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Adulti feriti e amati bambini

17 ottobre 2013

di Nives Cerutti

Due sono i mestieri che pratico da una decina di anni, la maestra e la psicoterapeuta, realtà lontane ma anche vicine. I due lavori condividono, a mio parere, lo sguardo teso alla limpidezza sulle umane condizioni.

Ogni giorno m’immergo in rapporti con persone, diverse per età e per condizione emotiva e affettiva, alla ricerca della strada più congeniale per muoversi nella vita, per crescere e per migliorarsi.

Come viene facile immaginare, nel mio studio incontro sofferenza che invade, che toglie il fiato, sfinisce e limita la vita. Insieme, paziente e terapeuta, si avventurano nelle profondità oscure della mente, assaporano i sentimenti che emergono, per quello che sono, avvicinano fino a nominare, collocano nella storia personale, accolgono, comprendono e illuminano la sostanza di cui è costituita l’angoscia, fino ad apprezzarne i solleciti segnali.

A trovare una categoria comprensiva, potrei dire che spesso il dolore esasperato e la difficoltà di vivere sono generati dalla colpa e dalla vergogna, secondo sfumature, impennate e declinazioni personali.

Eppure da un po’ di tempo, come maestra, mi trovo a riflettere proprio sull’assenza, nelle nuove generazioni di bambini, di sani e formativi vissuti come la colpa e la vergogna.

Per metà della mia vita professionale mi trovo nella situazione di alleggerire dai sensi di colpa e dalla vergogna, nell’altro ne auspico l’emergere. Sembra, ma non è affatto, un controsenso.

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Verbania oggi: composizione del tessuto sociale

Verbania è vecchia. L’identikit del verbanese medio è individuabile in una donna italiana che vive sola e tende alla sessantina. È quanto emerge dalle statistiche demografiche del 2010, che tiene conto della prevalenza nella popolazione del genere femminile, della larga predominanza delle mono-famiglie rispetto ai nuclei più numerosi e di una tendenza all’invecchiamento della popolazione che è consolidata e va stabilizzandosi con pochi nati, all’1 gennaio 2013 è di 30.310 residenti.

Le famiglie sono sempre più “piccole”, le mono-famiglie e quelle con due membri sono la norma. I single e coloro che abitano soli, come vedove e vedovi, costituiscono il 37,55% del numero di nuclei familiari. Se a questi si aggiungono le coppie, pari al 29,15%, si arriva al 66,70%. Le famiglie a tre, quelle cioè in genere composte da marito, moglie e un figlio sono 2.652, il 18,41%; quelle a quattro 1.683, l’11,69%. Oltre questo numero ci sono solo eccezioni statistiche, che assommate, non arrivano al 4%.

La tendenza demografica all’invecchiamento, che è una caratteristica italiana e in particolare del Nord, a Verbania si conferma accentuata. Scorporata per fasce d’età, la popolazione tende numericamente alla terza età. I cambiamenti, a livello statistico, non sono clamorosi nell’andamento, ma fotografano bene l’elevazione dell’età media.

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Al 31 dicembre 2010 c’erano 3.956 over 75, circa mille in più di della fascia compresa tra i 14 e i 25 anni di 2.947 e, nella fascia tra i 60 e i 75 anni si contano 5.857 persone. Sommando queste due categorie, che grossomodo accorpano tutti i pensionati, si raggiunge il 31,41% dell’intera popolazione.

Banalizzando si può dire che quasi un terzo dei verbanesi è pensionato. Le persone in attività, se convenzionalmente scegliamo di farle coincidere con la fascia compresa tra i 25 e i 60 anni, sono meno delle metà dei residenti, sono il 47,71%, mentre nel 2002 erano il 48,56%. In quella rilevazione statistica, la fascia dai sessant’anni e oltre era pari al 29,10%, segno di una lenta ma costante marcia verso l’innalzamento dell’età media.

Delega educativa

In una situazione “nuclearizzata” così estrema, le famiglie, con sempre maggior frequenza, si trovano ad affidare l’educazione e l’apprendimento delle regole di convivenza civile dei propri figli alla scuola, alle associazioni, alle parrocchie, a vari enti territoriali, con i quali si stringono contratti formali di delega educativa. Gradualmente le famiglie sono andate restringendosi, ed è venuto a mancare quel cuscinetto sociale, ammortizzante e spontaneo, costituito da componenti della famiglia allargata, nonni, zii, cugini, oppure da varie persone legate da genuino affetto, vicini di casa, amici del cortile, che un tempo, con naturale libertà, prendevano parte allo sviluppo delle competenze sociali dei bambini e creavano una rete di rapporti affettivi variegati e fondamentali.

