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Risposta politica al femminicidio

24 aprile 2013

Ritorno dopo una settimana sul tema del femminicidio e constato per prima cosa come in questi pochi giorni il numero di “omicidi di donne in quanto donne” sia aumentato di almeno altre cinque vittime.

Non è mia intenzione monitorare il tragico fenomeno (ho già indicato siti che adempiono a questo doveroso ricordo) ma quella di approfondire ulteriormente il discorso.

 

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Le riflessioni sul femminicidio di Sonia e Andrea

 Riprendo a distanza di due mesi e mezzo le riflessioni di Sonia ed Andrea tentando di organizzare una risposta al loro contributo. Risposta non facile sia per la complessità del loro intervento sia perché mi trovo in una situazione un po’ particolare. Capita spesso in un confronto di condividere le premesse ma non le conclusioni e /o implicazioni. In questo caso mi è capitato un po’ il contrario. Condivido buona parte delle indicazioni e proposte ma non mi trovo in sintonia con un certo numero di premesse.

Non solo per una diversità di approccio: se la loro ottica è ovviamente psicoanalitica (lacaniana in particolare) la mia è prevalentemente storica e psico-sociale; anche su alcuni punti specifici, dati di fatto, direi, non mi ritrovo completamente. Ne indico alcuni.

  • Il problema di fondo non è già il femminicidio…, ma l’omicidio e l’uso della violenza reale (fisica). Penso invece, come gran parte di coloro che si occupano della questione, che il femminicidio non sia riconducibile ed assimilabile tout court ad un omicidio (di una donna) ma sia appunto un omicidio di una donna in quanto donna che ha modalità riconoscibili. Secondo “i dati dell’OMS: la prima causa di uccisione nel Mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio (da parte di persone conosciute). Negli anni Novanta il dato non era noto, e quando alcune criminologhe femministe verificarono questa triste realtà, decisero di “nominarla”. Fu una scelta politica: la categoria criminologica del femmicidio introduceva un’ottica di genere nello studio di crimini “neutri” e consentiva di rendere visibile il fenomeno, spiegarlo, potenziare l’efficacia delle risposte punitive.” [1]

E con femminicidio si indica non solo l’atto dell’omicidio ma il percorso di isolamento sociale, persecuzione e violenza, che precede (e preannuncia) l’omicidio (o il suo tentativo).

  • D’accordo sulla necessità di superare le “tipizzazioni” e l’incasellamento, (gli autori sono sia mariti e partner che ex; padri, ma anche figli e fratelli; italiani e stranieri; e, non secondario, di tutti i ceti sociali) nonché le semplici “stigmatizzazioni morali” perché questi atti “parlano di noi a noi stessi”. Proprio per questo mi pare necessario uno sguardo di genere maschile, complementare a quello femminile che sinora è stato quasi l’unico ad affrontare il fenomeno. Sguardo maschile non per una “banale autocritica” ma per capire le dinamiche e individuare i percorsi per poterne rovesciarne il segno.
  • D’accordo pure sulla assenza del terzo e sulla sua necessità; non lo vedrei però solo come interlocutore nelle forze dell’ordine e nella giustizia di un tribunale presente effettivamente (e perciò anche psicologicamente) a cui la donna in pericolo personale sappia di potersi rivolgere e contare. Penso anche ad una rete sociale e di prevenzione (sportelli antiviolenza, case delle donne ecc.) che laddove vi sono (e sono finanziate, es. l’Austria) sappiano dare risposte efficaci. Leggendo i casi specifici (ad esempio quelli raccolti da Iacona [2]) la donna vittimizzata è spesso sottoposta ad un progressivo isolamento dal suo contesto familiare (la famiglia d’origine), amicale e sociale ed obbligata ad una relazione sempre più esclusiva. La violenza si introduce progressivamente come costrizione e come contrasto ad ogni ricerca di autonomia e ribellione.
  • E veniamo al punto di maggior differenza: la violenza – quando è riferibile ad un fenomeno storico e sociale di grande rilevanza  come lo è senz’altro il femminicidio – è riconducibile al fondamento insociabile della sessualità e alla interiore (interiorizzata) violenza simbolica costituente la premessa a cui segue la violenza reale, sebbene non giustificata sul piano della norma sociale? A parte il fatto che da tempo nutro forti dubbi sulla centralità dell’Es e ne condivida le critiche, oggi più frequenti [3], che sottolineano la prevalenza psicosociale del “noi”, nell’affrontare altre forme storiche (es. l’olocausto) e sociali (es. il bullismo nella scuola [4]) di violenza ho sempre considerato rilevanti le “pressioni sociali” sull’azione individuale. Pressioni sociali che per il femminicidio agiscono non solo nelle società tradizionalmente patriarcali ma anche, seppur in forma meno palese, anche nella nostra società e che, a mio parere, occorrerebbe indagare con maggiore attenzione.
  • Non basta inoltre femminilizzare i “corpi dello stato”, anche se questo ha certo avuto una notevole efficacia per polizia e magistratura; non altrettanto è avvenuto per l’esercito.  Non mi sembra assolutamente sostenibile che “la vera rivoluzione politica nella storia dell’Esercito non è stata la sua professionalizzazione, ma l’inserimento nei suoi ranghi delle donne, con conseguente disturbo del fantasma omosessuale che regolava le relazioni tra i militari e che prendeva la forma del “nonnismo”.” Basta ad e. aver seguito il caso di Melania Rea (e le cronache ci hanno riempito di particolari raccapriccianti) per aver saputo quanto avveniva nella caserma dove operava il marito, per cui direi invece che la pratica sociale del nonnismo (regolatrice dei rapporti interni di potere) si è senza difficoltà trasferita anche sulle reclute femminili. E come non ricordare l’infinito scandalo degli stupri nell’esercito USA con ben 3.192 denunce in un solo anno.
Frame dal documentario “The Invisible War”

