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Considerazioni post elettorali di un candidato “in fondo lista”

16 marzo 2013

Per cominciare

Subito dopo il voto, il 26 febbraio ho scritto questa nota su facebook, trovando molte condivisioni

 Io, in controtendenza, sono moderatamente soddisfatto.
Nessuno ha vinto, questa è una lettura possibile che porta però all’ingovernabilità e magari allo sfacelo economico.
Io dico invece: uno senz’altro ha perso. Si chiama Monti e ha perso il suo duplice progetto, quello di una austerità senza sviluppo fatta pagare ai ceti più poveri e, l’altro corno del suo progetto, essere centrali su mandato di oltreTevere per impedire una laicizzazione del paese.
Allora hanno poi vinto in tre (che corrisponde al fatto che il paese è diviso in tre: centrodestra, centrosinistra, m5stelle).
Il centrosinistra ha vinto sul piano numerico e istituzionale, il movimento 5stelle sul piano morale, il centro destra sul piano tattico.
Infatti il centrodestra aveva un solo obiettivo: impedire la vittoria del centrosinistra al senato e ci è riuscito. Il M5S quello di scompaginare il quadro e ci è riuscito.
Che fare?
Il PDL in questi momenti esce allo scoperto: vuol fare l’inciucio col PD.
Se il PD vuole autodistruggersi, può farlo.
Io penso che la strada sia un’altra. Confrontarsi seriamente con le istanze di radicale cambiamento che il voto ha dimostrato mettendosi seriamente a confronto con M5S e facendo proposte che vanno in quella direzione.
E, nel nostro piccolo, come SEL dobbiamo essere inflessibili su questa strada.
Grande è il disordine sotto il cielo dell’Italia.
La situazione non è eccellente, ma forse nemmeno disastrosa.
Auguri Italia.

elezioni

La strada intrapresa da Bersani è andata in questa direzione, ma non con sufficiente forza, anche a causa di forti resistenze all’interno del PD e, come ogni giorno è più evidente, per l’opposizione di Napolitano che probabilmente ha in mente altre soluzioni. Per cui la coalizione che ha preso più voti alla camera e al senato rischia di essere la vera perdente, e la tutto sommato debole vittoria tattica del PDL essere ancora vincente almeno nel prolungare i tempi dei processi del suo leader avvicinando la prescrizione, essendosi ormai definito il suo orientamento verso nuove elezioni e il suo unico orizzonte quello della difesa ad oltranza degli interessi economici e giudiziari del suo leader.

La scelta di M5S di impedire un governo identificabile col PD e comunque di negare ogni fiducia a governi non targati M5S, se non si trova qualche marchingegno istituzionale di compromesso, porterà probabilmente a nuove elezioni, a questo punto non so a vantaggio di chi (socialmente e politicamente). Magari proprio a vantaggio del centro destra che sembrava aver giocato tutte le sue cartucce nelle ultime elezioni ed aver ottenuto un parziale successo tattico senza però ulteriore prospettiva.

In attesa che il quadro si chiarisca penso che una riflessione più a fondo sia necessaria sia sulla “non vittoria” che sul futuro della sinistra e di SEL in particolare.

SEL: una mancata novità

La prima osservazione è che, pur presentandosi per la prima volta alle elezioni nazionali, Sinistra Ecologia Libertà non è apparsa come qualcosa di nuovo, ma di già visto ed appannato.

Un motivo è dato evidentemente dalla scelta (comunque giusta) di agire in coalizione e pertanto, dopo l’esito delle primarie, di non avere un proprio candidato a premier. Questo ha oggettivamente messo in secondo piano la nostra presenza e facilitato una oscurazione da parte dei media.

Ma penso che vi sia molto altro.

Come sottolineavo in alcune mie note (ora ripubblicate nel mio blog [1]) quando SEL stava nascendo, la sua novità era di presentarsi abbastanza esplicitamente nel panorama politico come portatrice di una visione a più dimensioni (o a più assi) dell’azione politica. Non solo sinistra vs destra, libertà vs autorità e potere, ecologia vs economia (riassunti dalla nuova denominazione) ma anche, suggerivo, autonomismo vs centralismo e comunità vs individualismo, al passo con la complessità e le trasformazioni del mondo attuale.

Benvenuta_sinistra_corto_verde

Eppure la sottolineatura della campagna elettorale è stata tutta sulla “sinistra” come lo slogan centrale (Benvenuta sinistra) ha rimarcato.

Durante la campagna elettorale, sia negli incontri pubblici che in molti incontri con “cittadini” – anche con quelli che, con una certa confusione sulla legge elettorale, affermavano che mi avrebbero votato – sono emerse osservazioni di questo tipo:

–          Ma cosa vuol dire oggi sinistra?

–          Non si capisce più tanto qual è la differenza fra destra e sinistra.

–          Non credo più che la sinistra porti al cambiamento.

Tralascio naturalmente le osservazioni relative a “casta”, “politici tutti uguali” ecc. che ci davano comunque un segnale di un sentire diffuso che si è poi espresso nel voto.

La questione che voglio porre è questa: se sinistra ha significato soprattutto la (giustissima) difesa dei lavoratori FIOM attaccati dalla Fiat e dall’abolizione dell’art. 18 e più in generale la tutela dei soggetti più deboli, come questo messaggio “di sinistra” avrebbe potuto proporsi quale indicazione di forte di cambiamento all’intero paese?

