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Nuove dimensioni per la politica? *

11 marzo 2013

Premessa.

Nei giorni successivi alle elezioni amministrative del giugno 2009 avevo scritto delle annotazioni e riflessioni a caldo (Noterelle di un rappresentante di lista verbanese) che avevo pubblicato sulla mia pagina di Facebook e fatto girare per mail. Ho ricevuto un certo numero di “feedback” che mi invitavano a proseguire, in particolare sul tema specifico della “crisi della sinistra”. Questi inviti, complice l’estate successiva, invece di stimolarmi, mi avevano un po’ bloccato. Un conto è buttare a getto delle note, per certi versi autoironiche, sulle elezioni (una sorta di elaborazione del lutto della sconfitta), un conto individuare delle direttrici, possibilmente fertili, di riflessione sul futuro della (delle) sinistra/e.

Il dibattito all’interno di Sinistra e Libertà e l’attenzione a quanto stava avvenendo all’interno del PD (dibattito congressuale) mi hanno dato, nel settembre successivo, l’occasione per riprendere il discorso pur  mantenendo l’assetto non organico ed aperto di noterelle.

 Le ripropongo sul mio blog, consapevole della “distanza” della situazione politica attuale da quella di quattro anni fa, perché penso che alcune delle considerazioni ed osservazioni di allora possano oggi esser riprese ed aggiornate. Tralascio la parte conclusiva relative a proposte organizzative perché troppo legate all’allora nascita (marzo giugno 2009) e trasformazione di Sinistra e Libertà nella successiva Sinistra Ecologia e Libertà (ottobre dicembre 2009).

 

Un nuovo blocco sociale.

Il PDL e Lega Nord assieme sono in grado di dar vita ad un nuovo blocco sociale incentrato sui poteri economici forti e scomposizione e ricomposizione delle realtà sociali preesistenti, da un lato molto spregiudicato (speculatori e disoccupati, quartieri popolari in cui si alimenta l’astio contro gli stranieri e intere comunità straniere come i romeni a Verbania) e dall’altro sorretto dall’alimentazione tutta ideologica delle paure accompagnata da proposte/soluzioni ad alto effetto simbolico (ronde, respingimenti). Quasi una divisione concordata di compiti: il PDL sollecita e aggrega gli interessi, la Lega fa il lavoro ideologico. Un blocco sociale che parte dal Nord, disaggrega la sinistra ed è in grado di avanzare progressivamente al centro e al sud. A Verbania intorno alla lobby degli albergatori, i ceti legati al commercio e all’artigianato, gran parte dell’associazionismo cattolico (che ha mollato Zanotti), pezzi consistenti di ceto operaio, in particolare quello delle fabbriche chiuse o in crisi, intere comunità straniere ecc.

La fragilità del PD.

L’idea che un partito leggero, più mediatico e meno radicato nel territorio, fosse più adatto ai tempi, deve aver colpito sulla via di Damasco Veltroni e qualcun altro. Ma era illuminazione diabolica. E oggi penso che la cosa sia del tutto evidente. Pensare troppo a quale leader è più mediaticamente efficace di Berlusconi è servito sola a bruciare un leader dopo l’altro. Berlusconi si è radicato nell’immaginario degli italiani e, grazie a Lega e AN, nelle strutture economiche e sociali. Il PD invece non solo non riesce a organizzare le sue preferenze, ma non è più presente né con le sezioni ne con nuove forme territoriali.

sinistra

La frammentazione della sinistra.

Su questo dico per ora molto poco perché penso di ritornarci. Non ritengo basti un richiamo all’unità, come fanno in molti. La vicenda dell’arcobaleno dovrebbe aver insegnato qualcosa. Penso che la prima cosa da fare sia chiederci cosa significhi oggi sinistra. Sono convinto che la maggior parte di noi non lo sappia più. Sono anche convinto che, nella società complessa e frammentata di oggi, per darsi una prospettiva politica non basti la coppia destra/sinistra, ma che esistano altre dimensioni della politica con cui bisogna fare i conti sino in fondo: ad esempio centro/periferia; individuo/comunità; economia/ambiente.

 C’è una crisi della sinistra?

