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Lo sport del doping. Incontro con Sandro Donati

2 luglio 2013

Avevo preannunciato in un mio precedente articolo l’incontro con Sandro Donati e la sua presentazione del suo libro Lo sport del doping. Chi lo subisce, chi lo combatte. Mi pare utile riprendere il discorso con alcune riflessioni sul libro e sull’incontro.

Il libro

Innanzitutto c’è da dire che è un libro decisamente ben scritto e, direi, appassionante; che va anche al di la di quanto il titolo e la notorietà dell’autore promettono. Un libro che permette molte chiavi di lettura e che può benissimo esser letto sia da chi non è particolarmente ferrato rispetto alle diverse discipline sportive che da chi non ha cognizioni mediche relative all’uso e abuso di farmaci e droghe.

Potremmo descriverlo come un giallo, come un pamphlet politico, come un saggio, come un’autobiografia  e forse altro ancora.

Un giallo: del tipo del giallo americano dove si sa fin dall’inizio chi è l’assassino (dello sport) [il Coni e le federazioni sportive nazionali], i suoi complici [i medici alla Conconi, il CNR, i laboratori antidoping ecc.) e le coperture politiche e statali. Riuscirà il nostro eroe solitario ed emarginato a smascherare e sconfiggere un potere criminale così potente? I colpi di scena non mancano, alleati fidati cambiano casacca, combattenti puliti (atleti e allenatori) vengono emarginati ed epurati … e fino all’ultima pagina non si sa quale sarà l’esito.

Un pamphlet politico: Se, come si dimostra ampiamente, è il Coni in combutta con le federazioni nazionali, a svolgere il ruolo preminente di pusher, la politica (di tutti gli orientamenti) ha sempre lasciato in mano al Coni stesso la gestione dei controlli antidoping privilegiando le amicizie e i favoritismi anche per farsi belli come ministri e governanti per le medaglie frutto di pratiche dopanti volutamente ignorate. E tra i protettori del sistema del doping troviamo i nomi di Giulio Andreotti, parlamentari e responsabili del PCI,come in seguito del PDL (la parlamentare ex atleta notoriamente abusante Manuela di Centa)o della ministre del PD Giovanna Melandri e Livia Turco. Larghe intese sullo sport del doping! Per non parlare di certe inchieste finite nel porto delle nebbie della magistratura romana o delle indagini che avrebbero dovuto svolgere i corpi militari (fiamme gialle, carabinieri, polizia di stato) contro le loro stesse squadre sportive nazionali. E quando una legge (la n. 376 del 14.12.2000) verrà varata, sarà aggirata e, contro il disposto della legge stessa, il Coni continuerà a gestire i controlli degli atleti di livello nazionale.

Un saggio. Il percorso del doping a partire dall’atletica e dalle ricerche e pratiche dei dottori Conconi e dei suoi emuli (Farraggiana, Ferrari ecc.) per ampliare lo sguardo ad altre discipline e al quadro internazionale sino alle ultime vicende più note (Schwazer, Armstrong, Pistorius) e parallelamente le battaglie e i risultati sul piano legale soprattutto internazionale. Dando per scontato che la scienza e la ricerca pro-doping è sempre più avanti di quella antidoping, Donati conclude che prioritaria è una battaglia culturale, battaglia da iniziare nelle scuole proponendo un concetto di sport come gioco ed autorealizzazione e diffidando dalla precoce specializzazione in una specifica disciplina sportiva.

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Un’autobiografia. Il racconto si svolge in modo rigorosamente cronologico quale diario di una battaglia personale. Ne emerge la figura di una personalità  lucida e determinata che non vuol in alcun modo subordinare la sua passione per lo sport e la sua competenza scientifica di ricercatore e studioso dell’allenamento al “risultato” o alla carriera personale. Lavora per gran parte della sua vita nel Coni e nello stesso tempo conduce una battaglia senza tregua contro le pratiche prevalenti del Coni, della Fidal e delle altre federazioni; subisce ogni sorta di boicottaggio ed emarginazione ma non demorde. Quando dovrà alla fine lasciare il Coni non sarà una sconfitta ma si aprirà per lui la strada di proseguire il suo impegno per lo sport pulito all’interno del Wada e con progetti educativi nelle scuole, e prevenzione sociale con Libera di don Ciotti.

