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Web 2.0 come Sportello lavoro e come “referenza”

17 maggio 2013

Su La Stampa del 15 maggio (pagine VCO) un articolo è dedicato ad un giovane ossolano di Vogogna, Gabriele De Vito [1], che ha vinto il concorso App To You della Microsoft. L’applicazione vincitrice si propone di mettere in relazione diretta domanda ed offerta di lavoro tramite il web saltando le mediazioni cartacee dei curricoli e sarà sviluppata e successivamente lanciata su Apple Store.

L’utilizzo del web per facilitare la ricerca del lavoro (sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta) non è nuovo ed è senz’altro uno dei settori in grande sviluppo proprio in questo periodo di crisi. Numerose le società che operano e offrono servizi on line, ad esempio a livello internazionale l’Adecco o a livello nazionale la Hivejobs che si autodefiniscono rispettivamente Leader mondiale nella gestione delle risorse umane la prima, e Società italiana di Ricerca e Selezione che introduce un modello nuovo nell’ambito del recruiting la seconda.

 logo Adecco          logo_Hivejobs

Il web si rivela così, anche per il mercato del lavoro, uno strumento fondamentale di facilitazione e di riduzione delle mediazioni: se da un lato la nostra società è sempre più complessa e in continuo cambiamento (nel mondo del lavoro in particolare) la rete si dimostra sempre più il percorso facilitato che permette di saltare le mediazioni e di superare le limitazioni di spazio e tempo. E nel campo del lavoro, per giovani e non più giovani, questi percorsi facilitati possono segnare il discrimine fra il limitarsi a cercare (o inventarsi) un lavoro qualsiasi ed invece il riuscire a far combaciare le proprie competenze e le proprie aspettative con quelle delle aziende.

 

Due sondaggi

In due recenti articoli [2] Walter Passerini ho analizzato due indagini, effettuate dalle società sopra indicate, sul mercato del lavoro, sugli atteggiamenti e sulle modalità di utilizzo del web.

Il sondaggio della Hivejobs rispetto alla ricerca del lavoro tramite web afferma:

“Sono circa l’80% dei rispondenti ad utilizzare molto (29%) e moltissimo (49,5%) i canali digitali per promuovere la propria candidatura e cercare nuove offerte di lavoro. E non sono solo i più giovani ad affidarsi a questi strumenti, anche le persone over 55 utilizzano il web molto e moltissimo nel 65% dei casi.

Tra gli strumenti digitali utilizzati… Linkedin si attesta al primo posto (80%), spesso insieme ad altre piattaforme di incontro tra domande e offerte di lavoro quali Monster (80%), Infojobs (74%) e Joprapido (50%). Rimane bassa la percentuale di utilizzo di Facebook (12,5%) e Twitter (5,9%) percepiti principalmente come social network meno legati alla sfera professionale.”

 infostatica lavoro web

I social network generici, come facebook, sono allora ininfluenti in questo ambito? Tutt’altro. Se quelli specializzati sono fondamentali nel mettere rapidamente in contatto e nel far combaciare il più possibile la ricerca delle aziende con le candidature di chi cerca lavoro, la rete in generale e facebook in particolare sono fondamentali per definire la “reputazione digitale” sia del candidato che delle aziende.

Se in passato chi assumeva, oltre al curricolo e al colloquio, cercava informazioni e referenze attraverso i canali tradizionali (lettere di accompagnamento, telefonate e magari raccomandazioni), oggi è prassi comune raccogliere queste informazioni attraverso la rete monitorando la reputazione digitale del candidato.

La ricerca di Adecco relativa proprio al rapporto fra Lavoro e reputazione digitale osserva come spesso tra i motivi adducibili all’insuccesso di un colloquio di lavoro, potrebbe esserci una foto non “sufficientemente” professionale o un profilo inadeguato postati su uno dei Social Network, come ad esempio Facebook; e come lo strumento più “gettonato” per monitorare la reputazione digitale sia proprio Facebook (52%) rispetto a Linkedin (42%).

Il motivo è chiaro: “il 38,5% dei referenti aziendali, ritiene che i frequentatori dei social network si muovano online spesso senza pensare alle conseguenze sulla loro digital reputation” e che pertanto questi costituiscano uno strumento più attendibile per conoscere la personalità anche privata del candidato.

L’aspetto più interessante della ricerca è che le risposte degli intervistati in cerca di lavoro in gran parte smentiscono questa opinione: oltre il 55% dichiara di esser consapevole dell’importanza della propria reputazione digitale e di prendere le opportune misure per tutelarsi sia controllando tramite google le informazioni su di sé reperibili in rete, sia gestendo le impostazioni sulla privacy dei social network che più in generale curando la propria immagine in rete.

 

La rete: totalitarismo distopico o democratizzazione?

Questi due punti di vista contrastanti ci rimandano ad un tema più generale.

Il web 2.0 e i social network rappresentano il punto d’arrivo di una società che ha annullato in maniera pressoché completa la distinzione tra pubblico e privato?

La società dell’accesso avrebbe cioè portato a compimento quella trasformazione culturale che, secondo Bauman [3] (e Alain Ehrenberg da lui citato) sarebbe iniziata una sera degli anni ’80 quando

“durante un popolare talkshow … una certa Vivienne dichiarò che suo marito Michael soffriva di eiaculazione precoce, e che questo le aveva impedito di provare anche una sola volta l’orgasmo in tutta la loro vita matrimoniale.

