figlio Jegor vivrà in modo ancor più conflittuale e drammatico il proprio rapporto con l’ebraismo: cresciuto in una Berlino dove stanno prendendo sempre più piede i giovani “che marciano con gli stivali” tenterà di inserirsi nel nascente nazismo ma verrà ferocemente umiliato e denudato davanti a tutti gli studenti del Liceo dal suo insegnante e preside nazista quale esempio aberrante di una razza inferiore. Arriverà così ad odiare la sua parte ebraica e il padre quale diretto responsabile.

È il dotto libraio talmudista Efraim Walder ad esplicitare a David il sogno infranto dell’assimilazione:

«La vita è una burlona, rabbi Karnowski, ama giocarci qualche tiro mancino. Volevamo essere ebrei in casa e uomini in strada, è arrivata la vita e ha messo tutto sottosopra: siamo goyim (Gentili, non ebrei) in casa ed ebrei in strada».

L’immane tragedia storica incombe e il suo percorso di emarginazione, di intolleranza e persecuzione si dispiega  di pagina in pagina; Israel Singer non sa e non saprà della Shoah, dello sterminio che coinvolgerà anche parte della sua famiglia. Eppure è tutto scritto nelle sue pagine e noi lettori, che sappiamo, siamo ancor di più implicati e sbigottiti dalla trasparenza con cui vengono dipinti gli eventi che scorrono verso l’esito storico ineluttabile.

Prima che la situazione precipiti la famiglia Karnowski riesce ad emigrare e ad inserirsi, in una situazione economica di difficoltà precedentemente sconosciuta, nel quartiere ebraico di New York.

Se il tema dell’identità e dell’assimilazione è quello che immediatamente si pone al lettore, in parallelo a questo, lo snodarci della vicenda ci pone di fronte alla molteplicità di identità ebraiche: non solo quella orientale contrapposta a quella degli ebrei tedeschi, ma dentro di queste i molti modi di viverle dove professione (il rabbino, il libraio, il mercante all’ingrosso e il piccolo commerciante, il medico di successo come quello che svolge la sua missione fra i più poveri, la militante politica rivoluzionaria …), condizione economica (dai quartieri ebraico borghesi a quelli più poveri dove vivono i più recenti immigrati ebrei dalla Polonia e dalla Russia.), concezioni religiose (tradizionaliste, riformatrici ed illuminate, sino a quelle più laiche e talora atee) si intrecciano. Tantissimi modi di vivere la propria identità ebraica e diverse appartenenze di ceto, ma le vicissitudini della vita e della storia possono rapidamente rovesciare le sorti di chiunque.

E l’America, dove i protagonisti trovano rifugio, sarà tutt’altro che il sogno auspicato: l’ormai anziano David dovrà prima chiedere asilo ai lontani parenti che lo accolgono senza troppo entusiasmo e poi intercedere, per un umiliante lavoro di scaccino nella sinagoga, presso il commerciante Solomon Burak, proprio quello che David, tempo prima a Berlino, aveva trattato con sufficienza e con sdegno quando questi aveva osato proporgli il matrimonio di sua figlia con Georg. A quest’ultimo, nonostante il suo curricolo di chirurgo e di ginecologo affermato, la corporazione dei medici statunitensi impedirà di svolgere la sua professione e dovrà adattarsi al più umile dei lavori, quello del rivenditore ambulante di indumenti porta a porta.

L’impossibile eredità dei padri

 Se i temi delle diverse identità ebraiche e dei percorsi spezzati di integrazione, della fragilità dei destini individuali di fronte all’irrompere della storia emergono immediatamente dalla narrazione, altri possono diventare utile chiave di lettura, ad esempio soffermandoci sulle bellissime e variegate figure femminili che Singer ci presenta.

Un tema particolarmente attuale mi pare emergere in modo prepotente dal romanzo. Non solo quello del conflitto fra padri e figli, della inevitabile (e normale) fase di ribellione e distacco conflittuale che un figlio attraversa prima di diventare adulto, ma direi soprattutto quello dello smarrimento dei padri quando questi si rendono conto che l’eredità che si riproponevano di trasmettere si è sfaldata, è diventata una eredità impossibile. Eredità di professione, di ruolo sociale, anche magari eredità economica, ma soprattutto eredità di concezioni etiche, sociali e religiose, di regole con cui affrontare la vita, di moralità, insomma di valori. Non è tanto e solo la ribellione dei figli ad opporsi al trapasso. È che quel patrimonio in parte ereditato ed in parte accuratamente raccolto, composto e custodito nel corso degli anni, in un’epoca di rapide trasformazioni e sconvolgimenti si rivela rapidamente improponibile e irricevibile, non più adeguato ai tempi e il volerlo ugualmente imporre come eredità destinata renderebbe ancor più conflittuale e tragico il rapporto con il figlio, sino alla completa rottura. Il padre non sa più come comportarsi come padre, non sa più come rapportarsi con il figlio ed il figlio non riconosce più il padre.