Se è giusto affermare che la campagna elettorale di Bersani (il suo orribile “Smacchiamo il giaguaro”) sia stata autoreferenziale, che si sia cioè rivolta soprattutto al popolo delle primarie, non è forse vero che anche noi siamo stati autoreferenziali? Che, magari troppo preoccupati della “concorrenza” di Rivoluzione Civile, ci siamo rivolti “alla sinistra” (a noi stessi) e non siamo stati in grado di prospettare con chiarezza un deciso cambiamento e un’uscita dalla crisi che parlasse ad una platea molto più vasta?

In politica oltre al livello dell’orientamento complessivo di un partito, dei suoi valori e della sua strategia, vi è poi – in particolare in campagna elettorale – quello della individuazione di un obiettivo a breve termine chiaro e comprensibile. E tanto è più chiaro e comprensibile, tanto più è facile da raggiungere. Berlusconi e il PDL ne avevano uno evidente: impedire la maggioranza del centrosinistra al senato, la Lega il governo delle tre grandi regioni del Nord. Pur perdendo molti voti, entrambi hanno raggiunto il loro obiettivo.

Il Movimento 5 Stelle aveva una parola d’ordine chiara: “Mandiamoli tutti a casa” e ci sta riuscendo.

E noi? Smacchiamo il giaguaro e Benvenuta sinistra erano allusioni (diventate illusioni) e non certo obiettivi espliciti.

Io penso che un obiettivo chiaro e centrale avrebbe potuto esserci, un obiettivo che avrebbe parlato a tutti e non solo a noi stessi: quello del “lavoro per i giovani”.

Come dicevo in uno mio recente post:

“non solo perché è il tema più importante per il futuro della nostra società, ma anche perché avere come sguardo centrale quello dell’incremento dell’occupazione giovanile significa affrontare in modo trasversale gran parte delle tematiche di una possibile azione governativa: da quello dello sviluppo sostenibile e della green economy, a quello della tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale ed artistico, a quello dello sviluppo dei servizi sociali (es. un piano di nuovi asili nido statali), a quello delle politiche di genere (che parità può esserci se le giovani donne sono soprattutto quelle che soffrono maggiormente la disoccupazione), alla lotta al lavoro e all’economia sommersa (che pesa ben per il 17% dell’intera nostra economia) che si basa sul lavoro nero di molti giovani che non han trovato altre possibilità, sino ad arrivare al riconoscimento dei diritti individuali delle giovani coppie di fatto (omo ed etero) che oggi spesso non sono in grado di organizzare il loro futuro (dall’affitto della casa, all’accesso dei mutui ecc, alle tutele reciproche sul piano sanitario e giuridico).” [2]

A cui si può aggiungere il tema del “Reddito minimo garantito” che è stato nostra battaglia, con la raccolta delle firme sul disegno di legge di iniziativa popolare; ma mi è sembrato anch’esso un po’ oscurato nella campagna elettorale: reddito da intendere come ammortizzatore sociale universalistico e quale sostegno attivo ai soggetti in cerca di occupazione e strumento di tutela nei confronti del ricatto del lavoro nero e sottopagato.

La politica a più dimensioni come chiave di lettura. La Lega

Una visione a più dimensioni della politica non solo permette un’azione più articolata e aderente alla complessità e fluidità del mondo attuale, ma può anche costituire una chiave di lettura che ci permette di affrontare e capire nuovi soggetti politici.

Infatti quando un movimento politico emerge assumendo come centrale una dimensione diversa da quella destra / sinistra, i partiti tradizionali rimangono spiazzati, in certi casi direi afasici.

In passato abbiamo avuto l’esempio della difficoltà a rapportarsi con il soggetto emergente della Lega che privilegiava le dimensioni centro >> periferia e individuo >> comunità. Infatti se l’avversario politico affronta un tema incentrandolo in particolare su di una (o due) delle cinque dimensioni, la risposta non può essere solo su di un altro asse della politica. Ad esempio il tema della immigrazione affrontato nelle dimensioni della legalità (autorità/libertà) e della comunità; spesso la risposta della sinistra è stata solo sul piano dell’eguaglianza (i diritti umani dei migranti) senza contrapporre all’idea leghista di comunità chiusa ed autoritaria una propria concezione (e delle precise proposte) di comunità aperta ed accogliente, capace di integrare trasformandosi ed in quanto tale più serena e sicura. Con l’esito che si è spesso data l’impressione di parlare d’altro per poi magari rincorrere il leghismo sulle politiche securitarie quando si vede che queste sono diventate popolari.

Il comunitarismo rozzo della Lega, dicevo tempo fa, va affrontato sul suo piano, contrapponendo una idea alternativa di comunità e smascherandone il carattere ideologico.

“Vi è un comunitarismo rozzo ed identitario che concepisce la “comunità” come un aggregato di “identici” che affonda le sue “radici” nel territorio (sangue e suolo), che pensa di rafforzarsi chiudendosi rispetto all’esterno, che esalta in modo ideologico l’essere identici e a tal fine inventa miti e simboli identitari (magari mescolando simbologie celtiche, neopagane e cristiane). Un comunitarismo conservatore che può anche avvicinarsi a qualcosa di simile al nazismo (i miti celtici/ariani della razza). Comunitarismo che va affrontato in primo luogo smascherandone il suo carattere ideologico che nasconde la realtà effettiva (nessuna comunità è comunità di identici) sia la sua fragilità teorica: la teoria dei sistemi per prima cosa ci insegna che un sistema chiuso è un sistema fragile, non in grado di rinnovarsi e riadattarsi ai mutamenti, al contrario dei sistemi aperti; la psicologia sociale sottolinea la “forza dei legami deboli” ovvero la capacità di apertura ed innovazione di cui possono esser portatori quei collegamenti (ponti) anche episodici che un individuo, una rete sociale, una comunità hanno con individui, reti e comunità esterne; la storia ci mostra come le grandi civiltà (da quella greca a quella nord americana) siano nate da un “crogiolo” (melting pot), da una fusione creativa di culture, lingue, tradizioni diverse; e si potrebbe continuare.” [3]