Sembrerebbe domanda retorica. Ma non sono da sottovalutare gli argomenti di chi sostiene il contrario: a) la sinistra (democratica) ha raggiunto, almeno nella nostra parte del mondo (il cosiddetto nord) gran parte dei  suoi obiettivi sia economici che civili (basta considerare la condizione economico sociale e civile di un lavoratore di oggi con quella di un secolo fa); b) in gran parte dell’Occidente le sinistre governano (o si alternano al governo con governi delle destre) tutelando i diritti individuali e sociali, riformando il welfare, ribadendo la laicità dello stato ecc..

Insomma la crisi della sinistra, nell’epoca di Zapatero ed Obama (ed oggi anche del giapponese Hatoyama), sarebbe tutt’al più una specificità tutta italiana dovuta in gran parte alla responsabilità stessa della (delle) sinistra/e nostrane. L’elenco di queste responsabilità potrebbe esser lunghissimo: inamovibilità e autoconservazione delle classi dirigenti, incapacità di (e oscillazione nel) fronteggiare il “fenomeno Berlusconi”, personalismi e litigiosità, conservatorismo ed ideologismo, scarsa laicità e scarsissima autonomia dai poteri forti (compromessi con la chiesa, ricerca di alleati economici, istituzionali, giornalistici “antiberlusconiani”), distacco dalla società reale e dal “sentire” di fette crescenti della popolazione, scarsa progettualità e ricerca di scorciatoie (leggi elettorali ad hoc, scandali e interventi della magistratura), ecc. ecc.. Tutto in gran parte vero. Ma l’insieme del ragionamento non mi convince.

colori della sinistra

Una crisi della politica?

A me sembra invece che vi sia un crisi della politica (democratica) e dentro di questa crisi una difficoltà evidente delle sinistre. Il caso italiano più che una eccezione potrebbe essere allora emblematico di una più generale difficoltà (e talvolta degenerazione) delle democrazie e della paralisi delle sinistre. La difficoltà se non incapacità a fronteggiare e regolamentare l’evoluzione dell’economia (globalizzazione dei mercati, finanziarizzazione, ecc.) resa evidente dalla recente crisi economica. L’incapacità delle democrazie di essere propulsive in nuove aree del mondo: tra “l’esportazione della democrazia” con la guerra, con i disastri che ha generato, e l’acquiescenza di fronte alle potenze emergenti (sulla base del ‘principio’ che gli affari sono affari) sui temi dei diritti umani (Tibet, Cecenia ecc ecc.), non sembra esserci una terza via di pace e legalità. Il costante incremento delle differenze fra gli strati ricchi della società e quelli meno abbienti. La fragilità politica (e ideale) della Comunità Europea. L’indifferenza nei confronti dei drammi che coinvolgono i paesi del sud del mondo (guerre, carestie ecc.). Il distacco dalla politica attiva di gran parte di cittadini,  il proliferare di micro nazionalismi. Il riemergere di xenofobia e razzismo e di integralismi religiosi. L’espansione a ritmi vertiginosi delle conoscenze e lo sviluppo del web che invece di produrre una società della conoscenza (condivisa) sembrano introdurre nuove fratture e divaricazioni. Insomma il mondo è cambiato con estrema velocità ma gli assetti organizzativi e i riferimenti teorici della politica sembrano ancora ancorati all’orizzonte degli ultimi 150 anni.

Ha ancora senso parlare di (destra e) sinistra?

Penso di si e che da questo punto di vista sia ancora pienamente valida la precisazione concettuale che ne ha fatto Norberto Bobbio quindici anni fa (Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli 1994 – oggi in corso di ripubblicazione): ciò che caratterizza la sinistra è l’assunzione dell’eguaglianza come valore positivo, come criterio orientativo (“stella polare”) delle proprie scelte. Eguaglianza non come assoluto, non come dato di partenza, non come livellamento ma come criterio che affronta man mano temi nuovi (dal lavoro ai diritti civili, dall’educazione alla salute ecc.) rispondendo di volta in volta alle tre domande: Eguaglianza tra chi? in che cosa? in base a quale criterio (p. 73). In questo senso il dibattito, ad es.  fra “eguaglianza di condizioni” e “eguaglianza di opportunità” è un dibattito del tutto interno alla sinistra.