David aveva chiara l’eredità da trasmettere al figlio: una importante attività commerciale, una religione depurata da misticismi e superstizioni da osservare con rigore all’interno delle mura domestiche e della comunità religiosa (ebreo tra gli ebrei), una lingua colta (il tedesco), una cultura letteraria e filosofica di ampio respiro che era a portata di mano nella dinamica ed illuminata Germania. Ma i nuovi tempi rendono impossibile questa sintesi fra ebraismo e cultura germanica; lui stesso se ne rende conto e si riavvicina progressivamente ad una concezione più tradizionale attraverso lo studio talmudico, mentre il figlio Georg prima è affascinato dai riverberi rivoluzionari russi e poi propende per una visione laica in cui la dimensione religiosa, privata e pubblica, è del tutto assente. Crede in una visione scientifica del mondo, sposerà una cristiana e, in quanto chirurgo, opererà lui stesso fra le mura domestiche la circoncisione del figlio senza alcun rito e partecipazione religiosa. Un ebraismo del tutto laico da un lato vissuto in forma del tutto individuale e dall’altro refrattario a qualsiasi identitarismo culturale, razziale o religioso. David non riesce né a capire né a sopportare il percorso del figlio ed interrompe qualsiasi rapporto con lui. Solo quando è ormai è chiaro che per entrambi la soluzione è quella dell’emigrazione il rapporto si ricostruirà; ma sarà solo un rapporto di necessaria solidarietà reciproca.

Israel Joshua Singer

Israel Joshua Singer

Ancor più drammatico il rapporto di Georg con il figlio Jegor; le sue concezioni laiche e scientifiche, di tolleranza e apertura multiculturale sono improponibili in una società che rapidamente viene invasa dai giovani con gli stivali che sfilano in parata cantando “Quando il sangue ebraico zampilla dal coltello, allora tutto va di nuovo così bene, così bene”; Jegor non solo rifiuta visione ed idealità paterne, ma ne rinnega la sua stessa eredità biologica. Ammira i giovani che sfilano, tenta di unirsi a loro e quando subisce il rifiuto e l’umiliazione fa crescere ancor di più il suo odio verso gli ebrei, verso il padre e verso se stesso. Porterà questo suo odio oltreoceano e lo riverserà contro l’intera società americana disordinata, caotica e multirazziale contrapposta ad una Germania, militarmente e gerarchicamente ordinata, dalla razza pura, dai destini gloriosi ed inflessibile contro i propri nemici. E nella sua nuova scuola superiore newyorchese ostenterà il suo nazionalismo filotedesco offendendo il suo insegnante e i suoi compagni.

Quando il preside della scuola chiamerà Georg spiegandogli la condotta e le affermazioni del figlio, il suo smarrimento sarà totale.

Il tentativo poi di richiamare il figlio al senso di realtà e di fargli ammettere le sue responsabilità produrrà solo un silenzio sprezzante da parte di Jegor ed una tensione crescente che culmina da un lato con un ceffone (“il secondo della sua vita”) e dall’altro, con il grido stridulo e pieno d’odio del figlio: “Giudeo! Giudeo! Giudeo!”.

A quel punto la rottura definitiva diventa irreparabile; il figlio fugge di casa e percorre una sorta di discesa autodistruttiva negli inferi nel tentativo di aggregarsi a dei giovani filonazisti americani e di svolgere il ruolo di informatore (di spia) alle dipendenze di un losco diplomatico tedesco.

Al padre non resta più niente da fare, non può far altro se non aspettare.

Da mesi le sue orecchie stavano all’erta, in attesa di una cattiva notizia che doveva arrivare, che sarebbe per forza arrivata. Se l’aspettava a ogni ora del giorno, in ogni momento della notte.”

Stare all’erta … non è molto, è quasi niente. Qualche volta può però arrestare l’irreparabile.

A questo punto mi verrebbe naturale ragionare sull’oggi; sullo sconcerto di padri che di fronte alla complessità della nostra società e delle sue rapide trasformazioni – certo non paragonabili alle tragedie culminate nell’ultima guerra mondiale – ci vedono tutti altrettanto impreparati. Senza eredità credibile da trasmettere e sempre più incerti sul nostro ruolo. Ci sarebbe moltissimo da dire e molto si sta iniziando a dire: psicologi, sociologi e sempre più frequentemente scrittori. E possibilmente cercherò di ritornarci.

Israel Singer conclude la sua ultima opera con una chiara indicazione che, dopo settant’anni, arriva diretta sino a noi. Anche quando non capiamo e non sappiamo cosa fare “stiamo all’erta”. Sembra poco, ma è comunque il segnale che non ci si dismette dal ruolo e dalla responsabilità paterna.

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