pontida5

 Certo oggi la lega si è trasformata in qualcosa di diverso, ben insediata nel potere economico e amministrativo, saldamente legata al PDL, molto simile ad un partito da “prima repubblica” e oramai refrattaria ai numerosi scandali in cui è coinvolta (Finmeccanica, Sanità lombarda, testata “Nord Ovest” per dire i più recenti) con numerose fratture i dissidi interni e un significativo il calo di consensi elettorali sia in Piemonte e in Veneto che nella stessa Lombardia. Eppure il suo progetto secessionista (la macroregione del Nord) prosegue e in periodo di crisi può costituire una lacerazione irreparabile del paese e della stessa Europa.

Il Movimento 5 Stelle

Di questi tempi sul M5S c’è un’analisi molto gettonata, ripresa da più organi di stampa e radiotelevisivi (da Internazionale a il manifesto e Repubblica, da Gal Lerner a Radio 3 ecc.) e che, a quanto pare, piace anche a molti militanti di sinistra: quella dei Wu Ming [4].

Wu ming

A me sembra frutto di una lettura schematica e auto consolatoria, e soprattutto che non aiuta a capire e pertanto a fronteggiare politicamente la novità e il successo del movimento di Grillo.

Provo a riassumerla:

  • I grillini si dicono “né di destra né di sinistra”. Ma questa affermazione è tipica dei movimenti di destra radicale, come a suo tempo lo fu il fascismo.
  • Sia certi contenuti che l’analisi del voto permette di individuare il peso determinante di questo “cripto-fascismo”:

“Nella storia d’Italia … dalla palude del “né di destra né di sinistra” sono usciti vapori che il vento ha sempre portato a destra. Di destra – e addirittura totalitaria – è l’idea di futuro espressa nel video di Casaleggio Gaia, il futuro della politica. Di destra sono certe posizioni sugli immigrati. Di destra (ex-leghista, ex-berlusconiano, ex-neofascista, e il prefisso “ex” lo usiamo con le pinze) è circa il 40% del voto preso alle politiche. A Bologna, secondo l’Istituto Cattaneo, il 12% del voto grillino proviene dalla destra radicale. A Torino è il 10%. Questi elementi di destra finora sono rimasti coperti da un manto di confusionismo: dire “né destra, né sinistra” serve a questo, ecco perché diciamo che nel M5S c’è del “criptofascismo”, del fascismo nascosto”. [5]

  • Il loro discorso “confusionario” permette di catturare anche il voto di sinistra: “Ma la macchina grillina cattura e semplifica anche elementi e parole d’ordine di sinistra, e conquista voto di sinistra. Qui sta la contraddizione principale, il grosso nodo che dovrà venire al pettine: molte persone di sinistra han votato una forza sostanzialmente di destra”. [5]
  • La loro funzione è stata quella di difendere l’esistente, di “costituire un tappo” contro la forza e l’espansione dei movimenti.

“Nonostante le apparenze e le retoriche rivoluzionarie, crediamo che negli ultimi anni il Movimento 5 stelle sia stato un efficiente difensore dell’esistente. Una forza che ha fatto da “tappo” e stabilizzato il sistema. …

Da noi, una grossa quota di “indignazione” è stata intercettata e organizzata da Grillo e Casaleggio – due ricchi sessantenni provenienti dalle industrie dell’entertainment e del marketing – in un franchise politico/aziendale con tanto di copyright e trademark, un “movimento” rigidamente controllato e mobilitato da un vertice, che raccatta e ripropone rivendicazioni e parole d’ordine dei movimenti sociali, ma le mescola ad apologie del capitalismo “sano” e a discorsi superficiali incentrati sull’onestà del singolo politico/amministratore, in un programma confusionista dove coesistono proposte liberiste e antiliberiste, centraliste e federaliste, libertarie e forcaiole. Un programma passepartout e “dove prendo prendo”, tipico di un movimento diversivo”. [6]

  • Bisogna “smascherare” il carattere reazionario, di destra per provocare un rivolta dentro il M5S e farne esplodere le contraddizioni fra destra (che dirige il movimento) e sinistra che è stata accalappiata.

“Per «tifare rivolta dentro il M5S» noi intendiamo l’auspicio che le contraddizioni si acuiscano ed esplodano. … noi ci auguriamo spaccature verticali e orizzontali, e su questioni concrete. Saranno le battaglie specifiche a mettere i grillini «di sinistra» di fronte a scelte che ormai non sono procrastinabili”. [7]

Perché considero questa analisi fuorviante?

Innanzitutto “i movimenti” sono per loro natura oscillanti, esplodono si espandono e defluiscono e il loro deflusso non necessariamente è carsico. I tentativi di costruire “forze politiche” basate sui movimenti sono sempre falliti. Ci può essere dialogo e contaminazione ma non trasferimento o incapsulamento: il piano d’azione dei movimenti e quello delle forze politiche sono diversi. Se c’è riflusso dipende o da una esplicita repressione (es. Genova) o dall’esaurirsi di una fase di crescita per la difficoltà (o l’incapacità) di raggiungere obiettivi condivisi.

Ma il difetto maggiore della lettura dei Wu Ming mi pare proprio nell’uso della chiave interpretativa “destra-sinistra” applicata a M5S; chiave di lettura che mi pare poi portare ad una grossa ingenuità: il pensare che basti “smascherare” il carattere “di destra” del movimento per farne esplodere le contraddizioni.

