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“Mattatoio n. 5” di Kurt Vonnegut

16 febbraio 2013

Il paradosso della realtà

Leggendo “Madre notte” mi son reso conto di non ricordare niente di “Mattatoio n.5” che avevo gustato molti anni fa: mi restava unicamente la sensazione di un libro che mi aveva coinvolto col suo miscuglio di storia vissuta e fantascienza.

mattatoion5

Riprendendolo la prima cosa che ho notato è la scrittura (volutamente) ridotta all’osso, alla massima semplicità, alla banalità quasi. L’ha scritto Vonnegut “nello stile alquanto telegrafico e schizofrenico in uso nel pianeta Tralfamadore donde vengono i dischi volanti” ed è come se l’avesse scritto Kilgore Trout, il più scalcinato e meno letto scrittore di SF che sia mai esistito; … ed anche se fosse realmente esistito, oggi sarebbe senz’altro defunto: “Così va la vita”.

Quest’ultimo è l’insopportabile ritornello (anch’esso tralfamadoriano) che continuamente ci accompagna nella lettura ogni volta che qualcuno (od anche qualcosa) muore. E non solo morti tragiche ma, spesso, morti banali, casuali, individuali o collettive. Perché questo in sostanza è un libro sulla vita e sulla morte.

Ed è ancor più un libro (come sempre con Vonnegut) sul paradosso.

È  pensabile che gli alieni del pianeta Tralfamadore (esseri più simili a piante che ad umani, con un’unica foglia a forma di mano con al centro un occhio) rapiscano con il loro disco volante due umani per metterli nel loro zoo a 713.700.000 miliardi di chilometri dalla terra? Esseri che vivono in un’atmosfera di cianuro e che vanno istantaneamente avanti e indietro sia nello spazio che nel tempo.

È pensabile che Billy non solo sia stato sul pianeta alieno ma che possa anche lui continuamente andar avanti ed indietro nel tempo? È pensabile che Kilgore Trout (lo scalcinato scrittore di SF che per vivere sfrutta ragazzini addetti alla vendita di giornali) sia l’unico ad aver capito i segreti dello spazio-tempo e della quarta dimensione?

È pensabile che dei ragazzini impacciati ed impreparati (la “crociata dei bambini”) vengano mandati allo sbaraglio nella più grande guerra della storia? È pensabile che un adulto insegnante di Liceo raccolga dalle rovine di un’intera città una teiera e per questo processato per saccheggio e fucilato?

È pensabile che le due principali democrazie, in lotta contro il terrore nazista, pianifichino e realizzino il più grande ed atroce bombardamento della storia su di una città indifesa e senza alcun obiettivo militare?

È pensabile che del bombardamento di Dresda che causò più morti (135.000) di ogni altro nella storia (compresi quelli atomici di Hiroshima e Nagasaki) non vi sia memoria e consapevolezza collettiva?

Un libro, certo, contro la guerra (un libro pertanto “inutile”, dice l’autore, come può esserlo un libro “contro i ghiacciai”).

Ma anche un libro antiamericano, antiamericano come può esserlo solo il libro di un americano (così come solo un vero svizzero può scrivere libri veramente anti-svizzeri: cfr Max Frisch).

La firma autoironica di Vonnegut

La firma autoironica di Vonnegut

“L’America è la nazione più ricca del mondo, ma il suo popolo è in gran parte povero, e gli americani poveri tendono ad odiare se stessi”. La povertà vista non come sfortuna o disgrazia, ma come colpa; e quelli mandati in guerra, vestiti in modo goffo, sono esseri disprezzati dai loro superiori e loro stessi senza dignità, incapaci di reciproca solidarietà anche quando vengano fatti prigionieri. All’opposto degli impeccabili soldati inglesi.

E noi non potremmo, da Vittorini in poi, amare gli scrittori americani (e con loro un po’ il loro paese) se non grazie (anche) a questo tipo di scrittori “anti-americani”.

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From → Letture

One Comment
  1. Ho visto solo ieri sera il film ominimo del 1972 diretto da George Roy Hil, tratto dal testo di Vonnegut (visionabile on line : http://www.youtube.com/watch?v=cKtNFuF1H80 ). È un film dignitoso contro la guerra ma che, nella traduzione dal romanzo, perde completamente l’aspetto di paradossalità e di critica radicale alla società americana. La vicenda viene in qualche modo razionalizzata suggerendo quale chiave di lettura: “la guerra è talmente tremenda da far perdere il senno della ragione a chi la ha vissuta” per cui l’aspetto fantascientifico sembra risolversi nelle fantasie allucinate di un sopravvissuto. E gli aspetti di critica al modo di vita americano risolveri un sequenze da commedia (la grassa moglie e la sua Cadillac, la vita provinciale ecc.).
    In sostanza se il testo narrativo è un pugno nello stomaco, quello filmico una rassicurante rassegna di buoni sentimenti dove anche gli orrori della guerra (commessi dai “giusti”) sono alleggeriti da momenti di svago.

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