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Il supplizio del legno di sandalo

28 settembre 2013

Sun Meiniang, donna coraggiosa, indipendente e bellissima (ma con i piedi grossi, peculiarità decisamente sconveniente per la Cina dell’anno 1900); suo marito, il macellaio con poco cervello Zhao Xiaojia; il padre di Meiniang, Sun Bing, carismatico attore di strada; il suocero Zhao Jia, il capo dei boia di corte dalla sinistra reputazione; l’amante Qing Ding, saggio governatore della città di Gaomi (provincia dello Shandong, nord-est della Cina).

supplizio legno di sandalo

La trama è tutta nella prima pagina del romanzo (p.5): Sun Bing si pone a capo della ribellione contadina contro i soldati tedeschi posti a guardia della costruzione della ferrovia tra i campi coltivati spazzando via le tombe dei nostri antenati e verrà arrestato e condannato a morte coll’atroce supplizio del legno di sandalo; il suocero compirà l’esecuzione e quest’ultimo avrebbe poi trovato la morte per mano della nuora. Una tragica saga familiare? No. Molto altro. Conviene senz’altro intraprendere la lettura delle restanti 500 pagine ad alcune condizioni: aver già “assaggiato” lo stile complesso di Mo Yan (almeno Sorgo rosso e/o L‘uomo che allevava i gatti) ed esser pronti a leggere (anche) pagine e pagine di accurata descrizione di atroci supplizi. Sarebbe comunque riduttivo (come molti commentatori fanno) focalizzare solo su questo aspetto la cifra del romanzo.

Lo sfondo storico è quello del declino della dinastia imperiale Qing con gli intrighi di corte e lo strapotere di Cixi, l’imperatrice madre, mentre nelle campagne divampa la rivolta dei boxer contro il colonialismo europeo e la costruzione delle linee ferroviarie. I venti di rivolta soffiano forte nella provincia periferica dello Shadong e ancor più forte la repressione che ha la sua mano armata nelle truppe straniere (e in particolare tedesche).

La narrazione è a più voci, i personaggi centrali si passano da un capitolo all’altro il compito di raccontare e completare, dalla loro visuale, il succedersi dei fatti in un continuo andirivieni temporale dove il prima e il dopo non hanno molta rilevanza in quanto è il passato di ciascuno che ne configura il ruolo e ne motiva l’azione. È il lettore che, non sempre agilmente, deve ricomporre le fila della vicenda. Personaggi che a loro volta sono inseriti in una cornice poetico teatrale, quali attori / cantori dell’Opera dei gatti, forma di rappresentazione popolare nata quale canto funebre in memoria del morto e diffusasi nelle campagne a nordest di Gaomi nella forma di “piccole compagnie teatrali a carattere famigliare. …Di solito erano marito e moglie con un bambino: il marito cantava, la moglie lo accompagnava e il bambino vestito con un costume da gatto intercalava miagolii al canto dei genitori. A volte cantavano ai funerali delle famiglie abbienti … ma perlopiù tenevano spettacoli nei mercati. Marito e moglie interpretavano i vari personaggi cantando e ballando, il bambino, con un cesto, tra movenze di gatto e miagolii, raccoglieva i soldi. … Noi delle compagnie di opera dei gatti abbiamo molto in comune con i mendicanti …”.

E le liriche dell’Opera dei gatti introducono sezioni e capitoli e riemergono in più occasioni nella narrazione in una sorta di distanziamento poetico, e talora ironico, dai momenti più tragici, conflittuali e violenti.

Conflitti che si rappresentano in un accentuato simbolismo: il potere carismatico del governatore rappresentato dalla sua splendida barba.

Sul mento di Quian Ding, il nuovo magistrato del distretto di Gaomi, cresceva una barba splendida, simile a una cascata. Alla sua prima apparizione nella sale delle udienze, fu proprio questa a mettere in soggezione i vari funzionari, infidi come demoni, e i diversi ranghi di guardie, feroci al pari di lupi e tigri.”

Ma altrettanto (e forse ancor più) folta e prestigiosa è la barba di Sun Bing e i due carismi si scontreranno in un pubblico “duello delle barbe” dove a vincere non potrà che essere la barba del governatore e il povero teatrante sarà destinato, in un agguato, a vedersela strappare pelo per pelo.

Analogo il confronto e il conflitto fra i minuscoli piedi della moglie nobile, colta e raffinata del Governatore e quelli grandi della sua amante, la passionale venditrice di carne di gatto Meiniang. Oppure le maschere dei teatranti,  beffarde e spesso animalesche, di contro al rosso del sangue rappreso di gallo che ritualmente ricopre la faccia dei boia del “Ministero delle punizioni”.