Come d’altro canto sostenere che la provenienza da destra di molti dei voti caratterizzi in quel senso il movimento. Nei momenti di crisi e trasformazione le appartenenze d’origine possono essere scompaginate. Basti pensare alla Resistenza. Il nostro grande partigiano Vermicelli ci raccontava sempre (e l’ha esplicitato nel suo bellissimo romanzo) come la maggior parte dei giovani partigiani avessero avuto una formazione fascista. E quanti giovani del ’68 provenivano da famiglie moderate o addirittura di destra? E, all’incontrario, quanti voti operai e di sinistra sono stati intercettati dalla Lega nel periodo della sua massima estensione? Diremmo allora la Resistenza e il ’68 erano in gran parte di destra e la Lega di sinistra? Evidentemente no.

Anch’io penso che sia necessario far esplodere le contraddizioni interne al M5S, ma questo significa capirlo e prenderlo sul serio.

programma 5 stelle

La lettura del loro programma non dà molti lumi, oltre a quello della grande fiducia in Internet che compare in più punti quale strumento di libertà, trasparenza e facilitazione. Per il resto si tratta di punti molto frammentati e in più aspetti fra loro non congruenti e talora contraddittori. Ad esempio la centralità della scuola pubblica (Risorse finanziarie dello Stato erogate solo alla scuola pubblica) come si concilia con l’Abolizione del valore legale dei titoli di studio e l’Integrazione Università/Aziende.

Penso comunque che la quasi totalità degli elettori di M5S non abbia mai letto il loro programma e che il motivo della loro”presa” sull’elettorato sia un altro. Certo lo sfogo alla rabbia, gli effetti diffusi della crisi economica, la crisi di credibilità dei partiti ma anche più profondamente qualcos’altro.

Due mi paiono gli strumenti (le chiavi o gli assi) che mi sembrano utili a capire, uno sociale e uno politico.

  • Società “liquida e precaria” VS rete informatica che facilita e ci rende “liberi”.

Da un lato abbiamo una società che si trasforma sempre più rapidamente (società “liquido-moderna” dove dice Bauman: “le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure” [8], dove la precarietà non caratterizza solo i disoccupati e i lavoratori atipici, ma diventa condizione oggettiva e soggettiva sempre più estesa.

“Il precariato è un concetto derivante dalla parola francese ‘précarité’, incertezza. Per quanto poco rimanga della classe operaia, i suoi membri continuano ad alzarsi ogni mattina e a guardare se i giornali riportano annunci di bancarotta o esuberi. Se per oggi non trovano nulla ne sono sollevati, ma non smettono di preoccuparsi di ciò che potrà accadere domani. Sono precari. Ma non è più solo la classe operaia a rientrare nel precariato: anche la classe media oggi ne fa parte.” [9]

In questa situazione di diffusa incertezza la rete offre due caratteristiche rassicuranti. In primo luogo l’assenza di mediazioni, il poter saltare le intermediazioni sociali nonché le limitazioni di spazio e tempo. Se per cercare un libro dovevo andare in biblioteca o in libreria e chiedere agli addetti, oggi basta che mi connetta, posso acquistarlo on-line o consultarlo con l’eBook. Quando finisco di lavorare lo sportello della banca è chiuso: utilizzo allora l’Home Banking. Non ho più bisogno di chiedere all’insegnante o all’esperto: vado su Wikipedia. Insomma supero le intermediazioni e le cristallizzazioni burocratiche. E nelle relazioni mi sento libero:

“Quando creiamo un network di relazioni … siamo noi al centro, il fulcro attorno al quale è strutturata la rete. Siamo noi a scegliere e questo ci risulta semplice. Per selezionare o deselezionare basta premere pochi tasti. I nuovi strumenti di imput basati sul sistema ottico cancellano addirittura la necessità di avere una tastiera per premere i pulsanti. Perciò è tutto molto facile. Ci sentiamo liberi. Se qualcosa non ci piace, possiamo cambiare social network o semplicemente cancellare i dati di alcune persone che non vogliamo più contattare.” [10]

Ora, se “mi volto dall’altra parte” dello schermo le difficoltà, le incertezze, le cristallizzazioni e le rigidità sociali mi diventano intollerabili. Ho sperimentato libertà, facilità di accesso, trasparenza e voglio trasferirle nella vita quotidiana. Di qui la rabbia contro burocrazie, caste, privilegi, limitazioni. La “casta politica” diventa il mio primo avversario (il più visibile e con più discredito).

La prima osservazione è che la contraddizione è reale, non è frutto di un’illusione. Se posso evadere un bollettino di pagamento on-line riesco a farlo anche la sera dopo cena, mentre se devo andare in posta devo mettermi in coda (coda ogni volta più lunga per i tagli del personale, per l’aumento dei servizi “offerti” che prolungano i tempi, per il numero crescente di personale precario e pertanto poco pratico). E allora la mia rabbia prima si rivolge a chi sta dietro lo sportello, poi uscito dall’ufficio postale la razionalizzo e la rivolgo contro chi reputo responsabile di quella situazione di crescente disservizio: i politici.

  •  Individuo VS comunità, fra società in presenza e rete.

Dicevo prima che il programma non ci dice molto per capire M5S; di più la premessa al programma sul blog:

“Il MoVimento 5 Stelle è una libera associazione di cittadini. Non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Non ideologie di sinistra o di destra, ma idee. Vuole realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità dei cittadini il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi”.