È lo stesso Bobbio (p. 81) che ricorda come il binomio sinistra e libertà non sia automatico (come nemmeno quello destra ed autoritarismo). L’asse orizzontale destra / sinistra si incrocia con quello (verticale) autorità / libertà per cui vi sono movimenti autoritari sia di destra che di sinistra, come movimenti libertari di destra (antiegualitari) e di sinistra (egualitari). A queste osservazioni di Bobbio aggiungerei quelle sottolineate da Aldo Tortorella nel nostro recente seminario nazionale: per lungo tempo nella sinistra ha prevalso l’idea che l’eguaglianza fosse la premessa per la libertà: in un mondo di eguali ognuno sarà libero di realizzare sino in fondo se stesso. La storia ci ha insegnato come il rapporto vada rovesciato: è la libertà la condizione per realizzare l’eguaglianza e non viceversa.

Le scorciatoie (autoritarie) per imporre l’eguaglianza generano mostri e vale quello che già nel 1970, in riferimento al cosiddetto “socialismo reale” in polemica con György Lukács, sosteneva Ernst Bloch  citando un motto di Sallustio: corruptio optimi pessima.

La corruzione del meglio è proprio la peggiore di tutte, la corruzione più maligna è proprio quella del meglio. Si può dire perciò che il peggiore socialismo (dei paesi dell’est) non è più socialismo per niente, ed è più lontano dal socialismo del riformismo più misero e claudicante” (in G. Neri, Aporie della realizzazione. Filosofia e ideologia nel socialismo reale, Feltrinelli 1980).

Libertà?

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche un gesto o un’invenzione
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

Giorgio Gaber/Sandro Luporini

In questo ritornello è perfettamente delineata la differenziazione storica  fra il liberalismo di destra (individualistico) e quello democratico o di sinistra. Ma ha ancora senso questa contrapposizione?  Certamente non c’è libertà senza partecipazione ed uno degli aspetti della crisi della politica democratica è proprio quella della crisi degli strumenti/spazi partecipativi. Non penso sia ipotizzabile una ripresa della sinistra senza la rivitalizzazione e la reinvenzione di ambiti di effettiva partecipazione. Ma questo è in contrapposizione con “uno spazio libero”? La logica della complessità dovrebbe indurci ad uscire dall’aut …  aut ed abituarci a ragionare con  et … et. Penso alla libertà come spazi reali di partecipazione e decisione (collettivi, comunitari) ma anche come spazi di libera realizzazione (collettivi ed individuali). Una concezione non più dicotomica della politica (destra / sinistra; autorità / libertà), come tenterò di delineare più avanti, dovrebbe dar spazio pieno a tutte le forme di libertà.

libertà è partecipazione

Una politica a N ( cinque?) dimensioni.

Ipotizzo allora che la crisi della politica (soprattutto della sinistra) stia nel pensarsi solo dentro i due assi sopra ricordati (destra / sinistra; autorità / libertà) mentre la realtà politico sociale e la stessa azione politica nel mondo attuale attiene di fatto anche ad altri assi; non escludendone altri quelli che mi sembrano centrali nella politica d’oggi sono i tre seguenti: Centro / Periferia; Individuo / Comunità; Uomo (ed attività economica) / Ambiente. Parlo, sia ben chiaro, di dimensioni e non di contenuti o di problemi specifici. Mi rimane il dubbio se Violenza / Nonviolenza (che assorbe evidentemente Pace / Guerra) costituisca un’ulteriore dimensione, ma propendo nel pensare che questa dicotomia sia compresa in quella di Autorità / Libertà. Che invece le tre dimensioni indicate non siano assorbibili da quelle precedenti mi pare invece evidente. C’è, come è noto, una sinistra centralista (statalista) ed una non centralista (autonomista), così c’è un comunitarismo (e un individualismo) sia di destra che di sinistra. Lo stesso si può affermare per il tema ambientale.