Frame dal documentario “The Invisible War”

  • Responsabilità: si può esser d’accordo nell’ottica della responsabilizzazione, dell’assunzione di responsabilità, ovvero nel promuovere un principio di precauzione: un legame, una relazione invece che arricchente reciprocamente, di messa in relazione profonda di due mondi diversi che si integrano e si aprono all’esterno può diventare esclusivo, di progressiva chiusura in un circolo vizioso di possesso e sottomissione. Ed è bene che i campanelli d’allarme (interni ed esterni alla coppia) suonino quanto prima. E direi inoltre che un tale “principio di precauzione sentimentale” dovrebbe riguardare entrambi i generi, lei e lui, perché l’avvitamento distruttivo riguarda entrambi i partner e gli altri possibili membri della famiglia (i figli, se vi sono, in primo luogo).

Una risposta politica

Senz’altro, convengo, la risposta ha da esser politica sia nel senso che deve riguardare la ricostruzione di un patto sociale tra le donne e le istituzioni dello stato, sia nel senso che deve coinvolgere attivamente, a più livelli, i decisori politici, sia perché riguarda i comportamenti pubblici dei cittadini in quanto tali.

Non è ammissibile che le donne che hanno il coraggio di denunciare persecuzioni, violenze, stalking non siano (e non si sentano) protette; ed è quello che sovente accade. Se un medico, dopo aver accertato una malattia non prende le misure previste per la presa in carico del malato e per la sua cura, ne paga giustamente le conseguenze sia sul piano professionale che su quello penale. Altrettanto dovrebbe avvenire quando i segnali (e le denunce) di una violenza contro una donna si sono manifestati: se i funzionari dello stato nelle loro attività giuridiche e di tutela non provvedono a prendere in carico la donna in pericolo mettendo in atto tutte le possibili misure di protezione dovrebbero esser ritenuti professionalmente e penalmente responsabili.

Naturalmente perché questo avvenga sono necessari strumenti legislativi attualmente assenti. È buon segno che la nuova legislatura abbia visto, in particolare da parte della nuova presidente della Camera, dei segnali di sensibilità in tal senso richiamando la urgente necessità di una specifica legislazione [5].

Sul piano della cittadinanza ritengo non solo occorra una battaglia contro tutto ciò che degrada e mercifica le donne (TV e pubblicità, ma anche discorsi da bar, film, ecc), ma il far rientrare nella formazione dei giovani alla cittadinanza anche il tema dei diritti di genere. Ad esempio uno strumento come il documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, dovrebbe entrare nelle scuole superiori al pari di film e documentari sulla legalità e su altri temi di formazione civile.

Come sottolineavo nel mio precedente post, in questi ultimi mesi si è rotto il muro del silenzio e il tema del femminicidio e della violenza di genere è ormai sulla scena pubblica. Ritengo sia necessario andare oltre alla denuncia e approfondire il tema della prevenzione sia tenendo conto delle esperienze in atto che delle riflessioni più generali sui parametri e sulle metodologie della prevenzione in una società complessa, in continua trasformazione, e dove le nuove tecnologie hanno un ruolo crescente nelle relazioni fra le persone. Perché chiunque abbia esperienza di prevenzione sa come le campagne pubbliche di opinione non siano affatto sufficienti a prevenire i fenomeni sociali e i comportamenti  a rischio. Ed anche perché una nuova legislazione sulla violenza di genere non dovrebbe, a mio parere, limitarsi ad individuare e punire la specificità dei reati e prevedere le tutele giudiziarie e delle forze di polizia nei confronti delle vittime, ma anche indirizzare e finanziare in modo organico e diffuso nel territorio strumenti e strutture specifiche di prevenzione.

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1. Perché si chiama femminicidio di Barbara Spinelli.

2. Riccardo Iacona: Se questi sono gli uomini, Chiarelettere, Milano 2012. Cfr anche  la trasmissione, visionabile on-line, Azione diretta.

3. Oltre a quelle note di Todorov, cfr. ad es la rassegna della controversia egoismo/altruismo in E. Ripamonti, Collaborare. Metodi partecipativi per il sociale, Carocci, Roma 2011 e M. Tomasello, Altruisti nati, Bollati Boringhieri, Torino 2010.

4. cfr. G. Ottolini e altri, Il bullismo dalla foto al video. Un percorso nel Verbano-Cusio-Ossola, Supplemento ad Animazione sociale n. 3 2009.

5. Sia nel discorso di insediamento dove Laura Boldrini ha esplicitamente citato l’umiliazione delle donne che subiscono violenza travestita da amore, sia in una recente lettera al Corriere della Sera dove, di fronte ai più recenti casi di violenza contro le donne, ribadisce la necessità che l’Italia si doti di una legge contro la ‘violenza di genere’.

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