Cosa c’era di tanto rivoluzionario in quella affermazione? … Vivienne aveva portato sulla pubblica arena un tema assolutamente privato” …

In sostanza la società dei mass media prima e poi quella dei social network 2.0, abolendo le intercapedini che impediscono la vista pubblica del privato, ci avrebbero immesso in una società totalmente trasparente, dove tutti sanno tutto di tutti e dove la sfera privata è sostanzialmente abolita. Qualcosa di simile a quanto prefigurato nella sua utopia negativa da Zamjatin [4] dove tutti sono costretti a vivere in edifici con le mura di cristallo di modo che qualsiasi dimensione privata venga esclusa. E questa soppressione del privato, questa identificazione tra privato e pubblico rappresenta, per gran parte dei teorici del totalitarismo (ad es. Hannah Arendt) una delle caratteristiche distintive dei regimi e delle società totalitarie.

Noi

Nei miei ricordi personali della Cecoslovacchia prima dell’89 è rimasta negativamente impressa l’onnipresenza degli altoparlanti che trasmettevano la radio di stato. Non tanto per la “propaganda”: per lo più era musica classica. Ma che tutti si dovesse ascoltare, nel capeggio come per le vie cittadine, la stessa musica la vivevo come un sopruso e un’invasione nella sfera della libertà personale.

Questo produce oggi la rete e nello specifico facebook, sia pur non per sopruso dall’alto ma per un’autolimitazione della propria libertà dal basso, in un incosciente immettersi collettivo nel mondo totalitario 2.0?

Io la penso diversamente.

Se da un lato posso capire la diffidenza nei confronti di facebook da parte di molti della mia generazione, proprio perché intravedono questo pericolo e non sono disposti a gettare in pasto agli altri la loro privacy, dall’altro le risposte della maggioranza degli intervistati fra coloro che cercano lavoro mi conferma su di una mia convinzione.

Il web 2.0 oltre alle le sue caratteristiche di facilitazione, rapidità, superamento delle mediazioni ecc., rappresenta un potente strumento di “democratizzazione” [5], cioè di quel processo tipico della modernità per cui ciò che precedentemente era privilegio di pochi, diventa alla portata di tutti. Democratizzazione che storicamente ha investito tutte le sfere del nostro vivere sociale, dal vestire (dagli zoccoli alle scarpe), al possesso del mezzo di trasporto individuale, all’istruzione scolastica, ed anche agli aspetti trasgressivi: come il gioco d’azzardo o l’assunzione di droghe come la cocaina che una volta erano esclusivi di alcune ristrette élite.

 

Curare la propria reputazione digitale

Tra gli aspetti di democratizzazione tipici del web 2.0, oltre a quello più evidente dell’accesso all’informazione, vi sono quello dell’autorialità – tutti possono diventare autori di testi on line, come sto facendo io in questo momento, senza la mediazione e il filtro di un editore – e, aspetto su cui si è detto ancora poco, tutti possono gestire la propria immagine pubblica.

L’immagine pubblica sinora non dipendeva dai singoli, ma da un complesso di relazioni con gli altri che sfuggiva al controllo personale. Con l’eccezione in passato di sovrani e mecenati che mettevano a libro paga scrittori ed artisti proprio con questa funzione.

Successivamente questa possibilità di “curare la propria immagine”, di gestire il significato che con questa immagine si vuole trasmettere, si è estesa ai personaggi delle spettacolo: attori, artisti, calciatori, divi in genere [6].

Oggi il web 2.0, oltre a rendere tutti noi potenziali autori, ci permette di gestire (o perlomeno controllare) la nostra immagine pubblica nella rete, quella che appunto viene chiamata la “reputazione digitale”. Questa capacità di controllo e gestione non è automatica e da molti non è assolutamente presa in considerazione. Direi che costituisce una delle principali caratteristiche della competenza digitale.

Competenza, come abbiamo visto, assolutamente necessaria per chi intende utilizzare il web per proporsi nel mondo del lavoro.

———————

1. Si sono tenute martedì le finali del progetto App To You.

2. Il più recente è sul suo blog Lavori in corso de La Stampa relativa all’indagine dell’Hivejobs: Lavoro, italiani disponibili all’estero e favorevoli a mettersi in proprio ; di qualche settimana sul quotidiano quello sull’indagine dell’Adecco: Le assunzioni ai tempi di Facebook (Download PDF ).

3. Bauman Zygunt, Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido, Laterza, Bari 2012: cfr. pp. 29-41 (Strane avventure della “privacy” 1, 2 e 3).

4. Evgenij Zamjatin, Noi, Feltrinelli, Milano 1963.

5. Utilizzo il termine “democratizzazione” in un’accezione neutra e non valoriale né politica, indicando quel processo, tipico delle società di massa, per cui ciò che era privilegio (o comunque accessibile) solo ad un piccolo gruppo sociale, diventa accessibile ai più. Non necessariamente tale processo è da considerare positivamente: come ad es. la “democratizzazione” dell’uso delle armi negli Stati Uniti.

6. Cfr. Roland Barthes, Miti d’oggi, Einaudi 1974.

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One Comment
  1. azzini dario permalink

    condivido pienamente il pensiero, anche io da parte mia utilizzo come imprenditore i mezzi facebook e linkedin e mentre trovo il primo più adatto perchè si allarga anche verso le atitudini strettamente personali, il secondo è sicuramente più professionale..

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