L’assunzione delle 5 dimensioni della politica porta a due riflessioni immediatamente conseguenti:

a)     quando un movimento politico emerge assumendo come centrale una dimensione diversa da quella destra / sinistra, i partiti tradizionali rimangono spiazzati, in certi casi direi afasici; la difficoltà a rapportarsi con la politica della Lega (che privilegia le dimensioni centro à periferia e individuo à comunità) costituisce l’esempio più recente, ma altri se ne potrebbero fare;

b)     un soggetto politico al passo con i tempi deve definirsi con sufficiente chiarezza su tutte e 5 le dimensioni. La debolezza dell’esperienza Arcobaleno (al di là delle responsabilità ed opportunismi individuali di chi non vi credeva ma è “saltato sul carro”) stava principalmente nel fatto che, a parte l’essere di sinistra, sulle altre dimensioni c’era di tutto e il contrario di tutto. Non sono di quelli che sostengono il luogo comune che le differenze all’interno dell’area del centro sinistra esterna al PD siano insignificanti (magari sono incomprensibili, ma qui è demerito nostro).

Anticipando e schematizzando il senso del mio contributo direi: non solo sinistra e libertà, ma anche autonomismo, comunità ed ecologia. Naturalmente non è la proposta di un nuovo nome ma di un orizzonte del pensare politico. Quelle che seguono sono solo rapide suggestioni e soprattutto ambiti di auspicato approfondimento e dibattito.

Centro e periferia.

Il centralismo (lo statalismo) ha una lunga storia ed è stato una delle caratteristiche fondanti dello stato moderno. Gli stati nazionali sia pre che post risorgimentali hanno privilegiato la centralità dello stato, delle sue leggi, del suo apparato militare e burocratico. La tendenza centripeta verso le nazioni (ampie) ha caratterizzato l’Ottocento. Ugualmente (e spesso in modo ancor più accentuato) le cosiddette democrazie popolari (socialiste) hanno scelto la centralità (assoluta) dello stato. Posizioni come l’autonomismo di Cattaneo nel risorgimento o il sovietismo autentico di Rosa Luxemburg nel movimento socialista, sono rimaste marginali. Anche il movimento per le autonomie, nel nostro secondo dopoguerra, è sembrato più un modo per dare battaglia alla destra (democristiana) governante centralmente, che una ispirazione autenticamente vissuta dalle sinistre.

Oggi siamo di fronte ad un movimento leghista che non si dichiara autonomista ma, appunto federalista. Ribadito con forza che il federalismo è tutt’altra cosa (foss’anche solo per rispetto al grande Altiero Spinelli), quello della Lega non è un federalismo (l’unione di più Stati in un ambito politico sovranazionale più ampio: sono proprio loro i più strenui avversari della Comunità Europea), né un autonomismo (le 100 città e comuni) ma un separatismo (divisione dello stato) ai fini di un centralismo regionale. Una mia amica insegnante ricorda spesso come ai tempi dei Comuni erano perlopiù Guelfi i comuni del nord e Ghibellini quelli del Centro – sud: insomma meglio un’autorità lontana che una vicina per proteggere le autonomie locali. Uno statalismo (centralismo) regionale pertanto è quanto di più differente possa esserci da un vero sostegno ed impulso all’autonomismo.

Non va poi dimenticato come la battaglia per il centro abbia una forte componente ideologica; questo vale sia per i nazionalismi che per i separatismi (micro nazionalismi). Questo spiega come la politica della Lega assuma spesso l’aspetto di battaglia ideologica e simbolica, sia nelle dichiarazioni che nelle azioni.

“Il centro, o zona centrale, è un fenomeno concernente il regno dei valori e delle credenze. È il centro dell’ordine dei simboli e delle credenze, che governa la società. È il centro per il fatto che rappresenta ciò che v’è di supremo e d’irriducibile” (Edward Shils, Centro e periferia, Morcelliana  1984)

Individuo e comunità.