I genitori trascorrono molte ore della giornata lontano dai figli; lo stile comune è caratterizzato dalla velocità, in ogni attività, che rende sempre più difficile riflettere sugli eventi e quasi impossibile viverli e metabolizzarli pienamente; si pratica un surfing esperienziale. La famiglia ha la necessità di organizzare una delega educativa che risulta, però, permeata di ambiguità. È il soggetto sociale entro cui si svolge l’azione formativa dei bambini ma, oggi, è andata assumendo, con crescente diffusione, delle caratteristiche particolari evidenziate nella descrizione della realtà verbanese.

Il nucleo familiare si è ristretto ed è spesso formato da pochi membri, alle prese nel quotidiano con la frenesia del lavoro e della vita e i figli di fatto vivono più a lungo, le ore del dì, a scuola che non a casa.

Con frequenza sempre maggiore i bambini affrontano la vita sociale e i primi impegni lavorativi poco equipaggiati di quelle competenze relazionali necessarie.

Alcune volte mi viene da pensarli come fossero i moderni figli delle scimmie di Harlow [1], ben curati dalla macchina erogatrice, sicura, controllata, sfamante, ma meccanica e anaffettiva.

In altre, invece, come appartenenti a un gruppo di fratelli, di varia età, che si relazionano con una prevalenza di dinamiche adolescenziali.

In entrambi i casi, i bambini, dei quali si usa dire siano poco contenuti, crescono con una forte divergenza tra sviluppo intellettivo e affettivo.

Troppo spesso si procede con il fornire soddisfacimento ai bisogni di base e un’ampia stimolazione intellettiva, più come proiezione della necessità di soddisfare la fame, che traspare da molti genitori, mai paghi e voraci di riuscita ambiziosa personale.

Risaltano le crescenti mancanze nella formazione delle competenze relazionali, normative, delle regole e della responsabilità personale. Per accompagnare i bambini attraverso una crescita che cerchi di garantire armonia evolutiva sarebbe auspicabile procedere attraverso  la costruzione di esperienze formative condivise, assicurare l’offerta di un modello  da imitare e garantire la chiara distinzione dei ruoli all’interno della famiglia. Credo sia fondamentale la trasparenza, nel dire e nel fare, nei ruoli tra chi è garante della norma e chi deve attenersi a essa, tra chi deve fornire un chiaro confine entro cui esercitarsi nella libertà di scelta, per poter tendere con desiderio sano e non totalmente distruttivo alla trasgressione, al rompere le regole per poterle rimodernare.

Insomma, vivere un giusto gap generazionale che fornisca la protezione di base sicura che smonti, apra, ricomponga e crei senza gli eccessi della distruttività.

Aspettative dei genitori e richieste della scuola

L’inadempienza genitoriale, relativa all’educazione di questi aspetti, soprattutto pratici, sembra non preparare il bambino ad affrontare adeguatamente le richieste scolastiche.

I docenti si trovano spesso a dover ampliare l’offerta formativa soprattutto in ambito educativo più che didattico. Sono tempi in cui la scuola assorbe e cerca di rispondere massicciamente a bisogni educativi, ma paradossalmente si ampliano le difficoltà di relazione tra genitori e docenti.

Gli aspetti regolamentativi e normativi dell’organizzazione scolastica si scontrano, sempre più spesso, con l’atteggiamento accogliente e facilitante adottato dai genitori e, alle critiche mosse ai bambini e implicitamente alle mancanze genitoriali, si sollevano conflitti e spesso accuse di eccesso di rigore nelle richieste e di pressione, che rendono sempre più chiara la fragile formazione delle capacità di adattamento, della sopportazione della fatica tesa alla conquista e della tolleranza alla  frustrazione, che  i bambini devono poter sperimentare per crescere.

L’implicita delega educativa, porta i docenti a rimarcare le mancanze dei bambini attraverso delle critiche, che sottolineano le inadeguatezze comportamentali delle famiglie.

Il risentimento e l’astio verso la scuola sono comuni difese proiettive messe in atto per allontanare la consapevolezza del fallimento. La critica è vissuta come attacco e non come possibilità utile al ripensamento.

È difficile per i genitori molto impegnati, moderni e distanti accogliere e sopportare gli affetti depressivi che sorgono al considerarsi responsabili delle espressioni di devianza dei propri figli. Le difficoltà e i disagi che si osservano sono intimamente collegati alle mancanze affettive, alle rotture relazionali, alla superficiale convivenza e producono delusione nelle aspettative grandiose riposte nei bambini.