È l’esplicitazione del motto “uno vale uno” e della volontà di realizzare una società senza mediazioni politiche, sindacali ecc. , in sostanza di realizzare nella società quella libertà, capacità di scelta ecc. che viviamo nel web.

Ma è proprio così? In un mio precedente post [11] sostengo l’inopportunità della parola “virtuale” per definire il web che va invece inteso non come qualcosa di irreale ma come una “estensione della realtà”, come ogni altro prodotto della tecnologia. Questo non significa che il mondo del web sia trasparente, come d’altronde non lo è la società. È esperienza comune di chi naviga e utilizza piattaforme 2.0 il chiedersi “chi ci sta dietro?”, ovvero l’interrogarsi sulla mediazione tecnologica nascosta che facilita la messa e lo scambio in rete. Allo stesso modo, quando in un social network cambiano le regole (del format, del numero possibile di messaggi, di ciò che puoi o non puoi postare ecc.) il constatare che la mia libertà di movimento e comunicazione ha dei limiti e dei vincoli che qualcuno, molto in alto e molto lontano, decide senza nessuna possibilità di controllo. Vale cioè in rete la struttura (grande orizzontalità in basso, centralizzazione del controllo molto in alto) che secondo molti studi caratterizza il capitalismo cognitivo.

E il movimento di Grillo si caratterizza esattamente in questo modo: uno vale uno; ogni militante (cittadino) vale per uno ma ce n’è uno (anzi due: il proprietario e il “tecnico”) che vale per tutti.

La domanda è: questo modello di assenza di corpi intermedi e di centralizzazione dall’alto è anche quello che si vuole realizzare a livello politico?

Osserva Marco Bascetta:

“Grillo ha parlato chiaro: «nessun governo con i partiti», il che significa anche «nessun governo dei partiti». Procediamo allora per esclusione. Nella modernità, le forme note di un governo senza partiti sono: a) il partito unico in tutte le sue varianti storiche; b) il governo tecnico, dal collegio dei professori alla giunta militare; c) dispositivi di autogoverno comunitario a guida autoritaria come la Jamahiriya teorizzata da Gheddafi nel suo “Libro verde”. La prima forma, pur continuando a guidare il paese più popoloso e l’economia più dinamica del mondo, è decisamente fuori moda. La seconda è o un governo dei partiti mascherato o una feroce dittatura. La terza, in versione meno beduina e più telematica, è decisamente la più vicina all’ideologia del M5S. Il “Libro verde” teorizzava infatti una partecipazione di base diretta esercitata in assemblee e comitati popolari, “garantita” da una guida ideale e carismatica priva di qualsiasi carica formalizzata, ma dotata di un formidabile potere informale. … Il Colonnello aveva battezzato la sua impresa “Terza rivoluzione universale” (dopo il capitalismo e il comunismo) e, senza fare paragoni azzardati o irriverenti, è un’espressione piuttosto consonante con l’aria che tira nelle più ambiziose esternazioni di M5S o nelle visioni fantascientifiche di Roberto Casaleggio.” [12]

Le analogie sono abbastanza impressionanti.

Libro Verde

Gheddafi “nel 1975 ha pubblicato il Libro Verde – opera di un giornalista e scrittore libico, recentemente scomparso – tradotto in quasi tutte le lingue del mondo e distribuito ovunque gratuitamente. Il motto principale del libro è il divieto di ogni forma organizzata della società “Colui che si iscrive a un partito è un traditore”. E per i traditori la condanna è la morte.” [13]

Con una differenza mi pare; se nel modello della Jamahiriya (Stato delle masse) al potere centralizzato dovevano corrispondere alla base i Comitati rivoluzionari, descritti come strutture comunitarie popolari (in realtà erano “retti da loschi personaggi senza scrupoli che hanno scalato il potere in nome del popolo con la forza dell’intimidazione, della sopraffazione, dell’arroganza e della violenza, sia fisica sia psicologica” [14]), nel M5S (che si prefigura come modello totalizzante come ha esplicitato Grillo nell’affermare di volere il 100% del parlamento) alla base sembra prevalere un modello rigorosamente individualistico: ogni cittadino vale uno e non è prevista nessuna struttura organizzata né tanto meno comunitaria. Anzi il percorso sembra proprio quello di una progressiva dissoluzione di qualsiasi legame sociale organizzato e di qualsiasi corpo intermedio.

Questo spiega, a mio parere anche il programma, fatto di singoli e sinteticissimi punti slegati fra di loro. Su ognuno di loro si vota e si decide on-line se è giusto o sbagliato.

Il collegarli fra loro, il metterli in relazione al contesto, l’individuare delle priorità, darebbe vita a degli “orientamenti”, a delle propensioni e, in sostanza a delle “correnti” sia pur di opinione. Che è quello che si vuole assolutamente evitare.

La logica – anzi l’ideologia – è quella del pragmatismo: quello che conta e l’obiettivo e il suo raggiungimento (obiettivi raggiunti e obiettivi da raggiungere).

La complessità della società, il suo progressivo articolarsi e differenziarsi viene ignorata, anzi osteggiata. E allora mi sembra che un confronto politico serio con il M5S debba avvenire proprio su questo terreno. Individuo e comunità. Società che accoglie, ingloba e valorizza le differenze, le culture, le propensioni, o società indifferenziata di singoli individui (“cittadini” anonimi). L’individuo o la comunità, l’io o il noi?

La lotta contro le caste, i privilegi, la semplificazione degli apparati, per una partecipazione dal basso non nella direzione dell’individuo atomizzato, ma dell’individuo socialmente adulto che partecipa attivamente ad una comunità che si feconda nella partecipazione e nella difesa e valorizzazione dei “beni comuni”.