L’unico appunto che mi è venuto da fare al libro era relativo alla copertina che sembra confermare il luogo comune del doping come prerogativa del ciclismo, mentre il libro si riferisce soprattutto ad altri sport e, in particolare, all’atletica. Ma come ha precisato nell’incontro l’autore la scelta è stata dell’editore e  da lui non condivisa..

Alessandro Donati a Gravellona  (3 giugno 2013)

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Nell’incontro di Gravellona Donati ha dato un taglio preciso al suo intervento: so che voi qui presenti, in gran parte praticanti di sport, non avete nulla a che fare col doping. Chi lo utilizza non solo è reticente ed omertoso, ma si guarda bene dal venire a parlarne con me. Ma questo non basta; bisogna guardare anche al contesto e non limitarsi a parlare di sport. C’è chi ha interesse che il doping continui ad avvelenare le discipline sportive e anche alla base, tra sportivi ed allenatori,  c’è spesso un concetto decisamente sbagliato di sport, tutto teso alle performance. Non dimenticando tra l’altro che molti record – nelle discipline che li prevedono – sono spesso il frutto di pratiche dopate e che pertanto il proporli come obiettivo alimenta implicitamente il ricorso alle scorciatoie del doping essendo per lo più inarrivabili in modo pulito.

Ho filmato una parte dell’intervento di Donati ma l’audio è risultato molto disturbato; propongo di seguito solo l’inizio (4 minuti) e la trascrizione del suo intervento iniziale (10 minuti circa).

 

“Credo che la mia sia una di quelle storie che capitano raramente perché io ho occupato incarichi di grande rilievo all’interno del mondo dello sport. Sono stato allenatore delle squadre nazionali di  atletica, sono stato il responsabile della pianificazione dell’allenamento delle squadre nazionali di sci alpino, sci nordico, della pallavolo maschile, della scherma, del canottaggio, del pattinaggio, dell’equitazione. Sono stato docente della tecnologia dell’allenamento del CONI per tanti anni, responsabile della ricerca e sperimentazione del Coni.

Se un addetto ai lavori denuncia, è difficile catalogarlo come un disinformato o come una persona non responsabile che non vale la pena ascoltare. Chiaramente una accusa di questo genere metterebbe l’istituzione che mi ha dato quegli incarichi in contraddizione. Quindi vi dico questo perché: è un’opportunità che dall’interno vi venga proposto quello che veramente c’è. Per poi capire una cosa: le istituzioni sportive deviate si permettono di essere deviate perché si accorgono che il grande pubblico ha un tasso di tolleranza molto elevato.

Nel pubblico si annida una ambiguità a volte. Capite perfettamente, molti di voi sono praticanti e già se diamo uno sguardo allo sport amatoriale ci accorgiamo che l’utilizzo del doping negli amatori è molto elevato il che dimostra che la base non è quello che propriamente si definisce una base sana.. Una base che ha problemi, problemi proprio di approccio personali allo sport. C’è da domandarsi se gli amatori quarantenni, quarantacinquenni, cinquantenni si dopano per arrivare novantesimi invece che centoventesimi, mi domando allora quali problemi di accettazione abbiano di sé e quale rischio rappresentino per sé e per il nucleo familiare.

Io conosco molte indagini giudiziarie perché spesso mi trovo ad esser richiesto dai magistrati (come perito) quindi conosco le indagini fatte anche con intercettazioni telefoniche … so della povertà assoluta, non so magari un operaio che spende 700-800 euro al mese (per il doping) per seguire uno sport amatoriale, poi quello più benestante allora magari va anche più in là con migliaia di euro.

È chiaro che questa base acquiescente, ambigua, che si mescola con tanti praticanti corretti e appassionati, genera in coloro che gestiscono lo sport una sicurezza di operare in una direzione che tutto sommato non è contestata, ma viene accettata.