Il tema centrale è senz’altro quello della violenza. La violenza cieca e brutale dell’esercito coloniale straniero che deturpa e saccheggia il territorio e violenta le donne, che non esita a massacrare villaggi e città di fronte al minimo segno di ribellione e impone al potere imperiale la pena più crudele per i capi della rivolta.

La violenza crudele ed atroce dei supplizi imposti ai condannati a morte dal potere imperiale cinese dove il prolungarsi massimo del dolore si accompagna a rigorosi cerimoniali ed alla ritualizzazione più raffinata: l’arte suprema del supplizio.

Ed infine, alternativa alle altre due, la violenza popolare che mescola magia, religiosità e teatralità e dove la ribellione e la rivendicazione di giustizia assumono i toni dell’irrisione e della beffa. Violenza ironica e tragica nello stesso tempo perché destinata a soccombere alle altre due ma non a piegarsi e ad arrendersi. I capi della rivolta contadina si travestono in personaggi mitici e promettono invulnerabilità a chi si unisca al Pugilato di Giustizia e Concordia (i cosiddetti boxer). Il Governatore che va a parlamentare viene ricoperto di sangue di cane e letame. Mentre si allontanava facendosi largo tra la folla irridente

sentì lo Scimmiotto che a squarciagola cantava una melodia dell’opera dei gatti:

«Pugilato della Giustizia e della Concordia, aiutato dagli dei,

annienta gli stranieri e proteggi i paesi miei! 

Pugilato della Giustizia e della Concordia, dal magico potere,

lance o coltelli, alabarde o spade, nulla ci potrà ferire» …” 

Mo Yan Nobel

Quando nel 2012 a Mo Yan è stato assegnato il Premio Nobel per la letteratura con la motivazione  che nelle sue opere “con un realismo allucinatorio fonde racconti popolari, storia e contemporaneità” non mancarono le polemiche in quanto, secondo molti commentatori ed alcuni dissidenti all’estero, il premio sarebbe stato assegnato ad “uno scrittore di regime” [1] più per motivi politici che letterari. Non manca però chi sottolinea come non sia corretto parlare di Mo Yan quale sostenitore del regime [2]. Mo Yan non è certo un dissidente, non si occupa di politica in senso stretto ma ha a cuore le condizioni e le tradizioni delle popolazioni, soprattutto contadine, della sua provincia; un narratore che ci pone di fronte ad una visuale molto diversa da quella del regime, di un potere che enfatizza successi ed omologazione culturale. Mo Yan ci rappresenta, in modo crudo e poetico, ricchezza e miseria, coraggio e abiezione della sua gente con tutte le sue contraddizioni e diversità. La sua non è però una lettura politica e penso che sia profondamente sbagliato (è sempre sbagliato) sovrapporre al giudizio letterario quello politico.

Semmai il dubbio è un altro: la crudezza delle sue descrizioni porta forse in sé un po’ di ambiguo compiacimento? La cosa peggiore del libro mi sembra presente nella nota finale dell’autore che inizia in questo modo:

Le lunghe descrizioni dei terribili supplizi che si trovano in questo libro hanno lo scopo di far conoscere al lettore la barbarie e gli orrori che si sono verificati nel corso della storia, per risvegliare in lui un cuore compassionevole …” [3]

Un artista, un letterato convinto della sua opera, non dovrebbe mai scrivere niente del genere, scusarsi e spiegarsi per paura di esser frainteso. Mi auguro che la nota compaia solo nelle traduzioni e che sia per l’autore da collegare più alla consapevolezza della difficoltà di traduzione del testo cinese piuttosto che al romanzo in quanto tale. Se così non fosse  l’excusatio non petita diventerebbe accusatio manifesta, come recita la nota locuzione medievale. Si sa che con sesso e/o violenza il successo è garantito ed anche un bravo scrittore (o un buon regista) potrebbe farci un pensierino.

——————————————-
[1] Cina, i dissidenti contro il Nobel a Mo Yan: “Allineato al regime”.
[2] Il Nobel Mo Yan: distante dal regime e dai dissidenti.
[3] Il testo completo della nota si può agevolmente trovare in rete, ad es. nella recensione di GraphoMania. Contrariamente a quanto qui (e in molte altre recensioni) viene affermato, non considero questa nota una “chiave di lettura” ma appunto una fuorviante excusatio non petita.

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