P.S. Il ruolo di Casaleggio. Più interventi in rete e nei media sottolineano il ruolo “ambiguo” del personaggio e i suoi interessi economici che sfrutta a proprio fine il movimento. Personalmente non sono molto interessato a questi aspetti anche perché penso che prima o poi i media (a parte Il fatto quotidiano che ormai è diventato l’organo sempre più esplicito del M5S), esaurita l’esaltazione acritica che sin qui ha prevalso, con qualche inchiesta giornalistica – magari di Report o di chi per lui – sapranno dirci quanto di vero o non vero c’è in queste accuse.

No, quello che mi inquieta è altro: è il suo utopismo apocalittico e millenaristico che prospetta una guerra mondiale ventennale con almeno sei miliardi di morti. E dalle rovine emergerà la felice società di Gaia costituita da migliaia di comunità connesse in rete di uomini “liberi” da ogni pensiero politico e credo ideologico e religioso.

Non è certo la possibile preveggenza del personaggio che mi inquieta (del suo video, Gaia il futuro della politica [15] si può sorridere), ma la sua totale irrazionalità che tendenzialmente può dar vita ad una sorta di religione atea con i caratteri della setta fanatica. Se nel M5S tale tendenza prenderà piede (e mi auguro francamente di no), il confronto diventerà evidentemente sempre più difficile. Motivo in più per iniziarlo da subito e senza tentennamenti questo confronto.

Il nostro patrimonio e le nostre prospettive

Avevo iniziato a scrivere pensando soprattutto a Sinistra Ecologia Libertà e al suo possibile ruolo in questa fase difficile, anche alla luce dei problemi, prima sottolineati, di una campagna elettorale non all’altezza delle nostre prospettive. Ho invece parlato soprattutto del M5S, ma mi è parsa questione fondamentale per poter aprire una discussione ricca e franca sul che fare.

Non va comunque dimenticato che abbiamo raccolto un milione e ottantanovemila voti, con un seppur lieve incremento percentuale (+ 0,1) e assoluto (+ 130mila voti) rispetto alle europee del 2009 quando eravamo ancora con i verdi e i socialisti. Un risultato certamente inferiore alle nostre aspettative, ma comunque un patrimonio che non dobbiamo disperdere ma valorizzare con la capacità di affrontare ed agire di fronte ad una fase del tutto nuova e certamente più difficile.

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E qui vado per punti e per interrogativi perché penso che qui debba concentrarsi il nostro dibattito.

  • Che senso diamo oggi alla parola “sinistra” in una “società liquida” che si trasforma velocemente e che si precarizza sempre di più? Nella nostra storia “sinistra” non è stato solo un “sol dell’avvenire” da realizzare ma soprattutto un soggetto (o soggetti) in cui la prospettiva del cambiamento era in grado di incarnarsi. Parlo di soggetti sociali, che quando il soggetto è venuto ad identificarsi in modo sempre più esclusivo con il partito sono iniziate le aberrazioni che hanno portato al “socialismo“ reale e di cui quelle società – e noi stessi – soffriamo ancora le conseguenze. Quali i luoghi e quali i soggetti oggi? Se la sinistra sta dalla parte del noi e non dell’io, quali risposte sappiamo dare all’individualismo proprietario – in tutte le sue forme – oggi prevalente?
  • Se l’Europa è il nostro orizzonte, che tipo di Europa vogliamo? Siamo sul serio capaci di contrastare la logica del fiscal compact e la finanziarizzazione dell’economia? Qui penso stia soprattutto il nodo del rapporto con i PD; quello su cui non possiamo non dico essere, ma nemmeno apparire, subalterni. O si accetta una priorità “del paese e della sua economia” (e pertanto i parametri imposti) o si rovescia tale priorità incentrandola sui ceti sociali investiti dalla crisi.
  • Come ci rapportiamo con le spinte “anticasta” e di spinta al cambiamento emerse con queste elezioni (e che avremmo dovuto ben più aver presenti). Io non penso con la mitizzazione della rete informatica, che è certo un grande strumento di cambiamento, ma pur sempre uno strumento. Ma con la valorizzazione e l’introduzione di strumenti di democrazia partecipata. Ad iniziare ad esempio dalla riforma radicale dell’istituto del referendum sia abrogativo (con l’abolizione del quorum) che propositivo (con l’obbligo per il parlamento, entro un tempo prefissato, di mettere ai voti la proposta). Con una legge sulla democrazia in fabbrica, la rappresentanza sindacale e l’obbligo della consultazione di tutti i lavoratori per l’approvazione dei contratti.
  • E snellimento di tutti gli apparati (le caste). In particolare quella militare. Non basta recedere totalmente dall’acquisto degli F35 o ritirare i nostri militari dalle missioni all’estero. Va rimesso in discussione il “nuovo modello di difesa” e la sua compatibilità con l’articolo 11 della Costituzione. Modello di difesa che tra l’altro ha aumentato a dismisura la spesa militare mettendola di fatto al di fuori di ogni controllo democratico. Come su Mosaico di Pace viene in più occasioni evidenziato, i costi di qualsiasi fornitura militare (dalla carta igienica al pezzo di ricambio per un qualsiasi automezzo) sono di molte volte superiori a quelli delle commesse civili.
  • Un piano energetico nazionale, fondato sul risparmio energetico e sulle rinnovabili; la messa in sicurezza del territorio e degli edifici pubblici a partire da quelli scolastici; la valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale. Tutte cose che abbiamo ben detto nel nostro programma ma a cui bisogna incominciare a dar gambe sia nazionalmente sia in tutte le amministrazioni in cui siamo presenti.

