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Shoah, percorsi di lettura asimmetrici.

5 febbraio 2013

Arriva in questi giorni per posta l’ultimo numero di Nuova resistenza Unita con un mio pezzo  con possibili percorsi di lettura sulla Shoah; lo ripropongo qui con l’invito naturalmente ad abbonarsi al bimestrale. La Casa della Resistenza vive del sostegno di soci e sostenitori.

 La centralità di Primo Levi

 La letteratura sull’olocausto è imponente e non è facile orizzontarsi. La nostra biblioteca Aldo Aniasi contiene sul tema centinaia di titoli: documenti, sintesi storiche, riviste, memorialistica, narrativa, bibliografie ragionate, guide didattiche, graphic novel, filmati, riflessioni etiche e filosofiche ecc.

Sono in molti, non solo in Italia, che – in ambito scolastico o tramite letture successive – hanno organizzato il loro sguardo consapevole sulla deportazione attraverso i fondamentali testi di Primo Levi (Se questo è un uomo, La Tregua, I sommersi e i salvati). Occorre ricordare come quella di Levi non sia una “semplice” opera memorialistica ma la lucida e faticosa opera di ricostruzione di chi ha attraversato un doloroso percorso per “ridiventare uomo”. Come spiega Todorov (Di fronte all’estremo, Garzanti, Milano 1992, p. 251-252):

Todorov, Difronte all'estremo

Todorov, Di fronte all’estremo

“All’inizio lo spinge un incoercibile bisogno interiore in cui si mescolano dovere di testimoniare, desiderio di vendetta, spe­ranza di liberarsi da ricordi insopportabili e appello alla sim­patia dei contemporanei. Scrive febbrilmente, ma quelle sue pagine non costituiscono ancora il libro che noi conosciamo. Vuol “ridiventare uomo, uno come tutti” (Il sistema periodico, p. 155), senza riuscirvi completamente. Poi, in quel periodo, ac­cade qualcosa: incontra la donna che diventerà sua moglie. Il fatto di essere amato lo trasforma e lo libera dalla tirannia del passato: riconosciuto dallo sguardo e dal desiderio altrui, si sente confermato nella sua umanità. Può finalmente distin­guersi dal suo vecchio personaggio e vederlo anche dall’ester­no. “Lo stesso mio scrivere diventò un’avventura diversa, non più l’itinerario doloroso di un convalescente, non più un mendicare compassione e visi amici, ma un costruire lucido, ormai non più solitario” (p. 157). Non ha dimenticato le atrocità del passato, ma adesso esse costituiscono la materia di una rifles­sione comunicabile, che dei non sopravvissuti come noi sono invitati a condividere. Lo scrittore Primo Levi è nato: “Alla mia esperienza breve e tragica di deportato si è sovrapposta quella molto più lunga e complessa di scrittore-testimone” .

Le proposte che seguono ci permettono di integrare la lettura di Levi con tre angoli visuali decisamente diversi.

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 Danuta Czech. Kalendarium : gli avvenimenti nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, 1939-1945, Mimesis, Milano 2006

Danuta Czech – polacca figlia di un deportato e giovane resistente – quale ricercatrice del Museo del Lager di Auschwitz, ha raccolto dal 1956 documentazione polacca, tedesca, processuale ecc. estremamente varia, ordinandola in una rigorosa cronologia che ripercorre in modo crudemente oggettivo la nascita, lo sviluppo e la vita quotidiana del lager nella sua organizzazione interna, nelle modalità di gestione, nelle disposizioni disciplinari, con le liste di ingresso e quelle dei deceduti. Una cronistoria di oltre 800 pagine in grande formato, ricca di documentazione anche fotografica, fondamentale per ogni studio storico su Auschwitz, ma anche per tutti coloro che intendano proporsi una sorta di “itinerario di visita” del lager attraverso la materialità della documentazione.

“Maggio 1940. Höss ottiene dal borgomastro della città di Auschwitz il trasferimento di 300 ebrei per i lavori di sgombero nell’area circostante il futuro campo. Sono messi a disposizione dalla locale comunità ebraica e lavorano fino all’inizio di giugno alla pulizia delle caserme e degli immediati dintorni.

4 Maggio. Rudolf Höss viene nominato ufficialmente comandante del campo di concentramento di Auschwitz.

20 maggio. Il Rapportführer, SS-Scharführer Gerhard Palitzsch, assegnato al comandante del campo Rudolf Höss dall’ispettore dei campi di concentramento per il periodo della costruzione del KL Auschwitz, porta ad Auschwitz 30 detenuti criminali tedeschi, che, su iniziativa di Höss, sono stati scelti tra i prigionieri del campo di concentramento di Sachsenhausen. …

Sono nominati Funktionshäftlinge, detenuti funzionari, e costituiscono un prolungamento dell’apparato delle SS, perché sorvegliano in maniera brutale i detenuti non appena giungono nel lager e le squadre di lavoro. I criminali Funktionshäftlinge imitano nel loro comportamento le SS, il che li porta a rinunciare a qualsiasi scrupolo morale nei confronti dei detenuti loro sottomessi. Il detenuto Bruno Brodniewitsch (n. 1) diventa Lagerältester, gli altri Blockälteste, Kapos, ecc.