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Modalità educative familiari

Dal punto di vista delle modalità educative familiari rilevate più frequentemente in una ricerca condotta in alcune scuole di Verbania e che sembrerebbero avere un collegamento con le manifestazioni descritte, si sono registrati gli stili:

  • Tollerante/Permissivo/Indifferente
  • Ansioso/Iperprotettivo
  • Incoerente.

 Nel primo caso le regole generali implicite nell’educazione del bambino si potrebbero definire senza confini certi, troppo relativizzate e per tanto sfumate. Questa libertà e lontananza dalla rigidità potrebbe essere un pregio, se proposta a gruppi di persone di pari età, ma la funzione genitoriale possiede un’asimmetria relazionale che non può essere negata, sulla cui base poggiano una serie di processi evolutivi necessari alla formazione di una personalità completa ed equilibrata.

La sicurezza che il bambino sperimenta nella relazione con un genitore forte, determinato e certo, circa ciò che si può o non può fare, garantisce la formazione di un’istanza normativa interna sicura. Le posizioni genitoriali permissive che sprofondano fino all’indifferenza creano incertezza e lasciano il bambino in balia di fantasmi interni distruttivi che generano colpa, sofferenza e, attraverso la fuga agitata, il tentativo di allontanarsi da tali vissuti.

Il mondo che questi bambini si costruiscono è fragile e, nel tentativo di salvare qualcosa di buono in sé, producono l’idea che gli altri siano “cattivi” e vengono attaccati per questo. Ma, agli occhi degli altri, ciò che si osserva è un comportamento agitato, aggressivo e sconsiderato.

C’è bisogno di ripristinare la regola certa, indiscutibile, paterna, che argina e che offre dei confini netti circa il lecito e l’illecito.

Oggi a scuola si possono osservare due posizioni nettamente contrastanti dell’adulto genitore davanti al figlio agitato e nell’atto di compiere un comportamento eccessivo. In un primo caso quando la dinamica dell’azione scorretta rimane spontanea, senza commenti, il genitore si comporta come se non stesse succedendo nulla, sembra non accorgersi di quanto stia avvenendo, sembra che il figlio non esista. Se un docente o un altro adulto rileva e verbalizza l’incongruenza comportamentale del figlio, il genitore inizia a relativizzare dicendo la fatidica frase: “Non voglio giustificarlo, però…”, locuzione rappresentativa della palude regolamentativa nella quale si muove la famiglia. I bambini, messi di fronte alla trasgressione, spesso adottano prontamente un’altra frase tipica, e ambigua, che li sgrava dalla responsabilità dell’azione e dalla spinta motivazionale a compierla: “Ma io non ho fatto apposta…”.

La scuola deve cercare di offrire un ambiente con una strutturazione di regole organizzative e relazionali chiare e nette che spesso entrano in collisione con situazioni familiari di questo tipo. Inizialmente la famiglia esprime la fiducia e la stima verso la scuola per il ruolo che ricopre ma, successivamente, vengono attaccati il suo rigore e la gestione dei conflitti che muove critiche alla creatura e che si mostra poco comprensiva.

In definitiva, in queste situazioni, la famiglia protegge il bambino e fugge dall’incontro con la realtà sociale che non accoglie e che solleva critiche; alla lunga la società procede verso l’espulsione dei soggetti con comportamenti incoerenti e incontrollati.

In questi casi il lavoro principale deve essere attuato nella micro società rappresentata dalla classe, che deve vigilare costantemente sull’agire dei suoi componenti, per poter essere sempre consapevole di quanto avviene, per cercare di evitare l’accumulo di comportamenti destrutturanti sommersi, per comprendere tutti gli agiti, anche i più aggressivi, per ridare loro significato, per elaborarli, metabolizzarli, offrire un confronto realistico al bambino in difficoltà, consentirgli di recuperare e così creare un legame profondo tra i membri appartenenti ed evitare l’espulsività che, nella società adulta, diventa paura del diverso, esclusione e razzismo.

 Nel caso dello stile educativo Ansioso/Iperprotettivo l’accento è posto sull’idea della fragilità, dell’incompetenza, della precarietà e sulla visione pericolosa del mondo.
I bambini a una prima osservazione sono molto curati, protetti, ma anche passivizzati e in loro si genera l’idea di precarietà fisica o psicologica. In questi casi la frase tipica del genitore è: “Lui/Lei è molto sensibile…”, in modo da distinguere il proprio figlio dagli altri compagni, che sembrerebbero appartenere ad un gang del Bronx.