E tralascio qui i temi dei diritti civili e della laicità, come quelli della lotta alla corruzione e alle mafie non certo perché di minor importanza, ma perche li abbiamo già tutti ben presenti e vengo invece al noi, al come ci pensiamo e strutturiamo come organismo politico. Quando nell’autunno 2009 ero intervenuto sulle nuove dimensioni della politica, prospettavo per SEL l’idea di un partito “a rete”, ovvero a struttura policentrica e in particolare incentrato sui “laboratori”. Le cose non sono andate in quella direzione.

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Di fronte alla evidente crisi della struttura partito ed anche alla constatazione che di fatto in questo modello siamo ricaduti (dagli organismi locali, a quelli provinciali, regionali e nazionali con tanto di federazioni, segreterie e segretari). Penso che su questo dobbiamo cambiare radicalmente non tanto elaborando marchingegni organizzativi ma seguendo, in modo flessibile, alcuni principi di fondo.

  • Ridurre i luoghi e le occasioni in cui si parla “di tutto”, di politica generale ecc.
  • Pensare a organismi tematici nazionali non centralizzati ma distribuiti nel territorio a seconda delle competenze, emergenze e iniziative effettivamente in atto. Organismi in ogni caso aperti a soggetti esterni che non solo “vengono invitati” ma che contribuiscano direttamente all’elaborazione e alle iniziative. A puro titolo di esemplificazione: a Torino una commissione (o come altro la si voglia chiamare) sui diritti e la laicità, in stretto contatto con le Consulte laiche; ad Assisi un nostro organismo sui temi della pace e del disarmo ecc, ecc. Insomma una struttura flessibile, policentrica ed aperta.
  • Allo stesso modo un Congresso Nazionale (che penso indispensabile non appena il quadro politico post-elettorale si chiarisca) dovrebbe esser preparato da momenti analoghi, diversificati nel tempo e nello spazio, preparatori al momento finale del Congresso.
  • Ed infine penso siamo ormai maturi per abolire a tutti i livelli ogni doppio incarico (politico e/o istituzionale) così come abbiamo incominciato a fare nel VCO. Il contributo di un compagno sindaco di una grande città, presidente di regione, parlamentare non avrà certo minor peso se non sarà più abbinato ad un incarico ufficiale di partito.

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Nichi ha parlato di un partito come “comunità” e in una comunità i singoli contano più per l’influenza sulla collettività e per la capacità di instaurare relazioni significative che per i loro ruoli formali.

Abbiamo sempre detto che il nostro scopo non era quello di costruire un nuovo partito ma quello di rinnovare la sinistra. Ma non possiamo sperare di farlo se non siamo in grado di rinnovare profondamente noi stessi, se non siamo capaci di pensare ad una strutturazione del nostro esser soggetto politico in modo assai diverso sia dall’assetto piramidale e statico (novecentesco) dei partiti tradizionali (Bersani e PD) che dal partito “leggero” più simile ad un comitato elettorale (Renzi) che ad una comunità del cambiamento.

E se non ne saremo capaci penso che lo scossone elettorale possa solo produrre prima scompiglio e caos, e poi, inevitabilmente, riflusso e rivincita delle destre.

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1. https://fractaliaspei.wordpress.com/2013/03/11/nuove-dimensioni-per-la-politica/

2. https://fractaliaspei.wordpress.com/2013/02/23/come-cresce-loccupazione-giovanile/

3. da VCO: una comunità senza futuro?  http://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/vco-una-comunit%C3%A0-senza-futuro-1/279814194996 ; seguito da C’è un futuro per la comunità del VCO? http://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/c%C3%A8-un-futuro-per-la-comunit%C3%A0-del-vco-2/280180119996

4. I diversi interventi si possono consultare sul loro sito ufficiale Giap: http://www.wumingfoundation.com/giap/

5. http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=12208#more-12208 (Intervista a Repubblica)

6. http://www.internazionale.it/news/italia/2013/02/26/il-movimento-5-stelle-ha-difeso-il-sistema-2/

7. http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=12104#more-12104 (intervista a Il manifesto)

8. Z. Bauman, Vita liquida, Laterza, Bari 2008, p. VII

9. Z. Bauman, Communitas. Uguali e diversi nella società liquida, Aliberti, Roma, 2013, p. 45-46

10. Ivi, p. 33

11. Virtuale: una parola “trappola” in https://fractaliaspei.wordpress.com/2013/02/15/peer-education-e-new-media/

12. La Jamahiriya telematica su il manifesto del 14.3.2013: visionabile all’indirizzo http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/21-politica-a-istituzioni/43266-la-jamahiriya-telematica-.html

13. Farid Adly, La rivoluzione libica. Dall’insurrezione di Bengasi alla morte di Gheddafi, il Saggiatore, Milano 2012, p. 45 (evidenziazione mia)

14. Ivi, p. 46

15. Gaia il futuro della politicahttp://www.youtube.com/watch?v=V4CHyog8Byc&feature=youtu.be

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From → Πόλις

6 commenti
  1. L’ha ribloggato su lentiacontattoe ha commentato:
    Interesante blog di riflessioni su elezioni e SEL da incrociare con le nostre.