1° gennaio 1944. Con i numeri da 171353 a 171430 vengono contrassegnati 78 detenuti e da 73983 a 74039 57 detenute, che sono stati internati con un trasporto collettivo.

Con i numeri da Z-9009 a Z-9019 sono contrassegnati 11 zingari e da Z-9729 a Z-9743 15 zingare provenienti dalla Polonia. Il numero 74040 lo riceve una bambina partorita nel campo femminile di Birkenau da una donna dell’Einsatzkommando 9 internata nel campo.

Al lavoro nelle Buna-Werke sono impiegati 5.300 detenuti del sottocampo Monowitz. Nel sottocampo Jawischowitz, al lavoro nella miniera di carbone di Brzeszcze-Jawischowitz, sono impiegati 1.300 detenuti.

La forza del campo femminile di Birkenau ammonta a 27.053 detenute

2 gennaio Un medico SS del campo conduce una selezione nel campo di quarantena maschile BIIa di Birkenau, nel corso della quale sceglie 141 detenuti. Il giorno stesso vengono uccisi nelle camere a gas.”

Amery

Jean Améry, Intellettuale a Auschwitz, Bollati Boringhieri, Torino 1987

 Se il percorso di Levi è quello di una ricerca dell’universalità comunicabile, oltrepassando l’esperienza personale, quello di Améry è per certi versi opposto. Nato a Vienna nel 1912, fine intellettuale critico grazie ai suoi studi letterari e filosofici, dopo l’annessione dell’Austria emigra in Belgio e si unisce alla Resistenza. Arrestato e torturato sarà internato ad Auschwitz.

E su quell’esperienza riflette: sulla fragilità dello “spirito”, dell’essere stato vittima senza difese, senza nemmeno quelle di chi era sorretto da una fede, religiosa o politica; di come la tortura riduca il tuo io alla pura corporeità indifesa, al suo scoprire di esser ebreo (per origini familiari) senza mai aver abbracciato alcuna convinzione religiosa, al dover abbandonare la sua formazione culturale austro-tedesca (e il suo stesso nome: Hans Mayer) rimanendo comunque straniero nel Belgio dove continuerà a vivere sino al suicidio del 1978.

“Mi viene in mente l’incontro con un famoso filosofo di Parigi … Mentre con le nostre gamelle trottavamo lungo le strade del campo, cercai invano di avviare un dialogo intellettuale. Il filosofo della Sorbona rispondeva meccanicamente, a monosillabi e infine ammutolì del tutto … non era abulico, così come non lo ero io. Semplicemente non credeva più alla realtà del mondo spirituale … che in quel luogo non aveva più alcun nesso sociale” (p. 37-38)

“Con stupore il tor­turato ha sperimentato che in questo mondo l’altro può esi­stere in quanto sovrano assoluto … Stupore per l’esistenza dell’altro che nella tortura si impone senza limiti e stupore per ciò che si può diventare: carne e morte. Il torturato non cesserà mai più di meravigliarsi che tutto ciò che, a seconda delle inclinazioni, si può definire la propria anima, il proprio spirito, la propria coscienza o la pro­pria identità, risulta annientato quando nelle articolazioni delle spalle tutto si schianta e frantuma. Che la vita sia fra­gile, questa ovvia verità l’ha sempre saputa…. Ma solo attraverso la tortura ha appreso come sia possibile rendere un essere umano unicamente carne, e trasformarlo così, mentre è ancora in vita, in una preda della morte. Chi ha subìto la tortura non può più sentire suo il mondo. … Nel torturato si accumula lo sgomento di avere vissuto i propri simili come avversi: da questa posizione nessuno riesce a scru­tare-verso un mondo in cui regni il principio della speranza. Chi è stato martoriato è consegnato inerme all’angoscia. Sarà essa in futuro a comandare su di lui.” (p. 81-82)

Ed infine esser ebreo senza esserlo stato, senza aver fatto parte di quella comunità:

“Posso parlare solo per me stesso: e forse, seppure con prudenza per quei milioni di contempo­ranei sui quali l’essere ebrei calò all’improvviso, al pari di un cataclisma, e che debbono farvi fronte senza dio, senza sto­ria, senza speranze di ordine messianico-nazionale. Per loro, per me, essere ebrei significa sentire in sé il pondo della tra­gedia di ieri. Sul mio avambraccio sinistro ho tatuato il numero di Auschwitz; si legge più in fretta del Pentateuco o del Talmud, eppure è più esaustivo. È anche più vincolante come espressione tipica dell’esistenza ebraica. Se a me stesso e al mondo, compresi gli ebrei religiosi o di tendenze nazio­nali che non mi annoverano fra i loro, dico: io sono ebreo, mi riferisco alle realtà e potenzialità sintetizzate del numero di Auschwitz.” (p. 152-153)

Pahor

Boris Pahor, Necropoli, Fazi, Roma 2008

Se Levi costituisce l’asse centrale della letteratura sull’olocausto, possiamo dire che il testo di Pahor si colloca su un versante opposto a quello di Améry. Un punto di vista peculiare: non quello del testimone, dello studioso o del visitatore dei campi, ma quello del sopravvissuto che, a distanza di anni, mentre visita il campo dove fu prigioniero trascrive il riemergere di ciò che non si può dimenticare. Potrebbe sembrare una modalità di distanziamento, invece è l’opposto: come lettori veniamo immersi nel vissuto inquieto, nel flusso di coscienza, del sopravvissuto.