Il tema della comunità costituisce a mio parere una sorta di “buco nero” nell’orizzonte tematico delle cultura politica italiana. La prevalenza di culture universalistiche (cattolicesimo, liberalismo, socialismo) ha messo ai margini le riflessioni e le esperienze sviluppatesi in questo ambito (il Movimento di Comunità nel Canavese, l’omonima casa editrice, Danilo Dolci, la scuola di Psicologia di Comunità di Amerio ecc.).  Con il risultato che ci si è trovati del tutto impreparati – lasciando lo spazio al comunitarismo rozzo e premoderno della lega – quando, di fronte agli attuali processi di mondializzazione economica e culturale, il bisogno di comunità emerge con prepotenza sia per la fragilità delle identità universalistiche che per il dislocarsi del conflitto economico-sociale non tanto fra le classi “ nazionali”, ma fra la comunità locale e decisioni lontane, processi incontrollabili e generali che la sovrastano e che spostano rapidamente flussi economici, settori produttivi e persone. [Sul concetto di Comunità – fondato sul bene comune -, sulla vitalità delle comunità aperte rispetto a quelle chiuse ecc., rimando ad alcune cose che ho scritto tempo fa, ora parzialmente riprese nel blog:   https://fractaliaspei.wordpress.com/2013/03/11/il-bisogno-di-comunita/ ].

L’altro risultato è che la difesa dei diritti soggettivi è stata lasciata ad una concezione individualistica (il radicalismo liberale) invece di sussumerla come patrimonio civile delle comunità. Anche nella sinistra-sinistra è prevalsa questa visione radicaleggiante (Lo stato regoli in pubblico e l’economia, i diritti individuali ognuno se li gestisca da sé).

La dizione “sinistra radicale” (che auspico sia cancellata dal dizionario politico) se da un lato era spesso usata in termini polemici (o auto esaltativi) come sinonimo di estrema/estremistica, dall’altro, in modo più sommerso indicava implicitamente l’influsso, specie sui temi cosiddetti etici, del radicalismo in senso proprio (quello di matrice liberale di cui è correttamente portatore il partito omonimo).

Uomo, economia e ambiente.

Qui dico pochissimo perché non è un mio ambito: un approccio non puramente ideale (e soprattutto non ideologico) richiede competenze in settori scientifici che non possiedo. Una osservazione mi pare però del tutto evidente. In Italia abbiamo sviluppato un sistema esteso di parchi (nazionali e regionali) e di riserve naturali di ampio respiro (solo i 24 parchi nazionali coprono oltre un milione e mezzo di ettari, pari al 5 % circa del territorio nazionale). D’altro lato sullo sviluppo di energie alternative siamo al palo  e sulla riduzione delle emissioni di CO2 non solo non riusciamo a rispettare il Protocollo di Kyoto (-6,5 rispetto al 1990) ma siamo addirittura in crescita (+9); in entrambi i casi costituiamo un’anomalia rispetto ai paesi europei economicamente più simili al nostro. Insomma una politica ambientale decisamente strabica che tutela l’ambiente solo lontano dalle aree antropizzate, una sorta di scarico di coscienza dei quotidiani misfatti ambientali. Mi chiedo allora se il termine “verdi” per indicare i sostenitori di un corretto equilibrio (ecologico) tra uomo e ambiente non abbia implicitamente interiorizzati questa visione strabica. Insomma, come anche nel mondo ambientalista mi pare stia emergendo, questa dimensione mi pare più correttamente espressa dai termini ecologia ed ecologismo.

Le cinque dimensioni in azione.

La prima conseguenza è che di fronte ad un tema specifico, la risposta politica sarà tanto più efficace tanto più sarà in grado di tener conto di tutte le dimensioni. Parlo ovviamente di risposta politica nel senso di possibili soluzioni a problemi, e non di risposta propagandistica. È palese infatti come spesso le destre (ma talvolta anche le sinistre) affrontino i problemi non cercando soluzioni ma indicando “colpevoli”. L’esempio più lampante è nella politica auto sponsorizzata del ministro Brunetta che ha di volta in volta indicato al ludibrio impiegati fannulloni, insegnanti in soprannumero, donne assenteiste ecc.

La seconda è che se l’avversario politico affronta un tema incentrandolo in particolare su di una (o due) delle cinque dimensioni, la risposta non può essere solo su di un altro asse della politica. Ad esempio il tema della immigrazione affrontato dal centro destra nelle dimensioni della legalità (autorità/libertà) e della comunità; spesso la risposta della sinistra è solo sul piano dell’eguaglianza (i diritti umani dei migranti) senza contrapporre all’idea di comunità chiusa ed autoritaria una propria concezione (e delle precise proposte) di comunità aperta ed accogliente, capace di integrare trasformandosi ed in quanto tale più serena e sicura. Con l’esito che si dà l’impressione di parlare d’altro per poi magari rincorrere il centro destra su politiche sicuritarie quando si vede che queste sono diventate popolari.