  2. Gianmaria, mi sono permesso di ri-bloggare questo tuo blog nel nostro, lentiacontatto@wordpress.com , perchè queste tue note, per ora lette da me a metà, sorry, mi sembrano piene di spunti interessanti. Una prima questione sinteticament la riasumeei così:
    scegliere BENVENUTA SINISTRA di per se non è un errore, la comunicazione vuole comunque delle sintesi. E’ un error nl omento in cui non si valuta a percezione reale del mesaggio in relazione al target. Noi non abbiamo capito che non bastava un posizionamento “tutto politico” nella coalizione (accordo Bersani.Vendola) e della coalizione (campagna di Brsni s Monti) per soddisfare le domande e i bisogni che il nostro blocco social di riferimento eprimeva.
    Insomma, come si sarebbe dtto una volta abbiamo peccato di “politicismo”. Volevamo riaprire la partita… Abbiamo paradosalmente parlato di partito.
    Mi par questa dimensione della questione si purtroppo ignorata da Vendola.
    (…continua)

  3. Letto tutto e in buona parte condiviso, mi permetto alcune osservazioni generali. La campagna eletorale non si vince e si perde negli ultimi due mesi… Si vince e si perde per quel che si è costruito prima. Questo è anora più vero per una sinistra, tutta (radicale e riformista), che fa poca analisi, che non definisce nè il blocco sociale nè il progetto che dovrebbe uificarlo.

    SEL ha intuito alcuni di questi aspetti proponendo un aggiornamentoe un superameto di alcune categorie classiche della sinistra ma in modo insufficiente e soprattutto non traducendole in azione politica coerente. Due sempi per meglio chiarire:

    – L’accordo Bersani/Vendola che ha sancito nominalmente la nascita del centro sinistra è stato giocato in modo “assolutamente verticistico”… Un accordo politico tra segreterie. Nel centro sinistra bisogna portare asociazioni, società civie, movimenti, dargli modalità di crescita e di elaborazione diverse. Non è stato fatto. Abbiamo peccato di “politicismo” quando la politica stessa stava perdendo ancora di più relazione con la società.
    – Inoltre l’ accordo Berani/vendola cdeva contestualmente con un attacco “ad alzo zero” sull’ IDV da parte del PD, di fatto la nascita di questo centro sinistra, al di là della nostra stessa volontà liquidava la foto di Vasto e la possibilità di un centro sinistra plurale.
    Se non abbiamo una resonsabilità diretta nell’operazione, abbiamo la responsabilità di averla accettata passivamente.

    Dario L.

    • Rispondo con molto ritardo, ma con una situazione politica in continuo movimento, lo sforzo era tutto nel capire cosa stesse succedendo e dove stavamo andando.
      Dopo l’uscita di Napolitano con la nomina delle due commissioni, l’ibernazione del mandato a Bersani, l’accanimento terapeutico sul morituro governo Monti c’è forse un momento di pausa in attesa della nomina del nuovo Presidente. E lì si chiariranno i giochi, si vedrà cioè se il PD seguirà Bersani nella sua (un po’ timida) dichiarata volontà di cambiamento o si privilegeranno le “larghe intese” foriere di un accordo PD PDL che certo a una parte del PD non dispiacerebbe.

      Su quanto affermi: concordo che “Benvenuta sinistra” era un messaggio politicista, rivolto al nostro blocco sociale (o meglio politico) di riferimento; io dicevo messaggio autoreferenziale ed era un po’ la stessa cosa.
      E’ senz’altro vero che le elezioni non si vincono nei due mesi di campagna elettorale, ma per quello che si è riusciti a costruire prima. Ma aggiungo: si possono perdere negli ultimi due mesi, per errori politici e spesso per errori di comunicazione. E viviamo in una società fluida dove le opinioni della maggioranza indecisa possono variare molto velocemente. Allora bisogna esser capaci di mandare un messaggio chiaro, con un obiettivo centrale (che certo deve essere in grado di sintetizzare la nostra elaborazione politica complessiva) rivolto all’intero elettorato (se ci poniamo come possibile forza di governo e non solo di opposizione) e pertanto non autoreferenziale. E mi sembra che questo sia del tutto mancato, assieme ad una riduzione della nostra capacità di elaborazione.
      Sull’accordo Bersani/Vendola e l’estromissione dell’IDV dalla coalizione, condivido e aggiungo che l’errore sia stato quello di non aver capito che dietro la scelta di rottura del PD vi stava la presidenza della repubblica; e che non fosse solo Monti a combattere l’alleanza Bersani Vendola ma la stessa presidenza come si ben vede dal suo operato di questi giorni a partire da un incarico dimezzato a Bersani (il cosidetto preincarico) e la scelta di saggi che tutto esprimono meno il cambiamento e che coprono un arco politico che esclude SEL e M5S.

      • Concordiamo Giammaria e mi fa piacere. Adesso la questione è cosa vogliamo essere e quale ruolo pensiamo di giocare come SEL… Possiamo pomposamente dire “come vogliamo giocare la partita”… ma la questione, concretamete, è anche come vogliamo giocare il partito.

  4. Il dibattito nel regionale piemontese era: facciamo adesso un congresso o no. Io non penso sia il momento del Congresso (se questo significa riformulare linea e cambiare/rivedere il gruppo dirigente): mi sembra una risposta vecchia. Io dico: innestiamo un percorso di innovazione del nostro modo si essere come partito che non può più essere ricalcato sul vecchio modello territoriale (Provinciale, Regionale, Nazionale) e reinventare i luoghi di elaborazione e iniziativa politica. Capire anche perché le Fabbriche di Nichi sono state chiuse per volontà della direzione nazionale e se su quell’esperienza vi sia stata una riflessione e valutazione compiuta.
    Solo alla fine del percorso può aver senso un congresso che non sia o una resa dei conti o una conta fra maggioranza e minoranza.

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