Anche in questo caso, seppur meno faticoso da gestire nella realtà della classe, il bambino è penalizzato, non è in grado di accedere alle esperienze costruttive e formative, spesso è sopraffatto da un senso di precarietà pervasivo, che non lascia spazio alla libertà di sperimentare e alla gioia di conquistare.

Nell’uno e nell’altro caso la vitalità dell’infanzia è mortificata e penalizzata.

Lo stile Incoerente sembra essere la fusione dei due precedenti, con l’aggravante dell’impossibilità della previsione, cioè ai bambini non è dato modo di conoscere, nelle varie situazioni, quale possa essere la risposta del genitore in merito ad ogni questione, evento, richiesta o esperienza.

Nel caso dell’eccesso di tolleranza il ripristino della regola riporterebbe i soggetti ad accettare, dentro di sé, il giusto sentimento della vergogna, per poter avviare un processo di  riparazione, anche attraverso la giusta punizione in grado di allentare la colpa interna e fornire la via per azzerare, senza negare, l’azione scorretta.

Nel caso dello stile ansioso e iperprotettivo, anche attraverso il continuo confronto fra pari, si offre un modo di agire più libero, dosato e sorvegliato, che genera fiducia nell’altro e in sé, sgravando gradualmente la realtà dalle fantasie mortifere.

Vivere i propri conflitti

La scuola, sempre più spesso, diventa teatro entro cui vivere i propri conflitti. Nei bambini che manifestano disagio si osserva frequentemente l’impossibilità a contenere le proprie fragilità e l’esposizione poco consapevole degli aspetti emotivi dolorosi, così la vita quotidiana di classe diventa principalmente luogo di sfogo di dinamiche interiori, che premono per essere prese in considerazione.

Utilizzare le esperienze negative e vivere e comprendere la propria responsabilità, nel bene e nel male, sono i mezzi attraverso i quali poter crescere come individuo complesso.

Questo presuppone la capacità di sentire emotivamente e di elaborare gli affetti negativi. Bisogna lasciarsi invadere dal senso di colpa per aver compiuto atti poco edificanti, legati all’aggressività, alla rabbia e all’invidia, o anche vivere la vergogna per aver commesso errori e poter lasciare sgretolare l’immagine di sé magnifica, ma falsa, senza temere di dissolversi ed essere preda di angosce di non esistere.

Diventa importante evitare di espellere e proiettare le parti negative, utilizzando processi difensivi primitivi, che portano ad attaccare i soggetti investiti di contenuti spiacevoli, e ad avvalorare il fatto che questi contenuti dolorosi non albergano in noi stessi.

In sintesi, ai bambini sembra sempre più preclusa la possibilità di sviluppare quella competenza affettiva che rende consapevoli dei propri limiti e potenzialità, rende capaci di valutare gli altri e consente di sopportare la dilazione nel soddisfacimento dei propri bisogni per perseguire obiettivi condivisi.

 

La fatica di educare

i trovo in difficoltà a pensare quale sia il significato generale del lavoro che svolgo nella scuola, mi chiedo quali siano le motivazioni che sostengono il mio agire professionale, quali automatismi preconsci s’innescano nel procedere nelle azioni quotidiane, che si tratti di una semplice lezione didattica o di affrontare problemi relazionali che emergono improvvisamente e ai quali dare una prima risposta istintiva e una successiva più elaborata. Molto spesso mi chiedo se ciò che faccio sia corretto, quali siano le motivazioni palesi e occulte che lo sostengono, quali siano gli obiettivi perseguiti e sempre mi chiedo se le mie tendenze personali entrano, nelle questioni di cui mi occupo, in modo eccessivo o ancora peggio, inconsapevolmente collusivo. Credo che le riflessioni metacognitive, relative ai processi di pensiero in ambito lavorativo, possano alimentare sviluppi di prassi educative e didattiche pulsanti e dinamiche e favoriscano la vivificazione della scuola.

Insomma, mi chiedo quale sia la funzione generale della scuola oggi, ma anche di tutti gli educatori, considerando che sempre più spesso i docenti sono scontenti e i genitori, pure. E pensare che entrambi sono in stretta relazione, mossi da buoni intenti e tesi ad accompagnare delle creature a temperare talenti e sviluppare potenzialità, fino al raggiungimento di un’autonoma ragione nelle scelte della vita.