Quale tipo di partito?

Ricordavo come l’idea di un partito leggero, essenzialmente di opinione, capace di apparire nei media, che si mobilita ed organizza soprattutto nei momenti elettorali, idea ripresa, sulla base del modello americano, dal PD veltroniano (e sostanzialmente riproposta da Franceschini) sia stata foriera (o perlomeno complice) di sconfitte in successione. L’attuale dibattito congressuale del PD mi sembra che ruoti proprio intorno a questo tema (la forma partito) e, grazie alla candidatura di Marino (terzo incomodo che mi auguro sia poco terzo e molto incomodo), a quello della laicità.

Non credo nemmeno che il riproporre (come mi sembra sia implicito nella mozione Bersani) un partito “gramsciano” strutturato, ben radicato nel territorio e capace di operare come intellettuale collettivo (come ha sostenuto Vacca in una recente intervista alla Stampa) sia la risposta adeguata ai tempi.

Soprattutto non credo che possa essere questa la prospettiva per Sinistra e Libertà, un soggetto politico che nasce unendo esperienze e storie molto diverse e che si propone di ridefinire e reinventare l’essere a sinistra dentro l’attuale crisi (delle sinistre e della politica). Tanto meno penso che l’alternativa possa essere quella di un partito “federazione” (parola da prendere con le pinze allo stesso modo di federalismo). Una federazione servirebbe a “tutelare” i diversi soggetti senza  mettere in moto un processo di rinnovamento e di contaminazione reciproca e, magari, come dicono alcuni malevoli (non vorrei dar ragione ad Andreotti col suo “pensar male è peccato, ma spesso ci si azzecca.”), a tutelare le classi dirigenti preesistenti.

E soprattutto un soggetto politico federativo non terrebbe conto dei molti che hanno aderito al progetto di Sinistra e Libertà senza appartenere ad alcuno dei “soggetti politici costituenti” (gran parte delle adesioni nella nostra provincia, quella del sottoscritto compresa, è di questo tipo).

0025_rete rete

La “rete” come nuova struttura di soggetto politico.

L’etimologia italiana (e latina) di rete ha la stessa origine di “raro”: separazione, salto (maglia); quella inglese (net) ci rimanda a nodo (legame, connessione). Una rete è infatti un insieme di buchi (di maglie) e di connessioni; non copre tutta la realtà, procede a salti ed è policentrica. Qual è la parte più importante della rete? Ovviamente quella che prende i pesci. Fuor di metafora, rispetto ad una società complessa, non possiamo sapere in anticipo quali delle connessioni, quali dei legami, quali strutture  risulteranno più efficaci: ogni periferia è potenzialmente centro. Diversamente da una rete da pesca dove ogni nodo ha solo quattro legami, in una rete sociale non tutti i nodi sono uguali e la loro capacità di connessione può variare molto rapidamente. Vi sono gli Hub (connettori multiporta) che hanno molti contatti, facilitano il passaggio di nuove idee, accorciano le distanze, si fanno forza dei legami deboli (temporanei e a distanza), indirizzano verso nuove possibilità. Insomma una struttura a rete è una struttura flessibile e sensibile, capace di ristrutturarsi velocemente senza schemi organizzativi rigidi e predeterminati. Si dà consapevolmente un assetto ma è pronta a variarlo in base ai risultati e alle esigenze. Inoltre i suoi confini sono indefiniti e variabili.

Flessibilità significa infatti capacità di dar vita a nuove strutture quando se ne presenti occasione ed opportunità, ma anche di “sbaraccare” quelle che non funzionano o che comunque hanno concluso la loro fase operativa. Differentemente dai movimenti, altrettanto flessibili e “a tempo”, una struttura a rete ha un proprio monitoraggio costante (è pienamente consapevole della sua struttura e del suo operare) e tiene memoria e documentazione di tutte le esperienze. …

——–

* Contributo al dibattito in Sinistra e Libertà del settembre 2009. Il testo completo è visionabile su facebook all’indirizzo: http://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/nuove-dimensioni-per-la-politica-noterelle-parte-2/68759889996

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