Il campo è quello di Natweiler-Struthof sui Vosgi, nell’Alsazia, regione francese contesa dalla Germania e occupata dal 1940 al ’44. Non viene “descritto” il campo, ma la reazione dell’autore di fronte a quella che vive come una inadeguatezza del “campo museo” di oggi rispetto al lager di ieri. La ghiaia dei ripiani al posto delle baracche, le assi marcite delle uniche due baracche rimaste sostituite con assi nuove e verniciate a vecchio per dar l’illusione di autenticità, i visitatori che, pur con tutta la buona volontà, non possono che restare dei turisti ed anche la guida, pur competente, che fornisce comunque una “lezione”.

Boris deve allontanarsi dagli altri e subito la necropoli, la città della morte di allora, riemerge con tutta la sua violenza. Pahor, prima per le sue conoscenze linguistiche e poi come infermiere, aveva trovato un ruolo che ha reso un po’ più probabile la sopravvivenza ma che lo ha immerso senza interruzione in un mondo di morte, di non vita, di ossa stranamente ancor vive, di reparti ospedalieri che non guariscono ma dilatano la morte, dove per curarne uno devi abbandonarne altri. Dove la morte di uno significa una razione in più per un altro e un posto per un nuovo malato. Dove i barellieri trasportano e accatastano in modo indifferenziato feriti, malati e cadaveri. Dove i detenuti-medici devono in pochi istanti decidere il destino di chi gli sta davanti.

Boris trova una modalità psicologica di sopravvivenza assai diversa da quella che conosciamo in altri testimoni: non la lucidità, il mantenere in vita il proprio io razionale, informarsi, capire. In un mondo in cui il pensiero “si è inaridito … e il succo vitale scorreva via dai corpi con la diarrea” e dove il freddo riduceva tutte le facoltà sensoriali, fa propria la riduzione del campo visivo al “qui ed ora”, si immerge anima e corpo nel lavoro di infermiere e non si chiede altro; certo c’è la speranza, che emergerà consapevole solo successivamente, che almeno uno di quelli curati si sia potuto salvare. In questo modo troverebbe un senso, ma non è possibile saperlo. “Può darsi che qualcuno si sia salvato, e questa sola possibilità vale tutta la vita di un uomo”.

E poi i contrasti. Quelli etnici che categorizzano le appartenenze e i ruoli nel campo; lui con la sigla IT ma sloveno e le conseguenti diffidenze e difficoltà a farsi riconoscere come tale. L’apparire in quel mondo di morte dei “corpi vivi, sodi e lisci” delle giovani Alsaziane rastrellate e mandate subito al forno crematorio che suscita nei deportati un senso di ribellione, di desiderio e di impotenza. “Eros e Thanatos accumunate con una crudezza terribile”. L’imponente natura rigogliosa del bosco circostante che non suscita immedesimazione e senso di libertà ma che opprime per il suo nascondere il campo dagli occhi esterni.

Ed il rapporto con l’esterno, l’indifferenza della popolazione germanica, come quando a Niedersachswerfen, in Turingia, la fila di 600 deportati con le gambe gonfie sulla neve, alcuni dei quali sorreggono un corpo svenuto, incrocia due ragazze che passano oltre come non avessero visto nessuno.

“È possibile, allora, inculcare negli uomini un disprezzo così radicale per le razze inferiori da far sì che due ragazze, camminando sul marciapiede, riescano a far sparire con la loro freddezza un corteo di schiavi, in modo che oltre a loro due ci siano soltanto la neve e una pacifica atmosfera di sole.” (p. 152-153)

“Chissà, forse solo un nuovo ordine monastico laico potrebbe risvegliare l’uomo standardizzato, un or­dine che vestisse il saio striato degli internati e inondas­se le capitali dei nostri Stati, disturbasse con il rumore dei suoi zoccoli il raccoglimento dei negozi lussuosi e dei passeggi. Ciò che qui è rimasto dei vasi con la cenere do­vrebbe essere portato in processione nelle città; notte e giorno, un mese dopo l’altro, gli uomini in divisa a stri­sce con gli zoccoli ai piedi dovrebbero montare la guar­dia d’onore ai vasi rossastri su tutte le piazze principali delle metropoli tedesche e non tedesche.” (p. 131)

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