Gli educatori, siano essi genitori, maestri o professori, sono investiti di un ruolo faticoso e pieno d’insidie, soprattutto legate ai continui processi d’identificazione, più o meno consapevoli, che spesso agiscono in modo da oscurare le scelte educative più difficili, ma opportune, per lasciare libero sfogo alla soddisfazione di reconditi desideri insoddisfatti e non riconosciuti come propri, che emergono proprio nell’osservazione dei bisogni pulsionali espressi dai bambini.

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I figli del dopoguerra che non riescono a diventare padri

Per finire vorrei lanciare un’idea provocatoria banalizzando la questione.

A Verbania la categoria umana più presente è quella degli adulti tendenti al vecchio. Adulti provenienti da un tempo storico molto particolare.  Sono i figli del dopo guerra, del periodo con il più alto tasso di natalità, del tempo veloce (con un futuro fecondo di benessere a portata di mano), degli strascichi dell’educazione spartana e ancora lontana da attente analisi psicologiche sulle influenze delle scelte pedagogiche. Questi sono gli adulti che incontro sul lettino di lavoro, portatori di un eccesso di frustrazione, colpa e vergogna.

I pochi figli generati diventano l’oggetto di riscossa e vengono nutriti di attenzioni e i genitori, nel tentativo di neutralizzare i demoni che risiedono nella loro anima, li liberano da tutto ciò che rappresenta dolore, anche quello formativo. Così, a scuola incontro bambini tutelati da un eccesso di amore, ma sempre meno adeguati e meno capaci di assumersi le responsabilità, nel bene e nel male, delle proprie azioni.

Bambini ai quali è preclusa la possibilità di sperimentare la giusta colpa, utile all’avvio di dolorosi, ma raffinati processi di pensiero che danno origine a creativi comportamenti di scusa, recupero, crescita e miglioramento di sé.

——————-

[1] Harry Harlow (1905 – 1981), psicologo statunitense famoso per il suo discusso esperimento sulle scimmie. Oltre al video Esperimento di Harlow, on line si può leggere  la relazione originale The Nature of Love o, a livello più divulgativo, Amore materno su Bizzarro Bazar.

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From → Padri & figli

2 commenti
  1. Marina Beretta permalink

    I genitori e gli insegnanti (educatori oggi) sono accomunati nella funzione ma i secondi, pure essendo a loro volta genitori, magari sprovveduti, iperprotettivi, …..hanno in piú un ruolo professionale che al momento é destituito di autorevolezza. Questo fatto non li puó esonerare dalla loro funzione professionale, un tempo piú semplice per la tipologia dei ragazzi, per la stima sociale del ruolo e per la delega “in bianco”.

    Se sei un professionista devi poter fronteggiare qualsiasi situazione si presenti nel tuo ambito di intervento e la formazione può fare la differenza, prima ancora però fará la differenza la tua consapevolezza: é utile chiederti chi sei, quali pensieri hai, cosa muove le tue azioni.

    Per questo lo scritto di Nives l’ho letto con gioia, è il contributo di una professionista che ricerca.

    Marina Beretta

  2. Ilenia permalink

    Il ricordo di mia madre dei suoi giorni di scuola è il colloquio con la maestra, durante il quale sua madre (mia nonna) le diceva: “…se non studia, picchiate…”.
    Il mio ricordo è l’assoluta autonomia. Forse perché l’educazione, il rispetto per gli altri e la paura dello sguardo severo di mio padre non lasciavano dubbi su come ci si dovesse comportare, su quale fosse il mio dovere.
    Nei bambini di oggi, spesso, non trovo timidezza, timore, rispetto per i ruoli. Chissà, i genitori sono troppo impegnati e stanchi per insegnare le regole di comportamento che una volta erano alla base della famiglia. Forse perché è più facile attribuire il ruolo di educatore ad altri, arrogandosi però il diritto di giudicare i metodi di insegnamento di maestri, professori nel caso colpiscano il proprio bambino… e così non si rendono conto che creano confusione e magari rendono la vita del bambino più facile, ma quella di futuro adulto, in alcuni casi un inferno.
    Probabilmente, anzi sicuramente, non ho né il diritto né le competenze per criticare il ruolo di genitore difendendo quello dell’insegnante.. ma da figlia posso dire che se avessi avuto una maestra come la Dott.ssa Cerutti, la mia vita da adulta forse avrebbe avuto un’occasione per essere diversa.
    Mettersi in discussione, ascoltare gli altri, riflettere, smettere di credere che i regali materiali possano sostituire l’affetto, la presenza fisica, l’attenzione….
    Tutto ciò potrebbero essere un buon inizio.
    Ilenia

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