Allora io questa introduzione la termino in questa maniera. Le massime istituzioni sportive in tutti i campi si sono sempre mosse esattamente in parallelo e in sintonia con le istituzioni statali, con i governi. Capirlo per i sistemi dittatoriali è ovvio. Tutti voi sapete che la ex Unione Sovietica, la ex Germania dell’est, nella Germania nazista, nell’Italia fascista, nella Spagna franchista, lo sport era simbolo del paese in una maniera molto esasperata. Quindi il senso del nazionalismo che unisce i vertici della politica con lo sport; non parliamo di persone piene di amor di patria, ma di un nazionalismo strumentale come cosa da esibire: è un male diffuso.

Poi da questi paesi dittatoriali o post dittatoriali in realtà si è propagato anche altrove- Un esempio che ci fa capire molto è il periodo della guerra fredda: si combatteva a suon di imprese spaziali (vere o presunte tali), ma anche a suon di medaglie. È Chiaro che i servizi degli Stati Uniti sapevano che Stalin aveva lanciato un programma nazionale chiamando a raccolta tutti gli scienziati della ex Unione Sovietica – il livello scientifico era molto alto allora – e hanno elaborato un piano (nazionale) di doping. Un piano che aveva il fine di portare l’Unione Sovietica in una situazione di supremazia sportiva e la stessa cosa fece la Germania dell’est. Questo è emerso poi dagli archivi del KGB e della Stasi.

Gli Stati Uniti si sono comportati allo stesso modo: hanno colmato in un attimo il gap. Paese dittatoriale e paese democratico, comportament0 analogo.

Vi cito un esempio che vi fa capire molte cose. Ve lo dico perché noi sportivi ci occupiamo sempre troppo di sport ma dobbiamo anche essere dei cittadini responsabili. Paolo Mieli – ex direttore del Corriere della Sera – circa due anni fa pubblicò un carteggio scritto prima delle olimpiadi di Berlino del 1936 fra i massimi dirigenti del Comitato olimpico statunitense e i massimi dirigenti del Comitato olimpico tedesco. Il presidente del Comitato olimpico statunitense scrive: “Dobbiamo venire a trovarvi per verificare gli impianti prima delle olimpiadi …” … “Nel viaggio siamo rimasti ammirati del vostro grande paese” … “Vi vogliamo informare che anche noi stiamo rendendo dura la vita agli ebrei per entrare nella squadra statunitense. Facciamo il possibile per impedirlo”…

Una riflessione va fatta. … Significa che lo sport ha una vocazione massificata, ha una vocazione conformista. Poi all’interno ci siano tante persone che tendono alla qualificazione della persona: lo sport deve essere tale. Invece il sistema lo utilizza e lo strumentalizza ai suoi fini.

Questa è la cornice di riferimento che ci fa capire tante cose.

Per esempio l’Italia è dotata di una legge penale contro il doping, non soltanto una legge antidroga che c’è in tutti i paesi del mondo. C’è una legge penale contro il doping che c’è in pochi paesi del mondo.

Quindi da questo punto di vista  l’Italia non sembra un paese connivente, ha elaborato una buona legge anche a giudizio della magistratura. Questa legge approvata nel dicembre 2000 prevedeva che entro 90 giorni dalla sua promulgazione il sistema sportivo dismettesse tutti i controlli antidoping e che questi venissero assunti e assorbiti come responsabilità dal ministero della salute. Questa legge è stata ignorata, non è mai stata applicata. Il Sistema sportivo ha continuato a gestirsi i controlli. Quindi un sistema controllore-controllato, capite perfettamente che si crea un corto circuito.

Faccio un esempio. Immaginiamoci una associazione di cantanti rock … famosi, grandi divi ecc. Immaginiamo che a questa associazione che vive delle quote dei cantanti rock venga affidato dallo Stato, stranamente, il compito di fare i controlli per vedere se i cantanti assumono l’eroina o la cocaina. Ma come può questa associazione che vive delle quote associative dei cantanti rock andare a colpire i cantanti rock? Lo capite?.

Passiamo allo sport. I dirigenti, le carriere dei dirigenti, sono proprio basate sui risultati, sulle performance. …”

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From → Editoriali, Letture

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