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Ombrello, accappatoio e fragilità varie

24 marzo 2013

Agosto 1987. Usciamo, dopo la visita, dalla Fortezza dello Spielberg, e siamo investiti da un acquazzone. Mentre corriamo per le vie di Brno per recuperare la nostra Fiat 127 che ci avrebbe riportato al campeggio – collocato a fianco del circuito Masaryk del motomondiale – vediamo in una vetrina due ombrelli pieghevoli. Non costano molto e per di più abbiamo corone in abbondanza perché due notti prima, mentre transitavamo da Bratislava, due agenti ci avevano fermato ed accusati (ingiustamente) di esser passati col rosso; risultato: ci hanno costretti a cambiare un po’ delle nostre lire con le loro corone (naturalmente al cambio che a lor dire era quello ufficiale).

Gli ombrelli non erano certo di colore accattivante (arancione e nero) ma sembravano solidi e di facile apertura. La custodia tubolare di plastica nera abbastanza massiccia vagamente similpelle.

 SONY DSC

Non solo hanno funzionato benissimo, ma se uno dei due, qualche anno fa, l’ho prestato a non so più chi e naturalmente non l’ho più rivisto, l’altro l’ho ancora nel mio bagagliaio e mi serve nei casi d’emergenza. Certo l’arancione si è un po’ stinto e una o due bacchette hanno qualche piccolo segno di ruggine.

Circa cinque anni fa a Roma, in analoga situazione, ho preso da un ambulante un pieghevole ad apertura automatica e già al secondo utilizzo non si è più ripiegato correttamente ed è rapidamente finito tra i rottami.

Nell’estate 1985 eravamo in Slovenia (allora Jugoslavia) e in uno spaccio della Elan, la mitica marca degli sci di Stenmark, ho tra l’altro acquistato un accappatoio di spugna con i tipici e sgargianti colori a strisce su fondo nero. Ancor oggi è il mio accappatoio ed ha l’unico difetto – temo dovuto alla mia attuale stazza – di essermi diventato leggermente stretto; non penso comunque di separarmene. Dopo oltre trentacinque anni ne sono chiaramente affezionato.

 SONY DSC

Non sto facendo un panegirico dell’allora socialismo reale.

Sempre negli anni ottanta, 1984 circa, questa volta da noi, ho acquistato una sega elettrica di discreta potenza della Bosch da tenere in baita e a tutt’oggi funziona benissimo; quando alla fine degli anni ’90, dopo aver cambiato casa, ho acquistato un nuovo aspirapolvere mi sono orientato, pieno di fiducia, verso la Bosch. Dopo circa tre anni ho dovuto cambiarlo per una serie di difetti e fragilità del materiale.

 Sega elettrica Bosch

Obsolescenza programmata

 Queste piccole esperienze di vita quotidiana mi son venute in mente leggendo giovedì su La Stampa [1], e sentendo il giorno dopo in un analogo servizio sul TG2, la notizia dell’indagine, realizzata per conto dei parlamentari verdi tedeschi, sulla obsolescenza programmata diventata pratica costante delle industrie, in particolare di elettrodomestici.

Scopro così che la pratica non è nuovissima: già nel 1924 i produttori di lampadine concordarono in cartello la durata media delle lampadine da 2500 a 1000 ore e negli anni ’40 la Dupont, inventrice delle calze di Nylon, ordinò ai tecnici di peggiorare il prodotto perché su quello originario non si producevano smagliature. Per non parlare dell’oggi, dalle lavatrici che si rompono non appena scade la garanzia, alle batterie di cellulari e iPod che durano pochissimo e alla non sostituibilità di gran parte dei componenti delle novità tecnologiche.

Tra fragilità e sobrietà

La società dei consumi, che così velocemente si trasforma ed ha il bisogno continuo di creare nuovi consumi (la società liquida nella definizione di Bauman) è doppiamente fragile. Ha bisogno di creare prodotti fragili, di breve durata, di indurre un consumo artificiale diminuendo la qualità dei prodotti.

Molti adulti si lamentano della “fragilità” dei loro figli e dei giovani in generale.

Non è forse che siamo stati noi delle generazioni precedenti ad immetterli in un mondo fragile e che, in fondo, quella che chiamiamo “fragilità giovanile” non sia altro che una sintonia fra loro ed il loro mondo (che è anche il nostro)?

E, forse, la crisi che stiamo vivendo può essere anche una occasione per una revisione delle nostre modalità di consumo? Senza nemmeno tirare in ballo la “decrescita felice” incominciare noi stessi ad abbandonare il consumo di bassa qualità (e ovviamente ogni “usa e getta”) per prodotti di maggiore qualità di materiali, di fabbricazione, di possibilità di riparazione. Ponderare cioè con maggiore attenzione i nostri acquisti. Una ragionata sobrietà.

Il mio nipotino si rivolge solitamente al sottoscritto quando un giocattolo si rompe. Non ho grandi competenze tecniche ma un pochino cerco di arrangiarmi. E quando son costretto a dirgli Guarda che questo non si può più aggiustare, mi guarda un po’ meravigliato.

Dovremmo tutti riacquistare questa capacità di meravigliarci.

Post-riflessioni

Rileggendo quanto sopra mi son chiesto: ho scritto l’ennesima invettiva – di fatto retrò – contro il consumismo, la società moderna e in fin dei conti contro l’innovazione?

Non era l’intenzione ma forse qualche precisazione occorre:

  • Innanzitutto bisogna distinguere fra un bene strumentale (es. l’aspirapolvere) del quale è giusto pretendere che sia ben costruito, riparabile e con materiali duraturi e un bene mediatico/cognitivo dove se c’è obsolescenza questa dovrebbe esser legata alle effettive innovazioni e non alle batterie ricaricabili che perdono rapidamente la capacità o a componenti sostituibili ma non reperibili.
  • C’è in sostanza una bella differenza fra l’obsolescenza programmata e quella tecnologica che di fatto riguarda soprattutto certi settori (i new media in particolare) dove il nuovo prodotto è in grado di offrire effettivamente una gamma più ampia/potente di servizi (es. dal cellulare allo smartphone). Io in genere quando c’è un salto di generazione (e non solo di linea), aspetto che il nuovo prodotto si assesti sia come versione (le prime hanno in genere qualche difetto che viene rapidamente assestato dalle versioni successive) che come prezzo.
  • In definitiva c’è un problema di libertà di scelta: non obbligata (il bene si è rotto e non è riparabile) e non indotta (es. un cambiamento solo estetico), ma l’offerta effettiva di un prodotto che mi apre nuove possibilità: il confine, non sempre evidente, fra marketing e innovazione.

———–

[1] Scaricabile all’indirizzo: www.swas.polito.it/services/Rassegna_Stampa/articolo.asp?ID=4028-169061538.pdf .

In rete gli articoli e i post apparsi in pochi giorni su questo tema sono tantissimi.

Ad es.:  http://www.lettera43.it/stili-vita/elettrodomestici-programmati-per-rompersi_4367588439.htm ,

http://www.novambiente.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3252:programmati-per-autodistruggersi-la-vita-breve-di-cellulari-e-lavatrici&catid=48:rifiuti&Itemid=219 ,

http://www.agi.it/estero/notizie/201303201311-est-rt10172-germania_elettrodomestici_programmati_per_rompersi_dopo_garanzia

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